Un’intervista di Monica Mondo a Silvano Petrosino: «Ci sono luoghi, ci sono parole, ci sono persone, che ti fanno respirare. Ce ne sono altri che ti soffocano. Oggi viviamo in apnea. Il seduttore è colui che ti garantisce un godimento, ma non ti rende mai fecondo, mentre il maestro ti rende fecondo: per questo, ti chiede di rinunciare un po' al godimento. La morale è la vita stessa, è il modo come si parla al cameriere, come si accavallano le gambe, come si mangia. Se c'è un'esperienza nella nostra vita quotidiana, questa è proprio quella del peccato. Ci sono le file alle mostre d'arte, ma poi una persona sta di fronte a un quadro 5 secondi. Il problema non è andare alla mostra di Picasso: il problema è fermarsi, appunto “respirare”. Uno dei colpi di genio di Foucault è quando parlava di microfisica del potere, affermando che il potere non è solo quello della politica, ma è nel rapporto con la moglie, col dipendente: il potere è dappertutto. Quando oggi si parla di comunicazione, non si tratta quasi mai di comunicazione: il cellulare non ha nulla a che fare con la comunicazione. Il grande tema è l'immisurabile, l’incalcolabile, l'innumerabile, non l'innumerevole. Il limite e la sofferenza sono condizioni, ma non dobbiamo trasformarle in un'obiezione».
Riprendiamo sul nostro sito una trascrizione dell’intervista di Monica Mondo a Silvano Petrosino per Soul, di TV2000. Il testo non è stato rivisto né dall’intervistato, né dall'intervistatrice. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Filosofia e Educazione e media. Di Silvano Petrosino cfr. anche Dialogo con Silvano Petrosino: Le speranze disattese. Dio e il problema del male. Da un intervento del filosofo presso la chiesa di Gorgonzola.
Il Centro culturale Gli scritti (13/4/2026)

Qui il video integrale dell’intervista: https://www.youtube.com/watch?v=DKD4XxLH8YU
Monica Mondo: Silvano Petrosino, filosofo interprete riconosciuto di Lévinas, di Derrida - due pensatori fondamentali del secolo breve del nostro tempo -, docente di filosofia morale e anche di teoria della comunicazione all'Università Cattolica di Milano, saggista non soltanto di studi specialistici ma anche capace di penetrare le dinamiche dell'uomo, dinamiche antropologiche e sociali del nostro tempo. Innanzitutto perché ci piace incontrare un filosofo e poi perché c'è una pagina social dedicata a un professore universitario che fa il filosofo, cioè lei, che si intitola “Tutti pazzi per Silvano Petrosino”. Ma come mai?
Silvano Petrosino: Sì, è una cosa simpaticissima, è stata fatta dagli studenti - io non ne sapevo nulla. È stata fatta dagli studenti di Piacenza. Io ho anche insegnato 10 anni a Piacenza alla Cattolica, e loro, di loro spontanea iniziativa - ma io sono contento di questo – hanno dato vita a questo gruppo.
E direi! Ma che fa? Alza loro i voti? Li invita a pranzo? Non so, cioè ci sarà un modo per blandirli?
Guardi, no. Guardi, c'è una cosa che mi ha sempre colpito ed è la spia che la lezione o il corso funziona - perché non sempre funziona. Funziona quando, magari alla fine del corso, alla fine dell'anno, gli studenti mi vengono a dire: “Professore grazie”.
Che è una cosa strana, cioè perché vuol dire che non è stato tempo inutile. E questo al di là poi dell'esame, del come van poi le cose. Questo “Professore grazie”, io lo trovo molto interessante. Non capita sempre, però capita.
E questo vuol dire che allora il corso ha funzionato, che è stato fecondo.
Un conto è il grazie perché uno ha fatto una bella lezione, un conto è il grazie perché magari ha un bel rapporto con i ragazzi. Ma forse c'è un grazie più profondo perché lei li aiuta a tirar fuori le domande grandi della vita?
Non lo so: spero - chiaro che spero sia così -, ma questo non lo so. Voglio dire appunto - io parlo spesso un po' terra terra – e questa è una cosa che continuo a ripetere: ci sono luoghi, ci sono parole, ci sono persone, che ti fanno respirare. Invece ci sono luoghi, ci sono persone, ci sono libri, che invece non ti fanno respirare, ti soffocano.
