1/ Dove si svolse il Concilio di Nicea (oggi İznik) del 325 di cui quest’anno ricorre il 1700esimo anniversario? In occasione della visita di papa Leone XIV, di Andrea Lonardo2/ Nicea (gr. Νίϰαια; lat. Nicaea; turco İznik), di A.B. Yalçin 3/ «I Padri di Nicea vollero restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo. Il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario. L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci». Leone XIV, Lettera Apostolica In unitate fidei nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea 4/ Scoperti nuovi mosaici paleocristiani a Nicea. A Iznik, l'antica Nicea, un ritrovamento, tra i molti degli ultimi mesi, che riaccende l'interesse per le origini del cristianesimo, di Luigi Bignami
1/ Dove si svolse il Concilio di Nicea (oggi İznik) del 325 di cui quest’anno ricorre il 1700esimo anniversario?, di Andrea Lonardo
Riprendiamo sul nostro sito un testo di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione I luoghi della Bibbia e della storia della Chiesa, in particolare Turchia.
Il Centro culturale Gli scritti (27/11/2025)

Nicea, la "basilica sommersa"
Il Concilio di Nicea (oggi İznik in Turchia) si svolse nel 325 d.C. nel Palazzo imperiale, dove venne convocato da Costantino.
Ma, a tutt’oggi, non è stato possibile localizzare dove fosse ubicato tale palazzo. Infatti, non risultano evidenze archeologiche che indicano dove esso potesse essere situato.
1/ Gli sconvolgimenti che la città dovette subire nei secoli
Ciò è dovuto in particolare alla difficile storia della città, come di molte altre dell’antico impero romano d’oriente – che oggi per comodità, ma impropriamente, viene denominato come bizantino.
È noto che Giustiniano (527-565) restaurò le precarie condizioni della città, compreso il palazzo appunto, ma anche l’acquedotto, le terme e alcune chiese, e incrementandone anche i traffici commerciali.
La città subì, come la stessa Costantinopoli, due durissimi assedi degli arabi, nel 717 e nel 725-727, il secondo dei quali durato tre anni e, come la capitale, riuscì a difendersi dentro le mura.
Venne devastata da un terremoto nel 1065, ma, soprattutto, fu conquistata nel 1078 da Sulaymān I che la elevò al rango di capitale del regno selgiuqide in Anatolia. Questa conquista, come nel caso di Costantinopoli secoli dopo, implicò grandi devastazioni e la soppressione di numerosi edifici e luoghi di culto.
Alessio I Comneno (1081-1118) cercò di riconquistarla, per cui Nicea dovette subire assedi, questa volta bizantini, finché vide nel 1096 il massacro delle truppe crociate di Pietro l’Eremita, finendo per essere presa invece nel 1097 dall’esercito di Goffredo di Buglione. Quando i veneziani crociati espugnarono Costantinopoli, nel 1204, a Nicea si rifugiarono i sovrani bizantini che la elessero a capitale provvisoria del loro regno diminuito.
Ma, nel 1331, la città si arrese all’esercito ottomano di Orkhān Ghāzī (che morì nel 1359), che la elesse a capitale sino al 1335 e questo comportò ulteriori distruzioni dei luoghi di culto cristiani. Subì ancora il saccheggio da parte dei mongoli di Tamerlano, che aveva sconfitto nel 1402 il sultano Bāyazīd I (1389-1402).
Un secolo dopo la presa di Costantinopoli da parte dei turchi appariva ai mercanti e viaggiatori in uno stato di decadenza.
La città dovette subire ulteriori devastazioni al tempo della guerra turco-greca, che seguì la prima guerra mondiale e che vide la fuga di tutti i greci dai territori turchi (e di tutti i turchi dai territori greci), con l’abbandono delle loro abitazioni e la distruzione di numerosi edifici negli anni 1919-1922.
2/ Le possibili localizzazioni del Palazzo
Dalle fonti risulta chiaramente che il Concilio si svolse nel palazzo imperiale. Eusebio di Cesarea (Vita di Costantino, libro III, X, 1ss.) racconta:
«Ciascuno dei partecipanti si presentò proprio nella stanza centrale del palazzo imperiale, che sembrava superare in grandezza tutte le altre; su entrambi i lati della sala erano stato distribuiti in ordine moltissimi scranni nei quali presero posto i convenuti, che occuparono tutti il seggio loro assegnato […] Quando Costantino fu avanzato verso la prima fila dei seggi, si fermò nel mezzo, si mise a sedere su un piccolo seggio d’oro massiccio che gli era stato posto accanto, non prima di aver fatto cenno ai vescovi di fare altrettanto. Tutti quanti allora si sedettero insieme all’imperatore».
Diverse sono le localizzazioni proposte per tale Palazzo, ma nessuna è a tutt’oggi verificabile con esattezza.
Alcuni archeologi polacchi della Fondazione Veroli, sotto la direzione del prof. Błażej Stanisławski dell’Istituto di Archeologia ed Etnologia dell’Accademia Polacca delle Scienze si dedicano a tale ricerca e indagano su sette possibili localizzazioni di esso, consapevoli che solo precisi riscontri archeologici potranno fornire dati più certi (cfr. su questo https://veroli.org/where-is-the-imperial-palace/). Le sette ipotesi da loro proposte sono:

La mappa delle possibili localizzazione del Palazzo nel sito del Progetto Veroli
1. Rovine identificate da taluni come Senato del Palazzo
2. Chiesa dei Santi Padri, nota dalle fonti come ubicata nella zona nord-occidentale della città
3. Monastero della Dormizione (Koimesis)
4. Teatro romano
5. Maltepe
6. Centro cittadino, vicino Santa Sofia
7. Basilica sommersa di San Neofito
Le presentiamo in dettaglio:
1. I resti di quello che viene indicato da taluni come sede del Senato del Palazzo (Sarayı) sono situati fuori delle mura e, secondo alcuni, qui sarebbe la sede del Palazzo imperiale. Altri sostengono che quei resti siano in realtà pertinenti al complesso portuale collegato alle mura occidentali della città. In altri studi (Şahin, 2011) vengono interpretate come cortina muraria o faro o frangiflutti.
Questa ipotesi ha il grave limite di dislocare il Palazzo fuori dal circuito delle antiche mura e appare pertanto inverosimile.
2. La Chiesa dei Santi Padri si trovava un tempo nella parte nord-occidentale della città, tra la Porta di Istanbul e la Porta sul Lago/Gol Kapisi (che significa Porta del fiore). In questa zona sono state rinvenute numerose strutture di epoca bizantina, tra cui le fondazioni di quattro edifici di culto. La Chiesa dei Santi Padri – afferma il sito di progetto Veroli - è menzionata in fonti scritte dall’VIII all'XI secolo.
3. Il monastero della Dormizione (Koimesis) si trovava vicino alla chiesa della Panaghia (della Madonna Tuttasanta) e compare nei documenti del XVI secolo come presunta sede del concilio, secondo gli studiosi del progetto Veroli. Tale complesso venne distrutto nel 1922 dai turchi.
4. P. Lucas, un ricercatore di antichità francese, visitò tra il XVII e il XVIII secolo il teatro romano e a quel tempo, secondo il suo racconto, vi era vicino una chiesa greca che, secondo gli abitanti del tempo, sarebbe stata quella del concilio.
Nell’area si trovavano i resti di quattro edifici di culto.
5. Maltepe o anche Collina del tesoro è il nome di una zona rialzata della città, nella sua parte orientale, dove sono stati ritrovati resti di mosaici pavimentali nell'angolo sud-est di Tekke/Müze Sokak e Maltepe Caddesi. Da taluni tale zona è stata indicata come possibile sede del Palazzo.
6. Per altri il Palazzo deve essere situato, invece, nel centro città, vicino alla chiesa di Santa Sofia, vicino al punto dove cade l'intersezione del cardo e del decumano. È stato İ.M. Mert (2011), a proporre tale ubicazione argomentando che il Palazzo poteva ben essere situato lì dove si incrociavano le principali arterie cittadine e dove dovevano essere le basiliche già in età pagana. La stessa chiesa di Santa Sofia venne probabilmente costruita sul sito di un antico tempio pagano.
