Le risposte di papa Leone XIV alle domande rivoltegli dal clero di Roma (febbraio 2026). «Io ho vissuto a Roma per quattro anni negli anni ’80, poi per dodici anni dal 2000 al 2012-13, poi adesso da tre anni, e ogni volta che torno a Roma, in un certo senso, trovo un’altra Roma. Invito a resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’intelligenza artificiale! Come tutti i muscoli nel corpo se non li utilizziamo, se non li muoviamo muoiono, il cervello ha bisogno di essere utilizzato. L’“invidia clericalis” è come una delle “pandemie” del clero a livello universale. Ci sono persone – lo diciamo con una certa franchezza – che già da giovani camminano per le strade della vita con una certa amarezza. È diverso, invece, diventare anziani con lo stesso spirito di preghiera e sacrificio che avevamo il giorno dell’ordinazione sacerdotale. Voglio dire anche che lo studio nella nostra vita dev’essere permanente, continuo. Quando sento da qualcuno che mi dice –me lo ha detto un sacerdote –: “Io non ho più aperto un libro da quando sono uscito dal seminario”. Mamma mia – ho pensato – che tristezza! E quanto è triste per i suoi fedeli, che devono ascoltare Dio sa che cosa».

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /03 /2026 - 20:05 pm | Permalink | Homepage
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Riprendiamo sul nostro sito le risposte date da papa Leone XIV alle quattro domande rivoltegli a nome del clero di Roma nel corso dell’incontro con il clero della diocesi di Roma, tenutosi in Aula Paolo VI
il 19 febbraio 2026. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Educazione e Documenti della Chiesa.

Il Centro culturale Gli scritti 2/3/2026) 

Prima risposta di papa Leone XIV

Bene. La prima cosa che vorrei dire è che è una condizione, una realtà della società oggi, che in un certo senso non possiamo cambiare, però dobbiamo avere gli occhi aperti. È la realtà delle famiglie e le sfide che abbiamo anche con i giovani ragazzi di oggi precisamente, perché vengono tante volte da famiglie che hanno vissuto crisi molto forti, assenza del papà, genitori divorziati, risposati, molti che hanno vissuto anche esperienze di abbandono, le difficoltà che i giovani devono assumere in questa vita che viviamo oggi.

Quindi per il sacerdote accompagnare questi giovani significa anche conoscere la loro realtà, essere vicini in questo senso, accompagnarli, ma non essere solo uno tra i giovani. Anche questo è importante: la testimonianza del sacerdote.

Il sacerdote giovane può offrire ai ragazzi un modello di vita, che essere amico di Gesù potrà realmente riempire la loro vita. Ma questo significa che il sacerdote stesso, giovane o meno giovane, vive una vita di amicizia con Gesù, per offrire a questi ragazzi non solo un esempio ma un’esperienza di vita che potrebbe cambiare la vita dei giovani. Poi anche qui penso che lo spirito di evangelizzazione, di cui ho parlato qualche minuto fa, si deve applicare anche ai giovani.

Prima tutti i ragazzi venivano in parrocchia. Sicuramente molte delle vostre parrocchie hanno l’oratorio, in questo stile, cioè un luogo dove i giovani si radunano, giocano… Ancora vengono alcuni, ma non possiamo essere soddisfatti solo con quelli che arrivano lì alla parrocchia; e quindi, anche forse con gli stessi ragazzi, bisogna organizzare, pensare, cercare iniziative che potranno essere una forma di uscita. Papa Francesco parlava tanto della Chiesa in uscita. Dobbiamo andare noi, dobbiamo invitare altri giovani, andare con loro alla strada; offrire forse diversi modi, attività… Lo sport può essere anche un cammino per invitare i giovani. Altre attività, arte, cultura… Invitare i ragazzi a venire, a cominciare a conoscere.

Forse conoscere è anzitutto un’esperienza umana di amicizia, che può pian piano aiutare ad arrivare a un’esperienza di comunione. Molti giovani vivono un isolamento, una solitudine incredibile, dopo la pandemia, ma non è cominciato lì. Con il famoso smartphone, che probabilmente tutti portano in tasca oggi, vivono soli anche se dicono: “No, il mio amico è qui”, ma non c’è un contatto umano.

Vivono una specie di distanza dagli altri, una freddezza, senza conoscere la ricchezza, il valore dei rapporti veramente umani. Quindi anche lì bisogna cercare come offrire ai giovani un altro tipo di esperienza di amicizia, di condivisione e, pian piano, di comunione, e da quella esperienza invitarli anche a conoscere Gesù, che ci invita a essere non i suoi servi ma i suoi amici.