Oggi dominano i secondi?
Oggi secondo me dominano un po' i secondi. Perché poi respirare è una cosa seria. Che poi respirare è “lo spirituale” - cioè spirituale vuol dire respiro, aria. Respirare comporta anche un momento di intimità, di tranquillità, non è l'affanno.
Recentemente uno studente diceva - ha fatto un bell’intervento -, diceva: “oggi noi viviamo in apnea”. Questa è una bella espressione. Noi viviamo in apnea, cioè non respiriamo, un po' perché i ritmi sono elevatissimi per tutti, quindi non è che sia [facile]. Però, al di là di questo, c'è qualcosa che non funziona.
Anche perché tutto congiura contro di noi - diceva Rilke -, no? E chi è un maestro, professore, e noi abbiamo bisogno di maestri ed è per questo che la cercano?
Allora io faccio sempre questa distinzione tra il seduttore e il maestro: il seduttore è colui che ti fa godere, ti garantisce un godimento, ma non ti rende mai fecondo, mentre il maestro è colui che ti rende fecondo. Ma fecondo - che non vuol dire fertile, evidentemente – è colui che ti fa capire delle cose, ti appassiona alla vita.
Ti rende fecondo e alle volte, per questo, ti chiede di rinunciare un po' al godimento. È questa la distinzione. Perché, sennò, non si capisce perché il seduttore seduce. Il seduttore seduce, continua a sedurre, perché ci dà qualcosa, ci dà un brivido - io dico il godimento che chiaramente non è il godimento sessuale -, ci dà un’emozione alla fine della quale, però, non ti resta niente.
Cioè non ti ha fatto fare un passo avanti. Non hai capito una cosa, un quadro, un libro, sei solo un po' soddisfatto, cioè sei appagato - soddisfatto è una brutta parola. Mentre il maestro è esattamente colui che continua, come dire, ad aprirti. Il maestro rilancia, questo è interessante.
Lei pensava di diventare maestro “son malgrè”, perché so che ha fatto un percorso un po' insolito: da perito inizialmente.
Eh come fa come fa sapere queste cose? È chiaro che nessuno pensa dall’inizio a diventare un maestro, nessuno si alza al mattino e dice: “Voglio fare il maestro”.
Una bella responsabilità!
Sì, ma, voglio dire, uno così deve andare dall'analista. Uno deve fare le cose che deve fare. Uno dei passaggi decisivi della mia vita è stato quando, a 15 anni o 14 - ho iniziato a leggere tardi; fino ai 13-14 anni non ho letto - ho iniziato a leggere e una delle prime cose che ho letto, ma per caso, è stato l'Apologia di Socrateperché la stava leggendo un mio compagno. Avevo 15 anni e da lì è partita una cosa pazzesca. perché - tu capisci - lì c'è qualcosa, lì c'è un uomo, lì c'è un uomo in azione, pure parlando di un uomo di 2500 anni fa.
Lei insegna filosofia morale ora questa parola viene oggi utilizzata solo nel suo coté negativo, morale, riducendone ovviamente il significato: che cosa vuol dire? che valore ha?
Guardi: il problema, è vero. Si è assistito purtroppo a una riduzione della morale soprattutto poi alla dimensione della morale sessuale. E questa è stato veramente una roba allucinante, perché la morale, in qualche modo, è tutto perché la morale è legata al comportamento. Mores-comportamento. Lo ricordo sempre che lo chiesi a Lévinas, a questo grande filosofo che ho avuto la fortuna di conoscere - lui ha costruito tutta una teoria fondata sull'etica. Mi ricordo che un giorno gli chiesi: “Scusi, ma in conclusione, lei cosa intende per etica?” E lui disse: “Io intendo: ‘prego, dopo di lei’ - salendo in ascensore”.
È la cortesia solo?
Eh no, non è la cortesia. La morale è il modo come si parla al cameriere, al tassista, come si parla con la moglie, come si accavallano le gambe, come si mangia. Cioè se si stacca la morale da queste cose diventa quello che io chiamo non un'etica, ma un'etichetta, no?