7. La basilica sommersa era in origine dedicata a San Neofito e risale alla fine del IV secolo. Che possa essere la sede del concilio è ipotesi formulata dall’archeologo Mustafa Şahin del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bursa che è l’archeologo che la sta indagando.
Potrebbe essere stata sommersa a causa dell’innalzamento dell’acqua che potrebbe essere stata dovuta a sua volta ad uno dei terremoti, mentre la sua scoperta e la sua attuale emersione è dovuta al fenomeno opposto.
Non è chiaro ancora se essa facesse parte di un complesso architettonico più grande, ma certamente l’edificio è situato al di fuori del perimetro delle mura. Anche tale sito, come i resti dell’ipotetico Senato di Palazzo, non convincono per la loro ubicazione al di fuori delle mura.
Il luogo che, a nostro avviso, ha le maggiori probabilità di essere quello del Palazzo del Concilio è quello dove dovette essere poi eretta la Chiesa dei Santi Padri, perché il nome stesso dell’edificio rimanda appunto ai “padri”, cioè ai vescovi del primo Concilio di Nicea.
Se realmente nella zona nord-occidentale della città è esistita una chiesa “dei Santi Padri” – che deve ancora però essere identificata – allora certamente o essa era l’aula stessa del Palazzo trasformata in chiesa o era una chiesa eretta in prossimità dell’aula stessa.
Ma, allo stesso tempo, si può ritenere certo che tutti i vescovi, insieme all’imperatore, si siano recati anche a venerare le reliquie di San Neofito, dove sorse poi la basilica detta oggi “sommersa”.
L’archeologo Şahin ha dichiarato che tale basilica conserva tuttora un gran numero di tombe, alcune, forse, di martiri: «Abbiamo già trovato circa 300 tombe […] Abbiamo scavato solo 27 di queste tombe e siamo stati in grado di osservare tracce di tortura: braccia e gambe rotte, teschi con buchi e perforazioni, che dimostrano che le persone sepolte qui furono torturate e giustiziate»[1]. Ma anche tombe di bambini e di altre persone.
Nonostante Şahin ritenga che sia proprio quella la basilica dei Santi Padri, tutto lascia ritenere invece che l’edificio sia una basilica martiriale, dedicata a San Neofito e costruita in zona extra-muraria, dove il martire era stato sepolto. San Neofito è un martire della persecuzione di Diocleziano e dovrebbe essere stato martirizzato nel 303, quindi la sua tomba doveva essere situata in quel luogo da una ventina d’anni prima della convocazione del primo Concilio di Nicea e probabilmente la basilica venne eretta successivamente al Concilio stesso, nello stesso IV secolo. Il nome di “neofito” ricorda il battesimo ricevuto da quel martire di Nicea proprio immediatamente prima del martirio, poiché “neofita” era il nome che veniva dato a coloro che erano stati appena battezzati ed erano divenuti “nuove pianticelle” del Signore. Come si vedrà più avanti, i catecumeni erano, però, già ritenuti cristiani e Costantino doveva essere considerato tale, altrimenti non avrebbe potuto presiedere il Concilio stesso.
È possibile, quindi, fondatamente immaginare un pellegrinaggio di tutti i vescovi insieme all’imperatore, nei giorni del Concilio stesso, alla tomba del martire Neofito per una liturgia in sua memoria, esattamente dove è oggi stata riportata in superficie la “basilica sommersa”.
In attesa, allora, di rinvenire con certezza i resti del Palazzo con la sua aula conciliare e la Basilica dei Padri che venne poi edificata in esso o presso di esso, la “basilica sommersa” è il luogo migliore dove immaginare oggi i vescovi riuniti a Nicea insieme a Costantino e ricordare il primo Concilio di Nicea (si vedrà che invece è la Chiesa nicena di Santa Sofia quella dove si svolse il secondo Concilio niceno, quello che risolse la crisi iconoclasta).
3/ La figura di Costantino a Nicea e Nicomedia: note per una comprensione della sua figura
Come si è già accennato, Costantino si battezzò solo dopo il Concilio di Nicea, e si battezzò a Nicomedia (oggi İzmit), quindi quando lo convocò non era ancora pienamente cristiano. Nicea e Nicomedia erano le due città più importanti della Bitinia di allora.
Una testimonianza precedente al Concilio ne sottolinea l’importanza per il cristianesimo. Infatti, Plinio il Giovane - Gaio Cecilio Plinio Secondo (61-112/113), nipote dello storiografo Plinio il Vecchio, allievo del famoso retore Quintiliano, avvocato, consul suffectus e governatore della Bitinia e del Ponto – si rivolse proprio dalla Bitinia all’imperatore Traiano, per chiedere lumi sul comportamento da tenere relativamente ai cristiani. Il suo epistolario è suddiviso in 10 libri e l’ultimo di essi raccoglie il carteggio ufficiale con l’imperatore Traiano. Queste lettere risalgono agli anni 111-113, gli anni del governatorato in Bitinia, e sono perciò scritte proprio da Nicea e Nicomedia. In particolare la lettera sulla condotta da tenere dinanzi ai cristiani con il conseguente rescritto di Traiano che le risponde fotografa la situazione dei cristiani a quell’epoca (cfr. su questo İznik-Nicea, nella Chiesa della S.Sofia: il I ed il II concilio di Nicea. Il rescritto di Traiano a Plinio il Giovane, governatore della Bitinia e del Ponto, di Andrea Lonardo).
Ma come poté avvenire che Costantino convocasse e presiedesse il Concilio senza essere ancora battezzato?
Si potrebbe rispondere che egli era certo enormemente stimato dai vescovi – e da tutti i cristiani - per aver messo fine alle persecuzioni con l’Editto di Milano, insieme a Licinio.
Si potrebbe rispondere anche che egli aveva in maniera chiarissima mostrato di incoraggiare la presenza della fede cristiana con costruzioni di basiliche edificate a sue spese – si pensi solo alle dieci, forse undici basiliche costruire in Roma (il Laterano, San Pietro e San paolo, Santa Croce, più le sei o sette circiformi – cfr. su questo Le basiliche costantiniane a Roma, di Caterina Papi), cui sono certamente da aggiungere la basilica recentemente rinvenuta a Ostia in corso di scavo e ancor più le basiliche in oriente, come l’Anastasis/Santo Sepolcro a Gerusalemme, la basilica della Natività a Betlemme e ancora a Gerusalemme l’Eleona sul Monte degli Ulivi (cfr. su questo Come la Palestina diventò Terra Santa, di Pietro Kaswalder ofm.), ma anche la basilica costantiniana di Tiro[2] e la chiesa costantinopolitana dei Dodici apostoli nella quale Costantino aveva preparato il proprio sepolcro – edificio poi distrutto e trasformato nell’odierna moschea di Fatih, poiché Maometto II, conquistatore della città, volle essere sepolto nello stesso luogo dove era stato in precedenza sepolto Costantino; Fātiḥ vuol dire “il conquistatore”.
Ma questa vicinanza di Costantino alla Chiesa e questi suoi contributi effettivi a favore dei cristiani non sarebbe stati sufficienti a far sì che i vescovi accettassero la presidenza da parte di un imperatore di un Concilio che doveva decidere del Simbolo di fede e della cristologia.
Ciò può essere compreso solo a partire dal fatto che la Chiesa considerasse allora Costantino come un catecumeno, cioè qualcuno che aveva già richiesto il Battesimo, ma lo aveva procrastinato – nella fede della Chiesa chi è catecumeno è già cristiano, anche se non è ancora battezzato.
Certo Costantino convocò e diresse il Concilio anche e soprattutto per ragioni politico-sociali, per mantenere l’unità dell’impero, poiché vedeva nelle divisioni fra cristiani un pericolo per la compagine del suo regno.
Ne è prova ciò su cui ha tanto insistito Simonetti, affermando correttamente che l’imperatore, dopo aver aiutato i vescovi a far trionfare il Credo niceno contro gli ariani, cercò poi di far riammettere questi ultimi nella Chiesa, affermando che le differenze teologiche fra le due parti che si erano scontrate a Nicea non erano poi così rilevanti[3].
