Saggio sull’«Eneide», di Jorge Mario Bergoglio e Un corpo a corpo con il testo virgiliano, di Andrea Monda

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /05 /2026 - 00:00 am | Permalink | Homepage
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1/ Un corpo a corpo con il testo virgiliano, di Andrea Monda

Riprendiamo sul nostro sito, da L’Osservatore Romano del 21/4/2026, un articolo di Andrea Monda che racconta dell’origine del testo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione I classici greci e latini.

Il Centro culturale Gli scritti (24/5/2026)

Papa Francesco amava la poesia. Spesso ne parlava, pubblicamente nei suoi discorsi, privatamente nelle sue conversazioni. Tra i poeti da lui preferiti c’era senz’altro Virgilio che preferiva a Omero, proprio come il suo connazionale e amico Jorge Luis Borges e ogni volta che si trattava di Virgilio, finiva per declamare il verso finale del II canto dell’Eneide: «...cessi et sublato montes genitore petivi».

È uno dei momenti più drammatici del poema, quando Enea si rende conto che le porte della speranza sono ormai chiuse dietro di sé e allora «mi rassegnai e, avendo caricato mio padre sulle spalle mi diressi verso i monti». Papa Francesco recitava emozionato e così mi faceva “vedere” quella scena.

Poi un bel giorno l’andai a trovare per lavoro e mi diede questo testo, scritto a macchina, dedicato a Virgilio. Non capii subito che era un dono e gli chiesi se voleva che lo pubblicassi su «L’Osservatore Romano» ma si schermì dicendo «è solo uno scherzo giovanile, che ho scritto tanto tempo fa» e spiegando che da giovane era fortemente incuriosito della tesi molto diffusa del Virgilio poeta e profeta “pre-cristiano”; dalla curiosità e dalla passione era nato questo testo di un grande amante del poeta mantovano. Il suo era un “corpo a corpo” con il testo virgiliano.

Finita la spiegazione mi fece capire che voleva che lo tenessi io. Quel gesto mi commosse e ancora lo fa ogni volta che ci penso ma qualche tempo fa, mentre si stava avvicinando la data del primo anniversario della sua morte, ho fatto caso che il 21 aprile è anche il giorno natale di Roma, la città “fondata” da Enea.

La coincidenza mi ha spinto a disobbedirgli ma sono convinto che sarà contento, così come lo saranno i lettori del “giornale di partito” che conosceranno così un altro aspetto dell’uomo che è stato Papa Francesco.

2/ Saggio sull’«Eneide», di Jorge Mario Bergoglio

Riprendiamo sul nostro sito, da L’Osservatore Romano del 21/4/2026, il testo di Jorge Mario Bergoglio di cui si è appena raccontata l’origine. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione I classici greci e latini.

Il Centro culturale Gli scritti (24/5/2026)

Prologo

Questo lavoro è uno sguardo... uno sguardo sulla storia, uno sguardo che interroga sul mistero del dialogo tra Dio e gli uomini. Non si tratta di una risposta a certi problemi sollevati in precedenza, ma è piuttosto la descrizione di un problema sorto da una risposta: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Tutto lo svolgersi della nostra vita è un cammino verso la «venuta del Signore». La monotonia del nostro pellegrinaggio si rinnova continuamente con la speranza della «rivelazione del Signore». Aspiriamo al Regno, al Regno di Giustizia, di Amore e di Pace. Il Regno è la vocazione dell’uomo. La serbiamo nel nostro cuore impressa con il fuoco dell’afflato divino. L’intera storia è un cammino verso il Regno.

Queste “meditazioni” hanno per oggetto guardare vari aspetti del cammino attraverso un momento storico: un momento che fu pienezza, quando l’avvento divenne realtà; un momento in cui il Regno sembrò instaurarsi, in quanto il corpo di Roma si unì all’anima di Israele.

Ci soffermeremo soprattutto sul corpo di Roma; sull’angoscia per l’instaurazione del Regno che provarono i pagani; e la vedremo come l’affiorare di quella vocazione occulta all’unità propria dei Figli di Dio.

Se ammetteremo che «i secoli sono gli scalini per i passi di Dio», dovremo ammettere che esiste una «pienezza dei tempi», ossia un momento in cui gli uomini saranno preparati a ricevere la manifestazione di Dio. La prima pienezza dei tempi avvenne all’apogeo di Roma e Virgilio fu l’interprete di quella aspettativa universale. Studieremo Roma attraverso questo suo fedele figlio.

Che questa esperienza storica serva a darci un’idea di quella che sarà la «rivelazione del Signore» la cui speranza è il costante nutrimento della nostra vita.

Partii...