Ma la morale non è etichetta! C'è un proverbio, un po' volgare, che dice: “A tavola e a letto non c'è rispetto”. Ma questa è proprio una menzogna, perché l'uomo è sempre uomo, non è che ha un momento in cui dice “a da morì”! Da adesso in poi non sono più uomo. No, un uomo è questo, è uomo proprio mentre mangia.
Visto che lei insegna all'Università Cattolica, anche nella Chiesa si è insistito troppo sulla morale come insieme di regole?
Eh, sì c'è la Chiesa - che peraltro vive nel mondo è fatta di uomini e quindi non è stata solo la Chiesa - che certamente su questo ha commesso un errore, ha operato questa riduzione.
Io poi dico la storia è strana: perché, fra l'altro, questa insistenza sulla sessualità con una certa, anche colpevolizzazione, ha generato una società in cui in realtà non c'è più sessualità. Oggi i ragazzi, checché se ne dica, non hanno una vera vita sessuale nel senso pieno. Vivono solo una sessualità legata allo sfogo o alla violenza. Oggi i grandi disturbi nella fascia dei ragazzi - diciamo dai 13 ai 20 anni - sono nella fascia alimentare e nella fascia sessuale. Certamente, perché poi ciò avviene dove l'uomo vive. L'uomo cos'è? Mangia e ha dei rapporti, ama. Cos'è che fa? E lì ci sono i disturbi, è certo anche perché c’è stata una colpevolizzazione.
Sì, l'elenco delle regole, non riguarda solo la Chiesa, anche soltanto nella sessualità, riguarda anche proprio come fare per essere buoni cristiani e questo, comunque, di solito annoia, quando va bene, se non fa odiare la morale?
Fra l'altro, si dimentica una verità biblica continuamente ripetuta, soprattutto nel Nuovo Testamento: che la legge è fatta per l'uomo, non l'uomo per la legge. Una volta, in un dibattito, sentivo parlare un politico e questo politico diceva: “Ma io non sono cattolico, per me non esistono i peccati, esistono solo i reati”.
Ora, se uno riflette con serietà su questa affermazione, si accorge che è proprio una menzogna. Infatti, se c'è un'esperienza nella nostra vita quotidiana questa non è quella del reato, ma di solito è proprio quella del peccato. Il peccato, ad esempio, è il tradimento di un amico. Il peccato è il non aver telefonato a quell'amico che tu poi viene a sapere che è morto, e tu dici: “Accidenti, lo dovevo chiamare”. “Accidenti” vuol dire “peccato”. Per esempio, peccato è che uno non ha investito in un proprio talento, ha preferito la via breve, ha preferito la via comoda: e arriva alla fine della vita e dice: “Cavolo, peccato!”.
Peccato! È proprio questo per me, dire che peccato e essermi perso qualcosa, aver sprecato una possibilità.
Una possibilità che avrei “potuto” - questo verbo è meraviglioso. Questo verbo “avrei potuto”! Avrei potuto comportarmi bene e mi sono comportato male.
Ma cosa vuol dire comportarsi bene?
Comportarsi bene lo comprendiamo a partire da espressioni come “avrei potuto mangiare bene”, “avrei potuto ascoltare buona musica”, “avrei potuto leggere bei libri”, “avrei potuto vivere bene il mio corpo”.
Uno dei suoi ultimi libri si intitola “Contro la cultura. La letteratura per fortuna”, dove è evidente che il libro non è contro la cultura, ma contro ciò che oggi si intende con la parola cultura.
Certo! Noi tutti siamo contenti che ci sono le file alle mostre d'arte, ma poi si è calcolato che una persona sta di fronte a un quadro 5 secondi: ma si rende conto? Cosa significa allora questo andare alle mostre? È il fatto di dire: “Sono andato alla mostra di Picasso, perché adesso c'è Picasso”. Ma il problema non è andare alla mostra di Picasso. Il problema è fermarsi, appunto “respirare”.
La letteratura ti fa respirare?
La letteratura, secondo me, la grande letteratura è la via “lunga”. Io dico sempre: “Tu leggi Dostoevskij e le prime 50 pagine non capisci niente”. Ti devi ricordare i nomi, ma poi, pian piano, inizi. Inizi un percorso che è un percorso appunto lento, un po' faticoso a volte, ma che, alla fine - io dico -, ti feconda, cioè ti feconda nel senso che ti fa capire delle cose, ti pone degli interrogativi, ti fa ritornare su delle posizioni che per te erano assodate.