Ma certo Costantino aveva ben compreso che il paganesimo stava morendo nei cuori e nelle menti e non era più in grado di fornire un’“anima” all’impero e, pur essendo il cristianesimo ancora minoritario (come sostiene sempre Simonetti), lo scelse per il futuro dell’impero. Certamente la madre, Elena, che era profondamente cristiana, dovette giocare un ruolo nella sua scelta.
Solo nel 330, con la fondazione di Costantinopoli, Costantino spostò la capitale da Nicomedia (e Nicea) nella “seconda “Roma”, intuendo in anticipo di secoli che la prima Roma, l’urbe, sarebbe stata a breve sottoposta a pericoli maggiori dell’oriente. E, in effetti, il termine moderno di İstanbul deriva dal greco “eis ten polin” “verso la città”, che i guerrieri turchi sentivano ripetere dai bizantini, dove la “polis” della seconda Roma era il calco dell’“urbe” della prima, nella lingua greca (su İstanbul-Costantinopoli e i suoi concili, cfr. İstanbul-Costantinopoli, di Andrea Lonardo).
Tale spostamento del baricentro dell’impero che si volse definitivamente all’oriente ebbe conseguenze di rilevanza mondiale: permise nel tempo la separazione del potere politico da quello religioso, con l’imperatore che, forzatamente, non fu più in grado di controllare il pontefice per la lontananza della sede romana: il sorgere della nuova capitale permise storicamente quel distacco dei due poteri che Gesù aveva indicato con le espressioni: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (cfr. su questo Il potere necessario: come nacque il potere temporale della Chiesa?, di Andrea Lonardo).
4/ Il secondo Concilio di Nicea e la chiesa nicena di Santa Sofia
Merita rinviare almeno con un accenno ad una questione di un’importanza capitale che meriterebbe ben altro sviluppo.
La chiesa di Santa Sofia in Nicea è quella in cui si svolse il secondo Concilio di Nicea, relativo alla crisi iconoclasta. L’edificio sembrerebbe essere stato eretto in età giustinianea, tra la fine del V secolo e i primi anni del VI.
Trasformata in Museo al tempo di Atatürk è stato purtroppo nuovamente ritrasformata in moschea, analogamente a quanto è avvenuto per la chiesa costantinopolitana di San Salvatore in Chora e per la stessa Santa Sofia di İstanbul.
Nel 787 il Concilio II di Nicea, il VII ecumenico e ultimo del primo millennio, riaffermò solennemente il valore delle immagini giungendo ad affermare che chi le rifiutava, rifiutava di fatto l’incarnazione e, quindi, aveva dissolto la fede cristiana, facendosi eretico. Furono i pontefici romani, che aveva accolto i monaci iconoduli fuggiti dall’oriente, a difendere le immagini e senza tale Concilio non ci sarebbero poi stati le icone di Rublev, ma nemmeno Giotto, Caravaggio, Rembrandt e van Gogh e tutta la storia dell’arte avrebbe avuto un diverso corso (cfr. su questo İznik-Nicea, nella Chiesa della S. Sofia: il I ed il II concilio di Nicea, di Andrea Lonardo).
Le dichiarazioni del Concilio discusse a Nicea, vennero poi proclamate nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli e questo solo fatto fa ben comprendere come con il termine di Santa Sofia non ci si riferisse alla martire romana che portava tale nome, bensì a Cristo stesso, “sapienza divina”, che era apparso visibilmente fra gli uomini, motivo per cui era straordinariamente importante che il suo volto – e tutta la storia sacra – venisse rappresentata in ogni chiesa di fede cattolica.
2/ Nicea (gr. Νίϰαια; lat. Nicaea; turco İznik), di A.B. Yalçin
Riprendiamo sul nostro sito un testo di A.B. Yalçin, tratto dall’Enciclopedia dell'Arte Medievale (1997) Treccani, disponibile on-line al link https://www.treccani.it/enciclopedia/nicea_(Enciclopedia-dell'-Arte-Medievale)/. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione I luoghi della Bibbia e della storia della Chiesa, in particolare Turchia.
Il Centro culturale Gli scritti (27/11/2025)
Città della Turchia, di fondazione ellenistica, nell'antica regione della Bitinia (Anatolia nordoccidentale), posta sulla riva occidentale dell'omonimo lago (İznik Gölü) e sul percorso di un'importante strada che dalla costa del mar di Marmara conduceva nell'entroterra anatolico.
All'originario impianto urbanistico a schema ortogonale si sovrapposero quasi completamente la città romana, bizantina e, quindi, quella ottomana. N., entrata nella sfera d'influenza di Roma nel 74 a.C., visse in seguito un progressivo ampliamento urbano, per raggiungere la massima espansione all'epoca di Adriano (117-138), al cui nome sono legate la ricostruzione della città devastata da un terremoto nel 123 e la costruzione della cinta muraria, poi largamente restaurata dopo le scorrerie dei Goti (267-268).
Nel 325 nel palazzo imperiale di N., da ubicarsi forse nel settore nordoccidentale della città, si tenne il primo concilio ecumenico della cristianità, convocato da Costantino, che si concluse con la condanna delle dottrine di Ario e con la formulazione del Credo niceno.
Procopio di Cesarea (De Aed., V, 3) testimonia che Giustiniano (527-565) risollevò le precarie condizioni della città, prostrata da terremoti e carestie, restaurando l'acquedotto, le terme, il palazzo, alcune chiese, e incrementandone anche i traffici commerciali.
Divenuta capitale del tema degli Opsiciani, N. fu vanamente assediata dagli Arabi nel 717 e nel 725-727.
Nel 787 accolse nella chiesa della Santa Sofia il secondo concilio niceno, convocato dall'imperatrice Irene per condannare le dottrine iconoclaste. Fu coinvolta in seguito nelle rivolte di Giovanni Barda Sclero (976-978) e di Isacco Comneno (1057-1059).
Devastata da un terremoto nel 1065, N. fu conquistata nel 1078 da Sulaymān I che la elevò in seguito al rango di capitale del regno selgiuqide in Anatolia.
Dopo alcuni vani tentativi di riconquista intrapresi da Alessio I Comneno (1081-1118), nel 1097, l'esercito crociato di Goffredo di Buglione riuscì a espugnare la città, che l'anno precedente aveva assistito al massacro della disordinata avanguardia cristiana guidata da Pietro l'Eremita.
Dopo la conquista latina di Costantinopoli nel 1204, N. divenne per oltre un cinquantennio la residenza dell'impero bizantino in esilio: qui si fece infatti incoronare imperatore nel 1208 Teodoro I Lascaris (m. nel 1222), despota già dal 1204.
Questo periodo si caratterizzò per un grande fervore artistico e culturale, giacché l'aristocrazia costantinopolitana esule a N. si rivolse al recupero dell'antica cultura ellenica, considerandolo un mezzo per preservare la propria identità nazionale. Ne offrono significativa testimonianza gli scritti del letterato e statista Teodoro Metochite - una delle più eminenti figure della cultura bizantina della seconda metà del sec. 13° e degli inizi del successivo, cui si deve anche un encomio dedicato alla città (Nikaeus) - e alcuni codici miniati eseguiti forse proprio a N. intorno alla metà del sec. 13°, come per es. due evangeliari oggi ad Atene (Nat. Lib., 118) e a Princeton (Univ. Lib., Garret 5, già Athos, Andreaskiti, 753), nei quali si colgono in fieri le tendenze stilistiche dell'arte paleologa.
Dopo la riconquista di Costantinopoli da parte bizantina (1261), N. continuò a svolgere un importante ruolo politico ed economico fino al 1331, quando si arrese all'esercito ottomano di Orkhān Ghāzī (m. nel 1359), che la elesse a capitale sino al 1335; cadì della città, ovvero giudice con ampi poteri amministrativi, fu nominato Khayr al-Dīn Khalīl della dinastia dei Jandārlī.
Nonostante il saccheggio compiuto dalle avanguardie delle truppe mongole di Tamerlano - che aveva sconfitto nel 1402 il sultano Bāyazīd I (1389-1402) presso Ankara -, N. continuò a essere un importante centro artistico e commerciale per oltre un secolo.
