Antigone, Creonte ed Edipo. Marta Cartabia e Luciano Violante presentano l’attualità della tragedia greca al Meeting di Rimini
Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione di alcuni passaggi dell’incontro diretto da Massimo Bernardini, con la presenza di Marta Cartabia e Luciano Violante al Meeting di Rimini 2019, il 18/10/2019 (la trascrizione originale e completa è al link https://www.meetingrimini.org/eventi-totale/antigone-creonte-ed-edipo/ ). I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni I classici greci e latini e Politica e giustizia. Cfr. in particolare Una parola di giustizia. Le Eumenidi dalla maledizione al logos, di Marta Cartabia.
Il Centro culturale Gli scritti (3/6/2026)

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MARTA CARTABIA:
Grazie a tutti di essere qui a riflettere insieme su questi testi che sono davvero inesauribili. Vorrei iniziare rassicurando il nostro moderatore, perché lui non è un esperto di diritto, ma lo stato d’animo con cui noi ci siamo messi a scrivere questo libro e a parlarne in varie occasioni durante quest’anno, è esattamente il suo stesso, perché noi non siamo esperti di civiltà, cultura, letteratura greca, siano dei giuristi, quindi che si occupano d’altro. E abbiamo fatto questa operazione anche davanti a tanti esperti, alcuni sono anche qui in sala, che ci seguono fedelmente, ci hanno ascoltato in diverse circostanze e avrebbero sicuramente tante cose da dire. Perché è legittimo, o comunque è interessante se non legittimo, che ciascuno di noi dalla propria posizione, non da esperto della materia, torni a questi classici? Perché così tante opere, tu ne hai nominate moltissime, abbiamo visto alcuni spezzoni datati qualche decennio fa, ma in continuazione, nascono intorno a queste sorgenti inesauribili delle riflessioni sull’uomo e sulla società umana?
Perché davvero non sono molti i testi che non patiscono i segni del tempo, sono pochi i testi evergreen, questi lo sono sicuramente. Io mi sono molto interrogata su questo punto e non ho potuto non pensare a un passaggio che sicuramente è famigliare a molti di voi, a un passaggio di don Giussani in uno dei suoi testi fondamentali, Il senso religioso, in cui, se non sbaglio nel capitolo sulla Moralità, parla della necessità di aggiustare la vista e la distanza per comprendere l’oggetto che abbiamo davanti. Non so se vi ricordate quando parla della posizione positivista, di qualcuno che soffre un po’ di miopia e per apprezzare un quadro fa l’errore di andare vicino al quadro e comincia a dire: «Uh, che macchia!» e soltanto quando fa un passo indietro, si pone ad una distanza conveniente, che gli si apre l’immagine, comprende il senso di quelle cose che nell’immediato, nel momento troppo ravvicinato sono insignificanti, incomprensibili e brutte.
Allora, perché è stato per noi così importante e così interessante misurarci con le domande che noi abbiamo come giuristi, studiosi e operatori del mondo giuridico con le nostre domande di fronte a questi testi? Perché questi testi hanno dentro di sé quella che è stata definita la “distanza tragica”, cioè quella capacità di parlare delle cose umane, spogliandole dagli aspetti contingenti che offuscano il quadro, confondono, sembrano macchie, per permettere di far emergere quel tessuto che – parole non mie – ha una energia di reiterazione, cioè di continuare a raccontare storie diverse, in momenti diversi, offrendo delle chiavi di lettura anche del nostro tempo, senza parlare dell’oggi. Io non vorrei fare dei banali parallelismi tra chi è Edipo oggi, chi è Antigone domani, chi è Creonte, eccetera, ma al contrario, tenere dentro le nostre domande, con tutta la drammaticità del nostro tempo e la specificità del nostro tempo e introdurle, rivolgerle a questi testi che hanno quella distanza che ci permette di vedere con maggiore precisione i contorni di un’immagine che altrimenti ci sfuggirebbe. Questa è la prima ragione dell’interesse che ha suscitato in noi questo lavoro.