Per fare tutto questo ci vuole molto tempo, sacrificio, anche riflessione, vedere come arrivare a questi giovani che oggi sono portati via a una vita terribile tante volte, la dipendenza dalla droga, la delinquenza, la violenza, difficoltà, questo isolamento…

Un giovane non molto tempo fa mi ha fatto la domanda così: “Ma Lei parla molto di comunione e di unità, perché? Qual è il valore?”. Cioè non capiva neanche, in questa esperienza che vive, che c’è un valore grande nell’uscire dalla solitudine e cercare amici e comunione. Quindi io penso che per quella strada lì anche i giovani sacerdoti, che sono più vicini ai giovani per età, per cultura, per formazione, potranno fare un grande servizio per annunciare questo messaggio che, in fondo, è sempre il Vangelo.

Seconda risposta di papa Leone XIV

Una cosa, che io stesso sto cercando, è come rispondere a questa sfida, che comincia con la necessità di conoscere veramente la comunità dove sono chiamato a servire.

Parlo personalmente. Io ho vissuto a Roma per quattro anni negli anni ’80, poi per dodici anni dal 2000 al 2012-13, poi adesso da tre anni, e ogni volta che torno a Roma, in un certo senso, trovo un’altra Roma. Sono tante cose… La “città eterna”, diciamo, le strade sono le stesse, le buche sono uguali, però la vita è tanto cambiata.

Allora, per servire anche come Vescovo di Roma avevo pensato molto, quando siamo andati a Ostia domenica scorsa, per parlare con questa gente, con queste persone, bisogna cominciare con il conoscere a fondo per quanto possibile la loro realtà. Non posso portare neanche una continuità: se mi cambiano da una parrocchia a un’altra parrocchia, pensare: “Questo ha funzionato là, continuiamo le stesse cose”. Se vuoi amare qualcuno devi prima conoscere. Se vuoi amare e servire una comunità è molto importante conoscere.

E ci sono tante realtà in questo mondo di mobilità, di cui ho parlato un po’, che cambia continuamente. E allora ci vuole uno sforzo da parte dei parroci, dei sacerdoti, di tutti coloro che collaborano anche nel consiglio parrocchiale, di vedere realmente quali sono le sfide di questo momento in questo posto, in questa parrocchia che dobbiamo un po’ vedere e conoscere.

Poi, circa la realtà del mondo di oggi, non ho parlato finora di una realtà che arriva a noi anche se noi non vogliamo: l’intelligenza artificiale, l’uso dell’internet, che anche nella vita del sacerdote è presente.

Tra parentesi, faccio l’invito a resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’intelligenza artificiale! Come tutti i muscoli nel corpo se non li utilizziamo, se non li muoviamo muoiono, il cervello ha bisogno di essere utilizzato, allora anche la nostra intelligenza, la vostra intelligenza bisogna esercitarla un po’ per non perdere questa capacità.

Ma ci vuole molto di più, perché per fare una vera omelia che è condividere la fede, I.A. mai arriverà a poter condividere la fede! Questa è la parte più importante: se possiamo offrire un servizio, diciamo inculturato, nel posto, nella parrocchia dove stiamo lavorando, la gente vuole vedere la tua fede, la tua esperienza di aver conosciuto e amato Gesù Cristo e il suo Vangelo. E questo è qualcosa che dobbiamo coltivare continuamente.

E lì allora dico molto sinceramente, a tutte le domande, che parte della risposta è l’importanza di una vita di preghiera. Non solo la routine di recitare più veloce possibile il breviario, che porto anche nel cellulare, ma il tempo di stare con il Signore, di ascoltare con la Parola di Dio, con la preghiera dei Salmi, questa lode al Signore.

Ma anche la capacità di entrare in dialogo, di ascoltare davvero e di esprimere le difficoltà che porto nel cuore: “Perché Signore, cosa vuoi da me? Che posso fare?”. Allora, con questa esperienza di una vita autenticamente radicata nel Signore, possiamo offrire qualcosa che non è nostro.

Non è perché io sono offro quello che sono io, questo è un inganno tante volte in internet, tiktok, e vogliamo essere noi: “Io ho tanti follower, tanti like, perché vedono che io sto dicendo…”. Non sei tu: se non stiamo trasmettendo il messaggio di Gesù Cristo, forse ci stiamo sbagliando, e bisogna anche lì riflettere molto bene con molta umiltà a vedere chi siamo e quello che stiamo facendo.

