Il “Cantico” che non smette di cantare. L’opera più famosa di san Francesco compie 800 anni. Inno d’amore commosso alle creature. E al loro Creatore, di Davide Rondoni
Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Davide Rondoni, pubblicato l’1/12/2025 sul sito di Comunione e Liberazione (https://www.clonline.org/it/attualita/articoli/cantico-san-francesco-tracce). I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Francesco d’Assisi e I luoghi della storia della chiesa.
Il Centro culturale Gli scritti (13/8/2026)

Giotto, Predica agli uccelli, Basilica superiore di San Francesco, Assisi
N.B. de Gli scritti In un intervento pubblico Rondoni sottolineava come un dato interessante – ed in effetti lo è – che nel Cantico delle creature Francesco non faccia alcun diretto riferimento agli animali, né tanto meno a uccellini, cani e gatti!
Il “Cantico” che non smette di cantare. L’opera più famosa di san Francesco compie 800 anni. Inno d’amore commosso alle creature. E al loro Creatore, di Davide Rondoni
Da un uomo stremato viene la lode. Quale voce prende voce in un Francesco malato ormai consumato da una vita viandante orante predicante? Quale voce in un corpo che sta diventando terra, polvere, ombra? Una voce che prima di tutto mormora: «Altissimu».
Era un uomo abitato dal senso vertiginoso dell’altezza insondabile del Mistero, un uomo che sente la distanza, la sproporzione tra la vita di un essere umano che è “come il fiore di campo” e il mistero assoluto, altissimo segreto del vivente... Il primo paradosso del Cantico – testo paradossale fino alle più intime fibre e perciò sfuggente a ogni classificazione – sta nell’essere un canto di lode sulle labbra di un uomo che avrebbe avuto mille motivi per alzare un lamento. E invece canta all’«Altissimu» dinanzi a cui si prostrava come un niente, un minore, un piccolino. «Chi sono io, chi sei Tu...». Francesco che Lo amava tanto da belare, ci dicono i testimoni, mentre pronunciava, stupito e commosso, il Suo nome di bimbo incarnato. Lo amava come i trovatori amavano l’amore “lontano”, fuori da ogni possibilità d’esser posseduto. L’Alterità assoluta.
Triste e gioioso me ne partirò,
dopo averlo visto, l’amore lontano...
(Jouffré Rudel)
Quest’uomo “triste e contento” (ecco il paradosso dell’innamorato e del cristiano) alza una lode. E la alza al creato segno di Lui, non alla Natura come entità perfetta. Ne abbiamo parlato in un libro a quattro mani io e il monaco Guidalberto Bormolini dove si trova il nostro commento (Vivere il Cantico delle creature, Edizioni Messaggero Padova).
Lode e poesia sono da sempre legate contro ogni antico e sempre nuovo spiritualismo che vorrebbe separare il nome di Dio dalla Sua creazione, dal limite materiale del mondo, o che cerca una maternità non trascendente nella Natura. Lo spiritualismo che elimina il Mistero e la sua imminenza mentre mormora “cose” spirituali. Quelli che non amano niente, ricordava il poeta Péguy, e perciò pensano di amare Dio.
Invece il Cantico che si apre con «Altissimu» termina con «umilitade» e nel suo corpo vengono ricordate con amabilità e stupore tutte le cose in scena nell’universo. Amabili non perché mie, o buone in sé, ma in quanto create. Anche a lei, la sempre Offesa, la sempre detestata, la sempre temuta, Francesco dice “sorella”, sorella morte. Chi mai l’aveva chiamata così? Il mondo è segno del Mistero, la Resurrezione ne rivela la vera prospettiva di conoscenza. La lode perché c’è.
Francesco è Alter Christus, novello Orfeo che risveglia il creato come organismo unitario alla sua natura di segno, strano uomo venuto da una madre francese nutrita dalle linfe dei canti trovatori, a loro volta nutrite dalle linfe di poesia araba e dal monachesimo celtico. Uomo ponte tra Occidente e Oriente, parola con cui lo indica non a caso Dante. Ponte monastico – cioè segno di uomo legato a Dio. Senza l’uomo di Dio, il monaco, presente nelle tradizioni orientali e passato nel cristianesimo in questa terra di incontro tra Occidente e Oriente chiamata Italia, chiamata Europa, il mondo diviene solo terra del consumo e del successo come religione.