La seconda ragione, anche qui attingendo a qualche altra sorgente di don Giussani, molto spesso lui ha detto: “Quando c’è un problema, è bene non partire tanto dalla ricerca della soluzione specifica al problema, ma riflettere sul soggetto”; questo è l’altro elemento potentissimo di queste tragedie, che riporta tutte le domande, anche le domande politiche del momento, perché la tragedia era rappresentata in pubblico proprio per parlare anche delle questioni di quel momento specifico – si legge in filigrana tutta la drammaticità delle guerre, dei vari tiranni, dei vari cambiamenti politici che c’erano in quel momento lì – facendolo però da riflessioni che toccano sempre la profondità della struttura umana, dell’io, delle sue domande, del suo essere in relazione con gli altri.
Queste due ragioni, la “distanza tragica” e il riporre al centro l’uomo con le sue domande, le sue debolezze, le sue tentazioni, le sue ambizioni, sono la ragione per cui due testi così possono continuare a dare origine a nuove rappresentazioni e a nuove immagini.
Detto questo come doverosa premessa, due parole di introduzione su Edipo, un riassuntino; ne abbiamo già visto un pezzo ma entra già nel mezzo della vicenda, quindi è bene ricostruire la trama. In realtà l’apertura della tragedia è una situazione in cui Edipo è re di Tebe, Tebe è in un momento di grave crisi, come spesso è rappresentata la città di Tebe – non è Atene -, la città nel momento in cui si spegne, in cui entra in crisi, in cui c’è una depressione, in questo momento c’è una peste che la attanaglia e i cittadini si rivolgono al loro re perché li liberi dalla peste. È un re grande, è un re stimato, amato dal popolo, che gode della fiducia del popolo e il popolo gli si rivolge perché già una volta Edipo aveva liberato la città dalla sfinge, che non permetteva di fiorire a questa vita pubblica e lui unico, sapiente, acuto (il tema della conoscenza – lo vedrete – è dominante), risolve l’enigma della sfinge e per questo viene fatto re di Tebe. Forte di questa grandezza, sapienza, un re valoroso, un eroe, si accinge a cercare di risolvere il problema che gli viene posto dal popolo: «Liberaci dalla peste». Cosa fa Edipo? Manda un messaggero dall’oracolo e gli chiede come deve fare a risolvere questo problema e l’oracolo gli dice che deve trovare l’assassino di Laio, il re che stava seduto su quel trono prima di lui. L’assassinio di Laio: cosa era successo? Come mai è stato possibile che per tanti anni nessuno si sia mai dato pena di capire chi aveva ucciso il re? Fatto strano, no? E allora la tragedia si apre come un’inchiesta, è un’indagine giudiziaria, di polizia – se volete – in cui Edipo, come vedete, l’avete visto quando interroga Tiresia, cerca di ottenere tutti i frammenti di conoscenza che può avere da tutti i testimoni, cerca di ricostruire i fatti, fa parlare Giocasta, sua moglie, che aveva capito ben prima di lui. Piano piano c’è questa indagine che lo porta a ricostruire e a far emergere la verità dei fatti. Una verità tragica, perché è una verità in cui il re, inquisitore, pubblico ministero, giudice, legislatore che fa l’editto, scoprirà anche di essere l’unico vero responsabile, l’imputato, l’accusato, il colpevole del processo che egli stesso sta celebrando. Tutti gli indizi piano piano portano a lui, e cosa era successo? Come mai lui aveva ucciso Laio senza saperlo? Tanto che mette in scena tutta questa indagine che lo porta ad accusare se stesso, si accecherà, si condannerà all’esilio, una pena durissima. Era successo che Edipo non era cresciuto a Tebe, era cresciuto alla corte di Corinto, dove regnavano Polibo e Merope, lo avevano cresciuto e lì durante un banchetto ad un certo momento un