Era una notte in cui «il terrore s’insinuava ovunque e persino lo stesso silenzio era raccapricciante». Il fasto di una grande città si era trasformato in ceneri schiacciate dal peso implacabile dei fati. La vita fuggiva con il fumo nero che velava le stelle. In quell’ambiente caotico fluttuava solo un respiro, una vocazione che lottava con l’uomo nel quale doveva incarnarsi: «e la colomba tornò e aveva nel becco un ramoscello d’olivo».

Un uomo, Enea, è chiamato a far sorgere la vita da quelle ceneri, anzi, quelle stesse rovine incenerite erano preannuncio di vita. E sebbene questa scena sia avvenuta lontano, nella regione in cui la storia abbraccia la leggenda, ha le caratteristiche di ogni scelta divina.

Una vocazione grande che deve essere accolta da un uomo che non vuole accettarla. Un sentimento di pudore gli nega di sopravvivere alle ceneri della sua patria: «Unica salvezza ai vinti, non sperare in nessuna salvezza» (Eneide, II, 354). Suicidio per disperazione o supremo atto di coraggio e di amore per la patria? Le due cose si uniscono nella figura di Enea che corre come un pazzo per le vie di Troia. Cerca compagni che lo seguano nella sua assurda concitazione.

«Comincio a incitarli: “O giovani, cuori invano / fortissimi, se avete il fermo desiderio di seguire / me che oso l’estremo, esaminate la condizione / degli eventi: gli dei, sui quali si fondava il nostro impero, / fuggirono tutti, lasciati i sacrari e le are; voi soccorrete / una città incendiata; moriamo, e gettiamoci tra le armi”» (Eneide, II, 347).

Moriamo, l’unica soluzione; non può essercene altra per uno spirito completamente identificato con la sua terra. È l’atteggiamento di Corebo: «E si gettò in mezzo alla schiera, a rischio della morte» (Eneide, II, 408). È l’atteggiamento di Priamo: «Carico d’anni, circonda le spalle tremanti con le armi a lungo desuete, e cinge l’inutile ferro, e muove deciso a morire nel folto dei nemici» (Eneide II, 509).

È l’atteggiamento del vecchio Anchise che «rifiuta di continuare la vita, distrutta Troia, e di patire l’esilio» (Eneide II, 637). Quel vecchio che sa molto bene qual è il suo dovere di fronte alle rovine della sua patria: «Mi procurerò la morte» (Eneide II, 645).

Uomini che non si rassegnano a vederla morire senza gloria e senza averla vendicata con il loro sangue: «Armi, o uomini, / datemi armi; l’ultimo giorno chiama i vinti. / Rendetemi ai Danai; lasciate che torni a rinnovate / battaglie; non tutti oggi morremo invendicati» (Eneide II, 667).

E su quest’uomo c’è una vocazione: «Ahi, fuggi, figlio della dea, dice, e scampa alle fiamme».

Il nemico occupa le mura; Troia precipita dall’alto della rocca. Abbiamo dato abbastanza alla patria e a Priamo: «Se un braccio potesse difendere Pergamo, l’avrebbe difesa / già il mio. Troia ti affida i sacri arredi /e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi / grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare» (Eneide II, 289).

Ma c’è qualcosa che impedisce all’eroe troiano il dono di sé stesso in nome della patria. Lui farà tutto il possibile per cadere, ma gli sarà negato: «Ceneri d’Ilio e tu ultima fiamma dei miei, / vi chiamo a testimoni: nella vostra caduta non evitai / i dardi né i rischi, e se era destino che cadessi, / l’avrei meritato per mano dei Danai» (Eneide II, 431).

I fati gli negavano questa ultima consolazione e gli impedivano la fuga come meta: «Ahi, fuggi, figlio della dea». Doveva fuggire... Come i codardi. Enea si oppone, non può sopportarlo. Tutta la narrazione del secondo libro dell’Eneide consiste nella lotta di Enea con la vocazione voluta dagli dei. È l’Enea che era nato per trionfare o per morire con onore: «Moriamo, e gettiamoci tra le armi» (Eneide Il, 353), ma che non accetterà di abbandonare la patria per salvare la sua vita... la sua vita è la sua Patria; morta questa, non esiste più il diritto di vivere.

Ma Troia non era morta. Proprio allora, dopo quella terribile notte, cominciava la sua vera vita. Troia s’identificava con il chicco di grano. Il destino degli dei riusciva a vedere tra le sue rovine nere e sterili la gloria di un impero futuro: «Di dove la stirpe latina, e i padri albani e le mura dell’alta Roma» (Eneide I, 6). E lui, Enea, era scelto per portare l’anima di Troia nel luogo indicato dagli dei.

«Troia ti affida i sacri arredi / e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi / grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare» (Eneide II, 293).

