Il Simbolo degli Apostoli: il Simbolo della fede nella catechesi e nell’arte, di Roberto Mastacchi e Ryszard Knapiński

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /09 /2022 - 09:17 am | Permalink | Homepage
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Mettiamo a disposizione on-line la trascrizione della relazione di don Roberto Mastacchi ed il testo fornito dal prof. Ryszard Knapiński in occasione del Convegno dei catechisti della diocesi di Roma del 26 gennaio 2008 che aveva per titolo: La fede ed il Simbolo della fede nella prospettiva del primo annunzio. Roberto Mastacchi è autore de I padri spiegano il Credo, Cantagalli, Siena, 2004 e de Il Credo nell’arte cristiana italiana, Cantagalli, Siena, 2007. Ryszard Knapiński è docente di Storia dell’arte presso l’Università Cattolica Giovanni Paolo II di Lublino in Polonia ed è autore di numerosissime pubblicazioni in polacco sull’iconografia del Credo ed, in generale, sull’iconografia cristiana. La trascrizione della relazione di don Mastacchi conserva lo stile informale e non è stata rivista dall’autore. I neretti hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (13/2/2008)

Indice

  • Introduzione di don Andrea Lonardo
  • Relazione di don Roberto Mastacchi
    • Cenni sullo sviluppo storico del Credo
    • Il Credo nell’itinerario catecumenale antico
    • Il Credo ed il Battesimo
    • Il Credo nella catechesi medievale e nei secoli successivi
    • L’iconografia del Credo
    • La struttura della Professione di fede o Simbolo della fede
  • Relazione di don Ryszard Knapiński: L’iconografia del Credo (Simbolo degli apostoli) attraverso la rappresentazione del Collegio degli apostoli nella storia dell’arte europea
    • Abstract (sintesi della relazione)
    • L’iconografia del Credo (Simbolo degli apostoli) attraverso la rappresentazione del Collegio degli apostoli nella storia dell’arte europea
    • I tipo: l’iconografia scenografica. Il modo scenografico di illustrare il Credo
    • II tipo: l’iconografia originaria. Il Collegio degli Apostoli con le frasi del Credo
    • III tipo: l’iconografia tipologica. Le rappresentazioni degli Apostoli con la relazione tipologica ai Profeti
    • IV tipo: l’iconografia mista
    • V tipo: l’iconografia simbolica. Le rappresentazioni simboliche dei dodici Apostoli
  • Note

Introduzione di don Andrea Lonardo

Questo incontro è dedicato al Simbolo della Fede, il Credo, ed alla sua importanza nella vita cristiana e nella catechesi. Vorrei partire dalla frase straordinariamente semplice e vera che ha detto il Papa, Benedetto XVI, a giugno al Convegno della Diocesi di Roma e che ha ispirato la realizzazione di questo convegno:

«Gesù è il Signore» - è la confessione comune della Chiesa, il fondamento sicuro di tutta la vita della Chiesa. Da queste parole si è sviluppata tutta la confessione del Credo Apostolico, del Credo Niceno.

Che cosa vogliono dire queste parole? Gesù è il Signore è un’affermazione che si ripete più volte nel Nuovo Testamento; con essa Gesù riceve il titolo di Signore, in greco Kurios, il termine riservato a Dio nella traduzione greca della Bibbia ebraica fatta dai rabbini di Alessandria d’Egitto, nota con il nome di Settanta (LXX). Applicare a Gesù quel termine vuol dire così riconoscerne la divinità.

Il Credo è lo sviluppo di questa affermazione Gesù è il Signore; a ben riflettere tutta la professione di fede del Simbolo è già contenuta in queste parole! Affermare che Gesù è il Signore equivale a dire tutta la fede, tutto il Credo. Il Papa ci invita così a mostrare la relazione che c’è tra la nostra fede in Gesù e la fede che noi professiamo nel Credo.

In questo sviluppo noi comprendiamo come la fede sia sempre la stessa ed, insieme, come sia sempre nuova, come la riflessione, la preghiera e la vita cristiana sappiano metterne in evidenza in maniera sempre nuova la bellezza.

Vorrei iniziare leggendovi due testi, il primo dal Primo Commonitorio di Vincenzo di Lerins, sacerdote, cap. 23 (PL 50, 667-668). Il monaco Vincenzo, che altrove aveva affermato che la fede è sempre la stessa, che la fede cristiana è “quod semper, quod ubicumque, quod ab omnibus” (ciò che è creduto da sempre, cioè dalle origini del cristianesimo, ciò che è creduto dovunque, in ogni luogo dove vivono i cristiani, e ciò che è creduto da tutti, da tutti coloro che sono cristiani), prosegue scrivendo:

Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Bisogna tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.
È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi... Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già nell’embrione... Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita.
Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. E’ necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.
I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania.
È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.
Poiché dunque c’è qualcosa della prima seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.

Il secondo testo è molto più recente ed è di J.J.R.Tolkien, l’autore de Il signore degli anelli. In una lettera al figlio Michael Tolkien (in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, Bompiani, Milano, 2001, pag.442), esprime il valore della tradizione cattolica nel tentativo di motivarne il valore nel contesto protestante inglese, di matrice anglicana:

I “protestanti” cercano nel passato la “semplicità” e il rapporto diretto che, naturalmente, benché presenti degli aspetti positivi o per lo meno comprensibili, è uno sbaglio inutile [...] La “mia chiesa” non è stata concepita da Nostro Signore perché restasse statica o rimanesse in uno stato di eterna fanciullezza; ma perché fosse un organismo vivente (come una pianta), che si sviluppa e cambia all’esterno in seguito all’interazione fra la vita divina tramandatale e la storia – le particolari circostanze del mondo in cui si trova. Non c’è alcuna somiglianza tra il seme di senape e l’albero quando è completamente cresciuto. Per quelli che vivono all’epoca della sua piena crescita è l’albero che conta, perché la storia di una cosa viva fa parte della vita e la storia di una cosa divina è sacra. I saggi sanno che tutto è cominciato dal seme, ma è inutile cercare di riportarlo alla luce scavando, perché non esiste più e le sue virtù e i suoi poteri ora sono passati all’albero. Molto bene: le autorità, i custodi dell’albero devono seguirlo, in base alla saggezza che posseggono, potarlo, curare le sue malattie, togliere i parassiti e così via (con trepidazione, consapevoli di quanto poco sanno della sua crescita!). Ma faranno certamente dei danni, se sono ossessionati dal desiderio di tornare indietro al seme o anche alla prima giovinezza della pianta quando era (come pensano loro) bella e incontaminata dal male.

Queste immagini della vita umana e della crescita di un grande albero ci possono aiutare a comprendere qualcosa di quel processo che ha portato alla formulazione del Credo.

Vorrei ancora, per prepararvi all’ascolto dei nostri due relatori, proporvi tre questioni che i due relatori ci aiuteranno ad approfondire, in maniera da averle presenti durante questo convegno. Sono tre grandi domande, tre interrogativi del nostro tempo e della fede del nostro tempo:

1) Come avere una sintesi della fede? Come giungere a quella maturità di fede che implica una sintesi, per non essere “come dei bambini, sballottati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” come dice san Paolo? Quando noi pensiamo a Dio, a Cristo, alla Trinità, al Battesimo, ai sacramenti, alla vita eterna, tutte queste realtà sono slegate fra di loro o ne esiste una sintesi? È forte nel nostro tempo la tentazione di frammentare la fede. Un esempio chiarissimo ci è fornito dal libro Gesù di Nazaret quando il Papa presenta alcuni autori –cita in particolare Harnack- che hanno affermato che Gesù è l’annunziatore di Dio come Padre, ma lui non ne è il Figlio: secondo questa presentazione, che il pontefice contesta, Gesù sarebbe solo uno dei tanti uomini che avrebbero detto che c’è un Padre nei cieli. Se questo fosse vero, sarebbe spezzato il rapporto di comunione tra il Padre ed il Figlio. Gesù parlerebbe di Dio come Padre, pur non essendone Figlio.
Il problema, allora, è come avere una sintesi, come averla nel cuore e nella mente, ma anche come poterla dire, annunziare, perché le persone capiscano che tutta la fede è una sintesi armonica. Non è un patchwork, nel quale si giustappongono realtà diverse, senza alcun legame tra loro.

2) Come avere una sintesi della Scrittura? Sapete che una delle grandi ed importanti richieste della catechesi odierna è quella di educare alla lettura ed alla conoscenza della Bibbia. Essa era stata un’illustre assente nel periodo seguito alla Riforma. Questa richiesta deve, al contempo, evitare anche il rischio opposto, quasi che la catechesi fosse solo commento biblico. Dal silenzio sulla Bibbia si arriverebbe a dire che l’unico argomento ammesso nella catechesi è quello della Bibbia, con la conseguenza che chi non facesse catechesi biblica non starebbe facendo vera catechesi.
La storia del Credo –e la sua presenza nella catechesi- ci aiuta a porre la domanda in maniera molto diversa: che rapporto c’è tra la Bibbia e il Credo? Che cos’è il Credo in relazione alla Bibbia? Voglio arricchire questa seconda questione con una provocazione esemplificativa: l’anno scorso all’incontro dei responsabili del catecumenato europeo che si è svolto a Firenze sono stati invitati anche alcuni pastori protestanti per i quali la Bibbia, come sapete, è, in qualche modo, l’unico elemento dal quale attingere tutta la fede, poiché non riconoscono alla Tradizione il valore che essa ha nella chiesa cattolica. Eppure nella sua relazione uno dei pastori valdesi di Roma ad un certo punto ha spiegato come avviene la catechesi con le nuove generazioni nella comunità valdese ed ha detto: “Noi nella catechesi ai più giovani raccontiamo la storia biblica, ma poi spieghiamo il Credo, i Comandamenti e il Padre Nostro”.
Notate bene che sono tre delle quattro parti del Catechismo della Chiesa Cattolica! Mancano solo i sacramenti perché il mondo protestante non accetta la sacramentalità. Allora alcuni gli hanno chiesto come mai non facessero catechesi solo sulla Sacra Scrittura ed inserissero anche il Credo, i Comandamenti e il Padre Nostro, oltre a raccontare la storia della salvezza e lui ha candidamente risposto: “Ma perché il Simbolo della fede non è una sintesi della Bibbia? Ed anche i Comandamenti ed il Padre nostro oltre ad essere parte della Bibbia essi stessi non sono come un compendio del messaggio biblico?” Pensate allora a come proponiamo nella catechesi il rapporto tra la Scrittura ed il Simbolo della fede: la nostra catechesi utilizza e presenta il Simbolo in relazione alla comprensione della Parola di Dio? Riusciamo a mostrare come la sintesi del Credo sia illuminante per leggere in profondità la Sacra Scrittura?