ubriaco lo accusa di essere un bastardo, un’offesa gravissima, «non sei figlio dei tuoi genitori» e allora di nuovo va a interpellare l’oracolo e gli chiede: «Chi sono i miei genitori?» e l’oracolo risponde: «Ucciderai tuo padre e sposerai tua madre». Di fronte a una predizione così infausta, così tremenda, il più grave dei delitti che si possano immaginare, Edipo scappa perché non vuole commettere quel duplice misfatto, fugge da Corinto con un impeto che lo porterà verso Tebe. Sulla strada verso Tebe, a un quadrivio, incontrerà un piccolo convoglio con cui c’è un alterco per vedere chi deve passare per primo, Edipo preso dalla furia, immaginiamolo anche nel suo stato d’animo impetuoso, agitato, fuori controllo, ha una colluttazione con questo piccolo convoglio e uccide un uomo. Dopodiché prosegue verso Tebe, ma non si sognava, non poteva immaginare che fosse suo padre quell’uomo che aveva ucciso al quadrivio. Così arriva a Tebe, risolve l’enigma della sfinge, il popolo lo acclama re e come gesto di riconoscenza per aver liberato la citta dalla sfinge lo dà in sposa proprio a Giocasta e così quella predizione dalla quale egli uomo retto che voleva il bene, saggio, grande, valoroso, coraggioso, non ha esitazione a scappare dalla sua città, a infliggersi una sorte di esilio per non commettere quei due misfatti, va proprio incontro al suo destino.
Ora, se posso concludere il riassuntino con uno spunto, perché poi altrimenti occupo tutto il tempo che invece deve essere doverosamente lasciato a Luciano e all’altra tragedia che abbiamo esaminato, uno spunto tra i tanti, tra i tantissimi che questa tragedia può suggerire, quello che più mi ha interrogato, è una riflessione, uno spunto, una domanda, sulle possibili origini dell’ingiustizia e del male. Perché Edipo non è il malfattore comune che noi abbiamo in mente, l’assassinio di suo padre e il matrimonio con sua madre non sono né una casualità – a volte siamo feriti da un’ingiustizia della vita, o almeno la percepiamo come tale: una grave malattia, un incidente, una disgrazia, un improvviso rivolgimento della sorte che ci abbatte, qualcosa che va in un modo diverso da come noi lo pensiamo, la fatalità – ma non è nemmeno la classica figura del malvagio come l’abbiamo visto rappresentare mille volte in mille film, in mille fiabe, il buono e il cattivo, quello che ha dentro di sé una immoralità tale da essere spregiudicato a voler ottenere a qualunque costo un obiettivo. Edipo non è questo, né vuole uccidere suo padre e sposare sua madre ma non lo fa neanche come strumento per ottenere il regno di Tebe, non c’è questo tipo di malvagità, non è il politico re, che per ottenere quello che vuole davvero diventa insensibile ad ogni prezzo che fa pagare a chi trova sul suo cammino. Edipo è un’altra cosa, è indiscutibilmente all’origine del male di Tebe, è lui la causa di quella peste che sta letteralmente decimando la città, ma lo è senza una cattiva intenzione. Lo è per puro caso? Non è nemmeno del tutto così.
C’è un punto su cui bisognerebbe riprendere il testo, ma lo affido alle vostre letture perché andremmo troppo per le lunghe, che è quello del dialogo che avviene davanti all’oracolo, quando egli reagisce all’insulto dell’ubriacone che gli dice: «Tu non sei figlio di tuo padre e di tua madre, sei un bastardo». Edipo interroga l’oracolo e la domanda è: «Chi sono i miei genitori?». La risposta è: «Ucciderai tuo padre e sposerai tua madre». Quando Edipo fugge di fronte all’orrore di quello che gli viene pronosticato, gli manca un’informazione decisiva, non ha una risposta alla domanda che aveva posto. Lui scappa dal male ma non sa chi sono i suoi genitori, perché l’oracolo non ha risposto su questo punto.