Doveva partire, fuggire... La sua vocazione era chiara: «Fondare la città, e introdurre nel Lazio i Penati» (Eneide I, 5). Ma si rifiutava di accettare. In uno scatto d’ira, quando suo padre non vuole seguirlo, si getta di nuovo nel fragore del combattimento.

«Sono ricacciato tra le armi e disperato desidero la morte. / Infatti quale disegno o destino si offriva? / Padre, pensasti che potessi partire lasciandoti, / e una tale empietà cadde dal labbro paterno?» (Eneide II, 655).

E rinfaccia a sua madre di averlo salvato. Infine, mosso dai continui segnali degli dei, fugge e, una volta giunto a un tempio non lontano da Troia si rende conto di aver perso la sua sposa. Spinto da una amenza imprudente, si dimentica della sua missione e torna a cercarla esponendosi nuovamente a tutti i pericoli: «Ritorno in città e mi cingo delle fulgide armi. Decido / di riaffrontare tutti gli eventi, di ripercorrere l’intera / Troia e di esporre di nuovo la vita ai pericoli» (Eneide II, 749).

«Osando persino lanciare grida nell’ombra / riempii di clamore le vie e mesto chiamai / invano ripetendo ancora ed ancora Creusa» (Eneide II, 768).

Creusa è morta. Il suo nome lo conferma nella nuova vocazione e scompare tra i frustranti abbracci dello sposo addolorato. Enea si sente triste, preferirebbe lasciarsi andare, morire; ma la vocazione glielo impedisce. Questo quadro finale è contenuto nella bella narrazione degli ultimi dieci versi del libro secondo: «Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni. / E qui trovo con meraviglia che era affluita / una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini, / popolo radunato all’esilio, miserevole turba. / Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze, in qualunque terra volessi condurli per mare. / E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi / dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano le porte, e non v’era speranza di aiuto; mi mossi, / e levato il padre sulle spalle mi diressi verso i monti» (Eneide II, 795).

La bellezza che racchiudono questi versi è indescrivibile. Assomigliano a una filigrana animata da tenerezza, amore, emozione; è l’essenza, se così si può dire, di quello che c’è in un cuore umano che sa amare, dopo la sconfitta.

Enea ha trascorso tutta la notte piangendo la sua amata Creusa; torna al tempio ricolmo di angoscia, stanchezza, non ha voglia di far nulla. Lì scopre che ai suoi compagni si è unita una grande moltitudine di «miserabile turba». Li guarda, pieno di ammirazione.

Capisce che stanno aspettando lui. A mio parere, è il momento culminante del libro. Enea si sente debole, non trova il coraggio. Alza gli occhi al cielo e vede sul monte Ida sorgere la stella del mattino, ma non si decide, pensa a Troia. Volge lo sguardo verso la sfortunata patria di Priamo, e si convince nuovamente che non c’è più alcuna speranza. Allora avviene la trasformazione e l’uomo fa appello a ciò che nella sua anima c’è di più umano: l’eroismo.

Capisce che gli eroi sono quelli che non temono di apparire codardi e cede al volere degli dei. È qui, dunque, nell’ultimo verso del secondo libro, con la parola «mi mossi», che alla volontà di Zeus, deciso a fondare Roma, si unisce l’altra volontà, la volontà cooperante di Enea. Qui, in questo atto di eroismo e di negazione di sé si pone la prima pietra della Madre Roma.

Senza sapere dove andava...

Accettando la sua vocazione Enea si carica sulle spalle non solo il proprio destino, ma anche quello di Roma..., quello del mondo. Ancora non sa con chiarezza qual è il disegno degli dei, ma lo accetta: non appartiene più a sé stesso; è una risposta, un sì che dovrà realizzarsi.

La scena del libro VIII, quando sua madre gli consegna lo scudo su cui è impresso tutto il futuro di Roma, rivela in modo semplice e brillante qual è il suo stato d’animo: «Enea ammira simili cose nello scudo di Vulcano, dono / Della madre, e ignaro degli eventi, pure si diletta della loro immagine, / sollevando sull’omero la gloria e i fati della stirpe» (Eneide VIII, 729).

Non sa, non vede chiaramente, «ignaro degli eventi», ma «si diletta della loro immagine». Comprende solo una cosa e la ripete incessantemente: «Anche noi possiamo cercare regni stranieri» (Eneide IV, 350).

È la forza della vocazione a spingerlo con molta più violenza dell’Euro e del Noto. È sicurezza piena che supera l’incertezza del fine, «incerti dove portino i fati, dove si debba sostare» (Eneide III, 7).

San Paolo dice che: «Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Ebrei 11, 8).