3) Terza grande questione: è possibile una visione armonica dell’uomo? Noi viviamo in un tempo frammentato, qualcuno dice addirittura schizofrenico. Il dramma delle persone, e anche il motivo per cui alcune persone cercano la fede cristiana, è perché si rendono conto che la loro vita è disorganica, senza capo né coda, senza un filo rosso che unisca ieri, oggi e domani. Sorgono così le grandi domande: Cosa resterà di me? Quale progetto della mia vita, quale continuità quando avrò cinquanta anni, sessanta e così via? Dov’è la sintesi della mia vita? La mia vita ha un’armonia o è una vita dove le cose avvengono a caso? Noi parliamo del Credo, parliamo di una sintesi della fede, di una visione armonica, unitaria, ma questa visione è anche comprensione dell’intera “economia della salvezza” dove tutto ha un posto, l’ieri, l’oggi, il domani, Dio, l’uomo, la natura, l’eternità. È possibile una sintesi armonica dell’uomo e della vita senza il Credo? O proprio il Credo è la garanzia della bellezza e della sensatezza del vivere? Parlare del Credo vuol dire, in questo senso, anche dire che la vita dell’uomo ha un senso, una speranza, un progetto, un destino, una vita in cui i vari elementi per quanto apparentemente difficili, trovano il loro senso nel mistero del tutto.

Proprio per l’importanza di queste questioni quest’anno, come Ufficio catechistico, invitiamo a sottolineare la consegna del Simbolo di fede nel cammino della Cresima. Nel cammino verso la Comunione è maggiormente sottolineata la consegna del Padre Nostro, della preghiera personale. Nel cammino della Confermazione la Chiesa tradizionalmente sottolinea la Consegna del Credo. L’Ufficio sta preparando la festa dei cresimandi, che avrà per titolo “Io credo... Noi crediamo...” suggerendo attraverso alcuni sussidi un cammino di approfondimento del Credo e la celebrazione del rito della Traditio Symboli ai cresimandiAvete ricevuto all’entrata questo materiale, che comprende anche il testo del Simbolo con alcune spiegazioni che potrebbe essere consegnato ai ragazzi.

Ci aiuteranno oggi in questa riflessione don Roberto Mastacchi, sacerdote di Bologna, che è stato per tanti anni impegnato nella pastorale parrocchiale. Nell’incontro con i giovani ha sperimentato la fecondità della catechesi sul Simbolo di fede. Da questo lavoro pastorale è nato poi il suo lavoro scientifico che ha trovato espressione nei due volumi che ha curatoI padri spiegano il Credo, Cantagalli, Siena, 2004 e Il Credo nell’arte cristiana italiana, Cantagalli, Siena, 2007. Don Roberto è attualmente il segretario del card.Giacomo Biffi, cardinale emerito di Bologna.

Nella sua ricerca iconografica sul Credo don Roberto ha avuto la possibilità di conoscere il prof.Ryszard Knapinski, professore di Storia dell’arte ed iconografia cristiana all’Università cattolica Giovanni Paolo II di Lublino in Polonia. Don Ryszard è il più grande esperto europeo del Credo nell’arte, dello sviluppo iconografico e della rappresentazione pittorica del Simbolo di fede, oltre che studioso di iconografia cristiana in tutti i suoi aspetti.

È per noi una grande gioia poterli avere qui e poterli ascoltare, per comprendere meglio la rilevanza del Simbolo della fede nella vita della Chiesa e nella catechesi.

Relazione di don Roberto Mastacchi

Papa Benedetto XVI nel suo viaggio in Germania ha detto[1]:

La Chiesa ci offre una piccolissima "Somma", nella quale tutto l'essenziale è espresso: è il cosiddetto "Credo degli Apostoli"”.

Già qui bisognerebbe fermarsi e commentare questa affermazione così chiara, ma così efficace: “tutto l’essenziale è espresso”. Se io incontro un non cristiano che mi chiede qual è la mia tessera di riconoscimento, il mio “patentino”, la mia somma di fede, cosa rispondo? Questa somma, ci dice il Papa, è il Simbolo degli Apostoli, che tra l’altro lui conosce benissimo dato che il suo testo teologico più famoso, che si chiama Introduzione al cristianesimo, che ha avuto circa 25 edizioni, è il commento teologico del Simbolo degli Apostoli che lui, da professore, commentò in Germania agli studenti di teologia.

Il Papa continua:

Nella sua concezione di fondo, il Credo è composto solo di tre parti principali, e, secondo la sua storia, non è nient'altro che un'amplificazione della formula battesimale, che lo stesso Signore risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi quando disse loro: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19).

Io insisterò molto su questo punto della struttura tripartita. Provate a considerare quanti elementi cruciali sono detti in queste pochissime parole -questo è tipico del nostro Papa che è sempre essenziale nella sua esposizione. Qui c’è dentro la Bibbia: si dice chiaramente che la formula battesimale è quella che lo stesso Signore risorto ha consegnato ai suoi discepoli. Vi ricordate la finale del vangelo di Matteo, è il germe del Credo, di tutti i Credo, perché ce ne sono diversi, ma identici in questa loro struttura derivante dalle parole del Signore.

E poi conclude con un’affermazione straordinaria che ha dato il titolo alla raccolta di tutti i discorsi tenuti dal Papa in Germania:

In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice.

La fede è semplice che non vuol dire che è semplicistica: semplice nel senso etimologico del termine, cioè che si può ridurre ad un nocciolo, ad un cuore essenziale, dove tutto è contenuto e a partire dal quale tutto si può spiegare.

Come seconda cosa possiamo costatare: il Credo non è un insieme di sentenze, non è una teoria. È, appunto, ancorato all'evento del Battesimo – ad un evento d'incontro tra Dio e l'uomo. Dio, nel mistero del Battesimo, si china sull'uomo; ci viene incontro e in questo modo ci avvicina gli uni agli altri.

Il Credo nasce nel contesto del Battesimo, cioè di un avvenimento, di un sacramento, di un incontro con una persona, è un fatto da cui scaturisce non semplicemente un insieme di teorie -è anche questo, ma non è primariamente questo- ma che è ancorato ad un evento di incontro tra Dio e l’uomo.

Questo intervento del Papa mi è sembrato straordinario nel suo rigore dal punto di vista dei contenuti e dimostra la conoscenza chiarissima che il Papa ha del Simbolo, della sua genesi, della sua storia, dei suoi contenuti, ma anche della sua grande efficacia catechetica. Voi siete catechisti, pensate a quanto materiale avete dinanzi a voi, solo esaminando queste poche frasi.

Vediamo brevemente qual è lo sviluppo storico del Credo. Faccio una premessa importante: nel Credo (ma i Credo prodotti nella storia della Chiesa sono tanti, non solo uno) troverete a volte un inizio che non è “Io credo”, ma “Noi crediamo”. Questa fluttuazione non deve farci problema, cito ancora Benedetto XVI, quando non era ancora papa, da Introduzione al cristianesimo:

Noi crediamo” è il luogo in cui l’affermazione “io credo” non viene assorbita, ma trova la sua collocazione.

È importante sottolineare questo, mentre la nostra sensibilità odierna ci porterebbe superficialmente ad accentuare sempre la dimensione individualistica, personalistica, della fede. Noi oggi ci scontriamo continuamente con questo problema: voi chiedete alle persone se credono, e tutti o quasi diranno di sì. Poi se andiamo a vedere a cosa credono, qualche problemino lo riscontriamo! Questo perché non è chiaro nella loro mente il rapporto fra la fede della persona e la fede dell’intera Chiesa.

Noi crediamo è il noi della comunità apostolica, della Chiesa: allora il mio io credo-che devo dire, perché è richiesta la mia adesione personale, perché devo entrare in gioco io- si colloca originariamente dentro il noi crediamo. Quindi il soggetto che più propriamente dice “Io credo” è la Chiesa. È lei il primo soggetto ed io, membro della Chiesa, trovo la collocazione del mio Io credo, dentro questa che possiamo chiamare come vogliamo, ma che è la fede degli Apostoli, è la predicazione apostolica.

Questo è molto importante perché anche questa è una pista di lavoro su problematiche oggi molto attuali, cioè il rapporto tra la persona e la comunità. Il Simbolo è anche chiamato così perché è una “tessera di riconoscimento”, nasce perché c’è l’esigenza di un linguaggio comune. Ma l’esigenza di un linguaggio comune c’è tra gente che si parla, che vive insieme. Se io sono un microcosmo separato dagli altri, alla fine rischio di non aver bisogno di un linguaggio comune e giungo ad un linguaggio che è frantumato, distrutto, diviso. Le varie forme del Credo hanno rappresentato nel corso dei secoli il linguaggio comune dei credenti.

Cenni sullo sviluppo storico del Credo

Il Credo nasce dal Nuovo Testamento[2]. Già lì, non solo dopo, si vede nascere la necessità di cominciare a formulare in maniera sintetica i contenuti della fede. Le prime formule che noi troviamo, che sono la preistoria del Credo, sono delle formule cristologiche, che possono presentare più membri: il Padre e il Figlio o il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Già nel Nuovo Testamento trovate diverse piccole professioni di fede, prevalentemente di tipo cristologico, soprattutto nelle lettere di S.Paolo.

Nei Padri Apostolici, quindi molto vicino all’epoca apostolica, si possono individuare almeno quattro modelli che combinano in maniera varia il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; quindi da un nucleo cristologico piano piano ci si allarga alle formule ternarie successive, non perché le prime formulazioni dimentichino il Padre e lo Spirito Santo, ma perché la sottolineatura iniziale è sul Figlio, perché è solo il Figlio che ci rivela il Padre ed è il Figlio che nella pienezza del mistero pasquale dona lo Spirito. Questo era già molto chiaro ai cristiani dei primi decenni, siamo noi che poi nel tempo abbiamo avuto bisogno di precisare meglio queste cose perché rischiavamo di perderle.

Un passaggio molto importante avviene nel II secolo quando avviene un’unione fra le formule cristologiche e le formule trinitarie, soprattutto ad opera di Giustino e poi di Ireneo di Lione che in realtà è considerato il primo vero grande teologo, che ha dei testi straordinari.

Nel III secolo cominciamo a vedere una biforcazione, ci sono come due grandi piste che cominciano ad aprirsi, la pista orientale che si muove in direzione dei Simboli dei grandi Concili, e l’occidente che ha l’antico Simbolo battesimale romano.

Troviamo il Simbolo romano, detto degli Apostoli, in maniera già definita in Rufino, in latino, ed in Marcello di Ancira (nel 340 ca.) in greco. Esso viene comunemente indicato con la lettera maiuscola R, che vuol dire appunto Romanus. Gli studi recenti affermano con certezza che tale Simbolo esiste anche prima (ne abbiamo testimonianza in Tertulliano ed Ippolito) anche se con leggere varianti rispetto a quello che poi la Chiesa di Roma utilizzò nei secoli. Questo substrato che non possiamo definire in tutti i suoi particolari con assoluta certezza viene chiamato proto R. Ulteriori miglioramenti furono aggiunti fino a giungere alla forma che si utilizza ora nella liturgia con il titolo di Simbolo degli Apostoli e questa forma, proprio perché è diventata quella ufficiale, viene chiamata Textus receptus.

Il Simbolo degli Apostoli era dunque il simbolo battesimale usato nella Chiesa di Roma.