Le cronache dei viaggiatori occidentali che visitarono la città a partire dalla metà del sec. 16° ne descrivono invece lo stato fatiscente e il progressivo degrado della possente cinta muraria, che peraltro costituisce tuttora uno dei più completi e meglio conservati sistemi di difesa romano-bizantini dell'Anatolia.
Le mura, che con andamento irregolare sviluppano un perimetro di ca. km 5, appaiono come un grandioso palinsesto. Accanto alle torri e alle sezioni di epoca romana, caratterizzate da un paramento interamente in laterizio, oppure con fasce di laterizi regolarmente alternate a fasce di conci di pietra, si distinguono le strutture seriori - per lo più riferibili ai restauri del sec. 8° e a quelli voluti nell'859 dall'imperatore Michele III (attestati da otto iscrizioni) -, qualificate da murature irregolari con presenza di molti materiali di spoglio. I settori caratterizzati invece dalla tecnica costruttiva c.d. a mattone arretrato possono essere attribuiti ai restauri eseguiti in seguito al citato terremoto del 1065. La tecnica muraria a cloisonné sigla infine il grande intervento lascaride, che nel sec. 13° comportò la sopraelevazione del muro esistente e la creazione di un antemurale distante dalla cinta ca. m 16; nella sua redazione tardobizantina il sistema difensivo della città giunse così a contare, tra cinta interna e antemurale, oltre duecento torri di forma circolare e quadrangolare, che si sviluppavano su due piani disposte a una distanza di m 60-70 l'una dall'altra.
Nella cinta si aprivano alcune posterule e quattro porte principali, tre delle quali conservate: a N la porta d'Istanbul, a E la porta di Lefke e a S la porta di Yenişehir; quella occidentale è invece quasi completamente rasa al suolo, come del resto tutto il settore prospiciente il lago. Le porte presentano complesse articolazioni interne con successione di varchi (in particolare va segnalata la tipologia trionfale a tre fornici del varco centrale della porta di Costantinopoli), in qualche caso disposti anche non in asse, e comprendono strutture di epoca romana, caratterizzate dalla presenza di iscrizioni del 1°-3° secolo. All'esterno della porta di Lefke si conservano resti di un acquedotto bizantino.
Nel centro della città antica, nel punto ove s'incrociavano i due assi stradali perpendicolari, sorge, sovrapponendosi forse a un edificio di epoca romana, la chiesa della Santa Sofia.
Pur in assenza di fonti testuali o epigrafiche, appare possibile circoscrivere la datazione dell'edificio originario tra la fine del sec. 5° e i primi anni del 6°, soprattutto in considerazione delle sue caratteristiche planimetriche: una basilica di impianto rettangolare molto raccorciato (m 26 ´ 22), a tre navate, conclusa a E da un'abside poligonale all'esterno, priva in questa fase degli ambienti laterali, e preceduta a O da un nartece; tale tipologia icnografica appare infatti assai simile a quella delle basiliche costantinopolitane della metà del sec. 5°, quali il S. Giovanni di Studios e la Theotokos Chalkoprateia. Dopo il terremoto del 1065, l'edificio, al quale era stata addossata in prosieguo di tempo una cappella sul lato sud, subì pesanti trasformazioni: archeggiature su pilastri sostituirono i colonnati, due ambienti affiancarono l'abside e il pavimento venne sopraelevato e ridecorato in opus sectile.
Resti dell'originario pavimento, ugualmente in opus sectile, sono stati rimessi in luce nel presbiterio. Viene invece attribuito a un momento immediatamente precedente l'arcosolio ricavato nello spessore della parete nord e decorato con un affresco raffigurante la Déesis. Altri esigui lacerti di affreschi, attribuiti invece al sec. 13°, si conservano nell'ambiente a S dell'abside.
Nel 1331, per volontà di Orkhān Ghāzī, la chiesa fu trasformata in moschea; in tale occasione furono ampliati gli archivolti interni per consentire la completa visuale del miḥrāb e venne nuovamente rialzato il pavimento. Accanto alla moschea furono costruiti un minareto, un imaret (mensa pubblica), una madrasa e uno ḥamām (bagno).
Nel settore sudorientale di N. si situano le rovine della chiesa della Dormizione, distrutta negli anni Venti durante il conflitto greco-turco. La chiesa, caratterizzata da un impianto a croce greca inscritta con copertura a cupola, faceva parte del monastero della Dormizione della Vergine, fondato in epoca preiconoclasta dall'igumeno Giacinto, il cui nome ricorre in forma di monogramma nell'originaria decorazione scultorea e musiva dell'edificio (nota attraverso la documentazione fotografica del 1912). Un igumeno Giacinto è però attestato a N. per la prima volta nelle fonti solo negli atti del secondo concilio niceno; la cronologia del fondatore e quella dell'edificio rimangono dunque controverse - variamente collocate tra il sec. 6° e l'8° -, anche se l'originario programma iconografico e lo stile dei mosaici del bema sembrano avallare una datazione ancora entro il 6° secolo. Nella decorazione musiva del bema si succedettero comunque tre fasi, di cui due furono individuate dopo la ripulitura del 1912, mentre una terza è riconoscibile alla luce della documentazione fotografica eseguita in quell'occasione, in particolare per quel che riguarda l'immagine campita sullo sfondo aureo della conca absidale. Erano pertinenti alla prima fase le quattro virtù o potenze angeliche recanti il labaro con il trisághion, poste nell'intradosso dell'arcone presbiteriale, alla cui sommità si stagliava un trono con i simboli regali del Cristo nella sua accezione trinitaria; alla stessa fase apparteneva la mano dell'Eterno nell'empireo, posta al culmine del catino absidale e inserita in tre cerchi di tonalità degradante, da cui emanavano tre raggi. Questi ultimi erano indirizzati verso una figura - distrutta in epoca iconoclasta per essere sostituita da una croce -, che poteva essere Cristo oppure la Vergine con il Bambino, simile a quella rifatta durante il restauro voluto da un non meglio identificato Naucrazio all'indomani della fine della crisi iconoclasta; l'immagine era comunque commentata dai versetti di Sal. 92 (91), 5 e 96 (95), 7.
Nel nartece della chiesa, restaurato dopo il terremoto del 1065, si conservava, fino agli inizi del secolo, anche una serie di mosaici che offrivano un'importante testimonianza in rapporto alle contemporanee correnti della pittura monumentale costantinopolitana.
Non lontano dalla chiesa della Dormizione rimane un haghíasma (fonte sacra) semi-ipogeo di forma circolare (diametro m 4,50) e con copertura cupolata, datato al 6° secolo. Presso la porta di Costantinopoli e quella di Yenişehir rimangono inoltre le rovine di due piccoli edifici ecclesiali di epoca lascaride, uno dei quali potrebbe essere identificato con la chiesa dedicata a s. Trifone da Teodoro II Laskaris nel 1255-1256.
Di notevole interesse sono anche i monumenti turchi di N., che offrono significative testimonianze della nascente architettura ottomana, in particolare per ciò che riguarda le moschee cupolate con schema planimetrico a T capovolta e la tipologia della madrasa e del mausoleo. Questi edifici sono di norma caratterizzati da una peculiare tecnica muraria a filari di conci alternati con tre corsi di mattoni, che fu in seguito adottata anche nelle fondazioni di Bursa.
La più antica moschea è quella di Haci Özbek, datata da un'epigrafe al 1333: un impianto quadrangolare con cupola su trombe a ventaglio, preceduto in origine da un portico demolito nel 1939. Analoga doveva essere la distrutta moschea di Haci Hamza bin Erdemşah, costruita molto probabilmente tra il 1345 e il 1349, insieme al vicino mausoleo, da Haci Ali, il primo architetto ottomano conosciuto, probabilmente lo stesso che con il nome di Haci bin Musa fu il responsabile della costruzione della Yeşil Cami.
Al di fuori della porta di Yenişehir sono invece i resti di una moschea - fondata, come attesta un'iscrizione, nel 1334 dal sultano Orkhān Gāzī - con pianta a T capovolta, portico, sala cupolata e iwan sopraelevato.