La non certezza matematica del successo è il sì costante dell’eletto, è la sua stessa forza. Lui non sa che cosa succederà; si sente solo eletto, e la sua stessa storia è garanzia piena. Colui che gli ha insegnato ad accettare s’incaricherà del successo dell’impresa. È lo stesso grido con cui san Policarpo di Smirne distrusse le argomentazioni del governatore, quando cercava di intimidirlo con la crudeltà dei tormenti: «Chi mi dà la forza di volerlo [ovvero di sopportare il fuoco] ... mi concederà anche la capacità di farlo».

«Partì senza sapere dove andava»... «Incerti dove portino i fati»: Abramo ed Enea. Due viaggiatori dai molti tratti in comune, due uomini che si lanciarono all’avventura con la certezza degli eletti: l’incertezza.

A motivare in Abramo questo atteggiamento fu la fede: «Per fede Abramo, chiamato da Dio». E in Enea quale fu il motivo? A che cosa pensava Virgilio mentre delineava i tratti del troiano? Il suo amore per la verità gli avrebbe impedito certamente di descriverci un personaggio assurdo, un eroe ridicolo che agiva solo in funzione del “lieto fine” dell’opera. D’altro canto il deus ex machina dell’Eneide si differenzia totalmente da quello dei poemi omerici. Questi ultimi erano personalmente coinvolti nella lotta e aiutavano gli eroi semidei: forti, coraggiosi, invincibili.

Nell’Eneide, invece, gli dei, tutti, contribuiscono a far sì che un uomo debole, pieno sia di coraggio sia di paura, raggiunga una meta già designata. Come si può osservare, l’approccio è diverso, più umano.

Le relazioni degli dei con Enea sono fondate sulla scelta; l’atteggiamento di Enea verso gli dei è la disposizione dell’eletto.

Il pio Enea

È evidente che la fede, nel suo pieno significato, è un dono di Dio ricevuto attraverso il battesimo. Virgilio era un pagano, non possiamo parlare di fede in lui; ma l’atteggiamento con cui delinea Enea ci mostra un passo ulteriore, quasi uno strumento verso la fede, una pienezza pagana, dopo la quale non resta che l’acqua del Battesimo? Questo è un punto che non si può dimostrare, si sente; si vedrà più chiaramente nel corso del testo.

Crudele amore

Ortigia, Naxos, Creta, Caoni... Mete frustranti dove riceve la stessa risposta: qui no. E finalmente Cartagine, la principessa africana che comincia a levarsi leggiadra e maestosa; e lì Didone.

La figura di Didone ha nell’Eneide una funzione molto più grande del mero preannuncio delle guerre puniche. Sarà l’ostacolo più terribile che dovrà superare Enea per raggiungere la sua meta. Il capo troiano è un uomo, colpito dal dolore, «molto per forza di dei travagliato in terra e in mare», un uomo che sente il bisogno di amare, bisogno che non si sazia con la sola speranza di una posterità leggendaria. Inoltre la terra lo chiama. Perché continuare a cercare nel mare un paese che costerà molto sangue conquistare, mentre qui, a Cartagine, con un’alleanza d’amore, potrebbe stabilirsi la Nuova Troia?

Ma queste sono ragioni infondate, giustificazioni di poco conto di un’appassionante realtà: Enea amava Didone, e tatticamente reclamava il suo diritto di amare, quel diritto che non gli apparteneva più perché si era trasformato in un dovere di amore più universale, più sacrificato. Il bene comune, il bene più grande, chiedeva il sacrificio di molti beni personali... Ed Enea doveva fare l’olocausto: negare la sua volontà, negare i suoi diritti per pronunciare un secondo «mi mossi».

A causa dell’amore dei due regnanti Roma sta già morendo tra le rovine di Cartagine che a sua volta inizia a languire. Virgilio contempla la scena, con la maturità che gli ha dato la pienezza dei tempi, comprende che l’amore di Enea non è buono, e dalle sue labbra romane gli sfugge la frase lapidaria: «Crudele amore, a cosa non spingi i cuori umani!» (Eneide IV, 412).

Il poeta sa perfettamente che l’amore umano è grande. Così lo canta con l’infinita tenerezza del dialogo tra Enea e Creusa (Eneide II, 776); quell’amore che si concretizzò in un figlio, suggello eterno dell’unione di due esseri: «E ora addio, serba l’amore di nostro figlio» (Eneide II, 789). Ma l’amore di Didone ed Enea lo chiama «crudele» perché è un amore egoistico che distoglie da opere più grandi. Enea si perpetuerà, non nei figli che gli può dare Didone, ma nella Roma fondata sulla lotta e sul dolore.

Così come Abramo sarà padre di una moltitudine non in Ismaele, ma nell’accettazione del sacrificio di Isacco: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce» (Genesi 22, 16-18).

In Abramo c’era la fede che giustificava un tale atteggiamento: ma in Virgilio? Che cosa gli fa gridare «crudele amore»?

Qui appare nuovamente la maturità pagana: pienezza di umanesimo, mani aperte che attendono solo la grazia.