In Oriente, nel frattempo, attraverso il Concilio di Nicea prima, poi quello di Costantinopoli, si giunge al Simbolo che noi conosciamo meglio perché lo professiamo abitualmente la domenica, e cioè il Simbolo Niceno-Costantinopolitano, che cioè raccoglie insieme le definizioni di Nicea del 325, che riguardavano in modo particolare la divinità di Cristo, e di Costantinopoli del 381, che riguardava in modo particolare la divinità dello Spirito Santo. L’insieme di questi due Concili porta alla formulazione di quello che noi chiamiamo il Credo Niceno-costantinopolitano.

Il Simbolo Niceno-costantinopolitano è molto più articolato, molto più teologico, molto meno raffigurato nell’arte, perché per la sua densità teologica, è più difficile esprimerlo dal punto di vista artistico.

Nel VII secolo si giunge, in Occidente, come abbiamo visto, a quello che viene chiamato il textus receptus del Simbolo apostolico –abbreviato negli studi con la maiuscola T. Questo Simbolo, l’antico Credo battesimale romano, attraverso varie fasi storiche, diventa un testo abbastanza fisso, che è quello a cui noi facciamo riferimento e al quale ha fatto sostanzialmente riferimento l’iconografia cristiana nel suo sviluppo e nelle sue raffigurazioni e la catechesi a cui tra poco arriveremo.

Quali sono i fattori che hanno contribuito allo sviluppo storico, all’evoluzione del Credo? Innanzitutto la vita liturgica, la celebrazione del Battesimo, anche gli esorcismi hanno avuto una loro importanza perché durante la loro celebrazione era necessario professare con chiarezza la fede cristiana, poi l’istruzione catechetica ed, infine, i primi Concili. Tutti questi elementi hanno contribuito a produrre queste formulazioni sintetiche di fede chiamati Credo.

Questo è importante perché fa capire che il Simbolo è l’espressione di una vita di fede, non è un testo scritto che a tavolino da qualcuno che ha deciso di scrivere una bella formulazione di fede. Non è così! Questo va rivendicato con molta forza, altrimenti rischiamo di perdere per strada un elemento decisivo che è la vita vissuta di fede della comunità cristiana. In caso contrario corriamo il rischio di dare una visione puramente dottrinale che sembra in realtà astratta, lontana dalla nostra vita, tutto sommato inutile.

Il Credo nell’itinerario catecumenale antico

Il Credo ha avuto un’importanza straordinaria nell’itinerario catecumenale antico[3]. Il Credo originario addirittura ha due formulazioni, la prima di tipo interrogatorio, che nasceva dal fatto che nella celebrazione del battesimo venivano fatte tre domande a coloro che dovevano ricevere il sacramento: “Credi in Dio Padre? Credi in Gesù Cristo il Figlio? Credi nello Spirito Santo?” Dovevano essere tre domande.

Nell’itinerario catecumenale invece si usava e si usa la formula cosiddetta declaratoria. Il periodo di preparazione all’iniziazione cristiana, che era molto lungo, era una cosa molto seria, estremamente impegnativa, che comportava un cambio radicale della vita. Culminava e culmina in genere nell’ultima Quaresima che precede la notte di Pasqua nella quale venivano ricevuti i Sacramenti di iniziazione. Durante quest’ultima Quaresima la preparazione catechetica si intensificava e veniva anche accompagnata da alcuni riti.

C’erano –e ci sono!- alcuni testi base che era necessario conoscere, riceverne la spiegazione e poi in qualche modo professare pubblicamente: questi testi erano il Credo e il Padre Nostro. Esistevano –ed esistono- dei riti che erano la Traditio Symboli (il Credo veniva consegnato) e la Redditio Symboli (restituzione, nel senso che il Simbolo veniva proclamato a voce alta). Nel tempo che intercorreva tra la consegna e la riconsegna i catechisti spiegavano ai catecumeni il contenuto di quello che poi avrebbero professato a voce alta.

Come vedete uno schema di catechesi che poi di fatto ha strutturato tutta la catechesi successiva. A partire dal IV secolo, in questa preparazione prossima all’iniziazione cristiana nelle chiese orientali, in particolare a Gerusalemme, Antiochia e Costantinopoli, veniva fatta un’istruzione sistematica sul Credo durante la Quaresima e si svolgevano i riti della Traditio Symboli e della Redditio Symboli.

Nella preparazione prossima delle chiese occidentali lo svolgimento è abbastanza simile però si aggiunge una nota particolare -qui il riferimento sono in particolare Milano, Roma ed il Nord Africa- poiché abbiamo un’istruzione dottrinale durante la Quaresima, nella quale pure viene dedicata attenzione particolare anche al Credo e in più viene fatta un’istruzione morale, che in genere mancava nelle chiese orientali. Non perché nelle chiese orientali si trascurasse la morale, perché i catecumeni dovevano cambiare veramente vita per diventare cristiani, ma noi occidentali abbiamo sicuramente una predisposizione maggiore agli aspetti dottrinali morali e questo si vede già dal IV secolo.

Il Credo ed il Battesimo

In Piemonte ho trovato, con l’aiuto di un sacerdote che mi ha aiutato, dei fonti battesimali fatti in un modo straordinario, proprio dal punto di vista catechetico. Intorno alla vasca del fonte battesimale c’è l’inizio del Credo. È bellissimo perché dice da dove nasce il Credo, dice cosa bisogna dire per poter ricevere il Battesimo e in qualche modo è il lasciapassare per dire: “Da adesso in poi vivi questo, rimani fedele a questo, incontrando un altro scoprirai che credete nella stessa cosa”.

Queste opere d’arte ci ricordano che il Credo è la tessera di riconoscimento. L’immagine che vedete rappresenta un fonte battesimale opera degli scalpellini Zabreri di Pagliaro che hanno fatto moltissimi fonti battesimali in questo modo. In alcuni casi nel nodo, la parte ingrossata della base, c’è anche l’Ave Maria.

Fonte battesimale della Parrocchiale di S. AmbrogioFonte battesimale della Parrocchiale di S. Ambrogio a Castelmagno (CN), opera dei fratelli Zabreri di Pagliaro, con l’inizio del Credo scolpito intorno alla vasca del fonte battesimale.

Viene così plasticamente evidenziato il legame tra la dottrina della fede e l’incontro con Cristo nell’evento sacramentale. Ritroviamo le cose che ha detto Benedetto XVI: la professione del Credo non è semplicemente un’enunciazione dottrinale, è un fatto, l’incontro con una Persona. È l’incontro con il Dio vivente, è il Battesimo, è la vita nuova che ricevo in dono. La catechesi mette in moto un processo vitale, è una vita, io rinasco a vita nuova. Nella fede della Chiesa sono battezzato.

C’è quella bellissima formula alla quale è importante prestare molta attenzione durante il Battesimo. Quando si va al fonte battesimale gli adulti rinnovano le promesse battesimali a nome del bambino (nel caso si tratti di battesimo di un bambino) e poi alla fine si dice: “Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa e noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore”. Potremmo chiederci se oggi noi sempre ci gloriamo della fede cristiana o a volte non è così.

Il Credo nella catechesi medievale e nei secoli successivi

Nella catechesi medievale nei secoli successivi il Credo continua ad avere un posto assolutamente cruciale: molti statuti diocesani medievali invitano i presbiteri alla formazione dei fedeli adulti sul Credo. Tutto avveniva durante la predica, l’omelia della messa domenicale, anche se non c’era una catechesi strutturata come quella che abbiamo noi adesso.

La messa era in latino, ma l’omelia era in volgare, era in una lingua comprensibile per le persone e il Credo, che pure loro avevano già imparato a memoria in latino, veniva spiegato. I testi fondamentali sui quali formarsi erano il Credo, il Pater e i Comandamenti. Questo percorso struttura quelle che saranno le divisioni fondamentali dei futuri catechismi. Non c’è niente di nuovo.

Il XVI secolo viene conosciuto come il grande secolo dei catechismi perché si cominciano a produrre molti testi per la catechesi, mentre prima questo avveniva in maniera più estemporanea e soprattutto l’aspetto che più emergeva era una catechesi di tipo morale. Si giunge poi nel 1566 a quello che viene chiamato il Catechismo romano, il catechismo ai parroci, voluto dal Concilio di Trento.

La prima parte di questo catechismo è fatta di tredici capitoli, il primo riguarda la fede, gli altri dodici sono la spiegazione degli articoli del Simbolo apostolico. La seconda parte è composta di otto capitoli, uno sui Sacramenti in generale e gli altri sette ognuno su di un Sacramento. La terza parte è composta da dieci capitoli sui Comandamenti e la quarta parte da diciassette capitoli, il primo di introduzione sulla preghiera e gli altri sul commento al Padre Nostro. Voi ritrovate qui quello che abbiamo già visto prima. Nell’itinerario catecumenale antico si consegnava, si spiegava e poi si restituiva il Credo, e così il Padre Nostro. Vedete che la Chiesa nei secoli ha semplicemente dato una concretezza più forte e una chiarezza dottrinale di spiegazioni sempre più ampia a quello che è il nucleo originario. È importante cogliere il flusso ininterrotto di questo cammino.

A questo punto vi fu una fioritura di catechismi che evidentemente non potevano prescindere da questo catechismo fondamentale e si giunge poi in Italia, in particolare in Italia ma anche fuori, al famoso Catechismo di San Pio X, che diversamente da quello tridentino, era fatto di tre parti. Guarda caso la prima sempre sul Credo, la seconda sui Comandamenti e la terza sui Sacramenti (la Grazia).

Il Concilio Vaticano non ha prodotto immediatamente un catechismo, ma un Direttorio catechistico generale; però il Sinodo dei vescovi del 1985 ha poi dato l’avvio al Catechismo della Chiesa Cattolica che è strutturato in quattro parti che sostanzialmente riproducono quelle che abbiamo visto per il Catechismo romano, arricchite evidentemente da tutta la riflessione successiva soprattutto sulla liturgia e sui Sacramenti.

Abbiamo, ad esempio, una introduzione molto ricca sulla liturgia che fa capire meglio di quello che avveniva nel Catechismo romano, che ogni celebrazione cristiana è sempre celebrazione dell’avvenimento pasquale di Cristo. La parte morale ha un titolo bellissimo: “La vita in Cristo”. La quarta parte è sulla preghiera ed è sostanzialmente una introduzione alla preghiera alla quale segue poi la spiegazione del Padre Nostro.

La prima parte, quella più importante, riguarda la fede ed il Credo, con una introduzione sulla fede e poi la spiegazione del Credo. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, come direbbe il Qoèlet. Alla fine ripercorriamo le strade dei Padri e questa realtà credo che sia sempre la strada per rinnovarsi nella vita della Chiesa; non occorre inventarsi strade avventurose e pericolose, ma tornare alla purezza del deposito originario.