MASSIMO BERNARDINI:
Per questo tu dici che è la tragedia di un difetto di conoscenza, nel libro?
MARTA CARTABIA:
C’è sicuramente anche questo aspetto, gli manca questo elemento della conoscenza e io ho trovato illuminante, qui parlo sotto il controllo di tutti gli esperti della lingua e della cultura greca, una distinzione concettuale che viene fatta nella civiltà greca tra “atichema” che è l’ingiustizia del malvagio e abbiamo detto che Edipo non è questo, tra la pura fatalità, “atichema” e “amartema”, cioè quella fallibilità dell’essere umano che sfugge ad Edipo: lui vuole compiere il bene, ma non tiene conto che nella sua struttura umana – il difetto di conoscenza riguarda le sue origini, cioè qualcosa di costitutivo di se stesso -, la conoscenza che gli manca è la conoscenza della sua condizione umana che comprende una possibile fallibilità. Allora l’impeto al bene, l’impeto a compiere il giusto, a evitare il male che non tenga conto di questa fallibilità, che alla fine è un peccato di hybris, rischia di tramutare una mossa verso la giustizia nel suo opposto. Permettimi di leggere tre righe di Romano Guardini che, commentando il capitolo sulla giustizia inizia, così: “Ora dobbiamo parlare della giustizia, la parola ha un suono elevato ma anche tragico. Belle passioni si sono accese per lei e grandi generosità sono state praticate a suo riguardo, ma quante iniquità, di quanta iniquità essa si circonda, quante rovine e quanto dolore. Tutta la storia dell’umanità potrebbe essere raccontata sotto il titolo ‘lotta per la giustizia’”. È impressionante, la mossa verso la giustizia, che è una virtù cardinale, quindi indubbiamente ha un valore indiscutibile, mette in moto l’energia e dell’uomo e della società, ma se non viene attuata nella consapevolezza del dato del limite della fallibilità dell’essere umano che la vuole praticare, non solo non raggiunge il suo obiettivo, ma, peggio, si tramuta nel suo contrario.
MASSIMO BERNARDINI:
Quindi, per questo, a un certo punto, evochi, fai quasi una lode della giustizia imperfetta, della prudenza?
MARTA CARTABIA:
Sì, un altro aspetto che mi ha sempre colpito, ne avevo già accennato una volta in un’altra sala di questo stesso Meeting, è che gli studi che preparano il giurista, cioè chi per professione dovrebbe praticare la giustizia, nella tradizione italiana, hanno dentro la virtù della prudenza, che è un’altra virtù cardinale, ma non è quella della giustizia. La prudenza, andando a scavare, non è la virtù di chi non ha coraggio, di chi non ha ardito, di chi non è deciso, la prudenza ha come caratteristica quella della pluralità degli sguardi. Tiresia è cieco e a un certo punto accusa Edipo: «Tu guardi ma non vedi»: c’è tutto questo gioco degli sguardi che è lo stesso gioco che vediamo nell’immagine, nell’iconografia della prudenza. La prudenza: una delle immagini che a me piace di più è quella che c’è sull’Arca di Sant’Agostino in San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, in cui si vede un uomo saggio che guarda al passato, un uomo a tre teste: un uomo più anziano che guarda al passato, un uomo maturo che guarda davanti a sé e un uomo giovane che guarda al futuro. Prudenza, come dire: non basta lo sguardo di uno, occorre l’intrecciarsi degli sguardi, perché anche l’uomo più virtuoso, più saggio, più acuto, più intelligente, più dedito, più generoso, come è Edipo, ha dentro di sé il seme del suo limite che non può da solo compensare. La consapevolezza di questa umiltà ultima mi fa dire: lodiamo l’imperfezione, non andiamo oltre e, con le parole del Qoelet, “non voler essere troppo giusto”. Non perché uno non voglia avere il coraggio di andare fino in fondo, ma per la consapevolezza del proprio limite e della propria fallibilità.
