Marguerite Matisse, la figlia di fiamma. A Parigi, Musée d'Art Moderne de la Ville "Marguerite et Matisse: Le regard d'un père", a cura di Héléne de Thalouët. È la storia di un’intimità complice, anche dura, il rapporto di Henri con la primogenita: lo documentano cento ritratti, dall’adorata bambina alla donna che ha fatto la Resistenza, di Giuseppe Frangi
Riprendiamo sul nostro sito da Il Manifesto un articolo di Giuseppe Frangi, pubblicato il 3/8/2025. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Arte e fede e Arte contemporanea. Cfr. in particolare Henri Matisse dinanzi all’oggettività del cristianesimo: la Cappella delle domenicane di Vence, di Andrea Lonardo.
Il Centro culturale Gli scritti (5/1/2026)

Henri Matisse, "Tête blanche et rose", 1914-’15 – Parigi, Centre Pompidou
«Perché, ascoltando il pittore avevo notato che la sua voce cambiava, diventava un’altra per qualcuno… “La mia bambina…” diceva Matisse, e non l’ho mai sentito chiamare diversamente, per una ragione o per l’altra, quella che diventò Mme Georges Duthuit». Così, in una delle più belle pagine della letteratura artistica del Novecento, Louis Aragon fa entrare nel suo libro-romanzo su Matisse la figura fatidica di Marguerite. Un introibo all’insegna di quelle tre parole, «la mia bambina», pronunciate «con la voce da vecchio un po’ strozzata».
Marguerite, la destinataria delle tre parole, è la figlia di Matisse, nata nel 1894 dalla relazione con una sua modella, Caroline Joblaud, e riconosciuta dal pittore tre anni dopo, nel 1897.
Il ménage di quegli inizi era stato durissimo. La coppia si era divisa molto presto, poiché Matisse aveva incontrato Amélie Parayre, che avrebbe sposato nel 1898. Davanti alle penose condizioni di vita della mamma e della bambina, Amélie aveva proposto di accogliere Marguerite nella nuova famiglia. Caroline Joblaud aveva subito accettato. Da quel momento sembra eclissarsi da questa storia: per Marguerite maman sarà, e con accenti sempre molto affettuosi, Amélie.
In questa sequenza serrata di date, il 1901 segna un passaggio importante: Marguerite è colpita da una grave angina difterica. Deve essere sottoposta a una tracheotomia, che per l’urgenza le viene praticata in casa.
È in quelle immediate circostanze che Matisse per la prima volta la ritrae: il quadro è dipinto su un pannello di fortuna, sul volto della bambina pesa un senso di sofferenza, ma le righe blu e azzurre del vestitino ristabiliscono una dimensione di serenità infantile. Proprio da questo quadro, acquistato poco tempo dopo dai fratelli Stein, prende il via la mostra che Parigi ha dedicato al rapporto tra Matisse e sua figlia.
Negli spazi del Musée d’Art Moderne scorrono in sequenza, fino al 24 agosto, gli oltre cento ritratti di Marguerite, tra quadri e disegni, con davvero pochissime assenze.
Henri Matisse, “Portrait de Marguerite”, 1906-07, collezione privata
Il sottotitolo della mostra, pur giustificato da questi numeri che non conoscono paragoni nella storia dell’arte, è un po’ fuorviante: Le regard d’un pére. In realtà lo sguardo è reciproco, e quello della figlia verso il padre non è certo di minor profondità.
Lo dimostra l’epistolario, migliaia di lettere e messaggi che i due si sono scambiati e che «impressiona per il rapporto da pari a pari, per l’intelligenza e la franchezza negli scambi, malgrado o grazie alla loro doppia relazione di padre e figlia e maestro e assistente» (la curatrice Héléne de Thalouët nel saggio in catalogo).
Marguerite resta bambina davvero per poco. Molto presto diventa l’interlocutrice intelligente del padre al punto da incoraggiarlo nel 1914 a introdurre una spregiudicata variante geometrica per un suo ritratto, la Tête blanche et rose.
Nel frattempo sta già imponendosi come sua assistente e agente, per compensare quella ritrosia di Matisse a mettere il piede fuori dallo studio o a muoversi da Nizza dove dal 1917 aveva scelto di stabilirsi.
Agisce con determinazione, come nella vendita nel 1920 di quel suo ritratto su fondo nero (dipinto nel 1918, forse il capolavoro della mostra) a un collezionista giapponese che stava costituendo un museo.
Matisse lo teneva sopra il letto matrimoniale; Marguerite per lettera da Parigi lo invita a non restare ostaggio dei sentimenti. «Dato che io sono qui e ci sarò per tanto tempo, potrai rilavorare con me, è più importante che tu sia ben rappresentato in un museo che ha opere di Marquet e di Bonnard».