L’iconografia del Credo

Il Credo è così importante dal punto di vista catechetico che è stato infinite volte rappresentato nell’arte. Di questo parlerà fra breve il prof. Ryszard Knapiński, che è il massimo esperto europeo di queste questioni iconografiche.
Soffermiamoci, però, già ora su alcune immagini prettamente italiane. Ecco la Teoria degli Apostoli, dipinta da Giovanni De Campo nel 1461 per l’Oratorio cimiteriale dei SS. Nazzaro e Celso di Sologno (NO).

Teoria degli Apostoli
Teoria degli Apostoli, dipinta da Giovanni De Campo nel 1461 per l’Oratorio cimiteriale dei SS. Nazzaro e Celso di Sologno (NO). L’iconografia sottolinea l’origine apostolica del Credo. Nella fascia sottostante gli apostoli sono rappresentate le opere di misericordia corporale ad indicare la vita che sgorga dalla fede.

Provate ad immaginare una catechesi medievale in questa chiesa: immaginate che ci sia un prete intento a fare l’omelia ai suoi fedeli adulti e ai bambini in chiesa, a spiegare il Simbolo apostolico. Alle sue spalle -questa immagine si riferisce al Piemonte- si vede il Cristo con i simboli dei quattro evangelisti, sotto un bel registro con i Dodici Apostoli con in mano un libro aperto e in ciascun libro c’è scritto uno dei dodici versetti del Credo apostolico, in modo che lui mentre spiega possa anche voltarsi e mostrare le immagini a chiarimento di quanto sta dicendo.

Particolare della Teoria degli Apostoli
Particolare della Teoria degli Apostoli, dipinta da Giovanni De Campo nel 1461 per l’Oratorio cimiteriale dei SS. Nazzaro e Celso di Sologno (NO).

In questa immagine c’è un elemento interessante: al di sotto degli apostoli ci sono le opere di misericordia, ad indicare che quella fede deve produrre delle opere. Quindi abbiamo Cristo, i vangeli, gli Apostoli, la fede apostolica, le opere di misericordia. Questo Giovanni De Campo non è un autore particolarmente importante, ma è straordinario il modo in cui mediante l’immagine si fa qui una catechesi di grande efficacia. A volte noi ci inventiamo cose complicatissime, seguiamo le regole della comunicazione, studiamo i concetti di strumento, destinatario, ecc. Tutte cose bellissime, ma a volte siamo un po’ complicati.

Attraverso questa immagine si sottolinea l’origine apostolica del Credo, che nasce appunto dalla predicazione apostolica, per cui far vedere i Dodici con in mano un libro o un cartiglio o con la scritta a fianco significa evidenziare che ciò che professiamo nel Credo è la fede apostolica. C’è un legame tra la Bibbia e il Credo. La rivelazione cristiana arriva a questa sintesi perché la fede è semplice, lì c’è tutto l’essenziale.

Un altro passaggio importante è che questo Credo che professiamo, e che riflette e sintetizza la predicazione apostolica, non prescinde da ciò che ha preparato la predicazione apostolica, quella che potremmo chiamare la predicazione profetica. Allora esiste un altro modo di raffigurarlo che è quello di collegare i Profeti con gli Apostoli.

Ecco un’immagine dell’Oratorio di S.Martino a Vicolungo (NO). Sono gli affreschi dell’abside (forse ancora del De Campo, degli anni 1460/1465).

Teoria degli Apostoli con i busti dei Profeti
Teoria degli Apostoli con i busti dei Profeti, nell’abside dell’Oratorio di S.Martino a Vicolungo (NO), opera di non certa attribuzione (Giovanni De Campo, anni 1460/1465?). L’iconografia sottolinea il rapporto tipologico fra l’Antico ed il Nuovo Testamento.

Qui c’è una cosa particolare: i Profeti sono rappresentati a mezzobusto, mentre gli Apostoli sono raffigurati a busto intero, per indicare in qualche modo l’inferiorità dei Profeti rispetto agli Apostoli. I Profeti sono prefigurazione, preparazione, ma ci viene anche mostrato che non si cancella quello che c’era prima. Qui si sottolinea l’unità del disegno della salvezza e quella che viene chiamata la concordantia tra l’Antico Testamento e il Nuovo. Le immagini ci consegnano con grande efficacia un contenuto cruciale per la nostra fede.

La struttura della Professione di fede o Simbolo della fede

Come possiamo capire in maniera sintetica il modo in cui è strutturato il simbolo? Non ho ancora detto perché si chiama Simbolo; ci sono varie teorie a questo proposito, ma ce n’è una particolarmente interessante. Il simbolo era un modo in cui si sigillava un patto. Io ed un’altra persona facciamo un patto e in questa occasione spezziamo un oggetto, per esempio una moneta, in due parti. I due pezzi risultanti da questa azione non saranno perfetti, ma avranno i bordi irregolari. Dopo un certo tempo, se vogliamo verificare il patto di cui uno dei due non si ricorda più, è sufficiente prendere le due parti e metterle vicine: se coincidono perfettamente il patto è proprio quello.

Cosa vuol dire questo per il nostro discorso? Che la fede di più persone per essere quella autentica deve coincidere, armonizzarsi perfettamente con quella degli altri, con quella della Chiesa. Tu in cosa credi? Io in cosa credo? Se queste due cose coincidono è la stessa fede. È un’immagine per dire cos’è il Simbolo: è il linguaggio comune, la tessera di riconoscimento, è l’elemento che ci accomuna e che, anche un po’, ci distingue da chi non è cristiano.

Come è strutturato il Credo? All’inizio c’è sempre una frase che può essere Io credo o Noi crediamo perché non può non esserci la parola di colui che professa la fede, ci deve essere il soggetto che esprime questa fede.

Abbiamo detto che la struttura è ternaria. C’è una prima parte che è la confessione teologica: Dio Padre. Se dovessimo dire una parola che qualifica questa prima parte di quella che si chiama l’economia della salvezza, cioè il modo in cui il disegno eterno del Padre si dipana nella storia, come se io prendessi un tappeto arrotolato e lo srotolassi, la prima parola che potrei dire è origine. Infatti si parla di Dio Padre e Creatore. Gli attributi legati a questa prima parte sono l’unicità (Credo in un solo Dio), la paternità (rivelata dal Figlio) e l’attività creatrice; quest’ultima è comune anche ad altre religioni.

La seconda parte è la confessione cristologica, quella da cui di fatto sorge tutto il resto. Nel Credo la parte che riguarda Cristo è anche la parte di dimensioni maggiori. A Cristo è associata la parola redenzione e l’elemento della mediazione. Pensate alla lettera agli Ebrei, Cristo è l’unico mediatore, il sommo sacerdote; ormai non abbiamo bisogno di altri sacerdoti. Gli altri elementi sono messi in sequenza, l’incarnazione, la passione e la morte, la resurrezione (il kerygma originario, passione, morte e resurrezione, ci riporta alle prime cose che gli Apostoli dicono dopo la Pasqua, pensate al discorso di Pietro a Pentecoste), l’Ascensione e il ritorno come giudice.

La terza parte è la confessione pneumatologica che riguarda lo Spirito Santo evidentemente associata alla santificazione e al compimento. Fra poco entreremo nella Quaresima, tempo di preparazione alla grande celebrazione pasquale che ha il suo compimento nella Pentecoste. A questa confessione viene associata la Chiesa. Non è secondario sottolineare che nel Credo niceno-costantinopolitano diciamo “Credo la Chiesa”, non “Credo nella Chiesa”, anche se, a rigore, troviamo anche dei Simboli di fede nei quali si usa quest’ultima espressione. Nel Credo niceno-costantinopolitano si vuole distinguere tra Dio e le opere di Dio, fra cui la Chiesa.

Ma non esiste nessun Simbolo di fede che non dica che la Chiesa è santa. Noi non siamo santi, siamo peccatori, ma la Chiesa è santa, è la sposa di Cristo, quindi è santa e immacolata. Il Simbolo professa la Chiesa, la Comunione dei Santi, il perdono dei peccati che diventa qui l’elemento fondamentale della santificazione, è la vita nuova che ci è data dalla forza del mistero pasquale di Cristo, la resurrezione della carne e la vita eterna.

Ma il Credo non è finito, ci manca una parolina importante che non può mancare: amen. Vuol dire che a tutto quello che ho detto fino ad adesso, ci credo, ci gioco la vita, dico di sì. Quell’Io credo iniziale e quell’amen finale non sono elementi di poca importanza, ci devono assolutamente essere.

Termino con una citazione molto bella di Cirillo di Gerusalemme nelle Catechesi pre-battesimali e mistagogiche (V, 12):

Acquista fede nell’insegnamento e nell’annuncio e custodisci quella sola che ora ti è data dalla Chiesa, che è confermata da tutta la Scrittura e ora ascoltando attentamente parola per parola, ricorda a memoria il Simbolo della fede. Apprendi a tempo opportuno le dimostrazioni dei suoi singoli articoli, tratta dalle divine Scritture.

Vedete? E’ il punto che prima sottolineava giustamente don Andrea, il rapporto fra Bibbia e Simbolo che ne è come una sintesi.

Infatti non come pare opportuno agli uomini fu composto il Simbolo della fede, ma le affermazioni più importanti, raccolte insieme da tutta la Scrittura, formano l’unica dottrina della fede

Ritrovate una notevole eco delle cose che il nostro Papa ha detto in Germania.

nello stesso modo in cui il seme della senape in un piccolo granello racchiude molti rami, così anche la stessa fede in poche parole racchiude tutta la conoscenza della religiosità che si trova nell’Antico e nel Nuovo Testamento. State dunque attenti fratelli a conservare gli insegnamenti che ora ricevete e trascriveteli nella profondità del vostro cuore.

Ci sono testi molto belli in cui i Padri della Chiesa esortavano a pregare con il Credo, a tenerlo sul cuore. Il Credo era anche una preghiera; a noi non viene immediatamente in mente questo aspetto, lo sentiamo come una cosa un po’ lontana, dottrinale, teorica. Non è così! Le cose che vi ho detto non sono asserti dottrinali polverizzati, ma sono raccolti nell’unità del Simbolo della fede.

Relazione di don Ryszard Knapiński: L’iconografia del Credo (Simbolo degli apostoli) attraverso la rappresentazione del Collegio degli apostoli nella storia dell’arte europea

Abstract (sintesi della relazione)

L'uso delle immagini raffiguranti gli Apostoli si riallaccia ad una tradizione antica, radicatasi già nel periodo patristico e legata al carattere simbolico del tempio cristiano. Le immagini degli Apostoli, sia scolpite che dipinte, si possono trovare quasi ovunque nelle decorazioni delle chiese, all'interno come all'esterno. Inoltre esse si possono trovare, a seconda della ricchezza dell'arredo, quasi su ogni oggetto di uso liturgico. Gli esempi possono essere innumerevoli: dal battistero al calice, dalla pisside al confessionale, agli scranni del coro, eccetera.
Tutti questi richiami sono legati dal comune filo conduttore della continua presenza degli Apostoli nella Chiesa, mentre il contesto specifico in cui essi sono inseriti illustra aspetti particolari significativi. Le immagini degli Apostoli sono spunto per una continua riproposizione dei dogmi cristiani, così come sono formulati nel Symbolum Apostolorum. La loro raffigurazione costituisce così una perenne catechesi. Il Credo, come Simbolo della Fede, era un elemento distintivo, un riconoscimento nella fede di fronte agli attacchi dei pagani o degli eretici. Possiamo affermare che tutte le rappresentazioni dell'intero Collegio degli Apostoli, seppur prive delle iscrizioni, possono essere interpretate come un “Credo nascosto”.

