Non se ne può più né di Trump né degli ayatollah, né dei MAGA né dei NO KINGS, né dei repubblicani né dei democratici, né di Netanyahu né di Hamas. Dell’essere orfani in politica internazionale - e nazionale - nell’assenza totale di posizioni mediatrici e sagge, di Giovanni Amico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /04 /2026 - 22:01 pm | Permalink | Homepage
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 Riprendiamo sul nostro sito un testo di Giovanni Amico. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Politica internazionale, Ebraismo e Islam.

Il Centro culturale Gli scritti (13/4/2026)

 

1/ Prendere posizione: ma in vista di un’azione violenta o non-violenta? Gramsci o Martin Luther King? 

Martin Luther King affermò: «Mi sto convincendo che gli uomini di cattiva volontà hanno usato il loro tempo con assai maggiore efficacia che non gli uomini di buona volontà. Noi di questa generazione dovremo pentirci non semplicemente delle parole e delle azioni al vetriolo dei cattivi, ma anche dello spaventoso silenzio dei buoni»[1].

Solo apparentemente sembrano affermare la stessa cosa talune espressioni di Gramsci che recitano: «Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere […] partigiano»[2].

La differenza è netta per le scelte che conseguivano per i due dalla decisione di scendere in campo. Se Gramsci non esitava, da buon marxista, a indicare la percorribilità della strada dell’essere partigiano fino alla violenza, non così riteneva si dovesse fare Martin Luther King, di cui si conosce l’azione sempre e comunque non violenta, asserita nella sua concreta azione politica e come pastore della Chiesa battista, ma anche in tante sue affermazioni, come:

«Una dottrina della supremazia nera è immorale tanto quanto una dottrina della supremazia bianca»[3].

O ancora, in riferimento a Malcolm X:

«Ho desiderato spesso che parlasse meno di violenza, perché la violenza non risolverà i nostri problemi. E nella sua litania che articola la disperazione dei neri senza offrire alcuna alternativa positiva e creativa, sento che Malcolm abbia fatto a sé stesso e al nostro popolo un grande disservizio»[4].

Gramsci, anche solo verbalmente, non esita ad utilizzare il termine “odio”: si tratta di giungere all’“odio” verso chi non lotta, oltre che verso la parte avversa.

2/ Essere partigiani, oggi, quando entrambe le parti sono non solo violente, ma violentissime?

Ma cosa pensare e come agire oggi, quando entrambe le parti si presentano come violentissime?

Si pensi al caso dell’Iran. Il paese vive una sistematica assenza di vera libertà religiosa ed è vietato, ad esempio, ogni avvicinamento al cristianesimo. Le donne vivono, a motivo del regime e della religione, un controllo della loro condizione che è estenuante.

Se la maggioranza – forse – della popolazione acconsente, nondimeno una grande minoranza non tollera più tali imposizioni ed è scesa in piazza in recenti manifestazioni di protesta (soprattutto 9-12 gennaio 2026) alla quale il regime ha reagito, scatenando la polizia, con l’uccisione, ammessa dallo stesso regime, di almeno 3000 manifestanti, soprattutto giovani. Già questo numero è enorme, ma ovviamente, poiché la censura vieta la fuoriuscita di immagini e notizie, si teme che il numero di vittime della polizia sia molto più alto – lo si stima in circa 6.000 persone, mentre talune fonti lo indicano addirittura in 17.000 (per tali cifre, cfr. “Il Post” nell’articolo Più cose sappiamo, più i massacri del regime in Iran si confermano brutali, pubblicato il 27 gennaio 2026).

D’altro canto, il 28 febbraio del 2026 gli USA e Israele hanno scatenato un attacco contro l’Iran, dichiarando che tale offensiva è un attacco preventivo, per scongiurare il pericolo dell’atomica iraniana (erano in corso colloqui in merito ed era previsto un quarto round di incontri fra gi USA e l’Iran).

Ad oggi si contano almeno 6000 militari iraniani uccisi e circa 2000 civili che hanno trovato la morte - la reazione iraniana ha portato alla morte, oltre che di alcuni militari sia statunitensi che israeliani, di 23 civili israeliani (fonti da Wikipedia che cita Human Rights Activists alla voce Guerra d’Iran, consultata in data 5/4/2026).

Ovviamente il numero dei morti è destinato a crescere.

L’attacco degli USA e di Israele è da condannare, in assoluto e anche perché compatta il regime degli Ayatollah, in un momento in cui esso era scosso dall’interno, anche se senza effettive possibilità di successo.

Ma ciò che qui interessa rilevare è l’ambiguità di posizioni apertamente schierate solo contro l’una delle due azioni repressive.