MASSIMO BERNARDINI:
Grazie. Allora io vado dal professor Violante e non so se vuole integrare o aggiungere su questo terreno, però, veniamo all’Antigone, io ho voluto scegliere quel trailer perché quel trailer nella sua rozzezza – oltre alla sintesi delle immagini di quel film del ’69, così intriso dello spirito del tempo – “sdoganizza” in qualche modo la lettura di Antigone. Nella nostra società oggi evochiamo Antigone continuamente. Quanti protagonisti di vicende controverse diventano automaticamente Antigone! Nella tua lettura di Antigone in realtà ribalti questo, cioè è abbastanza provocatoria la lettura che dai…
LUCIANO VIOLANTE:
Come ha detto Marta, questo libro nasce non da due esperti di letteratura greca, ma da due giuristi che sono stati chiamati tre anni fa da Il Mulino, a Bologna, a tenere separatamente uno dall’altro una conversazione sull’Edipo che ha fatto Marta e una sull’Antigone che ho fatto io. Evidentemente le conversazioni non sono andate troppo male, ci hanno chiesto di mettere per iscritto questo testo: l’abbiamo fatto con molta prudenza, perché bisogna evitare di entrare in terreni non particolarmente conosciuti, abbiamo lavorato per un po’ di tempo insieme ed è venuto fuori questo libro. Antigone si colloca un po’ dopo Edipo, perché Edipo è andato via da Tebe e chi governa Tebe? Governano i due figli, che sono Eteocle e Polinice. Siccome sono due ma il trono è uno, decidono di fare a turno, un anno per volta, nel senso che Eteocle che è il maggiore governerà per un anno e poi dopo governerà Polinice. Ma quando scade l’anno, come è accaduto anche nella recente storia repubblicana, chi governa dice «no, io voglio continuare». Polinice dice «ma scusa, spetta a me», l’altro dice: «No, voglio governare e basta!». Polinice va via da Tebe, arma un esercito con i maggiori eroi dell’antichità e muove contro Tebe, contro la sua città. I due eserciti si scontrano, si scontrano i due fratelli che muoiono entrambi. A quel punto l’unico uomo di famiglia che è rimasto è Creonte, il quale assume i poteri di sovrano ed emana un editto. E qui la vicenda somiglia a quella che ha trattato Marta: anche qui c’è un editto, perché Edipo fa un editto in cui dice: «Sia negato il fuoco e l’acqua all’assassino o sia accecato». Anche qui c’è un editto: «Che nessun onore sia reso a Polinice, il suo corpo venga abbandonato, tutti gli eroi e tutti gli onori vengano resi a Eteocle», che è quello che ha difeso la città. Ma la sorella di Eteocle e Polinice, che è Antigone, decide di rendere gli onori funebri violando l’editto. È scoperta e c’è questa contesa tra i due. Ecco, il mito, quello che ha rappresentato il film “I Cannibali”, ma tutto il mito che parte da Hegel e Goethe, che esplode con il romanticismo e riprende forza dopo la seconda guerra mondiale, è il mito del sovrano: il potere cattivo, il Governo cattivo da un lato e dall’altro l’oppositrice giovane, ardita, che pone una questione di coscienza. E tutte le versioni di Antigone ruotano attorno a questo meccanismo. Questo è il mito. La tragedia è un po’ diversa, perché nella tragedia, come è stato ricordato prima, la tragedia greca aveva la funzione di mettere in campo i problemi e come dice Aristotele, chi assisteva alla tragedia aveva una catarsi, essendo una rappresentazione collettiva c’era una interpretazione collettiva della tragedia e le figure – tenete presente che questa tragedia viene rappresentata attorno al 450 a.C., è il tempo del passaggio dalla famiglia alla polis, della modernizzazione, si passa dai principi della famiglia in cui governa la donna, ai principi della città in cui governa l’uomo – e quindi la tragedia pone questo passaggio. Il moderno è Creonte, che pone la legge della città, il non moderno è Antigone che pone la legge della famiglia. Non per nulla Antigone chiede l’intervento degli