Mano mnemotecnica
Mano mnemotecnica per memorizzare gli articoli del Credo.

Nella letteratura del tema si distinguevano fin qui solo due tipi dell’iconografia del Credo nell’arte (Gertrud Schiller, Ikonographie der christlichen Kunst, Bd. 4,1 Gütersloh 1986). Invece a seguito delle nostre ricerche possiamo affermare che ne esistono cinque tipi:

– I tipo: l’iconografia scenografica.
Consiste nelle rappresentazioni con scene illustrative degli articoli del Credo.

– II tipo: l’iconografia originaria.
Comprende le figure degli Apostoli con le frasi del Credo nelle loro mani, con riferimento all’origine del Credo.

– III tipo: l’iconografia tipologica.
Comprende le rappresentazioni degli Apostoli messe a confronto con i profeti.

– IV tipo: l’iconografia mista.
Comprende le composizioni contenenti sia le figure degli Apostoli sia quelle dei profeti sia quelle che rappresentano scenograficamente gli articoli del Credo.

– V tipo: l’iconografia simbolica.
Infine, in questo quinto tipo, troviamo anche delle immagini che indicano simbolicamente tutto il Collegio degli Apostoli.

Dall'analisi iconologica risulta che le rappresentazioni degli Apostoli servivano a mostrare la loro perenne protezione sulla Chiesa (Deesis) e ricordavano ai fedeli la missione evangelizzatrice della Chiesa universale ed apostolica. Così tali immagini contribuivano a rendere continuamente presenti gli Apostoli nella coscienza degli fedeli.

L’iconografia del Credo (Simbolo degli apostoli) attraverso la rappresentazione del Collegio degli apostoli nella storia dell’arte europea

I dodici Apostoli del Cristo hanno nell’arte un’iconografia differenziata. Oltre alle immagini individuali si trovano delle rappresentazioni del gruppo degli Apostoli conosciute come Il Collegio degli Apostoli – Collegium Apostolorum[4]La loro popolarità è dimostrata da un grande numero di opere, eseguite con diverso materiale, conservatesi fino ai nostri tempi. Esse si trovavano in luoghi privilegiati della decorazione delle chiese, ricordando così il carattere apostolico della missione della Chiesa.

Nell’iconografia del primo medioevo (e poi fino al XII secolo) le immagini degli Apostoli erano prive di attributi individuali. Gli Apostoli venivano rappresentati in modo convenzionale, generale e tipico, con segni distintivi universali. Un apostolo come tale di regola veniva rappresentato coi piedi nudi, vestito con una tunica, coperto con un mantello e con un libro o un rotolo scritto nella mano. A volte le loro figure erano accompagnate dai loro nomi, incisi o scritti sullo sfondo, accanto alle figure.

Alla fine del XIII secolo le loro rappresentazioni cominciano a distinguersi non solo per le caratteristiche fisionomiche (ad esempio Pietro viene rappresentato come un anziano, san Giovanni, invece, come giovane) ma soprattutto per i loro attributi individuali, che ricordano il modo del loro martirio.

Dal XV secolo si trova ormai assimilato questo modo di rappresentare gli Apostoli, secondo i modelli iconografici molto diffusi in diversi paesi. Un esempio di questa iconografia è mostrata dalla serie di incisioni, eseguita da Martin Schongauer († 1491)[5].

Un esempio particolare dell’iconografia degli Apostoli è la loro rappresentazione coi rotoli aperti sui quali si trovano le frasi del Simbolo Apostolico. Questi articoli della Fede possono essere messi anche sullo sfondo della composizione, vicino agli stessi Apostoli. Nel patrimonio artistico della Chiesa spesso troviamo le figure degli Apostoli prive delle scritte sui rotoli o coi libri chiusi.

Si può dire che l’evoluzione iconografica, l’influsso del tempo, oppure altri fattori (per es. un restauro sbagliato) hanno influito sul cambiamento della forma delle loro rappresentazioni. Non sempre appaiono i loro nomi sulle basi o sulle fasce. A volte come segno distintivo compare solo l’attributo. Non sono rari i casi nei quali gli stessi restauratori, per ignoranza del significato di alcuni elementi, hanno eseguito il loro lavoro in modo non corretto. Questo può aver talvolta modificato il significato dell’iconografia del Collegio degli Apostoli.

Bisogna sottolineare che un tale Collegio deve essere considerato come Allegoria della Fede, una virtù necessaria per la salvezza dell’uomo. Fino ad ora nella letteratura non era stata precisata la relazione tra una rappresentazione comune dei Dodici, cioè del Collegio degli Apostoli, con le frasi del Credo. Questo nostro lavoro cerca di presentare la ricchezza dell’iconografia di questo tema. Il materiale raccolto permette di formulare una tesi, cioè che tutte le rappresentazioni degli Apostoli nell’arte, anche quelle prive degli scritti, possono essere considerate come l’illustrazione del Credo nell’ arte. Lo si potrebbe chiamare il Credo nascosto. In un tale considerazione le loro figure servono come pars pro toto.

Un’iconografia differenziata del Credo può avere un valore autonomo, come tema principale, oppure essere inserita come parte di un programma della decorazione di una chiesa in diversi contesti iconografici. Così le rappresentazioni degli Apostoli si possono trovare sulle torri, sulle facciate esterne, sulle pietre angolari o sulle colonne o pilastri d’interno, come decorazione dei battisteri, sui dorsi degli stalli, sui pulpiti, sugli altari e cibori, persino sui confessionali. È facile riconoscere l’attualità del tema, il suo valore iconografico, la sua popolarità nei tempi passati, dal grande numero di opere sul Credo che si sono conservate fino ai nostri giorni.

* * *

Nella letteratura sul tema si distinguevano finora solo due tipi di iconografia del Credo nell’arte. Invece, sulla base delle nostre ricerche, si possono distinguere cinque diverse tipologie[6].

– I tipo: l’iconografia scenografica.
Consiste nelle scene che illustrano figurativamente il Credo.

– II tipo: l’iconografia originaria.
Comprende le figure degli Apostoli con delle frasi del Credo nelle loro mani.

- III tipo: l’iconografia tipologica.
Contiene le rappresentazioni degli Apostoli messe a confronto con quelle dei profeti.

– IV tipo: l’iconografia mista.
Comprende le composizioni contenenti sia le figure degli Apostoli o dei profeti sia quelle che illustrano figurativamente gli articoli del Credo.

– V tipo: l’iconografia simbolica.
Infine troviamo anche delle immagini simboliche, che indicano simbolicamente tutto il Collegio degli Apostoli.

I tipo: l’iconografia scenografica. Il modo scenografico di illustrare il Credo

Nel primo tipo dell’iconografia tutto il Credo è considerato come un unico tema unitario di per se stesso ed ogni articolo della fede viene illustrato tramite delle scene bibliche. Per esempio, la scena della Creazione del mondo mostra il primo articolo: Credo in Deum Patrem Omnipotentem, Creatorem caeli et terrae. C’è da osservare, che il legame fra il testo e la scena non è sempre evidente. In tale caso il testo dell’articolo rimane nascosto, sottinteso. Un artista eseguendo una scena, per esempio Il Natale, non deve esplicitamente far sapere, che in quest’opera lui vuole illustrare l’articolo della fede: Natus de Maria Virgine, perché per lui la scena della Nascita di Cristo può essere al pari di un’altra, priva di una forza dogmatica. A questo punto l’interpretazione dogmatica dell’iconografia viene applicata non dall’artista, ma da chi legge o guarda l’opera.

Stampa del XVII secolo
Stampa del XVII secolo, opera di Tommaso de Leu

I tipo: Ia. Le scene senza le frasi del Credo.
Di un tale metodo d’interpretazione si è servito un autore tedesco, Gangolf Diener, frate minorita, in un suo libro intitolato Credo der Urkirche. Basandosi sulle ricerche di Josef Wilpert[7], Diener ha preso diversi esempi dall’arte paleocristiana (i mosaici, le sculture, ed i dipinti murali) adattandoli ai dodici articoli del Simbolo Apostolico. Come commento ad essi si è servito di testi presi dai Padri della Chiesa, da scritti degli apologeti della fede, o dalle omelie dei primi papi[8]. In questo modo l’Autore ha dimostrato in quale modo si è formata la dottrina cristiana dell’insegnamento e dell’arte della Chiesa primitiva[9].

Un esempio più antico della illustrazione del Credo come tema autonomo, lo troviamo nel patrimonio carolingio nel Salterio di Utrecht (Reims, 830 ca; Utrecht, Universitätsbibliothek, ZG., Cod.38). Sul foglio 90r fra la preghiera del Padre nostro - Oratio Dominica Secundum Matheum, ed il testo del Symbolum Apostolorum, è stato eseguito un disegno ad inchiostro, che fa una densa narrazione[10]. Questo esempio mostra che per l’illustratore del codice il Simbolo Apostolico aveva un valore equiparabile a quello dei salmi, che sono stati illustrati ad verbum[11].

Fra le importazioni dell’arte medievale arrivate in Polonia nel XII sec. si trova un eccellente esempio di un monumento dell’arte della fusione del bronzo, cioè la porta bronzea della cattedrale di Plock. L’originale è stato fuso negli anni 1152-1154 nella fonderia della Fabbrica Ecclesiae a Magdeburgo e dal XIII sec. si trova nella cattedrale di Novgorod in Russia (la cattedrale di Plock possiede solo una copia bronzea, eseguita dall’originale negli anni 1970-1980). Il programma iconografico dei pannelli illustra il Credo Apostolorum in maniera scenografica[12]. Essi mostrano l’influsso dell’arte lombarda della bottega di Guglielmo da Modena e quella di Verona dov’è stata fusa la porta per la basilica di San Zeno[13].

I tipo: Ib. Le scene con le frasi del Credo.
Un esempio dell’illustrazione scenografica legata agli articoli del Symbolum Apostolicum è una serie di xilografie datate fra 1440-1450, un unicum nella Nationalbibliothek di Vienna (Inkunabel II D 42). Esso consiste di 12 fogli al centro dei quali campeggia un’incisione illustrativa, corrispondente al contenuto dell’articolo della fede. Sul margine inferiore si trovano i busti degli apostoli con accanto le frasi del Credo. I nomi degli apostoli sono scritti in tedesco, invece le frasi del Credo in latino[14]. Altri due esempi di questo tipo sono: Anonimo, Credo in Deum Patrem, Creatorem ecc... una serie di dodici quadri, appartenenti alla pittura olandese, eseguiti a olio su lamine di rame, datati al XVII sec., che si trovano nella sacrestia della Basilica di Santiago di Compostela; un esempio nell’ambito delle stampe è un’incisione in rame di Andrien Collaret, secondo Maerten de Vos, che illustra l’articolo: Inde venturus est judicare vivos et mortuos. Questa stampa appartiene ad una serie del Credo, del ‘600.

