Henri de Lubac: dalla tradizione la proposta di un nuovo umanesimo, di Michele Dolz

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /09 /2022 - 06:35 am | Permalink | Homepage
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Riprendiamo per il progetto Portaparola l’articolo apparso su Avvenire del 5 luglio 2007, in occasione della nuova edizione italiana del IV volume di Esegesi medievale del grande teologo Henri de Lubac. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line del testo.

Il Centro culturale Gli scritti (13/11/2007)

 

Una nota voluta da Henri de Lubac in ogni volume dell'edizione italiana delle sue opere complete sarebbe da incorniciare a esempio e stimolo dei teologi: «In questa massa di scritti disparati io credo ci sia una certa, fondamentale unità di spirito; questa non consiste affatto nella pretesa di apportare qualcosa di nuovo nel campo della ricerca teologica né in quella di presentare, anche se in maniera incoativa, una sistemazione dottrinale. Lasciando ad altri meglio preparati tale compito, il mio sforzo è fondamentalmente consistito, anche quando ho dovuto prender parte alle lotte del nostro tempo, nel far meglio conoscere e quindi anche meglio giudicare e meglio amare i tesori della grande tradizione cattolica -io direi volentieri: alcuni dei suoi grandi luoghi comuni- troppo malintesa da molti, troppo poco veramente conosciuta anche da quelli che vorrebbero sinceramente conservarla e difenderla».

Torna d'attualità ora che abbiamo il quarto e ultimo volume della Esegesi medievale, ventesimo dell'Opera omnia di de Lubac pubblicata da Jaca Book (pp. 648, euro 55). A metà degli anni Cinquanta, esonerato dall'insegnamento, il gesuita ebbe modo di confrontarsi lungamente con la tradizione cristiana che, sgorgata dal Vangelo, prosegue senza interruzione nella vita della Chiesa. Nacque in quel periodo l'Esegesi medievale. Il teologo era affascinato dallo studio degli autori medievali e del loro modo di accostare la Sacra Scrittura, e -a dispetto della sufficienza di tanti autori moderni nei loro confronti- egli estraeva come da una miniera testi noti e meno noti, campioni di penetrazione nella Parola di Dio. Com'è noto, il medioevo eredita dalla patristica e sviluppa una lettura biblica a vari livelli, i famosi «quattro sensi della Scrittura»: letterale o storico, tipico o allegorico, tropologico o morale e anagogico o escatologico.

Come segnala il curatore Elio Guerriero, «Esegesi medievale è il monumento che egli innalzò previamente contro quella che sempre più gli sembrava una riduzione dell'esegesi e della teologia al primo senso, quello della lettera, del significato storico-sientifico». Ovvio che non c'era in questo alcuno spirito restauratore e meno ancora ignoranza dei contributi contemporanei, ma «gli stava a cuore richiamare l'attenzione sulla sintesi vitale presente nell'esegesi medievale e sull'ampiezza e unitarietà di quell'orizzonte spirituale, che risultavano dalla centralità accordata alla figura di Cristo».

Questo quarto volume, seguendo l'ordine cronologico dell'opera, dedica ampio spazio alla scolastica e ai suoi luminari Tommaso e Bonaventura e inquadra poi la decadenza di quel modello esegetico in base alla fossilizzazione metodologica della scolastica e alla preferenza dell'umanesimo per il senso spirituale. Henri de Lubac (1896-1991) è uno dei più insigni teologi cattolici del Novecento, oltre che uno dei principali ispiratori del Concilio Vaticano II, malgrado le incomprensioni degli anni '50. Giovanni Paolo II lo volle cardinale. Con Jean Daniélou (1905-1974) diresse l'importante collana «Sources chrétiennes». Nel periodo dell'occupazione tedesca si adoperò insieme ad amici e confratelli gesuiti a tenere vivo nei francesi lo spirito cristiano contro gli ideali del nazismo e dell'antisemitismo, attraverso i Cahiers du témoignage chrétien.

Dell'opera teologica basterà ricordare titoli come Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, che ha la sua origine da alcune conferenze tenute a studenti asiatici sul dogma cattolicoCorpus mysticum, sul rapporto tra Chiesa ed Eucaristia; Il dramma dell'umanesimo ateo, del 1944, che assieme ai suoi studi su Proudhon testimonia l'attenzione del gesuita per la crisi spirituale dell'uomo moderno in Occidente. De Lubac si confronta con la problematica dell'ateismo filosofico nelle sue molteplici declinazioni, per concludere, guardando a Kierkegaard e a Dostoevskij, che è la negazione di Dio a produrre la negazione dell'uomo. Prove ne sono le tragedie che hanno costellato il Novecento, compiute proprio a partire dalla negazione di Dio.

In opposizione con l'ateismo, è necessario secondo de Lubac l'umanesimo cristiano, perché umanesimo e cristianesimo, lungi dall'elidersi mutuamente, sono coessenziali. La sua riflessione sul rapporto tra naturale e soprannaturale nell'uomo fu causa di dolorosi malintesi. Molti erano persuasi che Pio XII nell'enciclica Humani Generis sulle correnti e tendenze culturali giudicate pericolose per l'integrità della dottrina cristiana facesse riferimento proprio a padre de Lubac e alla nouvelle theologie di cui era il principale promotore.

Oggi, con una prospettiva diversa, si può vedere come egli cercasse di recuperare, nell'opinabilità del dibattito teologico, la visione integrata dell'uomo che aveva san Tommaso. E da qui deriva il suo radicale umanesimo cristiano. Per esempio, sull'affermazione di san Bonaventura: «Nulla che sia inferiore a Dio può accontentare l'uomo», de Lubac commenta: «Da ciò deriva, in questa creatura a parte, tale "costituzione ontologica instabile", che la fa nello stesso tempo più grande e più piccola di se stessa. Da questo deriva questa specie di procedere sbilenco, questo misterioso zoppicare, che non è soltanto del peccato, ma prima ancora e più radicalmente proprio d'una creatura fatta di nulla, che, stranamente, confina con Dio: Deo mente consimilis. Nello stesso tempo, indissolubilmente, "nulla" e "immagine"; radicalmente nulla, e tuttavia sostanzialmente immagine: Esse imaginem non est homini accidens, sed potius substantiale. Per la sua stessa creazione, l'uomo è "compagno di schiavitú" di tutta la natura; ma allo stesso tempo, per il suo carattere d'immagine -in quantum est ad imaginem Dei- è "capace della conoscenza beatifica", ed ha ricevuto, nel fondo di se stesso, come diceva Origene, "il precetto della libertà"».