Francesco fu dunque interprete della vocazione d’Italia e della terra di mezzo che è il Mediterraneo e forse, con molti forse, potrebbe esser ancora l’Europa.
La fanciullezza del giullare e del poeta che vena tutta la sua vita trova nel Cantico una suprema drammatica testimonianza e una delicatissima forma di prosa ritmico poetica, segno di amore per la scrittura. Ottiene un’esattezza di aggettivazione – ad esempio per l’acqua «utile e umile e preziosa e casta», o per le stelle «formate clarite e belle» – che è segno di una mens poetica non solo di una abilità.
Perché il parlar poetico è quello che insegue e mette a fuoco il suo oggetto, con aggettivi tesi, precisi e nuovi, con metafore e visioni, non che “lo spiega”. È il parlare di coloro che ti insegnano e persuadono perché ti trascinano nel loro stesso inseguimento. Inseguendo la verità la mostrano. Ne discorrevo con don Giussani a proposito del suo modo di parlare “poetico”.
Quelle parole di Francesco sono una conquista compiuta dal suo inseguimento di Cristo, mordendo la pietra dell’obbedienza e del sacrificio e trovando la perfetta letizia (cioè la fertilità) nel gorgo delle contrarietà.
Letizia, come letame, deriva dal laetus latino: lieta è la terra concimata. E quel concime per Francesco è il suo Gesù. Si fa concime con lui e con il “cum” tra creature e Creatore salva il cristianesimo (come san Benedetto e più tardi don Giussani come tanti santi) dal divenire devozione a un Dio “Altissimu” ma distante dal mondo. Fuoco, terra, vento, acqua, secondo una lettura degli elementi primordiali che sono in ogni cosmogonia e in ogni lettura mistica dell’interiorità umana, sono i cardini dell’organismo vita dell’universo, di cui l’uomo è parte e coscienza. Perché coscienza dell’esser creatura.
Questo ragazzo che voleva esser principe e si mise al servizio del vero Re canticchiava in francese, danzava predicando, fingeva di suonare strumenti immaginari. E scriveva lettere piene di affetto ai suoi frati, ai suoi “bro’” si direbbe oggi. Se incontrava Chiara, che si considerava sua “pianticella”, sfolgorava di fuoco d’amore.
L’uomo che fu quel ragazzo, vedendo avanzare le tenebre, perdendo la vista, perdendo le forze, decide di lasciare ai suoi non solo regola e testamento. Ma una poesia, un testo di prosa poetica ritmica e cantabile. Cantatelo sempre, dice ai suoi. Se uno regala una poesia alla tua memoria e al tuo cuore significa che li considera stimabili di trattare con l’infinito e l’abisso. È un gesto supremo di amicizia. Poveramente, riccamente.
La povertà di Francesco non era la miseria (se lo fosse, avrebbe ragione chi sbeffeggia il Papa o l’alto clero che parla e straparla di poveri e abita nei luoghi più belli e sontuosi del mondo). La povertà è invece un certo sguardo a tutto, persino alla morte, come “non proprietà”, come “segno”. Così erano guardate le donne amate dai poeti provenzali e poi dallo Stil Novo e poi da Dante. Amata non perché mia. Era lo sguardo inimmaginabile di Cristo? La gentilezza dei cuori si dimostra conoscendo la differenza tra amore e possesso. In quei poeti andava in scena la povertà che Francesco sposa e compie nel suo amore, senza possesso, al mondo intero.
Non a caso la qualità che Francesco sorprende nell’essere umano, e per cui loda l’«Altissimu», è la sua capacità di perdonare, ovvero di segnare con un atto libero (come libera è la poesia) le relazioni umane, personali e civili, uscendo da leggi necessarie di natura, da sequenze di risposta al male col male che oggi addolorano il mondo e la vita di tanti.
Perché solo l’essere umano libero e legato al Mistero può essere un creatore di rinnovata relazione. L’essere che sa di essere un mistero e di non essere una pur amabile creatura come un carciofo o un algoritmo. L’essere libero soltanto può essere soggetto di vera attenzione integrale e non ideologica e amante alla vita e a quel che chiamiamo “natura”. La chiamiamo così pensando di sapere cosa diciamo mentre, come sanno i grandi poeti da Lucrezio a Leopardi a Luzi, stiamo indicando con tale nome, che viene da “nascita”, il primo nome del mistero.