Un tale tipo di illustrazioni del Symbolum Apostolicum era molto popolare nei catechismi del primo periodo della controriforma. Questo tipo d’iconografia era ancora radicata nella tradizione artistica della Chiesa non divisa[15]Dopo la riforma di Martin Lutero i protestanti si sono appropriati di questo tema nella loro arte per dimostrare la provenienza della loro confessione dall’insegnamento degli apostoli. La parte letteraria dei catechismi era scritta dai principali riformatori e teorici della nuova confessione come Martin Lutero oppure Filippo Melantone, ma anche Erasmo da Rotterdam aveva intrapreso questa via. Di solito gli autori delle illustrazioni sono anonimi.
Esempio caratteristico per questa categoria di incisioni è l’edizione delle Icones Symboli Apostolici, edita a Colonia nel 1556[16]. Oltre alle frasi del Credo e ai nomi degli Apostoli sono stati messi i nomi dei profeti come predecessori della fede ed inoltre anche i nomi degli eretici che l’hanno contestata. Dopo segue il commento – explanatio Symboli Apostolici, scritto da Erasmo da Rotterdam.

II tipo: l’iconografia originaria. Il Collegio degli Apostoli con le frasi del Credo

Il secondo tipo iconografico è il più frequente e mostra un altro modo di illustrare il Credo. L’intero Collegio degli Apostoli viene rappresentato con le frasi della professione della fede Apostolica - Symbolum Apostolicum, Credo Apostolorum. Una tale iconografia è legata all’antichissima leggenda sull’origine del Simbolo Apostolico. La troviamo negli scritti di sant’Ambrogio, vescovo di Milano (ca. 339-397) e di Rufino d’Aquileia († 410) [17]. La leggenda viene anche ricordata in un’omelia dello Pseudo-Agostino del VIsec.[18].

TRADITIO ROMANA
TEXTUS RECEPTUS
1. Credo in Deum Patrem omnipotentem 1. Credo in Deum Patrem omnipotentem
2. Et in Iesum Christum Filium eius Dominum nostrum 2. Creatorem caeli et terrae
3. Qui natus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine 3. Et in Iesum Christum Filium eius unicum Dominum nostrum
4. Qui sub Pontio Pilato crucifixus est et sepultus 4. Qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine
5. Tertia die resurrexit a mortuis 5. Passus sub Pontio Pilato crucifixus mortuus et sepultus
6. Ascendit ad caelos 6. Descendit ad inferna
7. Sedet ad dexteram Patris 7. Tertia die resurrexit a mortuis
8. Unde venturus est iudicare vivos et mortuos 8. Sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis ascendit ad caelos
9. Et in Spiritum Sanctum 9. Inde venturus est iudicare vivos et mortuos
10. Sanctam ecclesiam 10. Credo in Spiritum Sanctum
11. Remissionem peccatorum 11. Sanctam ecclesiam catholicam
12. Carnis resurrectionem 12. Sanctorum communionem
  13. Remissionem peccatorum
  14. Carnis resurrectionem
  15. Vitam aeternam.
Tavola 1. Le due principali versioni del testo del Credo Apostolorum

Secondo tale leggenda ciascuno degli Apostoli, radunatisi dopo la Risurrezione di Cristo a Gerusalemme per la festa di Pentecoste, prima di andare in diverse parti del mondo, avrebbe composto una frase del Simbolo.

Si distinguono principalmente due versioni del Simbolo – una romana (traditio romana) ed un’altra - delle regioni diverse da Roma (textus receptus). La seconda versione contiene quindici articoli, dei quali alcuni venivano uniti assieme per ottenere il numero dodici, corrispondente al numero degli Apostoli (sono stati uniti gli articoli: 1 e 2; 6 e 7; 12 e 13). Nell’arte veniva usato preferibilmente il textus receptus[19].

L’iconografia di questo tipo è composta innanzitutto dalla figura di Cristo rappresentato in posa assai ieratica come il “Salvatore del mondo” -Salvator mundi- o come se parlasse mentre invia gli Apostoli con la missione di evangelizzare tutto il mondo –missio- e la separazione degli Apostoli. Accanto a Lui stanno, infatti, gli Apostoli con le frasi delCredo, oppure solo con rotoli o con codici nelle loro mani. Non di rado le composizioni del genere si caratterizzano per la ieraticità medioevale. Nell’elaborazione di una tale concezione iconografica potrebbe aver giocato un ruolo la tradizione secondo la quale il papa Gregorio Magno (+ 604), mandando i monaci benedettini in missione nelle Isole Britanniche, avrebbe donato loro un’immagine di Cristo Salvatore[20].

Probabilmente un primo esempio della realizzazione di questi contenuti iconologici è rappresentato nell’arte monumentale dagli affreschi sulle pareti nella basilica di S.Giorgio sull’isola Reichenau – Oberzell (Bodensee). Purtroppo verso la fine del XIX sec. essi sono stati restaurati in modo scorretto, ridipinti, mentre sui rotoli sono stati trascritti gli articoli del Credoin lingua tedesca. Ciò rende difficile la datazione; tuttavia si suppone che i dipinti originali risalissero alla seconda metà del X sec. ed appartenessero all’arte ottoniana[21].

Affresco nella basilica di San Giorgio
Affresco nella basilica di San Giorgio sull’isola di Reichenau-Bodensee, del X secolo

Ciascun Apostolo è rappresentato in cammino, coi piedi nudi, sul terreno coperto da foglie, mentre tiene un rotolo svolto con la propria frase del Credo. Si trovano anche degli esempi nei quali gli apostoli vengono mostrati seduti sui troni accanto al Cristo glorioso, e le loro immagini sono incorniciate con i versetti della professione della fede. In questo contesto Cristo viene rappresentato come il Giudice, perciò le immagini di questo genere hanno un carattere escatologico. Uno dei primi esempi di tale iconografia, lo troviamo sull’altare portatile di legno coperto da lamine d’ottone dorato, eseguito negli anni 1150-1160, su commissione di Eilberto, vescovo di Colonia. Nel centro si trova il Cristo in Maestà, ed attorno alla Sua immagine i dodici apostoli seduti con le frasi del Simbolo sulle fasce[22].

In modo diverso, il soggetto è stato illustrato da un ignoto incisore francese per un incunabolo contenente il Calendier des bergers, edito nella stamperia di Jean Belot a Ginevra nel 1498. Gli apostoli in piedi, divisi in due gruppi, vestiti di una tunica con sopra il mantello, si distinguono non solo per la fisionomia, ma anche per gli attributi individuali. Trasversalmente corre una fascia, sulla quale ad ogni apostolo è abbinato un articolo della fede, scritto in francese. Nella parte superiore si trovano i nomi degli Apostoli[23].

Talvolta si trova il Collegio degli Apostoli assieme alle frasi del Credo, senza Cristo Salvatore. Al Suo posto può apparire sua Madre Maria - Theotokos. Forse l’unico esempio del genere è l’immagine gotica eseguita dall’ignoto Maestro della cattedrale di S.Vito a Praga, dopo il 1410 (Narodni Pohlad a Praga)[24]. Questa appartiene alle cosiddette “immagini miracolose della cattedrale” e stilisticamente è molto vicina ad una forma rappresentativa che viene denominata come Madonna di S.Vito. Essa rappresenta la Madre di Dio col Bambino, dipinta vagamente nello stile di “Belle Madonne”. La singolarità di quest’immagine è data dal fatto che sulla sua cornice sono stati raffigurati i busti degli apostoli coi loro attributi e con le frasi del Credo[25]. Due angeli incisi sullo sfondo tengono una corona sopra il capo di Maria. Una tale l’iconografia della Madre di Dio si ispira ai suoi appellativi di Mater Ecclesiae e Regina Apostolorum. Un’idea simile è stata realizzata sul sigillo in forma di mandorla della chiesa degli Apostoli a Colonia, del XII sec.

A questo tipo iconografico appartiene anche una xilografia di Volgemut, incisa per la Cronaca del Mondo -Die Weltchronik- scritta da Hartmann Schedel, edita a Norimberga, nel 1493 (fol.101v).Essa rappresenta la sesta era nella storia del mondo - sexta aetas mundi. Nel centro della composizione appare il Cristo –Giudice e Salvatore- come spiega l’iscrizione sul cartiglio di sopra: Salvator: data est mihi potestas in celo et in terra. Gli Apostoli, senza i loro attributi, siedono sulle panche e gesticolano vivacemente. I loro nomi sono scritti all’interno delle aureole, invece le frasi del Credo riempiono in spirali, tutto lo spazio della pagina. Agli angoli della pagina sono raffigurati i simboli degli evangelisti.

Una versione barocca dello stesso tema è rappresentata da una stampa conservata nel Museo Nazionale di Varsavia, eseguita da Luca Bertelli nel 1560 ca. Qui gli Apostoli sono rappresentati seduti sulle nuvole del cielo. Una scritta, messa sopra il Cristo Giudice ricorda le sue parole: Ego sum via et veritas et vita.

I succitati esempi hanno un carattere escatologico e si rivolgono alla prefigurazione del Giudizio Universale secondo le parole di Cristo: Voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’Uomo sarà seduto sul trono della Sua gloria, sederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele (Mt 19,28).

Il legame dell’iconografia del Credo con la scomparsa festa della Divisio Apostolorum

L’iconografia del tipo di cui stiamo trattando ha subito l’influenza non solo dalla leggenda sulla composizione del Credo da parte degli Apostoli, ma è stata altresì condizionata dai contenuti legati alla festa liturgica, esistente nel Medioevo, dedicata alla separazione degli apostoli -in latino Divisio Apostolorum. Essa ricordava la separazione degli apostoli che si recano in tutte le parti del mondo per la loro missione evangelizzatrice. Nell’iconografia di questa separazione possono essere messi in evidenza oltre ai nomi degli apostoli, anche le frasi del Credo ed i nomi delle terre della loro destinazione, dove subiranno il loro martirio -sortes apostolorum[26].

Divisio Apostolorum
Divisio Apostolorum, Levoca, Slovacchia, ca 1520

L’origine della festa è legata alle conclusioni del sinodo degli abati benedettini, avvenuto dopo la morte di Carlo Magno, ad Aquisgrana nell’817, sotto la guida dell’abate Benedetto di Aniane[27]. Negli atti di questo sinodo si trova la prima notizia della festa della Divisio Apostolorum, che veniva celebrata nei tempi passati il 15 luglio[28]. Ne abbiamo una traccia più antica nei calendari di Treviri, sui libri liturgici degli anni a cavallo tra secolo IX e X; inoltre essa era conosciuta a San Gallo (Svizzera) negli anni 925-950. La festa è stata conosciuta durante tutto il periodo medievale, la si festeggiava in Germania, Inghilterra e nei paesi scandinavi. La sua scomparsa è avvenuta verso la metà del ‘700[29]. In Polonia la festa è arrivata già alla fine del XII secolo[30].