Navighi...

Come risolve Virgilio il conflitto tra l’amore di Enea e la sua vocazione? Con un deus ex machina, ma sarà un intervento sobrio, solenne, profondo che ci ricorderà la teofania patetica dell’Esodo.

«Va’ o figlio, chiama gli zefiri e discendi a volo, / e parla al capo dardanio che ora si attarda / nella tiria Cartagine, e non bada alle città assegnate / dai fati: porta le mie parole sulle brezze veloci. / Non lo promise così a noi la bellissima madre, / e non per questo lo salvò due volte dalle armi / dei Greci; ma sarebbe stato capace di reggere l’Italia / pregna d’impeti e fremente guerra, di propagare la stirpe / dell’alto sangue di Teucro, di sottomettere il mondo alle leggi. / Se nessuna gloria lo accende di eventi così grandi, / e non vuole affrontare travagli per la propria fama, / perché il padre invidia ad Ascanio le rocche romane? / Che fa, o con quale speranza indugia tra gente nemica, / e non guarda la discendenza ausonia e i campi lavinii? / Navighi: questa la conclusione; questo il nostro messaggio» (Eneide IV, 223).

Così parla Jupiter, e Mercurio corre. Trova Enea che lavora alla costruzione di Cartagine, dimentico del suo regno e delle sue cose, e gli trasmette l’ordine del padre degli uomini e degli dei: «Navighi: questa la conclusione».

Enea ammutolisce per la paura. Che cosa fare? Si rassegna a lasciare quella terra amata e segretamente ordina di preparare la flotta per partire. Gli si presenta una sola difficoltà: dirlo a Didone.

Questo cambiamento così brusco nella mentalità di Enea e nelle sue decisioni risponde ai tratti che Virgilio vuole imprimere al suo eroe. Ci pone qui davanti a un atto totale di adesione, anche a costo della sofferenza. Non si tratta di un espediente per risolvere la situazione. È semplicemente la reazione di un uomo il cui ideale è stato intorpidito da una vita comoda: un uomo che ha dimenticato la sua vocazione, ma che la risveglia al primo avviso e aderisce totalmente alla volontà degli dei.

La sua obbedienza non gli impedisce di amare. Continua a essere innamorato di Didone, ma lo dissimula con l’eroismo umano che lo caratterizza: la volontà rimane inalterabile e il suo sentimento, in tutto il suo furore, si annulla in totale adesione al dovere: «Così l’eroe è battuto di qua, di là, / da assidue voci, e sente nel grande cuore la pena; / l’animo resta incrollabile; scorrono vane le lacrime» (Eneide IV, 447).

Il conflitto diventa ancora più forte e minaccia una sconfitta nel dialogo con Didone: Enea deve convincere la donna che ama, con i sentimenti incatenati dalla chiarezza dell’intelletto e dalla volontà dell’adesione: «Ma il pio Enea, sebbene desideri calmare / la dolente, e confortarla, e allontanare con parole le pene, / molto gemendo e con l’animo vacillante per il grande amore, / tuttavia esegue i comandi degli dei, e ritorna alla flotta» (Eneide IV, 393).

Deve spiegare a Didone il mistero di una vocazione che lui stesso non capisce; deve convincerla che il suo amore non è destinato a lei, ma a quell’Italia che lo sta aspettando: «Questo il desiderio, questa la patria». A tal fine ricorre a tutti gli argomenti, le narra le apparizioni, i sogni, il diritto di suo figlio a possedere l’Italia, ma queste sono ragioni che si infrangono contro l’amore inalterabile della donna.

Allora, come un bambino, la prega di lasciarlo partire, e per dare forza alla sua richiesta le confida un segreto, il suo segreto, e fa quella confessione che spacca l’Eneide in due parti: quella degli dei e quella dell’uomo eletto: «L’Italia non spontaneamente io cerco».

«Ma ora Apollo Grineo e gli oracoli della Licia / Mi ordinano di raggiungere la grande Italia; / questo il desiderio, questa la patria. Se la rocca di Cartagine / e la vista d’una città libica trattiene te fenicia, / perché non vuoi che i Teucri si stanzino in terra ausonia? / Anche noi possiamo cercare regni stranieri. / L’immagine del padre Anchise, per quante volte la notte / ricopre con le umide ombre la terra, e sorgono gli astri / di fuoco, mi rimprovera in sogno e mi atterrisce adirata; / anche il fanciullo Ascanio, con l’offesa al suo caro / capo, che defraudo del regno d’Esperia e dei campi fatali. / Ora anche il messaggero degli dei, mandato da Giove / — lo giuro sul capo di entrambi —, mi porta comandi / per l’aria veloce; io stesso vidi il dio nella chiara luce / penetrare i muri, e ne accolsi con questi orecchi la voce. / Smetti di inasprire me e te con il pianto: / l’Italia non spontaneamente io cerco» (Eneide IV, 345).