Non lontano sorge la türbe di Kırgızlar (sec. 14°), la cui camera funeraria, con cupola su alto tamburo, è preceduta da un ambiente voltato. Più magniloquente appare invece la Yeşil Cami, che, come è attestato da un'iscrizione, fu costruita per ordine del generale Candarlı Kara Khalīl Pāshā tra il 1378 e il 1391 dall'architetto Haci bin Musa. Preceduta da un portico profondo, la sala di preghiera presenta una grande cupola (diametro m 11) su di un alto tamburo con pennacchi prismatici; secondo la tradizione selgiuqide, il minareto è rivestito di piastrelle maiolicate.
La pianta a T capovolta preceduta da un portico e la sala a grande cupola su pennacchi prismatici ricorrono anche nell'imaret (od. sede dell'Iznik Mus.), costruito nel 1388 dal sultano Murād I (1360-1389) in memoria della madre Nīlūfer Khātūn, ampliando comunque uno schema già adottato nell'imaret di Yakup Çelebi (1380).
Presso quest'ultimo sorge il mausoleo, del tipo a cupola su quattro arcate aperte, dello stesso personaggio, fratello di Bāyazīd I. Il medesimo impianto caratterizza anche il mausoleo di Sarı Saltuk o Saltuk Baba (fine sec. 14°), mentre quello dei Jandārlī (sec. 14°) mostra due camere funerarie cupolate. Si deve a Suleymān Pāshā, figlio di Orkhān Gāzī, la fondazione di una madrasa con cortile porticato a U, celle e sala cupolate. Risale infine all'epoca del sultano Murād I il complesso del Büyük Hamam, con pregevoli decorazioni in stucco ormai assai degradate, come quelle dello ḥamām di Ismā῾īl Bey (sec. 14°-15°), forse in origine annesso alla residenza di Jandārlī Ibrāhīm Pāshā, caratterizzato da una planimetria irregolare e da sale con cupole a ombrello, a stella o a spirale.
Dopo la conquista ottomana si svilupparono a N. le manifatture di ceramica, la cui produzione, esportata anche nei paesi più lontani, si qualificava sia per l'alto livello tecnico dell'invetriatura sia per il raffinato repertorio decorativo (composizioni geometriche, fitozoomorfe combinate in sinuosi schemi arabescanti), dipinto o graffito, modulato di preferenza su accese tonalità azzurre, rosse e nere.
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3/ «I Padri di Nicea vollero restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo. Il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario. L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci». Leone XIV, Lettera Apostolica In unitate fidei nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea
Riprendiamo sul nostro sito la Lettera Apostolica In unitate fidei nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea scritta da papa Leone XIV e pubblicata il 23/11/2025. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Cristianesimo.
Il Centro culturale Gli scritti (27/11/2025)
1. Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del Credo: «Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza», formulate dal Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, 1700 anni or sono.
Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale. A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea.
2. «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio»: così San Marco intitola il suo Vangelo, riassumendone l’intero messaggio proprio nel segno della figliolanza divina di Gesù Cristo. Allo stesso modo, l’Apostolo Paolo sa di essere chiamato ad annunciare il Vangelo di Dio sul suo Figlio morto e risorto per noi (cfr Rm 1,9), che è il “sì” definitivo di Dio alle promesse dei profeti (cfr 2Cor 1,19-20). In Gesù Cristo, il Verbo che era Dio prima dei tempi e per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte – recita il prologo del Vangelo di San Giovanni –, «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). In Lui, Dio si è fatto nostro prossimo, così che tutto quello che noi facciamo ad ognuno dei nostri fratelli, l’abbiamo fatto a Lui (cfr Mt 25,40).
È quindi una provvidenziale coincidenza che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. È questo il cuore della fede cristiana. Ancor oggi nella celebrazione eucaristica domenicale pronunciamo il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle.
3. I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando esso iniziò, nel 325, erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i cristiani. L’Editto di tolleranza di Milano (313), emanato dai due imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova epoca di pace. Dopo le minacce esterne, tuttavia, nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti.
Ario, un presbitero di Alessandria d’Egitto, insegnava che Gesù non è veramente il Figlio di Dio; seppure non una semplice creatura, Egli sarebbe un essere intermedio tra il Dio irraggiungibilmente lontano e noi. Inoltre, vi sarebbe stato un tempo in cui il Figlio “non era”. Ciò era in linea con la mentalità diffusa all’epoca e risultava perciò plausibile.
Ma Dio non abbandona la sua Chiesa, suscitando sempre uomini e donne coraggiosi, testimoni nella fede e pastori che guidano il suo Popolo e gli indicano il cammino del Vangelo. Il Vescovo Alessandro di Alessandria si rese conto che gli insegnamenti di Ario non erano affatto coerenti con la Sacra Scrittura. Poiché Ario non si mostrava conciliante, Alessandro convocò i Vescovi dell’Egitto e della Libia per un sinodo, che condannò l’insegnamento di Ario; agli altri Vescovi dell’Oriente inviò poi una lettera per informarli dettagliatamente. In Occidente si attivò il Vescovo Osio di Cordova, in Spagna, che si era già dimostrato fervente confessore della fede durante la persecuzione sotto l’imperatore Massimiano e godeva della fiducia del Vescovo di Roma, Papa Silvestro.
Anche i seguaci di Ario, però, si compattarono. Ciò portò a una delle più grandi crisi nella storia della Chiesa del primo millennio. Il motivo della disputa, infatti, non era un dettaglio secondario. Si trattava del centro della fede cristiana, cioè della risposta alla domanda decisiva che Gesù aveva posto ai discepoli a Cesarea di Filippo: «Voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15).
4. Mentre la controversia divampava, l’imperatore Costantino si rese conto che insieme all’unità della Chiesa era minacciata anche l’unità dell’Impero. Convocò quindi tutti i Vescovi a un concilio ecumenico, cioè universale, a Nicea, per ristabilire l’unità. Il sinodo, detto dei “318 Padri”, si svolse sotto la presidenza dell’imperatore: il numero dei Vescovi riuniti insieme era senza precedenti. Alcuni di loro portavano ancora i segni delle torture subite durante la persecuzione. La grande maggioranza di essi proveniva dall’Oriente, mentre sembra che solo cinque fossero occidentali. Papa Silvestro si affidò alla figura, teologicamente autorevole, del Vescovo Osio di Cordova, e inviò due presbiteri romani.
5. I Padri del Concilio testimoniarono la loro fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione apostolica, come veniva professata durante il battesimo secondo il mandato di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). In Occidente ne esistevano varie formule, tra le quali il cosiddetto Credo degli Apostoli[4]. Anche in Oriente esistevano molte professioni battesimali, tra loro simili nella struttura. Non si trattava di un linguaggio erudito e complicato, ma piuttosto – come si disse in seguito – del semplice linguaggio comprensibile ai pescatori del mare di Galilea.
Su questa base il Credo niceno inizia professando: «Noi crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili»[5]. Con ciò i Padri conciliari espressero la fede nel Dio uno e unico. Al Concilio non ci fu controversia al riguardo. Venne invece discusso un secondo articolo, che utilizza anch’esso il linguaggio della Bibbia per professare la fede in «un solo Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio». Il dibattito era dovuto all’esigenza di rispondere alla questione sollevata da Ario su come si dovesse intendere l’affermazione “Figlio di Dio” e come potesse conciliarsi con il monoteismo biblico. Il Concilio era perciò chiamato a definire il corretto significato della fede in Gesù come “il Figlio di Dio”.
I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è «dalla sostanza (ousia) del Padre [...] generato, non creato, della stessa sostanza (homooúsios) del Padre». Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario[6]. Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, “sostanza” (ousia) e “della stessa sostanza” (homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario. L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci.
In positivo, i Padri di Nicea vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo.
6. Per esprimere il suo messaggio nel linguaggio semplice della Bibbia e della liturgia familiare a tutto il Popolo di Dio, il Concilio riprende alcune formulazioni della professione battesimale: «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero». Il Concilio riprende poi la metafora biblica della luce: «Dio è luce» (1Gv 1,5; cfr Gv 1,4-5). Come la luce che irradia e comunica sé stessa senza venire meno, così il Figlio è il riflesso (apaugasma) della gloria di Dio e l’immagine (character) del suo essere (ipostasi) (cfr Eb 1,3; 2Cor 4,4). Il Figlio incarnato, Gesù, è perciò la luce del mondo e della vita (cfr Gv 8,12). Attraverso il battesimo, gli occhi del nostro cuore vengono illuminati (cfr Ef 1,18), affinché anche noi possiamo essere luce nel mondo (cfr Mt 5,14).