Una delle prime miniature rappresentante Gesù che manda gli Apostoli in tutto il mondo, si trova nell’Evangeliario di Abdinghof, eseguito a Colonia, nel 1080. Un eccellente esempio dell’iconografia della Divisio Apostolorum, assieme alle frasi del Credo si trova nell’Evangeliario di Enrico Leone (Heinrich der Löwe), un principe sassone (1156-1180). Fra le preziosissime miniature si trovano anche 17 tavole sincroniche (canoni). Nel timpano di ogni tavola c’è un medaglione con la rappresentazione di Cristo e dei dodici apostoli, i quali mostrano davanti a sé delle fasce contenenti le frasi del Credo. I medaglioni ricordano quelli della basilica di S.Vitale a Ravenna[31].

Il ciclo inizia con una rappresentazione di Cristo come Salvator mundi, su uno sfondo. Cristo, mentre benedice con la destra, con la sinistra fa il gesto dell’invio gli apostoli in missione nelle diverse parti del mondo. Sul bordo c’è la scritta: Iesus Xristus Dominus noster, mentre di traverso, sulla fascia si leggono le parole del mandato apostolico: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos.
L’iscrizione rende evidente che le miniature degli apostoli vanno interpretate sia come illustrazione della Divisio Apostolorum, sia del loro Credo. Inoltre accanto alle arcate delle tavole si trovano le personificazioni delle virtù e dei vizi in battaglia, secondo il poema epico di Prudenzio, la Psychomachia[32].

In Polonia dal XV sec. la festa In Divisione Apostolorum (15 luglio) fu celebrata come festa nazionale, perchè il re Ladislao della stirpe degli Jaghelloni, la introdusse dopo la vittoria sui cavalieri teutonici nella battaglia di Grunwald[33]. Un esempio precedente lo abbiamo fra le miniature del riccamente istoriato Missale Cracoviense del 1450 ca., conservato nell’Archivio del Capitolo Metropolitano del Wawel a Cracovia (AKMW; nr 2 KP). Le miniature sono attribuite ad un anonimo Maestro della Vergine con l’Unicorno. La miniatura è abbinata alla lettera iniziale E(xivit sonus eorum), dentro alla quale Cristo -Salvator mundi- col codice del Vangelo nella mano sinistra, manda con un gesto della mano destra gli Apostoli in tutto il mondo.

A Cracovia si sono conservati tre libri pontificali del XV sec. contenenti i riti specificamente polacchi e le preghiere usate durante i festeggiamenti della festa del 15 luglio[34]. La vittoria del re neofita Ladislao Jaghello viene paragonata in essi ad alcuni personaggi ed avvenimenti biblici dell’Antico Testamento: gli Ebrei schiavi in Egitto; il passaggio del Mar Rosso sotto la guida di Mosè; la liberazione di Daniele nella fossa dei leoni; infine la liberazione della casta Susanna dalle false accuse. Tuttavia tutti e tre i libri pontificali sono privi di miniature.

Una sontuosa decorazione è presente nell’Evangeliario di Piotr Tomicki, datato 1533-1534[35]. Le bordure, che accompagnano il testo dell’omelia per la festa della Divisione degli Apostoli,contengono ricchi motivi iconografici. All’inizio della pagina si trova l’aquila degli Jaghelloni, con un cartiglio recante la dedica inneggiante alla vittoria di Grunwald: Insignis es memoranda perpetuo Polonorum de Prutenis hac sacra die victoria (fol. 216v). Sul margine opposto, fra le panoplie, dentro un medaglione ovale, c’è un ritratto del re Ladislao di Jaghello, visto di profilo in armatura da cavaliere (fol. 217). Il programma iconografico del fregio non si ispira tanto al testo del Vangelo, quanto piuttosto ad un discorso politico e serve solo per glorificare la vittoria del re neofita.

Una specifica forma di devozione medievale riguardo al culto di tutto il Collegio degli Apostoli, la troviamo nei libri delle preghiere destinati ai laici, soprattutto alle donne della borghesia. Lì si trovano sia le preghiere dedicate ai singoli Apostoli che quelle rivolte a tutto il Collegio Apostolico. Fra le raccolte di volumi trovati in Polonia c’è un incunabolo xilografico intitolato: Hortulus animae..., edito presso Martin Scharffenberger a Cracovia nel 1533 (Biblioteka Kórnicka, Cim. 0.103), che contiene delle preghiere in latino, accompagnate da incisioni che illustrano gli apostoli e la loro separazione (fol. 138v, 139). C’è anche una preghiera speciale prevista per il giorno della festa In Divisione Apostolorum.

Una preghiera simile si trova anche nella edizione polacca: Raj duszny (Ossolinneum XVI.0737), dove, oltre alle preghiere dedicate alla Santissima Vergine Maria, si trovano anche le preghiere destinate a tutti gli apostoli secondo il calendario cracoviense. Sul fol. 234 c’è la preghiera corrispondente alla festa Modlitwa w dzień Rozesłańców, albo rozdzielenia apostolskiego. In questo libro di preghiere viene pubblicato il Credo Atanasiano (fol. 270nn).

Un unico altare con la rappresentazione della Divisione degli Apostoli, proveniente dalla chiesa parrocchiale di Mikuszowice, si trova oggi nel Museo Nazionale di Cracovia (reparto della famiglia Szołajski), datato 1470 ca. Vi è raffigurato Cristo Risorto ritto sulla roccia che manda gli Apostoli con le parole: Ite in orbem universum et predicate[36]. Ogni Apostolo tiene in mano un rotolo svolto, sul quale, oltre al nome dell’Apostolo, c’è scritta la terra di destinazione, dove ciascuno di loro è inviato a compiere la propria missione. In questo caso gli Apostoli non pronunciano explicite il Credo, ma il legame di quest’immagine con l’iconografia del Credo è evidente da tutto il contesto, secondo quanto abbiamo fin qui dimostrato.

Occorre ricordare che si distinguono due tipi di rappresentazione iconografica della Divisio Apostolorum[37]Un primo modo mostra la cosiddetta prima missione istituita da Gesù quando Egli, ancora fisicamente con gli Apostoli, per metterli al prova, li manda di paese in paese per proclamare il Suo insegnamento e compiere prodigi (Mt 10,5-42; Mc 6,7-13: Lc 9,1-6)[38]. Le illustrazioni di questa divisione non appartengono al tema del Credo nell’arte, ma trattano semplicemente della separazione degli Apostoli (questo tipo è rappresentato da un’ala dell’altare di Trzebnica, oggi nel Museo Nazionale a Breslavia e similmente da un’altra di Monaco di Baviera)[39]. Allora gli Apostoli non avevano ancora composto il Credo e perciò manca la relazione con il suo testo. Una tale iconografia si chiama semplicemente l’Addio degli Apostoli. Un eccellente esempio del genere lo troviamo nell’altare maggiore eseguito dal maestro Paulo di Levoča, nella chiesa dedicata a S.Giacomo Maggiore a Spisz in Slovacchia, datato al 1500 ca[40].

Invece la seconda missione, il mandato vero e proprio, connesso con la composizione del Credo, avviene dopo la Resurrezione di Cristo (Mt 28,20). Ed è questa seconda che ci interessa in primo luogo[41].

Una rappresentazione del tema della Divisione degli Apostoli con delle frasi del Credo si trova in una chiesa parrocchiale (oggi protestante) di Muttenz, nei pressi di Basilea (nello Jura, in Svizzera). Sulle pareti della navata si sono solo parzialmente conservati gli affreschi, eseguiti nel 1507, quindi poco prima della riforma protestante[42]Gli Apostoli vi sono rappresentati dinamicamente, in marcia, con delle frasi del Credo, assieme al Cristo Salvatore, così designato dalla scritta Salvator mundi. Simili a degli stendardi mossi dal vento, le fasce con le frasi del Credo sembrano volare nell’aria, richiamando in questo modo la decorazione tardogotica dell’interno della chiesa. Da notare che la pittura è stata fatta ad altezza d’uomo, creando così l’impressione che gli apostoli siano uniti al popolo radunato nella navata.

Concludendo il discorso sulla seconda tipologia iconografica del Credopossiamo riassumere che la versione completa è data dalle figure degli Apostoli designati dai loro nomi ed attributi propri, ed infine, dalle frasi apposite del Credo. Nell’arte fiamminga e tedesca le composizioni sono inoltre arricchite dagli stemmi dei committenti, da tavole con epitaffi e inoltre anche dalle sigle degli scultori. Un tale Collegio al completo scolpito in pietra arenaria si trova sui pilastri della cattedrale di Paderborn, un opera di Heinrich Gröninger, compiuta negli anni 1608-1609. Le figure degli apostoli raffigurati nella parte superiore della navata centrale rappresentano l’Ecclesiam spiritualem. Esse possono sembrare una processione proclamante il trionfo della fede cattolica nel periodo dopo il concilio di Trento (tridentinum)[43].

Un noto incisore dall’epoca tardo-barocca, Gottfried Bernhard Götz assieme ai fratelli Johann ed Joseph Klauber (attivi nella Germania Meridionale - Augsburg) ha eseguito ca. nel 1770 una imponente serie di stampe, illustranti le feste ed i patroni di ogni giorno dell’Anno Ecclesiastico. La serie si chiama Annus dierum sanctorum. Fra di esse si trova una stampa, che si riferisce alla festa della Divisio SS. Apostolorum. Sulla sfera del globo, nel centro sta Cristo glorioso che invia gli apostoli due a due, il tutto unito all’iscrizione: Misit illos binos ante faciem suam[44]. Gli incisori hanno unito in un’unica immagine due tipologie di separazione degli Apostoli, mettendo come scritte le citazioni dal Vangelo di Luca (Lc 9) e dalla Lettera ai Romani (Rom 10,18): In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrae verba eorum. Fra i rappresentanti dei popoli si riconoscono gli Indiani dell’America, ai quali è giunto il messaggio del Vangelo tramite i conquistatori spagnoli. In questo modo i Klauber hanno attualizzato il senso del mandato apostolico.

III tipo: l’iconografia tipologica. Le rappresentazioni degli Apostoli con la relazione tipologica ai Profeti

Alla fine del primo Millennio si è incominciato a collegare l’iconografia del Collegiodegli Apostoli con le rappresentazioni dei profeti[45]. Una tale composizione serviva per mettere in evidenza la sintonia dei due Testamenti -Concordantia Veteris et Novi Testamenti. Ed inoltre il compimento dell’Antico Testamento nel Nuovo –Quod in Vetere latet, in Novo patet. Un primissimo esempio del sec. XI lo troviamo negli affreschi della basilica dei SS.Pietro e Paolo a Reichenau, sulla Mittelzell, sul Lago di Boden (Bodensee); purtroppo le scritte sulle fasce non sono più leggibili (altri esempi: il fonte battesimale di pietra a Merseburg, vicino a Lipsia, prima del 1177[46]; gli Apostoli sulle spalle dei Profeti si trovano sul portale Nord della cattedrale di Bamberg, del XIII sec.; il reliquiario di S.Eriberto, abate di Colonia ed amico-cancelliere di Ottone III, eseguito negli anni 1160-1170)[47].