Ma con questo atteggiamento di amore, di servizio, di umiltà, di ascolto, possiamo scoprire veramente che cosa possiamo fare per rispondere a questa comunità dove siamo chiamati a servire.

Terza risposta di papa Leone XIV

Grazie. Potrei dire, come il professore: “Ma lei ha già risposto alla sua domanda, e quindi…”. Comincio con una cosa veramente dolorosa – direi negativa – che è un po’ come una delle “pandemie” del clero a livello universale, a volte. Si chiama l’“invidia clericalis”, che è quella in cui un sacerdote, che vede che un altro è stato chiamato ad essere parroco di una parrocchia più grande, più bella, chiamato ad essere vicario, chiamato non so… allora si rompono proprio i rapporti; e non solo questo, ma anche con i pettegolezzi, criticando, dicendo…

Si distrugge invece di vedere come costruire vincoli, ponti di amicizia, di fraternità sacerdotale. Quindi, dico questo subito per lasciarlo da parte, ma stiamo attenti, per favore, a questa realtà. Siamo tutti umani, ci sono sentimenti, emozioni, tante cose, però, come sacerdoti – e spero già dal seminario – possiamo dare modelli di vita, dove i sacerdoti possano essere davvero amici, fratelli, e non nemici o indifferenti gli uni verso gli altri. E non so cosa è peggio: se essere nemico o essere indifferente verso l’altro, c’è da pensare in tutti e due.

Ho visto esempi bellissimi di fraternità sacerdotale e ne dico qualcuno, perché può servire anche per tutti, i più giovani e i più grandi. Un sacerdote di Chicago, che aveva i suoi compagni di seminario che avevano fatto, dal giorno dell’ordinazione sacerdotale, un patto, un accordo: che tutti i mesi – non so, hanno scelto il quarto giovedì, non so… – che tutti i mesi avrebbero fatto, una volta al mese, un incontro tra di loro. Era una “classe” di un buon numero di sacerdoti, e io ne ho fatto la conoscenza quando uno di loro, che era già vescovo ausiliare a Chicago, aveva 93 anni, e ancora si radunavano quelli sopravvissuti fino a quell’età. Hanno voluto, per tutta la vita, continuare questa bellissima amicizia che avevano formato già dal seminario. Ma non era solo un riunirsi e basta, era un’esperienza di preghiera, in cui dedicavano un momento della giornata a pregare, poi a studiare.

E qui voglio dire un’altra cosa a tutti: che lo studio nella nostra vita dev’essere permanente, continuo. Quando sento da qualcuno che mi dice – questo è storico, me lo ha detto un sacerdote –: “Io non ho più aperto un libro da quando sono uscito dal seminario”. Mamma mia – ho pensato – che tristezza! E quanto è triste per i suoi fedeli, che devono ascoltare Dio sa che cosa.

Dobbiamo anche aggiornarci, e quel gruppo di sacerdoti, in questo raduno che facevano tutti i mesi, ad ognuno, ogni volta a turno, dicevano: “Tocca a te, scegli un articolo, una cosa”. La persona poi lo mandava a tutti in anticipo, tutti lo leggevano, poi nel momento della condivisione parlavano di teologia, di pastorale, di nuove iniziative, della realtà della Chiesa, ecc. Era una cosa bellissima. E per loro propria iniziativa.

E lì, allora, un altro punto molto importante: se io resto qui seduto a dire: “Nessuno viene a trovarmi” – può succedere a qualcuno di voi –, non abbiamo paura di bussare alla porta dell’altro, di prendere l’iniziativa, di dire ai compagni o a un gruppo di amici, ad alcuni: “Perché non facciamo un incontro ogni tanto, per studiare insieme, riflettere insieme, un momento di preghiera e poi un buon pranzo?”. Il parroco con la migliore cuoca può invitare gli altri, così si fa un buon pranzo insieme. Questi di cui parlo, i sacerdoti a Chicago, lì i sacerdoti diocesani tutti giocano a golf. Allora, in estate, andavano anche a fare un po’ di sport insieme. La cosa è che qualcuno deve prendere l’iniziativa.