Alla fine la spunta lei, incassando anche, senza incontrare resistenza, la cifra richiesta: «Ho detto 10mila franchi. Lui ha tirato fuori i soldi e li ha contati», riferisce con una punta di orgoglio via lettera al padre.
Marguerite ventenne azzarda anche di mettersi in concorrenza diretta iniziando a dipingere. Nel 1925 è anche ammessa al Salon d’Automne. Tra i suoi quadri non mancano alcuni autoritratti, tutti con il segno distintivo dell’elegante nastro nero al collo per nascondere il segno dell’operazione subita.
Quando chiede un giudizio via lettera al padre ne riceve l’invito a «cercare la calma e la semplificazione della vita per ben lavorare».
Nel frattempo Marguerite aveva sposato Georges Duthuit, storico e critico: il fotografo delle nozze a Notre-Dame era stato Man Ray.
Inevitabilmente il flusso di ritratti si ferma: è del 1924 un meraviglioso carboncino in cui la figlia appare un po’ incupita e assediata da ombre. Non si ferma invece il suo attivismo nel presidiare l’organizzazione delle mostre del padre e nel seguire le tirature delle sue opere grafiche. «Grazie per la tua diligenza», le scrive nel 1929.
Il rapporto tra Matisse e Marguerite si gioca anche su un’altra affinità ammessa da entrambi: la fragilità nervosa. «Abbiamo un sistema nervoso dello stesso tipo», le scrive Matisse nel 1943. «Il nostro temperamento è un peso da portare e sopportare. Ma ne ricaviamo benefici tali che non dovremmo mai dimenticare quando siamo alle prese con le nostre miserie quasi quotidiane e delle nostre notti». Tra questi benefici c’è anche quella «fermentazione cerebrale incosciente», dalla quale secondo Matisse nasce un ritratto, in quanto permette di vedere il soggetto con più certezza che non durante le pose dal vero.
Da quel carboncino del 1924 si apre una lunga parentesi di vent’anni prima che Marguerite torni a essere soggetto. Vi ritorna per una necessità pressante di riparazione da parte di Matisse. Infatti nel 1943, quasi cinquantenne, Marguerite aveva scelto di entrare nelle formazioni partigiane sfidando non solo la contrarietà del padre ma rimarcando la distanza aperta tra loro. «Non ci si può disinteressare sino a questo punto del tempo in cui si vive, di quelli che soffrono e muoiono», scrive a Matisse nel novembre 1943. «Io sono della natura dei guerrieri, dei fanatici, degli arditi. Se ti scrivo delle cose che mi stanno a cuore, lo faccio in modo infiammato e tu mi rispondi che aspiri al convento». Le cose precipitano nell’aprile 1944, quando Marguerite è arrestata e torturata dalla Gestapo.
Per Matisse sono mesi di angoscia e di sensi di colpa. Dirà di essersi sentito «absolument anéanti». A ottobre Marguerite è liberata. Finalmente a metà gennaio Matisse può riabbracciarla a Vence, dove si era ritirato durante la guerra. Passano due settimane insieme per approfondire quanto era accaduto a loro e tra di loro.
Matisse riprende carta e carboncino e nuovamente la ritrae dopo vent’anni: il primo ritratto è un’immagine soffusa, tremante, realizzato con una mano quasi contratta dalla grande emozione. Nel secondo, invece, riaffiora la linea certa e splendente dei suoi disegni, seppur segnata da sbavature di ombre.
I ritratti sono per lei e Marguerite li porta a Parigi. In una lettera dice di vedervi traccia «di questa fiamma che portiamo tutt’e due… si coglie con leggerezza questo stato eccezionale». A settembre Matisse realizza un’altra serie di ritratti a matita litografica. Sono gli ultimi a Marguerite, che da lì in poi resta vicina al padre, vigilando su mostre e mercato e soprattutto dando avvio al Catalogo ragionato dell’opera, seguendo di persona quello dell’opera grafica.

Con l’aggravarsi delle condizioni di Matisse nel 1952 si era trasferita a Nizza. Il 3 novembre 1954 Matisse muore e tra le tante incombenze che le toccano c’è quella, su precisa volontà del padre, di distruggere il Grand nu, quadro del 1911, che noi possiamo vedere appeso nel celebre Atelier rouge, quel suo personalissimo museo dipinto lo stesso anno.
Si sa che lei aveva posato per i disegni preparatori, perché Matisse stesso ne riferisce in una lettera alla moglie: «Marguerite ha posato due volte e questo mi è molto servito». Nella mostra e nel catalogo stranamente non ce n’è però traccia.
Eppure il destino di quel quadro, tenuto per tutta la vita e fatto distruggere proprio dalla figlia solo dopo la morte, è come l’ultimo atto di una relazione tanto profonda quanto gelosamente inviolabile.