Il Credo, infine, afferma che il Figlio è «Dio vero da Dio vero». In molti luoghi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il vero Dio è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente (cfr Es 3,14), il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco (cfr Es 13,21), gli parla con voce di tuono (cfr Dt 5,26) e ne ha compassione (cfr Os 11,8-9). Il cristiano è quindi chiamato a convertirsi dagli idoli morti al Dio vivo e vero (cfr At 12,25; 1Ts 1,9). In questo senso, Simon Pietro confessa a Cesarea di Filippo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).
7. Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redenti attraverso Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10). Per questo il Credo continua con le parole della professione battesimale: il Figlio di Dio che “per noi uomini e per la nostra salvezza discese e si è incarnato e si è fatto uomo, morì, il terzo giorno è risuscitato, è salito al cielo e verrà per giudicare i vivi e i morti”. Ciò rende chiaro che le affermazioni di fede cristologiche del Concilio sono inserite nella storia di salvezza tra Dio e le sue creature.
Sant’Atanasio, che aveva partecipato al Concilio come diacono del Vescovo Alessandro e gli succedette sulla cattedra di Alessandria d’Egitto, ha sottolineato più volte e con grande forza la dimensione soteriologica che il Credo niceno esprime. Scrive infatti che il Figlio, disceso dal cielo, «ci rese figli del Padre e, divenuto egli stesso uomo, divinizzò gli uomini. Non divenne Dio da uomo che era, ma da Dio che era divenne uomo per poterci divinizzare»[7]. Solo se il Figlio è veramente Dio questo è possibile: nessun essere mortale può, di fatto, sconfiggere la morte e salvarci; solo Dio può farlo. È Lui che ci ha liberati nel Figlio suo fatto uomo perché fossimo liberi (cfr Gal 5,1).
Merita di essere sottolineato, nel Credo di Nicea, il verbo descendit, “discese”. San Paolo descrive con espressioni forti questo movimento: «[Cristo] svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,7). Così come scrive il prologo del Vangelo di San Giovanni, «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Per questo – insegna la Lettera agli Ebrei – «non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). La sera prima della sua morte, si è chinato come uno schiavo per lavare i piedi ai discepoli (cfr Gv 13,1-17). E l’apostolo Tommaso, solo quando ha potuto mettere le dita nella ferita del costato del Signore risorto, ha confessato: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
È proprio in virtù della sua incarnazione che incontriamo il Signore nei nostri fratelli e sorelle bisognosi: «Quello che avete fatto a loro, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Il Credo niceno non ci parla dunque del Dio lontano, irraggiungibile, immoto, che riposa in sé stesso, ma del Dio che è vicino a noi, che ci accompagna nel nostro cammino sulle strade del mondo e nei luoghi più oscuri della terra. La sua immensità si manifesta nel fatto che si fa piccolo, si spoglia della sua maestà infinita rendendosi nostro prossimo nei piccoli e nei poveri. Questo fatto rivoluziona le concezioni pagane e filosofiche di Dio.
Un’altra parola del Credo niceno è per noi oggi particolarmente rivelatrice. L’affermazione biblica «si fece carne», precisata inserendo la parola «uomo» dopo la parola «incarnato». Nicea prende così le distanze dalla falsa dottrina secondo cui il Logos avrebbe assunto solo un corpo come rivestimento esterno, ma non l’anima umana, dotata di intelletto e libero arbitrio. Al contrario, vuole affermare ciò che il Concilio di Calcedonia (451) avrebbe dichiarato esplicitamente: in Cristo, Dio ha assunto e redento l’intero essere umano, con corpo e anima. Il Figlio di Dio si è fatto uomo – spiega Sant’Atanasio – perché noi uomini potessimo essere divinizzati[8]. Questa luminosa intelligenza della Rivelazione divina era stata preparata da Sant’Ireneo di Lione e da Origene, sviluppandosi poi con grande ricchezza nella spiritualità orientale.
La divinizzazione non ha nulla a che vedere con l’auto-deificazione dell’uomo. Al contrario, la divinizzazione ci custodisce dalla tentazione primordiale di voler essere come Dio (cfr Gen 3,5). Ciò che Cristo è per natura, noi lo diventiamo per grazia. Attraverso l’opera della redenzione, Dio non solo ha restaurato la nostra dignità umana come immagine di Dio, ma Colui che ci ha creati in modo meraviglioso ci ha resi partecipi, in modo ancor più mirabile, della sua natura divina (cfr 2Pt 1,4).
La divinizzazione è quindi la vera umanizzazione. Ecco perché l’esistenza dell’uomo punta al di là di sé, cerca al di là di sé, desidera al di là di sé ed è inquieta finché non riposa in Dio[9]: Deus enim solus satiat, Dio solo soddisfa l’uomo![10] Solo Dio, nella sua infinità, può soddisfare l’infinito desiderio del cuore umano, e per questo il Figlio di Dio ha voluto diventare nostro fratello e redentore.
8. Abbiamo detto che Nicea respinse chiaramente gli insegnamenti di Ario. Ma Ario e i suoi seguaci non si arresero. Lo stesso imperatore Costantino e i suoi successori si schierarono sempre più con gli ariani. Il termine homooúsios divenne pomo della discordia tra niceni e anti-niceni, scatenando così altri gravi conflitti. San Basilio di Cesarea descrive la confusione che si produsse con immagini eloquenti, paragonandola a una battaglia navale notturna in una violenta tempesta[11], mentre Sant’Ilario testimonia l’ortodossia dei laici rispetto all’arianesimo di molti vescovi, riconoscendo che «le orecchie del popolo sono più sante dei cuori dei sacerdoti»[12].
La roccia del credo niceno fu Sant’Atanasio, irriducibile e fermo nella fede. Nonostante fosse stato deposto ed espulso ben cinque volte dalla sede episcopale di Alessandria, ogni volta vi tornò come Vescovo. Anche dall’esilio continuò a guidare il Popolo di Dio attraverso i suoi scritti e le sue lettere. Come Mosè, Atanasio non poté entrare nella terra promessa della pace ecclesiale. Questa grazia era riservata a una nuova generazione, nota come i “giovani niceni”: in Oriente, i tre Padri cappadoci, San Basilio di Cesarea (circa 330-379), a cui fu dato il titolo “il Grande”, suo fratello San Gregorio di Nissa (335-394) e il più grande amico di Basilio, San Gregorio Nazianzeno (329/30-390). In Occidente furono importanti Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367) e il suo allievo San Martino di Tours (circa 316-397). Poi soprattutto Sant’Ambrogio di Milano (333-397) e Sant’Agostino d’Ippona (354-430).
Il merito dei tre Cappadoci, in particolare, è stato quello di portare a compimento la formulazione del Credo niceno, mostrando che l’Unità e la Trinità in Dio non sono affatto in contraddizione. In questo contesto, venne formulato l’articolo di fede sullo Spirito Santo nel primo Concilio di Costantinopoli del 381. Così il Credo, che da allora si chiamò niceno-costantinopolitano recita: «Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti»[13].
Dal Concilio di Calcedonia, nel 451, il Concilio di Costantinopoli fu riconosciuto come ecumenico e il Credo niceno-costantinopolitano venne dichiarato universalmente vincolante[14]. Esso, dunque, costituì un vincolo di unità tra Oriente e Occidente. Nel XVI secolo lo hanno mantenuto anche le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma. Il Credo niceno-costantinopolitano risulta così la professione comune di tutte le tradizioni cristiane.