Lei insegna anche teoria della comunicazione: la comunicazione è una questione di metodo o di sostanza?
Assolutamente di sostanza. In realtà quando oggi si parla di comunicazione, quello di cui si tratta non è comunicazione. Il cellulare, ad esempio, non ha nulla a che fare con la comunicazione. Io tratto, nelle mie lezioni, di come con il computer si confondono le parole. Il computer non ha una memoria, il computer ha un archivio. La memoria non è l'archivio. I cellulari non servono a comunicare, servono a trasferire i dati.
Perché per esempio, nel comunicare è fondamentale la dimensione dell’ascolto - qui ritorno al respiro. Il grande comunicatore è colui che sa ascoltare. Ci vuole del tempo, non è mica semplice.
Io faccio la lezione e faccio sempre l'esempio: “Se io dico a una ragazza, a una donna: ‘Ti voglio bene’”, uno capisce subito il significato della frase. È Italiano, cos'è che non capisce? Ma qual è il senso? Cos'è che mi stai dicendo? Quando tu, che magari sei sposato oppure hai 20 anni più di me, cos'è che stai dicendo quando dici “ti voglio bene”? Per queste cose ci vuole tempo, invece, non è che noi consideriamo questo.
Lei lo usa il cellulare, però!
Io non ce l'ho il cellulare.
Ma veramente?
Sì, infatti per quello non ci trovavamo! Adesso questi sono fatti miei! Ma è importante capire il problema. I ragazzi ti mandano una roba e dicono: “Ti ho mandato il messaggino 5 minuti fa e non mi hai ancora risposto”. È pazzesco no?
Cioè come se, appunto, tu fossi il centro e tutti dovessero rispondere a te immediatamente.
Beh forse la solitudine è quella di cui soffriamo naturalmente?
Eh no!
Certo un po' il narcisismo.
Non esattamente, questa però è una dimensione infantile. È una dimensione infantile che io continui a chiedere all’altro una conferma della mia esistenza: “Dimmi che esisto, cercami, dimmi che esisto”. Cavolo! Ma c'è gente di 40 anni che dovrebbe averla superata quella fase e invece è così. Quella che chiamiamo “comunicazione” è, quindi, oggi semplicemente un veloce scambio di cose che non ha quasi ma quasi nulla a che fare con la comunicazione.
Ma l'alternativa è quella tra apocalittici e integrati e, per non essere troppo integrati, resta la soluzione di tagliare i ponti e di privarsi di quello che è, tutto sommato, uno strumento come il telefonino?
No, assolutamente. Noi non possiamo più fare a meno del telefonino e del cellulare: il problema è, però, quello di non confondere le cose. Devi aver chiaro quando tu compulsivamente parli al cellulare. È stato calcolato che i ragazzi guardano il cellulare mediamente dalle 2000 alle 3000 volte al giorno e tutto questo come si fa a chiamarlo comunicazione? È come quella cosa dello stare davanti a un quadro 5 secondi!
Quindi: non si può assolutamente fare a meno della tecnologia. Il problema è che bisogna, però, innanzitutto rifletterci un attimo, perché non è semplice. Bisogna pensarci un attimo, bisogna riflettere. E poi bisogna imparare ad usare e non a farsi usare. vabbè!
È la questione del post umano, è a tema la nostra somma devozione per la scienza e la tecnologia, che da mezzi, però, sono diventati il fine.
Beh, beh, certo, certo. Ma sa che questo non è difficile da capire, si può dire in modo abbastanza semplice: la scienza esatta si fonda sull'esperimento, ma l'esperimento non è l'esperienza! L'esperimento è un ritaglio dell'esperienza, l'esperimento è riproducibile, misurabile, l'esperienza non è misurabile. Quando io dico “ti amo”, quanto mi ami non è misurabile! Il dolore che provo non è misurabile, c'è dell'immisurabile. Questo è il grande tema: c'è dell'immisurabile, c’è dell’incalcolabile, c'è dell'innumerabile.