dèi dell’Ade, mentre Creonte non ha dèi, non ha altri dèi e comunque lui è un laico, dice: «C’è un editto, c’è una legge, va rispettata». Ecco, nella lettura che io ho dato, mi sembra utile rimettere mano al problema del Governo: qual è il problema che ha Creonte? Lui non può, violando il suo editto, favorire sua nipote, chi lo crederebbe? Per cui non può… deve condannare Antigone, questa è la legge. Il fatto qual è? Che nella contrapposizione tra Antigone e Creonte ciascuno rimane prigioniero dei suoi principi e nessuno riesce a trovare un punto di equilibrio, un punto di cedimento, di negoziazione, di compromesso, diremmo oggi. C’è una bellissima pagina di Ratzinger che dice: “Il compromesso è l’anima della politica, perché la negoziazione è l’anima della relazione politica”. Ecco lì nessuno dei due negozia e scoppia la tragedia. C’è un passaggio nell’Antigone, – che Goethe sperava fosse un’interpolazione, ma non lo è -, qual è questo passaggio? Antigone a un certo punto della tragedia, rivolgendosi al cadavere del fratello Polinice, dice: «Se io avessi un altro fratello non ti renderei questo onore, perché potrei renderlo a un altro fratello, se avessi un marito, non ti renderei questo onore, ma io non mi voglio sposare, se avessi un figlio, ma io non voglio sposarmi e non voglio avere figli, quindi tu sei l’unico». Nella tragedia la figura di Antigone non è l’eroina di cui ci racconta il mito, è il soggetto che ha i suoi dubbi, le sue perplessità come gli esseri umani, tanto che Goethe sperava fosse un’interpolazione, perché questo sminuiva la immagine di eroica fanciulla con cui aveva commentato questa Antigone.
Allora il problema è questo, che il decisore politico a volte deve affrontare problemi difficili e quando si mette in atto un conflitto, bisogna mettere in atto conflitti che si sanno regolare e chiudere e Creonte mette in atto un conflitto che non è capace di chiudere. Antigone arma un conflitto che non è capace di chiudere, sono due testardaggini che si scontrano e un principio della politica è “mai aprire conflitti che non si è capaci di chiudere”. Credo che anche la recente vicenda italiana ce lo spieghi. Tu apri un conflitto quando sei capace di definirlo, se non sei capace di definirlo, stai attento, perché rischi di essere vittima del conflitto che hai aperto. La lettura che a me è sembrata di dare della vicenda è questa: io credo che tutti dovremmo riflettere con più attenzione sulle difficoltà del Governo, anche sullo stare attenti al popolo, perché nella vicenda c’è un aspetto abbastanza interessante: il popolo all’inizio è d’accordo con Creonte, poi man mano che passa il tempo cambia opinione e alla fine Creonte è solo, una decisione in genere si prende in solitudine, qualunque tipo di decisione, chi è responsabile la prende in solitudine. Quindi perché la tragedia o perché in Edipo c’è la tragedia? Perché nella tragedia greca c’è la tragicità della vita. Quando non c’è la tragedia? Quando interviene un Dio. Ci siamo anche occupati di due altre tragedie, in questo equivoco in cui sono incorsi i nostri amici di considerarci esperti di tragedie. Marta ha fatto una bellissima lezione sulle Eumenidi di Eschilo, io ne ho fatta una meno bella su Oreste di Euripide, in entrambi i casi interviene il Dio, non c’è la tragedia, perché nelle Eumenidi Atena risolve. Oreste è quello che scappa inseguito dalle Erinni perché ha ucciso la madre, poi ad un certo punto c’è il tribunale e quella tragedia segna il passaggio dalla vendetta alla giustizia. Nell’Oreste, Oreste vuole fare fuoco e fiamme, uccidere e bruciare la casa, perché ritiene che Menelao lo abbia tradito, ma interviene Apollo che sistema le cose. Quando interviene un Dio, le cose si aggiustano, ma gli uomini non sono in grado di affrontare i temi. Io credo che qui ci sia un insegnamento attuale.