Ed Enea parla lasciando dietro di sé, tra le ceneri della pira, un amore vivo, che si manifesterà nuovamente quando la incontrerà nell’Averno: «Non meno Enea, scosso dall’ingiusta sventura, / la segue di lontano in lagrime e la compiange fuggente» (Eneide VI, 475).

Si compiangono le sventure...

La simpatia che Enea risveglia nei suoi lettori ci ricorda quella degli eroi dei film e la sua figura continua a piacere in un mondo dove l’epica è sinonimo di museo delle antichità. Il motivo è semplice: Enea è, prima di tutto, un uomo, un eroe umano.

Lo abbiamo già visto nella lotta per la sua vocazione, nell’accettazione, quasi controvoglia, nell’apostasia per amore... La ribellione e il peccato sono il nome dell’umanità caduta, e non scandalizzano Virgilio. Lui già vede, attraverso la semioscurità pagana, che l’eroismo dell’uomo non consiste nel non cadere, ma nel rialzarsi una volta caduto.

È per questo, forse, che il troiano ci risulta familiare, amico. Ci sono in lui, oltre al peccato, altri tratti che ci presentano il suo carattere meramente umano.

È un capo che si preoccupa dei suoi, e nei momenti difficili sa infondere in loro il coraggio che non hanno, la speranza che lui stesso non prova.

«Compagni — poiché conosciamo le passate sventure —, voi / che ne avete sofferte altre peggiori, un dio esaurirà anche queste. / Sfidaste la furia di Scilla e gli scogli dal cupo / fragore, e provaste le rupi ciclopiche: rinfrancate / gli animi, scacciate il mesto timore: forse / un giorno vi sarà dolce ricordare le presenti vicende. / Per vari casi, per tanti rischi di eventi / tendiamo nel Lazio, laddove i fati ci mostrano / sedi tranquille; là è stabilito che il regno / di Troia risorga. Resistete, e serbatevi alla fortuna. / Dice così, e affranto da gravi pensieri / simula speranza in volto, preme in cuore profondo / dolore» (Eneide I, 198).

La personalità del capo è, di per sé, intermediaria tra gli uomini e l’ideale. Gli uomini che guida entrano nella sua vita in modo totale, e non saranno più «uno dei tanti», ma li sentirà «suoi», di sua appartenenza, sotto la sua responsabilità.

Nell’anima del capo c’è una preoccupazione costante: quella di conciliare la meta e la realtà delle cose (molto spesso quasi incompatibili); e molto spesso si sentirà impotente. Ricordiamo Mosè nel deserto.

Questo atteggiamento è visibile in Enea. I problemi dei suoi occupano un posto molto grande nel suo cuore di capo umano, al punto che sarà per lui una nuova tentazione di apostasia: «Ma il padre Enea, turbato dall’acerbo evento, / volgendo qua e là profondi pensieri nell’animo, / dubitava, se stabilirsi nei siculi campi, dimentico dei fati, / o cercare di raggiungere le spiagge italiche» (Eneide V, 700).

Infine, superato l’ostacolo, si mostra a noi con un’adesione più intima alla sua vocazione e di quanti lo seguono dice: «Sono pochi di numero, ma hanno vivido valore in guerra» (Eneide V, 754); invece definisce quelli che restano come «animi indifferenti alla gloria» (Eneide V, 751).

Questo atteggiamento umano di Enea è riassunto molto bene nel famoso verso «si compiangono le sventure e gli eventi umani commuovono l’animo» (Eneide I, 462); differisce completamente dal bellicismo extraumano degli eroi omerici e assomiglia piuttosto a quello dei patriarchi biblici.

Nella Iliade e nella Odissea ci vengono presentati uomini più divini che umani. Va osservato un fatto molto comune: l’eroe che piace di più nell’Iliade è un nemico: Ettore. Sembrerebbe che in Omero si tenga conto solo di altri valori nella descrizione degli uomini: il coraggio, la forza...; e sebbene i valori umani non siano assenti, questi appaiono in secondo piano, incastonati nella violenza del disegno generale.

L’Iliade canta la distruzione di una città; l’Eneide la costruzione di un’altra. L’Odissea è il viaggio verso la casa paterna, verso la gioia e la pace «Beato, come Ulisse...» (Sonetto XXXI, Du Bellay); l’Eneide è il doloroso cammino alla ricerca della conquista, l’imperativa chiamata di una vocazione. In generale, i poemi omerici ci narrano l’azione e il fine di un fatto; l’Eneide è l’inizio di un’era.