Invece alcuni dicono no, c'è solo l'innumerevole. Non so se è chiaro. Se dico che c'è l'innumerevole, le macchine o le tecnologie ci aiutano a numerare. Ma se c'è dell'innumerabile, io dico che l'esperienza chiaramente non cede sempre all'esperimento. Ora e per fortuna noi abbiamo certamente l'esperimento, perché abbiamo la corrente elettrica e queste robe qui. Per l'amor del cielo, la scienza è una meraviglia, ma quando l'esperimento tende a sovrapporsi all'esperienza, l'esperienza esplode.
Qui io la cito: “Sono proprio l'arte e la letteratura, e la fede ancora di più, le difese dell'esperienza che non vuole essere ridotto a esperimento”. Spieghiamo bene.
Così è perfetto. Ci sono dei luoghi che resistono a questa riduzione dell'esperienza e che quindi rendono in qualche modo testimonianza, come appunto l'arte, la grande letteratura, e la religione giustamente: sono dei luoghi che in qualche modo resistono.
Sono dei luoghi o dei miti?
No, no, sono dei luoghi, dei luoghi. Sono della gente! L'artista vive e l'uomo religioso esiste. Ora è vero che molti artisti sono semplicemente dei tromboni ed è vero che molti pseudo uomini religiosi sono solo dei fanatici, vabbè, questo è ovvio. Però uomini religiosi esistono, esistono oggi, oggi esistono i giusti, esistono. E questi, in qualche modo, danno testimonianza a questa eccedenza, diciamo, dell'esperienza. Bisognerebbe dar loro ascolto. Bisognerebbe dar loro ascolto e non gli si dà tanto ascolto.
Quindi il nostro essere esperienza ci trasforma in esperimenti di solito a servizio del potere che non è uno solo con la P maiuscola, ma sono tanti?
Certo. Uno dei colpi di genio di Foucault - che ne ha avuti tanti -, quando parlava di microfisica del potere. Affermava che il potere non è solo quello della burocrazia o della politica, ma il potere è nel rapporto con la moglie, col dipendente: il potere è dappertutto.
È anche quello dell'ideologia o del pensiero dominante?
Ma certo, dappertutto.
L’ideologia dominante che ti fa credere giusto ciò che non è naturalmente giusto?
Certo. E la forza dell'esperimento – senza nulla togliere alla scienza che si fonda sull'esperimento, la scienza esatta si fonda sull'esperimento -, è quello di riuscire a controllare la realtà. Soltanto che tu paghi questo controllo, ed elimini una quantità enorme di vita, di materia, di roba.
Quindi diventi o cinico o depresso?
Depresso, sicuro: ricco magari, sicuro, ricco, stabile, ma depresso, malato. La psicoanalisi qui ha detto delle cose bellissime: malato.
È per questo che nel guardare l'uomo usiamo sempre il metodo della sociologia o della psicologia?
Sì, certo! Perché c'è sempre questa dinamica del “qui non bisogna sbagliare”: è chiaro che l'uomo non può vivere nel disordine e nell'insicurezza, ma è vero anche che c'è un ordine che fa morire l'uomo. Non so se è chiaro: è chiaro che l'uomo cerca di mettersi al sicuro, al sicuro la nostra vita, la nostra agenda. Allora noi cosa facciamo? Programmiamo la giornata: cosa possiamo fare, se abbiamo il lavoro, ecc. Il problema è che questo qui non può - questo modo di pensare - non può diventare il criterio dell'esistenza, perché sennò è finita: c'è, invece, tutto l'imprevisto.
Quando la Bibbia diceva: “Ogni cosa ha il suo tempo, la sua ora sotto il cielo”, non dettava l'agenda quotidiana?
Non dettava l'agenda. La Bibbia non detta mai l'agenda. Devo dire che - forse questo è il mio limite -, la Bibbia per me dice pochissime cose. Io di questa cosa sono sempre convinto, sempre più convinto: la Bibbia dice due o tre cose, le continua a ripetere sempre. Tra queste due tre cose forse la principale è che dice, che continua a dire: “Vivi”. È meraviglioso! “Vivi”: e non dice altro. “Vivi”, e io ogni volta che leggo - nel Deuteronomio è presente tantissimo -, io dico: “Vabbè, ma chi è che poi, chi è che sceglie la morte?”