9. È stato lungo e lineare il cammino che ha portato dalla Sacra Scrittura alla professione di fede di Nicea, poi alla sua ricezione da parte di Costantinopoli e Calcedonia, e ancora fino al XVI e al nostro XXI secolo. Tutti noi, come discepoli di Gesù Cristo, «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» siamo battezzati, facciamo su noi stessi il segno della croce e veniamo benedetti. Concludiamo ogni volta la preghiera dei salmi nella Liturgia delle Ore con «Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo». La liturgia e la vita cristiana sono dunque saldamente ancorate al Credo di Nicea e Costantinopoli: ciò che diciamo con la bocca deve venire dal cuore, così da essere testimoniato nella vita. Dobbiamo quindi chiederci: che ne è della ricezione interiore del Credo oggi? Sentiamo che riguarda anche la nostra situazione odierna? Comprendiamo e viviamo ciò che diciamo ogni domenica, e che cosa significa ciò che diciamo per la nostra vita?
10. Il Credo di Nicea inizia professando la fede in Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra. Oggi per molti, Dio e la questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo[15]. Si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce.
Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale? È il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?[16]
11. Al centro del Credo niceno-costantinopolitano campeggia la professione di fede in Gesù Cristo, nostro Signore e Dio. È questo il cuore della nostra vita cristiana. Perciò ci impegniamo a seguire Gesù come Maestro, compagno, fratello e amico. Ma il Credo niceno chiede di più: ci ricorda infatti di non dimenticare che Gesù Cristo è il Signore (Kyrios), il Figlio del Dio vivente, che «per la nostra salvezza discese dal cielo» ed è morto «per noi» sulla croce, aprendoci la strada della vita nuova con la sua risurrezione e ascensione.
Certo, la sequela di Gesù Cristo non è una via larga e comoda, ma questo sentiero, spesso impegnativo o persino doloroso, conduce sempre alla vita e alla salvezza (cfr Mt 7,13-14). Gli Atti degli Apostoli parlano della via nuova (cfr At 19,9.23; 22,4.14-15.22), che è Gesù Cristo (cfr Gv 14,6): seguire il Signore impegna i nostri passi sulla via della croce, che attraverso il pentimento ci conduce alla santificazione e alla divinizzazione[17].
Se Dio ci ama con tutto sé stesso, allora anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Non possiamo amare Dio che non vediamo, senza amare anche il fratello e la sorella che vediamo (cfr 1Gv 4,20). L’amore per Dio senza l’amore per il prossimo è ipocrisia; l’amore radicale per il prossimo, soprattutto l’amore per i nemici senza l’amore per Dio, è un eroismo che ci sovrasta e opprime. Nella sequela di Gesù, l’ascesa a Dio passa attraverso la discesa e la dedizione ai fratelli e alle sorelle, soprattutto agli ultimi, ai più poveri, agli abbandonati e agli emarginati. Ciò che abbiamo fatto al più piccolo di questi, lo abbiamo fatto a Cristo (cfr Mt 25,31-46). Di fronte alle catastrofi, alle guerre e alla miseria, possiamo testimoniare la misericordia di Dio alle persone che dubitano di Lui solo quando esse sperimentano la sua misericordia attraverso di noi[18].
12. Infine, il Concilio di Nicea è attuale per il suo altissimo valore ecumenico. A questo proposito, il raggiungimento dell’unità di tutti i cristiani è stato uno degli obiettivi principali dell’ultimo Concilio, il Vaticano II[19]. Esattamente trent’anni fa, San Giovanni Paolo II ha proseguito e promosso il messaggio conciliare nell’Enciclica Ut unum sint (25 maggio 1995). Così, con il grande anniversario del primo Concilio di Nicea, celebriamo anche l’anniversario della prima Enciclica ecumenica. Essa può essere considerata come un manifesto che ha aggiornato quelle stesse basi ecumeniche poste dal Concilio di Nicea.
Il movimento ecumenico, grazie a Dio, ha raggiunto molti risultati negli ultimi sessant’anni. Anche se la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma non ci è ancora stata donata, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo. Condividiamo infatti la fede nell’unico e solo Dio, Padre di tutti gli uomini, confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio Gesù Cristo e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge alla piena unità e alla testimonianza comune del Vangelo. Davvero quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide![20] Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei tanti martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: la loro memoria ci unisce e ci sprona ad essere testimoni e operatori di pace nel mondo.
Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione. La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore.
Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali. Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli.
Invochiamo dunque lo Spirito Santo, affinché ci accompagni e ci guidi in quest’opera.
Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia.
Ti ringraziamo perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo.
Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa. Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla.
Perché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità.
Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione.
Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a radunarci nell’unico gregge di Cristo.
Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo ad essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, perché il mondo creda. Amen.
Dal Vaticano, 23 novembre 2025, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo
LEONE PP. XIV
4/ Scoperti nuovi mosaici paleocristiani a Nicea. A Iznik, l'antica Nicea, un ritrovamento, tra i molti degli ultimi mesi, che riaccende l'interesse per le origini del cristianesimo, di Luigi Bignami
Riprendiamo da Avvenire un articolo di Luigi Bignami, pubblicato il 21/5/2025. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione I luoghi della Bibbia e della storia della Chiesa, in particolare Turchia.
Il Centro culturale Gli scritti (27/11/2025)
Iznik, l'antica Nicea situata nella provincia turca di Bursa, è tornata al centro dell'attenzione internazionale grazie alle scoperte di straordinari mosaici paleocristiani durante scavi di fondazione nel quartiere Beyler.
I mosaici, eccezionalmente ben conservati, sono databili tra il I e il IV secolo d.C. e presentano simboli iconici del cristianesimo primitivo, come una nave e un cervo, quest'ultimo spesso associato al Salmo 42: "Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio". La scoperta coincide con l'annuncio della visita di Papa Leone XIV, che si recherà a Iznik per commemorare il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea voluto dall'imperatore Costantino.
Ma questa è solo l’ultima di varie scoperte di grande interesse archeologico realizzate nei pressi di Izink. Poche settimane or sono infatti, un gruppo di turisti che si erano dedicati all'esplorazione di un antico acquedotto romano che si estende per circa 23 chilometri, si è imbattuto in una reliquia inaspettata: una lapide che si ritiene risalga all'Impero Ottomano, uno degli imperi più longevi e influenti della storia. Taylan Sevil, direttore dell’İznik Museum ha spiegato che la lapide è un esempio di "devşirme" o "spolia" ossia di materiale architettonico riutilizzato.
"Questo acquedotto e l’intera città di Iznik subirono importanti restauri nel VI secolo d.C., ma la lapide, fu molto probabilmente, integrata nella struttura durante i lavori di restauro effettuati negli anni '60", ha spiegato Sevil. “All'epoca non c'erano esperti di conservazione o restauratori qualificati a supervisionare progetti del genere. Gli appaltatori usavano semplicemente i materiali disponibili. Riutilizzare elementi più antichi come questo era una pratica comune fin dall'antichità", ha aggiunto. Ora sarà necessario prelevarla dall’acquedotto e studiarla nei dettagli.
Recentemente poi, è stato terminato un lungo lavoro di restauro di un affresco su uno sfondo bianco decorato con pietre preziose colorate, che raffigura Maria seduta su un alto trono con in braccio Gesù. Misura 1,42 metri di altezza e 78 centimetri di larghezza. Questo affresco venne scoperto nel 2005 ad est dell’ingresso principale del teatro romano (costruito nel 111 d.C. durante il regno dell’Imperatore Traiano) che si iniziò a portare alla luce negli Anni ’80, ma che per problemi burocratici e di finanziamenti è stato restaurato solo recentemente.
Vi è poi l’importante scoperta della basilica sommersa nel lago antistante Iznik, dedicata a San Neofito che risulta essere una delle scoperte archeologiche più affascianti degli ultimi anni. Venne alla luce nel 2014 grazie a fotografie aeree, ma gli studi sono ancora in atto. Si trovava a circa 20 metri dalla riva a 2-3 metri di profondità, ma a causa dei cambiamenti climatici il lago si è ristretto ed ora il reperto si trova a filo d’acqua.
La basilica risale alla fine del IV secolo o all'inizio del V secolo d.C. ed è stata costruita in onore di San Neofito, un giovane martire cristiano ucciso nel 303 durante le persecuzioni dell'imperatore Diocleziano. Si ritiene che l'edificio sia stato eretto nel luogo esatto del suo martirio, rendendolo un importante sito di pellegrinaggio per i primi cristiani. Le autorità turche hanno più volte annunciato l'intenzione di trasformare il sito in un museo subacqueo, rendendolo accessibile ai visitatori attraverso strutture in vetro e piattaforme panoramiche.
