«È il dolore chiuso dentro le case che annulla ogni voglia di studiare. La didattica a distanza si è inceppata, dopo una scoppiettante partenza. Non sono stati problemi tecnici, è stato proprio il virus che qui ha falciato nonni, madri e padri in quasi tutte le famiglie dei miei studenti e dei miei docenti. Un'ecatombe. Da qui il crollo psicologico». Sei anni dopo il COVID, rileggendo il post di una preside della Val Seriana, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /03 /2026 - 20:09 pm | Permalink | Homepage
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Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Educare e Vita.

Il Centro culturale Gli scritti (2/3/2026)

Sei anni fa, in pieno COVID, mi colpì un post di una preside, dirigente scolastica nel bergamasco, in Val Seriana. Diceva:

«Scusate. A me la didattica a distanza si è inceppata, avvitandosi su sé stessa dopo un'iniziale e scoppiettante partenza. Non sono stati problemi tecnici a farla implodere, e nemmeno forse quelli legati ai limiti culturali o strumentali di alcune famiglie. È stato proprio il virus. Un virus che qua ... ha falciato nonni, madri e padri in quasi tutte le famiglie dei miei studenti e dei miei docenti. Un'ecatombe. Da qui il crollo psicologico, il dolore chiuso dentro le case che rimbalza senza poter uscire, nemmeno via web. Un dolore che annulla ogni voglia di pensare al "dopo". Qui nessuno canta sul balcone. Qui nessuno si sente tra i "salvati". Insomma, il terrore, la depressione, lo smarrimento hanno fortemente influenzato l'iniziale slancio didattico e tutta la buona volontà degli insegnanti e degli alunni. Dovrò lavorare su questo, adesso, e non sui device o sugli aspetti tecnici. E non so da che parte cominciare... perché non ne sono capace».

Lo aveva scritto la dott.ssa Veronica Migani, dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo “Gioele Solari” di Albino (il più grande della Provincia di Bergamo, con dieci plessi, dalla scuola dell’infanzia alle medie) in Val Seriana (per il testo, cfr. https://www.tecnicadellascuola.it/una-preside-del-bergamasco-il-dolore-ha-sopraffatto-la-didattica-a-distanza e https://primabergamo.it/cronaca/troppi-lutti-la-scuola-a-distanza-ad-albino-si-e-inceppata-la-ministra-azzolina-in-soccorso/).

A distanza di sei anni, mi torna in mente il suo post. Mostra come non sia sufficiente avere ogni tipo di tecnologia e di competenza. Serve il gusto di vivere ed è necessario che la morte non sia signora di tutto e di tutti.

In quei mesi, anche a me un bambino aveva detto: “Se c’è il COVID io non voglio studiare, perché non serve a niente” - che “tradotto” voleva dire: “Se dobbiamo morire, perché studiare?”.

Qui appare chiaro perché la scuola deve affrontare il tema della fede, anche se con delicatezza e in maniera assolutamente diversa dalla catechesi.

L’unica cosa che allora e sempre - dinanzi ad un grave lutto che colpisse la classe o la scuola – avrebbe senso fare sarebbe dire a tutti: “Chi di noi è cristiano sa che i nostri morti dal cielo vogliono che continuiamo a studiare. Essi saranno felici nel vederci continuare, perché ci amano. Chi di voi fosse di un'altra religione, forse ritiene che questo sia vero lo stesso. Chi non avesse fede, ricordi nel suo cuore chi abbiamo appena perso e riscopra quanto fosse per lui importante la vita”.

Ma non si può proseguire a studiare, a fare lezione, a interrogare, come se niente fosse, senza utilizzare la parola “morte” e senza dire che c’è chi ritiene che la morte non sia signora.