Che indicazione è: “Scegli la vita”? Chi è che sceglie la morte? Ma poi, per noi, è un continuo scegliere la morte, noi continuamente scegliamo la morte. Quando esce un nuovo iPad e c'è la fila delle persone fuori, con qualcuno che si fa fare il panino con la frittata dalla moglie e prende il sacco a pelo perché vuole essere il primo a comprare l'iPad, e nemmeno si lava per questo, ma si rende conto?
Non voglio entrare nei particolari: ma uno che passa lì la notte per comprare un computer che potrebbe comprare una settimana dopo, non è forse questa una scelta di morte, una piccola morte?
È rendersi schiavi anche! Il potere, però, e la scienza e la tecnologia ci illudono di poter superare il limite, no? Il limite, invece, è una condizione non solo inevitabile ma forse anche necessaria?
Ma bellissima questa domanda, è strepitosa! Ma il limite prima di tutto è una condizione. Devo dire che, insieme all'esperienza del fallimento e del tradimento, sono tre i luoghi, passati i quali l'uomo diventa più grande. È strano, ma il processo di umanizzazione passa attraverso l'esperienza del limite del fallimento e del tradimento: non c'è dubbio.
Quando si vuole togliere, per esempio, questo limite nell'educazione, quando si vuole togliere al bambino l'esperienza del fallimento, lo si sta rendendo malato. Perché noi è da lì che capiamo delle cose. Attraverso il fallimento, non solo lì capiamo delle cose, ma anche attraverso lo stupore, attraverso l'innamoramento. Ma non solo lì: il problema qual è?
È che bisogna resistere in ogni modo - questo è quello che ha fatto invece il serpente con Eva -, bisogna resistere in ogni modo a trasformare la condizione in un'obiezione, non so se è chiaro.
Certo.
Noi dobbiamo fare di tutto per non trasformare il limite in una giustificazione per compiere il male. Il limite è una condizione, la sofferenza è una condizione - che sarebbe meglio se non ci fosse. Ma certo non dobbiamo trasformarla in un'obiezione. Bellissimo, è questo che ha fatto, invece, il serpente: il serpente è stato un genio perché ha giocato esattamente su questa cosa. Il ragionamento che ha fatto il serpente è stato di dire ad Eva: “Tu non sai tutto e quindi non sai niente”. Cioè il serpente ha impostato il ragionamento con Eva secondo la logica del tutto o niente, impressionante! Invece nessuno di noi è “tutto”, ma non per questo siamo “niente”. O no?
C'è un limite, però, professor Petrosino, che è duro da buttare giù: come si fa a far pace col limite ultimo, cioè la morte?
Pensavo che lei dicesse un'altra cosa perché con la morte si fa pace.
Sì?
Sì, c'è un'altra cosa con cui non si fa pace ed è la morte dell'altro, non la propria morte.
Sì certo.
È la morte dell’altro ciò che è insopportabile per me. Ciò che è insopportabile è la sofferenza o la morte dell'altro.
Soprattutto se innocente.
Soprattutto se innocente. E poi soprattutto se è il figlio. La morte del figlio è inspiegabile. Lo devo dire che c'è dell'inspiegabile.
Questo lei lo dice anche ai suoi studenti, che pensano magari di fare filosofia per avere le risposte?
Per l'amor del cielo, alcune questioni ce ne hanno, ma c'è dell'inspiegabile. È indiscutibile. Ma è sotto gli occhi di tutti: cade una tegola dal tetto sulla testa di un ragazzino che tornava a casa dalla palestra, perché? Sono andati a vedere, non c'era vento, non c'era niente, eppure è caduta.
E lei, gliene chiede conto al Dio di questo inspiegabile?
Io dico così: secondo me Dio dovrà rendere conto, ma, finché siamo qua, non possiamo trasformare questa cosa, appunto in un’obiezione. Insomma nulla giustifica il male neanche la sofferenza personale, nulla giustifica il male. Poi capita che uno lo fa, ma non bisogna giustificarlo, non bisogna giustificare nulla, neanche la sofferenza, neanche la morte del figlio.
Il male non solo verso gli altri, ma anche verso sé stessi.
Anche verso sé stessi.
Cioè, come il lasciarsi andare?
Certamente, anche lasciarsi andare.
Rassegnarsi, questo è male.