Forse non può essere con tutti – sono anche molto realista qui –, Dio ci ha fatti tutti diversi, grazie a Dio! Non sono due della stessa taglia, per dire, però mi trovo meglio con quello o questo. Quell’altro è una buona persona però non avrò la fiducia – che è quello che Lei diceva nella domanda –, non si può dire tutta la storia della tua vita a chiunque passa di lì. Bisogna trovare alcune persone con cui vivere un’esperienza, per avere forse la possibilità di avere un’amicizia, un rapporto fraterno con un po’ più di profondità, e di condividere la vita, di non trovarti solo. Come questo giovane sacerdote che Le ha detto: “Finché ci sarò io tu non sarai mai solo”. Dovremmo cercare di costruire rapporti fraterni sacerdotali anche in questo senso.

Non sarà sempre il parroco con i suoi vicari, forse è meglio un gruppo di parroci, non so, bisogna vedere la realtà. Però creare situazioni per rompere questa tendenza che ci porta alla solitudine, all’isolamento gli uni dagli altri. E cercare veramente di prendere un po’ di tempo – non può essere tutti i giorni evidentemente, però con una certa periodicità, di fare un raduno, e non via schermo.

Quello è importante, può anche avere un suo valore, ma in presenza, trovarsi insieme, fare un incontro, per condividere le gioie e anche le difficoltà della vita. Condividere esperienze. Può esserci un momento in cui uno si trova in crisi, sia per la salute sia per qualche difficoltà, se si trova da solo, la crisi molte volte ci porta lontano da ciò che è la nostra vita. Se ho un gruppo di fiducia dove ho vissuto un’esperienza, posso continuare a camminare insieme a loro, se c’è qualcuno con cui condividere le difficoltà, i momenti delle prove ecc. Quindi questo sarebbe molto concretamente un tipo di esperienza che ancora oggi si possa sognare; questo tipo di vita sacerdotale, per promuovere un’autentica fraternità sacerdotale.

Quarta risposta di papa Leone XIV

Una cosa che dico è che, anche se non si può fare tutto perfettamente, bisogna prepararsi nella vita, in un certo senso, a poter accettare, quando arriva il momento, l’età, l’anzianità, la malattia, e anche la solitudine.

Però, se uno ha vissuto tutta una vita con un certo spirito di dialogo, di amicizia, comunione e fraternità, in effetti si possono trovare risposte molto concrete a questa esperienza di essere solo e malato, per esempio.

Ci sono persone – lo diciamo con una certa franchezza – che già come giovani vanno per le strade della vita con una certa amarezza, non hanno mai saputo vivere esperienze di amicizia, di fraternità o di comunione. E quindi già da giovani, o dalla mezza età, vivono già con questa amarezza, mai contenti di niente e sempre con questo spirito un po’ negativo.

Se uno vive tutta la vita come un cammino che ci porta avanti, anche con il peso degli anni, tante volte anche – o da giovane o da anziano – con malattie, con queste difficoltà, avrà la capacità, con la grazia di Dio, di accettare la croce, la sofferenza che viene, perché lo fa con lo stesso spirito di preghiera e sacrificio che ha voluto avere il giorno dell’ordinazione sacerdotale, quando ha detto al Signore: “Sì, Signore, ti voglio seguire in tutto e accetterò ciò che mi dà la vita come parte della tua volontà”.

Allora lì ci vuole tutta una spiritualità, che bisogna coltivare, anche dal Seminario e in avanti. Non posso dire a un ragazzo di 22 anni: “Preparati per quando arriverai a 80”, però è tutto un cammino, è tutto un modo di entrare nella vita con un certo spirito di gratitudine. Non ho parlato di questo ancora, ma cominciando con la gratitudine per essere stati chiamati ad essere sacerdoti.

Tante volte dimentichiamo quanto è grande la nostra vocazione, e quanto è importante per la vita della Chiesa. Non per un senso di clericalismo – “Ecco qui ci sono io” –, ma perché il Signore ci ha chiamati ad essere suoi amici, discepoli, servitori di tutto il suo popolo, e questo è bellissimo! Allora, vivere con uno spirito di gratitudine dal primo giorno del mio sacerdozio mi potrà aiutare a vivere, anche come anziano, come persona con la croce di una malattia, a dire: “Grazie Signore per la vita, per il dono che mi dai”.

Sapete molto bene che in molti Paesi – in Europa, in Italia… In Canada è già legale –, se ne parla in molti posti, dell’eutanasia: la questione del fine vita, persone che non hanno più un senso di vita e stanno lì con la croce di una malattia e dicono: “Questa non voglio portarla più, preferisco togliermi la vita”. Se noi siamo così negativi sulla nostra vita, e a volte con meno sofferenza di quella che portano tante persone, come possiamo dire loro: “No, tu non puoi toglierti la vita, devi accettare…”. Però poi noi ci comportiamo così, molto negativi in tutto. Cioè, dobbiamo essere noi i primi testimoni del fatto che la vita ha un grandissimo valore. E la gratitudine durante tutta la vita è molto importante.