Ma forse la differenza più grande consiste nel fatto che Virgilio ci descrive le continue apostasie del suo eroe. Questo non fu mai tollerato tra i Greci; e il «peccato greco», che raggiunse la sua pienezza nel V secolo, fu negare all’uomo la sua condizione di caduto pretendendo di divinizzarlo: «Trasferire l’umano al divino, questa fu l’invenzione dei greci, tanto valeva che il divino si trasferisse a noi» (cfr. De natura deorum, Cicerone).

Omero e Virgilio, due geni. Dietro di loro, la Grecia e Roma. Due momenti di uno stesso uomo che sta crescendo verso la pienezza dei tempi.

Grecia e Roma

Grecia è parola viva che mette ali alla nostra immaginazione e fame all’intendimento. Per questo sarà un immenso sillogismo, per quelle sarà l’apologia del mistero. Non si tratta del mistero orientale. No, è un mistero nuovo; è il mistero del mare quando bacia le conchiglie in sprazzi di sole; è il mistero del cielo pieno di azzurro; sono quell’aria e quella brezza misteriose. La Grecia è un sorriso al mondo.

L’Oriente era un inno al crepuscolo: non per nulla è il figlio del sole; la Grecia sarà il clamore verso lo zenit, la pienezza del bianco sull’Olimpo.

I greci furono ali. Andarono molto in alto. Da lì contemplarono l’ordine e seppero amarlo.

Ma la Grecia è più dell’ordine e della bellezza. La Grecia è un mistero molto più profondo: è l’epifania dell’uomo; un passo in più verso l’epifania di Dio che si stava avvicinando.

Forse proprio per questo culto al sillogismo e alla scarna verità conobbe l’agonia e la morte: la Grecia morì, ma come muore il chicco di grano. La mente non poteva sopravvivere senza il cuore. Il mezzogiorno aveva bisogno di un crepuscolo, e il sole voleva tramontare sulle rive del Tevere.

Roma è il crepuscolo con la maestà di un sole che tinge le nubi di rosso, azzurro, giallo... Roma è il crepuscolo di un’epoca che fu luce ad Atene. È il crepuscolo titanico di una gloria che non potrà più ripetersi, perché dall’Oriente l’aurora preannuncia il Sol Justitiae.

Crepuscolo che è vincolo di unione tra due giorni. Crepuscolo che non arriva a essere notte perché si confonde con il fulgore dell’aurora. Roma è la fine di un mondo e il principio di un altro: è l’umanità fatta capo che attende il battesimo.

Esperta del dolore...

Il desiderio di comunicare tra loro degli uomini è solito infrangersi contro un muro insormontabile: l’incomprensione. Proprio perché le esperienze sono radicate nella complessità più intima dell’anima, è necessario, per farsene eco, averle vissute in un certo modo. La vita dell’uomo è un intreccio di scienza e di esperienza; la prima dà la luce, la chiarezza; dalla seconda nascono la maturità, la comprensione. Se una delle due manca, l’uomo è incompleto.

Ma esiste un’altra realtà; l’esperienza insegna, «la storia è maestra di vita», diceva Cicerone, e pertanto può generare la scienza, la vera sapienza. È quell’umanesimo della vita che caratterizza gli anziani delle campagne.

Compiendo un ulteriore passo, vedremo che l’atteggiamento comprensivo è figlio dell’umanesimo, ossia della pienezza dell’uomo. I suoi peggiori nemici sono i due estremi opposti all’umano: l’angelismo e il sensualismo. L’uomo non è né angelo né bestia; è un male con vocazione di Dio; e pertanto, per raggiungere la sua pienezza avrà mezzi propri della sua natura: tra questi il dolore.

Virgilio ci descrive un eroe umano; e lo presenta castigato dal dolore: «Molto per forza di dei travagliato in terra e in mare» (Eneide 1, 3); in modo da poter dire: «Esperta del dolore, ho appreso a soccorrere gli infelici» (Eneide l, 630), come fa dire a Didone. Il dolore appare già all’inizio dell’Eneide, è la prima realtà che ci presenta Virgilio: «Adirata di queste cose teneva lontani dal Lazio, / travagliati per tutta la distesa delle acque, i Troiani, relitti / dei Danai e del feroce Achille; e già da molti anni / erravano, spinti dai fati, intorno a tutti i mari» (Eneide I, 29).

Il dolore è un personaggio in più di questa avventura per fondare Roma. Direi che è il prezzo della Città Eterna: «E molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare / la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe / latina, e i padri albani e le mura dell’alta Roma» (Eneide I, 5).

Roma nasce già sulle ceneri di Troia, immersa nel sangue di Priamo, di Corebo, di Creusa; tra le grida delle madri abbracciate ai figli; e persino il giorno in cui si mette la prima pietra sul cadavere di Turno, molte lacrime lasceranno segnato il cammino del pellegrinaggio: Anchise, Didone, Palinuro, Niso, Eurialo... Non si chiameranno più Troiani, ma «[voi che ne avete sofferte] altre peggiori» (Eneide I, 199).