Certo questo è male. È bellissima in Geremia quella che viene chiamata la lettera ai deportati - veramente poi la Bibbia fa ridere! Questi qui sono deportati e allora i cattivi profeti dicono loro: “Sapete perché siete deportati? Perché avete commesso il male e via dicendo, e quindi Dio vi castiga”. Dio, invece, chiama poi il suo profeta e gli dice: “No, no”. Dì loro così: “Andate in quel paese, coltivatelo, fatelo bello, costruite delle case, sposate i vostri figli”. E trasforma la deportazione in una occasione. Bellissimo!
C'è questo Dio che dice: “Sì, la vita è dura, adesso siete lì: ma non trasformate questo in un modo per rassegnarvi.
Però anche il popolo di Israele legge queste pagine come una lamentazione?
Certo, perché poi non è che stare lì in esilio per 70 anni sia un giochetto. Ma è molto interessante questa cosa, che va capita. Proprio l'esperienza del limite, del tradimento e della sofferenza è una condizione.
È un’opportunità?
E può trasformarsi in un'opportunità, ma certo non deve trasformarsi in un'obiezione, sennò è finita.
Senta: ma il lupo per Cappuccetto Rosso è stato un po' come il serpente per Eva?
La cosa interessante nella favola qual è? Il problema non è che nel bosco c'è il lupo: è ovvio che nel bosco c'è il lupo. Nella vita c'è il male, nel mondo c'è il male: il problema non è questo. Il problema è che tu non ti devi lasciare affascinare dal male che è quello che succede a Cappuccetto Rosso.
Cappuccetto Rosso parla con il lupo e poi gli dà indirizzo, lo segue, gli dà il cellulare, perché gli dice dov'è la nonna e gli dà l'indirizzo giusto e dettagliato: al di là del bosco sotto le tre querce. Giustamente gli studiosi dicono: “Strano, è come se volesse essere trovata”.
Io dico scherzando alle ragazze: “A voi piacciono i tipi con la barba, un po' sporchi, che vi trattano anche male, quelli vi sembrano affascinanti. Invece il vostro fidanzato, quello che vi vuole bene, ha la Panda e vi invita a Rimini in vacanza”. E uno dice: “Eh, che palloso! Invece quello lì è affascinante”. Appunto! Ma quello lì è il seduttore, ti fa godere ma non ti fa fare mai un passo in avanti; alla fine resti chiuso, sterile, questo è il punto.
Allora o cambi seduttore?
Se cambi seduttore, però alla fine muori. Anche il Don Giovanni muore da solo. Se la fiaba volesse solo dire: “Guarda, c'è il lupo, stai attenta”, beh, sarebbe banale. Ma la fiaba non è banale.
Non dice: “Non ti far incantare dal lupo”?
È la mamma che dice: “Guarda, stai attenta, non allontanarti dalla via maestra”, bellissimo! È l'unica indicazione che può dire una madre. E il lupo cosa fa? È un genio e dice: “Ah, stai portando il dolce alla nonna, ma perché non gli porti anche i fiori”. Bellissimo! E lei gli risponde: “Hai ragione”. E cosa fa? Si allontana dalla via maestra.
Fantastico, professore, bisogna riscoprire le fiabe che hanno sempre un po' tanti livelli di lettura e noi le abbiamo relegate al mondo dei bambini, anche se è vero che sono molto intelligenti e quindi capiscono più di noi.
Certo, non sono state scritte per bambini, anzi sono tradizioni orali. Qui l'operazione è stata quella di Walt Disney – terribile -, perché ha tolto tutti gli elementi interessanti e le ha banalizzate.
Beh, perché bisognava inserirli in un sistema.
Terribile!
In un sistema educativo e governativo, direi, e di controllo.
E di controllo!
Grazie tantissimo, mi regali la sua musica o la sua canzone.
No. Mi viene in mente “La verità” di Brunori, che è questo cantante che a me piace moltissimo, forse uno dei migliori cantautori a mio avviso: e “La verità” è sorprendente.
Ma che cos'è la verità? diceva quel tale.
Lì, ne “La verità”, c'è un passaggio che è pazzesco, c'è un verso che è pazzesco e dice: “Non mi resta altro da fare” - la cito a memoria - “non mi resta altro da fare che sorseggiare l'ennesimo amaro sui Navigli e soprattutto pensare a non fare figli”, che è terribile.
La sterilità
La sterilità. Questa è la sterilità.
Grazie
Grazie a lei.