Anche l’umiltà. L’umiltà: l’atteggiamento di voler riconoscere che non sono io, è il Signore che mi ha dato la vita, è il Signore che mi accompagna e che mi porta nelle sue braccia, anche in quei momenti in cui sono più debole. Il Signore è lì con noi. E vivere con questo spirito dà vita, speranza.

Oltre a questo, la vicinanza. E qui vorrei invitare tutti i presenti a pensare: sicuramente tutti conosciamo qualche anziano, qualche malato, sacerdote, laico, religiosa… che vivono momenti di grande difficoltà. Chiamiamo, andiamo a visitarli. Facciamo uno sforzo anche noi ad aiutare queste persone che soffrono. Istituzionalmente, in passato, era più frequente che il sacerdote nella parrocchia – non so, per dire, tutti i giovedì – portava la Comunione e l’Olio (degli infermi), andava a visitare tutti i malati nella parrocchia. Oggi, con meno sacerdoti, più anziani, è diventato: “Vabbè, mandiamoci i laici, lo fanno loro”. È un bel servizio che i laici fanno, portando la Comunione per esempio nelle case. Ma questo non significa che il sacerdote può restare in casa a vedere internet, mentre gli altri stanno visitando. Cioè, anche per noi, è un servizio, un apostolato, una forma di pastorale molto importante vivere questa vicinanza con quelli che soffrono.

I sacerdoti anziani hanno anch’essi un servizio. Anche se sono malati a letto, se hanno vissuto una vita veramente di servizio e sacrificio, sanno molto bene che la loro preghiera può essere anche un grande servizio, un grande dono. La loro vita ancora ha un senso grande. E che possono ricordare e accompagnare ancora tante persone, situazioni, comunità, che hanno bisogno della loro preghiera. Per vivere quello spirito – certo, se uno non ha pregato per quarant’anni e poi dice qui sono a letto, non so cosa fare, è difficile –: anche lì, bisogna vivere una formazione continua della nostra vita spirituale. Parte dalla preparazione, prima di diventare diciamo anziani e malati.

E qui posso inserire ancora una cosa in più, per tutti, e che può prendere forme diverse: non abbiamo paura di continuare la bella prassi dell’accompagnamento spirituale, di avere qualcuno nella tua vita che ti conosce. Un amico, bene. Però tante volte un buon confessore, può essere un sacerdote, una persona di molta saggezza spirituale, che potrà accompagnarti e aiutarti nei momenti di grande difficoltà.

Siamo tutti umani, tutti passiamo momenti difficili, di dolore di tutti i tipi, però avere qualcuno di fiducia che veramente ci può accompagnare da molto vicino, nel cuore, nello spirito, è anche un dono grande che possiamo riconoscere come aiuto alla nostra vita. E alcuni, spero che molti di voi abbiate questo dono – non tutti ce l’hanno – che abbiate il dono anche di saper accompagnare gli altri quando vivono questo tipo di difficoltà.

Quindi, non è solo un periodo di anzianità, è tutta una vita che dobbiamo vivere in questo camminare insieme, camminare con Gesù e crescere in questo spirito di fede, speranza e autentica carità.

Era l'ultima domanda. Se mi domandate altre cose, forse non ci sono più risposte oggi! Però voglio dire di nuovo e molto sinceramente che sono molto contento di questo incontro con voi. Purtroppo non si può realizzare più spesso... Come Vescovo diocesano, tutti i mesi avevo un incontro con i sacerdoti, e questo lo dico per i Vescovi. Ho saputo di una diocesi dove il Vescovo arrivava per i primi dieci minuti per l'incontro con il clero, poi andava via... Spero che non sia Lei… ma era un altro Paese! 

Bisogna saper vivere e accompagnare e camminare insieme, Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Vicari episcopali, parroco con i suoi vicari, vivere questo spirito. Non solo quello che dice nella carta un programma, ma un autentico spirito di fraternità in questo senso, e di un impegno di fare insieme quello che è la nostra missione di servire nella Chiesa.

Allora vi auguro sinceramente un buon cammino quaresimale, che è tempo di conversione e di gioia per tutti. E che abbiamo anche opportunità nel futuro di vivere in questo spirito. Possiamo concludere con la benedizione.