Gran parte della politica internazionale non si è mossa  alla notizia degli eccidi degli ayatollah volti a silenziare le masse in rivolta nel gennaio 2026: non si è mossa la diplomazia internazionale – in Europa, né tanto meno in altri paesi musulmani, anch’essi protagonisti di politiche interne contrarie ad una vera libertà di pensiero e religiosa -, né si sono viste sanzioni economiche, né ci sono state manifestazioni di piazza nelle principali città del mondo occidentale o islamico, né l’intellighenzia ha iniziato una campagna contro il regime islamico che è evidentemente oppositore della vera libertà di parola, di espressione, della libertà religiosa, dell’uguaglianza di genere come di una libera educazione.

Il contrasto, fra l’altro, vede schierati contro l’Iran sciita anche numerosi paesi a maggioranza sunnita, a partire dall’Arabia Saudita e gran parte degli Emirati Arabi, avversari in quanto sunniti dell’Iran sciita, ma parimenti oppressori della libertà religiosa e di espressione esattamente come l’Iran degli ayatollah

Gravissimo appare poi l’intervento in Libano – paese terzo – contro Hezbollah, sciita e filo-iraniano.

L’intervento militare si configura come un’ingerenza in un altro stato e produce morti innocenti.

Ma chi protesta giustamente contro gli USA e Israele non protesta poi con la stessa decisione quando Hezbollah – che si presenta come un vero e proprio Stato nello Stato libanese, con una sua propria milizia, armata con armi pesanti, assolutamente indipendente dall’esercito libanese – ha preso possesso di vaste zone del Libano.

Interventi politici internazionali di vera mediazione, mentre chiedono agli USA e, in particolare, a Israele, di non bombardare il Libano, dovrebbero parimenti chiedere ad Hezbollah di disarmare i propri uomini e di consegnare le armi all’esercito libanese. Invece si tace assolutamente di questo.

Effettivamente i morti causati da Israele sono in numero maggiore rispetto a quelli causati da Hezbollah, così come i morti di cui sono responsabili gli USA e Israele sono maggiori di quelli causati dall’Iran sia nella repressione delle manifestazioni sia con gli attacchi di droni e di missili: ma la differenza dipende solo dalla maggiore forza militare dei primi rispetto ai secondi, mentre la violenza programmatica degli uni e degli altri è la stessa. Se potessero iraniani ed Hezbollah non esiterebbero – e non esiteranno, esattamente come la contro parte - a continuare a costringere con la violenza gli abitanti del proprio paese o ad utilizzare armamenti per uccidere all’esterno, cercando di aumentare negli anni la propria potenza di fuoco.  

Di alcune gravissime violazioni del diritto fino all’eccidio, insomma, si protesta, mentre di altre si tace.

E se oggi, il silenzio dei buoni dovesse essere profondamente diverso da quello di un tempo? O meglio: dovesse assumere la non violenza predicata da Martin Luther King che non faceva sconti a nessuno e la cantava a tutti?

Il silenzio dei buoni oggi sembra dipendere proprio dall’assenza di leader come Martin Luther King che scendano in piazza avendo presente l’insieme delle ingiustizie e degli eccidi, dando ad ognuna delle parti le responsabilità corrispettive delle violenze, delle morti e delle privazioni di libertà, senza fare sconti a nessuno e senza tacerne alcune perché non politicamente corrette.

I buoni oggi ritengono – e a ragione – che non è né utile, né opportuno scendere in piazza quando le manifestazioni avvengono sempre contro una sola delle due parti.

I buoni vorrebbero oggi nuovi politici impegnati contro le guerre di Trump, ma anche contro quelle dei Democratici USA, vorrebbero politici capaci di incidere contro le guerre degli USA, ma anche contro l’assoluta mancanza di diritti in paesi come l’Iran, così come in tutti i paesi a maggioranza islamica, coraggiosi nell’issare il vessillo della libertà religiosa dinanzi a tutti i paesi che la contrastano, e, contemporaneamente, di combattere in maniera non violenta per la pace e il rispetto dei popoli.

Si pensi alla questione di Gaza, profondamente diversa, ma insieme analoga. I buoni sarebbero fieri di marciare per la pace insieme a migliaia di altri, recando sudari con i nomi di tutti i bambini palestinesi uccisi dalle forze armate di Netanyahu, ma proprio perché si afferma in maniera giustissima che nessun bambino deve essere dimenticato, i buoni sarebbero fieri di marciare aggiungendo a quei nomi anche quelli di quei 33 bambini che sono stati uccisi da Hamas il 7 ottobre 2023 – e nominando insieme ad essi anche i nomi dei 364 giovani partecipanti al festival di musica trucidati in quel giorno - e menzionando anche i 30 bambini israeliani rapiti il 7 ottobre che erano nei tunnel e che non vennero liberati, mentre venivano uccisi quelli palestinesi.