Ma se la sofferenza dei nostri eroi ci colpisce così profondamente, non è meno sorprendente l’atteggiamento che loro hanno di fronte al dolore: lo considerano un mezzo per giungere alla patria: «Per vari casi, per tanti rischi di eventi / tendiamo nel Lazio, laddove i fati ci mostrano / sedi tranquille; la è stabilito che il regno / di Troia risorga» (Eneide I, 204).

Qui appare nuovamente quella fiducia cieca negli dei che ci turba: «Un dio esaurirà anche queste» (Eneide, I, 199). E di nuovo questo atteggiamento tanto simile all’atteggiamento cristiano: «Per mezzo della croce viene la gioia» ... «attraverso varie avventure...». Non voglio ricercare significati che forse Virgilio non aveva in mente, e neppure proporre paragoni forzati; ma mettere in risalto una realtà che biblicamente possiamo tradurre con «il Signore è vicino» di san Paolo, che non è altro che la maturità umana propria della pienezza dei tempi e necessaria per l’incarnazione del Verbo.

Vanno verso Roma sapendo che li attendono la lotta e il dolore, come dice loro Celeno: «Sola si fermò su un’altissima rupe Celeno, / infausta profetessa, ed eruppe questa voce dal petto: / Guerra, anche, per la strage dei buoi e gli abbattuti / giovenchi, o Laomedontiadi, guerra vi preparate a portare / e a scacciare dal patrio regno le innocenti Arpie? / Accogliete dunque nell’animo e imprimete queste parole: / ciò che il Padre onnipotente predisse a Febo, / e Febo Apollo a me, io, massima delle Furie, svelo. / Voi navigate verso l’Italia, e la invocate seguendo i venti: / giungerete in Italia, e potrete entrare in porto; / ma non cingerete di mura la città destinata / prima che una terribile fame e l’offesa fatta coll’aggredirci / vi costringa a consumare con le mascelle le rose mense» (Eneide III, 245).

Come dice loro Anchise: «Figlio, un tempo a me più caro della vita, / mentre la vita durava, figlio, provato dai fati / iliaci, vengo per ordine di Giove che respinse il fuoco / dalle navi, e infine si mosse a pietà dall’alto del cielo. / Obbedisci ai consigli che ora ti dà bellissimi il vecchio / Naute; porta in Italia giovani scelti, i cuori / più forti; nel Lazio devi debellare un duro popolo / e di rude vita. Tuttavia rècati prima /nelle inferne sedi di Dite; nel profondo Averno, / figlio, vieni all’incontro con me. Non m’accoglie / l’empio Tartaro, tristi ombre; mi trovo / nelle amene adunanze dei pii e nell’Eliso. La casta Sibilla / ti condurrà qui per molto sangue di nere vittime. / Allora apprenderai tutta la tua discendenza, e le mura assegnate. / Ora addio, l’umida Notte si volge a metà del percorso, / e il crudele Oriente mi sfiora coi cavalli anelanti» (Eneide V, 724).

Perché «la dea incurante teneva gli occhi fissi al suolo» (Eneide I, 482) e le dispiaceva che: «Una gente a me ostile naviga il mare Tirreno, portando Ilio in Italia e i vinti Penati» (Eneide I, 67).

Ma tutto ciò era previsto. Venere, la madre di Enea, teme per il successo dell’impresa e si avvicina supplichevole ai piedi di Jupiter: «Venere parla: O tu che reggi le sorti degli uomini / e degli dei con eterni comandi, e atterrisci col fulmine, / che cosa il mio Enea poté commettere di grave contro di te, / che cosa i Troiani, ai quali a causa dell’Italia / si chiude il mondo intero, dopo aver sofferto tante sventure? / Hai promesso con certezza che un giorno, con il volgere degli anni, / di qui verranno condottieri romani, dal sangue di Teucro / tornato all’origine, i quali con pieno dominio terranno / il mare e la terra: quale intenzione, o padre ti fa mutare? / Con ciò mi consolavo infatti della caduta di Troia / e delle tristi rovine, compensando i fati avversi coi fati; / ora la medesima sorte perseguita uomini travagliati / da tante sventure. O grande re, quale fine /assegni ai travagli?» (Eneide I, 229).

Il sole tramonta sulla richiesta della madre. Il Re degli dei e degli uomini la bacia con affetto e...

Nota del traduttore: il testo di riferimento per la traduzione delle citazioni del poema di Virgilio in italiano è l’«Eneide» nella traduzione di Luca Canali (Milano, Mondadori, edizione Oscar Classici, 2020, con testo latino a fronte)