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MARTA CARTABIA:
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La tragedia che ha citato poco fa Luciano, quella della Eumenidi, è secondo me emblematica di questo: la vicenda lì parte mostrando il veleno che si sparge di fronte alla catena del male, lì è una serie di altri fatti di sangue che avvengono nella famiglia che sembrano non potersi fermare mai: il padre Agamennone che uccide la figlia per ottenere le navi per andare a Troia, la moglie che lo aspetta, lo uccide, poi Oreste, il figlio che torna, è una catena di male, di veleno che non fa altro che seminare e perpetrare il male. Come dice Calamandrei: “L’ingiustizia avvelena anche in dosi omeopatiche”. Ed è così, è proprio un sentimento di veleno che sentiamo, dentro al quale normalmente si reagisce con un sentimento vendicativo. Questo è di tutte le epoche, la nostra come quella di 2500 anni fa, tant’è che le Erinni sono proprio lì a far vedere questa catena del male che continua a perpetrarsi. Ma proprio quella tragedia, che finisce con l’istituzione del primo tribunale, con Atena che istituisce il tribunale per rompere questa catena del male, con la forza dell’argomentazione, della persuasione che vince sull’istinto vendicativo eccetera, come si conclude? Quando è finito il processo a Oreste, che, nota bene, è colpevole ma viene assolto con il voto decisivo di Atena, è colpevole nel senso che ha ucciso veramente la madre, ma viene assolto, il primo processo finisce con una assoluzione a voti pari. Il lavoro non è finito. Atena, che ha istituito il tribunale per sconfiggere questa idea della vendetta, della giustizia come vendetta, va dalle Erinni (queste erano furiose perché erano l’accusa di Oreste e avevano perso il processo, quindi già erano delle dee immonde, sanguinarie e vendicative, per giunta, umiliate dopo il processo, erano pronte a scatenare l’inferno sulla città), e con un dialogo che è potentissimo, le persuade gradualmente a entrare a far parte della città e le trasforma da dee della vendetta in “Eumenidi”, cioè qualcosa che porta qualcosa di buono, cioè un’insistenza, un dialogo che sarebbe tutto da riprendere in un’altra conversazione. Perché richiamo questo? Primo, perché si vede come una vicenda famigliare come quella degli Atridi, dove ci sono fatti di sangue dentro la famiglia, di fatto distruggono la città, esattamente come il male commesso da Edipo, – che, se volete, è un male privato, brutto ma privato, ha ucciso il padre e sposato la madre – di fatto fa ricadere le sue conseguenze su tutti. Ma soprattutto la fine: Atena ritiene compiuto il suo lavoro non quando ha concluso il processo, ma quando ha trovato il modo di trasformare la vendetta in qualcosa di buono, cioè dare un posto in città a queste dee antiche della vendetta. A me, tra le tante suggestioni, ne suggerisce una: che anche quando una parte è perdente, viene inclusa ed è lì che nasce il buon Governo. Quante volte ho pensato al buon Governo che ci ha spiegato così magistralmente proprio in queste sale Mariella Carlotti, con una delle sue mostre memorabili. C’è la giustizia, nel buon Governo: quando la giustizia ha le bilance rotte ed è una donna tutta sbrindellata, lì è il sintomo del cattivo Governo; il buon Governo sempre poggia su una giustizia che funziona, equilibrata, una donna bella. C’è un lato sempre pubblico di ogni vicenda conflittuale, piccola o grande che sia, ed è da lì che dipende il bene o lo sfiorire di una città.
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Trascrizione non rivista dai relatori