Nessuno ha il coraggio di compiere quei gesti: aggiungere i nomi dell’altra parte.

È questo che chiedono i “buoni” oggi: essi si rendono contro che, senza la menzione dei nomi dell’altra parte, la protesta diventa una presa di posizione politica che non è utile alla pace, bensì fomentatrice di ulteriori violenze.

Che meraviglia sarebbe un leader, alla maniera di Martin Luther King, che, come allora egli si schierava contro la maggioranza bianca e al contempo contro Malcom X, così oggi chiedesse di scendere in piazza con un sudario allungato di 30 nomi, 30 nomi di bambini israeliani insieme ai 19.000 nomi di bambini palestinesi.

Quel numero è piccolissimo rispetto al numero immensamente più ampio degli altri, eppure solo l’aggiunta di quei nomi permetterebbe di lavorare a nuovi cuori capaci di vera pace e instillerebbe la fiducia nella possibilità di una diversa convivenza, di un diverso modo di guardare gli uni agli altri, invitando ad al contempo ad ammettere le rispettive responsabilità.

Oggi non è come ai tempi di Martin Luther King, quando le colpe erano soprattutto dei bianchi dominanti, oggi servono azioni dimostrative che invitino entrambe le parti a schierarsi per una pace vera e per diritti reali che garantiscano libertà religiosa e promozione della libertà delle donne.  

Quando si chiede giustamente che sia riconosciuto da Israele senza esitazioni uno Stato palestinese, si deve chiedere, al contempo, che i palestinesi riconoscano senza esitazioni lo Stato di Israele: solo una tale duplice richiesta rompe il silenzio dei giusti e diviene effettivamente partigiana.

Quando si chiede che cessino immediatamente gli attacchi degli USA e di Israele, si deve chiedere senza esitazioni che cessi immediatamente anche la libertà religiosa e quella delle donne in Iran: solo una tale duplice richiesta rompe il silenzio dei giusti e diviene effettivamente partigiana.

Quando si chiede che cessino immediatamente i bombardamenti su Hezbollah in Libano, si deve chiedere senza esitazioni che Hezbollah consegni immediatamente le proprie armi all’esercito libanese: solo una tale duplice richiesta rompe il silenzio dei giusti e diviene effettivamente partigiana.



[1] Il testo di una sua lettera recita, più ampiamente e letteralmente: «Questa mattina ho ricevuto una lettera da un fratello bianco del Texas che dice: «Tutti i cristiani sanno che le persone di colore riceveranno infine i loro uguali diritti, ma è possibile che ci sia in voi un eccesso di fretta religiosa. Ci sono voluti quasi duemila anni perché il cristianesimo conseguisse quello che ora ha. Ci vuole del tempo perché gli insegnamenti di Cristo giungano alla terra». Quello che qui si dice rivela un tragico fraintendimento del concetto di tempo, del momento. C'è l'idea stranamente irrazionale che nello scorrere del tempo ci sia qualcosa capace di curare qualsiasi male. In realtà il tempo è neutrale. Lo si può usare sia per distruggere che per creare. Mi sto convincendo che gli uomini di cattiva volontà hanno usato il loro tempo con assai maggiore efficacia che non gli uomini di buona volontà. Noi di questa generazione dovremo pentirci non semplicemente delle parole e delle azioni al vetriolo dei cattivi, ma anche dello spaventoso silenzio dei buoni. Dovremo arrivare a capire che il progresso umano non giunge su ruote silenziose, inevitabilmente. Giunge per lo sforzo indefesso e per l'operato persistente di uomini di buona volontà che cooperano con Dio; senza questo duro impegno il tempo diventa esso stesso alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo impiegare il tempo creativamente, e dobbiamo riconoscere che il tempo è sempre maturo quando si vuole agire bene. È ora il momento di avverare la promessa della democrazia e di trasformare questa incombente elegia di tutto il paese in salmo vivificante di fratellanza. È ora il momento di far uscire la politica nazionale del paese dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale e portarla a poggiare sulla solida roccia della dignità umana» (dalla lettera scritta dal pastore M.L. King dalla prigione di Birmingham il 16 aprile 1963, essendovi stato recluso per aver partecipato a dimostrazioni per i diritti civili).

[2] Così scrisse Antonio Gramsci su La Città Futura l’11 febbraio 1917: «Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti».

[3] Da un discorso di Martin Luther King alla St. Paul’s Cathedral di New York, 6 dicembre 1964.

[4] Da un'intervista di Martin Luther King a Playboy, gennaio 1965.