[1] Cfr. su questo l’articolo Turchia, ecco la basilica di Nicea. Sommersa dopo un terremoto, riapparve nel 2014 dopo otto secoli, su “La Repubblica” del 24/11/2025, senza indicazioni di autore, al link https://www.repubblica.it/viaggi/2025/11/24/news/basilica_concilio_nicea_turchia_iznik_papa_leone-425001012/?ref=RHLM-BG-P21-S1-F-tb00.
[2] Sullo sviluppo di architetture propriamente cristiane e sulla questione della proprietà di edifici da parte dei vescovi e delle chiese stesse prima di Costantino, cfr. La cripta dei papi nelle catacombe di San Callisto e le prime proprietà della comunità cristiana di Roma, ben prima di Costantino, di Andrea Lonardo.
[3] Nel divampare delle discussioni cristologiche, proprio Costantino non riuscì a capire perché per i cristiani la teologia fosse così importante. È famosa una sua lettera scritta quando era appena scoppiata la disputa fra Ario ed Alessandro, predecessore di Atanasio, vescovo di Alessandria nella quale scrive:
«Dico queste cose non per costringervi ad essere completamente d’accordo su una questione fin troppo sciocca, quale che possa essere. Infatti voi potete conservare integra la dignità dell’assemblea e mantenere l’accordo fra tutti, anche se fra voi c’è disaccordo su questioni di minimo conto: infatti non vogliamo tutti le stesse cose né abbiamo una sola indole e una sola idea» (da una Lettera di Costantino, in Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, LXXI, 6).
E, nella stessa lettera, ripete espressioni simili: «Il pretesto da cui sono scaturiti [i conflitti] mi è apparso assai insignificante e niente affatto degno di una simile contesa» (LXVIII, 2) ed invita a valutare «se sia opportuno che una contesa verbale banale e di poca importanza spinga i fratelli a opporsi ai fratelli e che a causa di un’empia discordia si divida la preziosa unità del sinodo, per colpa nostra che litighiamo tra noi su questioni trascurabili e niente affatto necessarie» (LXXI, 3).
Nella lettera l’imperatore manifesta chiaramente il suo punto di vista: a lui interessa solo che ci sia pace nell’impero, perché una discordia lo indebolirebbe. Afferma di comprendere una divisione che potrebbe nascere dall’interpretazione delle “leggi” religiose, ma non una che ha a che fare con il dogma. Invita, pertanto, a tacere le discordie dogmatiche ed a tenerle per sé, senza turbare gli animi: «la vostra contesa non entra nei meriti dei principali precetti della Legge» (LXX) e ciascuno, dinanzi a queste questioni dogmatiche è invitato «a tenerle chiuse nella [...] mente e a non esternarle temerariamente nelle riunioni ufficiali, né ad affidarle sconsideratamente alle orecchie del popolo» (LXIX, 2).
Costantino ragiona come gli imperatori suoi predecessori: nel paganesimo non c’era questione di “verità”, di una adesione interiore che andava definita e precisata. Contava piuttosto l’ossequio esteriore, l’osservanza del culto e dei precetti. Anche nel corso della persecuzione dei cristiani l’atteggiamento era stato lo stesso. Non importava convincere i cristiani della “verità” del paganesimo, bastava che pubblicamente venerassero gli imperatori come dèi ed offrissero sacrifici agli dèi di Roma
Per questo Costantino tratta il cristianesimo come i suoi predecessori trattavano le altre religioni antiche: “Che ognuno compia gli atti di culto ed obbedisca alle leggi religiose e si tenga per sé le convinzioni personali sulla verità”. Costantino, insomma, non capisce che non è così nel cristianesimo: se, infatti, Gesù non è Figlio di Dio, tutto cambia! Se Gesù non ha rivelato Dio all’uomo, allora il cristianesimo non ha alcun senso.
Costantino scelse, insomma, il cristianesimo, ma non ne capì fino in fondo l’originalità e si comportò come se si trovasse ancora dinanzi a sacerdoti pagani, invitando i cristiani a soprassedere su questioni che non riguardassero il comportamento, la morale o le leggi.
Sulla questione così ha scritto in maniera splendida il prof. Simonetti: «Se infatti Costantino, quando si autoelesse capo della chiesa, aveva pensato di assumersi un incarico privo di complicazioni, quale era la funzione di pontefice massimo, aveva fatto male i suoi calcoli, in quanto aveva sottovalutato una caratteristica forte, che specificava la chiesa cristiana nei confronti delle religioni pagane, vale a dire la grande litigiosità interna. A differenza di quelle religioni, quella cristiana aveva alle spalle una sua storia e continuava a viverla giorno per giorno, storia tormentata, a volte convulsa, perché fatta in gran parte di contrasti e polemiche, rivolte non solo all'esterno, nel confronto con pagani e giudei, ma anche, e addirittura soprattutto, all'interno, per motivazioni di carattere sia dottrinale sia anche disciplinare. Quanto a Costantino, e al figlio Costanzo che avrebbe seguito, in sostanza, la politica paterna, il fallimento sarebbe stato dovuto al rifiuto, da parte della maggior parte degli interessati, anche se non di tutti, di distinguere tra forma e sostanza, tra l'accettazione soltanto esteriore di una professione di fede e l'adesione intima a un'altra. Il patrimonio di dottrina, che specificava la religione cristiana di fronte a quella pagana, che ne era priva, e anche a quella giudaica, dove era di entità molto più ridotta e di significato molto meno vincolante, era sentito come componente essenziale del deposito di fede e perciò tale da imporre un’osservanza in cui sostanza e forma s'identificassero, perciò senza distinzione tra adesione esterna e interna. La rabies theologorum era perciò destinata ad avere la meglio sulla moderazione di una politica di compromesso» (M. Simonetti, Costantino e la chiesa, in Costantino il grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente, A. Donati – G. Gentili (a cura di), SilvanaEditoriale, Milano, 2005, pp. 56-63); cfr. su questo Costantino non comprese il valore della teologia nel cristianesimo, di Andrea Lonardo, da cui è ripresa tutta la nota.
[4] Denzinger – Hünermann, Enchiridion Symbolorum, Bologna 2018 (d’ora in poi DH), 30.
[5] Ibid., 125.
[6] Dalle affermazioni di Sant’Atanasio in Contra Arianos I, 9, è chiaro che homooúsios non significa “di uguale sostanza”, ma “della stessa sostanza” con il Padre; non si tratta quindi di uguaglianza di sostanza, ma di identità di sostanza tra Padre e Figlio. La traduzione latina di homooúsios parla quindi giustamente di unius substantiae cum Patre (cfr DH 125).
[7] Contra Arianos I, 38, 7- 39, 1.
[8] Cfr De incarnatione, 54, Contra Arianos I, 39; 42; 45; II, 59ss.
[9] S. Agostino, Confessiones, 1.
[10] S. Tommaso d’Aquino, In Symbolum Apostolorum, a. 12.
[11] S. Basilio, De Spiritu Sancto, 30.
[12] S. Ilario, Contra Arianos, vel Auxentium, 6. Memore delle voci dei Padri, il dotto teologo, poi Cardinale e oggi Santo e Dottore della Chiesa John Henry Newman (1801-1890) indagò su questa disputa e giunse alla conclusione che il Credo di Nicea è stato custodito soprattutto dal sensus fidei del popolo di Dio. Cfr On consulting the Faithful in Matters of Doctrine (1859).
[13] DH 150. L’affermazione “e procede dal Padre e dal Figlio (Filioque)” non si trova nel testo di Costantinopoli; fu inserita nel Credo latino da Papa Benedetto VIII nel 1014 ed è oggetto del dialogo ortodosso – cattolico.
[14] DH 300.
[15] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 19.
[16] Cfr Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67; 78; 124.
[17] Cfr Id., Esort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), 92.
[18] Cfr Id., Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 67; 254.
[19] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Unitatis redintegratio, 1.
[20] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ut unum sint (25 maggio 1995), 20.