Occorre sottolineare che le rappresentazioni tipologiche sono state dapprima utilizzate nell’arte orafa e poi nelle miniature dei codici. Una interessantissima composizione tipologica contenente il Credo si trova nei libri delle ore medievali (Livres d’Heures) del ‘300 e ‘400. Come prototipo è servito quello che è comunemente conosciuto come il Credo du Joinville, eseguito nella regione dello Champagne negli anni 1287-1297 ca., purtroppo non conservatosi in originale[48].

Verso il 1323-1326 è stato creato un Credo, particolarmente elaborato sia dal punto di vista iconografico che tipologico, inserito nel calendario del primo volume del Breviario di Belleville (Paris, Bibl. Nat., ms. lat. 10483), un’opera di Jean Pucelle e allievi. La composizione si basa sull’esegesi scolastica, ideata dai domenicani parigini, secondo la quale i dodici articoli della fede si lasciano dedurre dai preannunci dei profeti dell’Antico Testamento. Purtroppo del calendario originale si sono conservati solamente due fogli, contenenti gli elenchi delle feste per il mese di novembre e dicembre. Su commissione della principessa Giovanna di Navarra, il maestro Jean le Noir coi suoi allievi ne ha eseguite delle copie negli anni 1336-1340 (Paris, B.N. ms.n.a.lat.3145)[49].

Breviario di Belleville
Breviario di Belleville, 1323-1326; Paris, Bibl. Nat.

Jean Pucelle ha rappresentato sul margine inferiore di ogni pagina un Profeta ed un Apostolo. Il Profeta consegna all’Apostolo una fascia svolta con una sua espressione. Nel caso del mese di dicembre si vede il Profeta Zaccaria con le parole: Suscitabo filios tuos, Sion (Zac 9,13). Il rotolo del Profeta è coperto da un velo, che viene sollevato dall’Apostolo Mattia. Nella sua mano alla frase del Profeta corrisponde l’articolo preso dal Simbolo ApostolicoCarnis resurrectionem et vitam aeternam. Amen.

L’espressione simbolica della miniatura è ancora arricchita da un’aggiunta iconograficamente molto interessante: accanto al Profeta si vedono le rovine della Sinagoga. Il disfacimento della Sinagoga era mostrato gradualmente sui precedenti fogli del calendario. Da gennaio a dicembre uno dei dodici Profeti, oltre che mostrare la profezia, smonta un pezzo delle mura della Sinagoga, consegnando il materiale edile al corrispondente Apostolo. Coi mattoni gli Apostoli costruiscono una Chiesa nuova (contrapposizione: Sinagoga-Ecclesia). Sul foglio di dicembre vediamo sul margine inferiore la Sinagoga completamente distrutta e sul margine superiore una Chiesa eretta nello stile gotico con le due torri. Davanti ad essa l’Apostolo Paolo insegna ai popoli, destinatari delle sue Lettere. All’entrata della chiesa la personificazione allegorica raffigurante l’Ecclesia, regge in mano lo stendardo con l’emblema corrispondente all’articolo della fede secondo il Credo. Nel caso di dicembre c’è la Risurrezione dei morti. Accanto, S.Paolo insegna agli Ebrei. Francois Avril facendo il commento a questa miniatura ha spiegato la personificazione come Maria, che, per grazia, ha permesso che venisse aperta la porta verso l’Oriente -simbolo della Gerusalemme Celeste (cfr. Ez 44,3). Ci sembra giusto aggiungere che qui abbiamo un esempio di simbologia allegorica ambivalente, poiché la personificazione può ben essere considerata la rappresentazione di Maria-Ecclesia, che indica ai credenti la strada, che conduce alla salvezza.

Nel 1424 è stato eseguito l’altare maggiore proveniente dalla chiesa dei carmelitani scalzi a Gettinge (ora in Hannover, Niedersächsiche Landesmuseum), sulle cui ali si trova il Credo Apostolorumnella versione tipologica. Agli Apostoli, in piedi nelle nicchie, corrispondono i profeti e i filosofi antichi, posizionati nella parte superiore dentro a dei baldacchini gotici[50]. Ad ogni personaggio appartiene una fascia svolta con un’appropriata espressione in latino[51].

L’ iconografia tipologica possiede alcune varianti. Una di esse la troviamo in Vaticano, negli appartamenti Borgia, dove, oltre ai profeti, sono raffigurati anche i filosofi antichi e le sibille[52]. Le immagini sono state realizzate su progetto del Pinturicchio (ca 1454-1513) ed eseguite da Matteo d’Amelia, oppure Tiberio d’Assisi. In questo caso, secondo le regole del Rinascimento, è stata ampliata la cerchia esegetica. Gli affreschi illustrano il compimento delle promesse e delle attese non solo dell’Antico Testamento, ma di tutto il mondo antico.

testo alternativo
Pinturicchio e aiuti, Appartamento Borgia, Sala del Credo, XVI secolo, Vaticano

Le rappresentazioni tipologiche appaiono spesso nelle stampe medievali e moderne, piuttosto come una parte illustrativa dei catechismi e degli incunaboli contenenti omelie o preghiere. Qui vogliamo ricordare solo uno degli esempi più interessanti del periodo delle lotte confessionali coi protestanti: cioè una serie di xilografie, accompagnate dalle strofe poetiche di Georgii Thymi, edita in Erfut nel 1552[53]. In forma poetica l’autore decanta i meriti di ciascuno degli Apostoli nella divulgazione della Fede. Essi sono un esempio del coraggio nell’affrontare qualsiasi ostacolo, fino ad arrivare alla gloria del martirio. Ad ogni Apostolo corrisponde un profeta con la propria profezia, il cui compimento serve da argomento introduttivo all’insegnamento apostolico.

Nell’ambito di questa tipologia si potrebbero enumerare ancora alcuni altri esempi nel campo delle miniature e dell’arte orafa. Ma in tal caso questo contributo rischierebbe di doversi ampliare eccessivamente.

IV tipo: l’iconografia mista

I diversi elementi iconografici dei tre tipi sopra descritti potevano essere combinati insieme. In questo modo si è creata una variante mista dell’iconografia del Credo. Alle scene illustrative erano aggiunte le figure degli Apostoli o dei profeti, oppure entrambi. Eccezionalmente venivano raffigurati anche alcuni filosofi e sibille con le loro profezie. A volte le composizioni di questo tipo erano molto complesse, così che diventavano una specie di summa teologica per illustrazioni. Per questi motivi abbiamo distinto questa iconografia come un tipo autonomo, chiamandolo il “tipo misto”.

Come primo esempio abbiamo la miniatura del codice francese dal titolo Verger de Soulas del 1300 ca. (Paris, B.N. ms.fr. 9220, fol.13v). Qui il Credo è stato illustrato sotto forma di tavola, sul cui lato sinistro stanno i profeti mentre gli Apostoli sono sulla destra, nel centro troviamo dodici medaglioni con le scene che illustrano i contenuti degli articoli della fede[54].

Eccezionali e ricchissimi esempi di ottimo livello sono le miniature francesi, conosciute in letteratura come il Credo de Joinville. Lo scrittore Jean de Joinville (1224-1319), era il compagno del re Luigi IX, durante le crociate e il suo biografo. Il Credo si trova nella seconda parte del Breviario eseguito assieme ad altri libri liturgici, in occasione della beatificazione del re francese S.Luigi IX [2 metà del XIIIsec.; St. Petersburg, Gosudarstviennaja Publičnaja Bibliotieka im. M. E. Saltykova-Šedrina, Lat. Q.v.I,78][55]. Un’altra versione del Credo de Joinville molto simile, se non identica, alla precedente, contiene il Missale de Reims [Missale Remenese (“Breviarium Romanum”) = Missel à l’usage de Saint-Nicaise de Reims; Reims, 1285-1297; St Petersburg, Gosudarstviennaja Publičnaja Bibliotieka im. M.E. Saltykova-Šedrina, Lat. Q.v.I,78].

Mortuus et sepultus est
Mortuus et sepultus est, Missale de Reims, Paris (?) 1285-1297; San Pietroburgo, Gosudarstvennaja Publicnaja Biblioteca

Come si è detto prima, il Credo de Joinville è molto elaborato teologicamente, si caratterizza per l’ottimo livello intellettuale ed artistico. Non è stato risolto il problema della esecuzione delle miniature. Alcuni le attribuiscono ad uno scrittorio parigino, altri invece indicano una scuola dello Champagne molto probabilmente di Reims. Gli Apostoli stessi sembrano avere un ruolo marginale, perchè le loro immagini, ridotte in gran parte ai busti o in alcuni casi alle teste con indicazione dei nomi, si trovano quasi nascoste ai margini. Le frasi del Credo sulle fasce volano nello spazio libero dello sfondo, oppure sono inserite come elementi della decorazione, così nascoste che è difficile scorgerle. Gli artisti rimasti anonimi hanno messo più in evidenza le figure dei profeti. Essi sono rappresentati con la figura intera sui margini larghi dei fogli. Ogni profeta tiene in una mano un rotolo svolto, mentre con l’altra indica una o più scene, illustranti il compimento delle sue profezie. Il tema principale del Credo de Joinville è quello degli avvenimenti biblici con immagini riferite al ministero della Chiesa con evidente accento escatologico. Sotto l’aspetto formale le miniature sono un eccellente esempio di un artista molto capace nel suo mestiere. Invece sotto l’aspetto iconologico esse si caratterizzano per un profondo significato teologico. L’idea dominante mostra la concordanza fra le profezie dell’Antico Testamento con il loro compimento nel Nuovo. Una tale illustrazione del Simbolo della fede cristiana è assolutamente unica ed eccezionale.

Mortuus et sepultus est
Mortuus et sepultus est, Missale de Reims, Paris (?) 1285-1297; San Pietroburgo, Gosudarstvennaja Publicnaja Biblioteca

Il Collegio degli Apostoli era spesso mostrato anche nel contesto escatologico. In tale versione gli Apostoli seduti sui troni attorniano il Cristo–Giudice, oppure sono raffigurati come partecipanti della gloria celeste nella futura parusia. In alcuni casi essi svolgono un ruolo particolare nelle scene di adorazione dell’Agnello dell’Apocalisse nella Gerusalemme Celeste[56].

Dal sec. XII proviene un grande affresco della collegiata di S.Blasio (Sankt Blasius) a Braunschweig, eseguito dentro la cupola del transetto[57]. Esso rappresenta la Gerusalemme Celeste[58]. Dentro alle mura della città apocalittica, sui sei campi della volta della cupola, sono stati dipinti i più importanti avvenimenti della storia della salvezza (La Natività di Cristo, La Presentazione al tempio, Il Sepolcro vuoto, Il Cammino verso Emmaus col Riconoscimento del Risorto mentre spezza il pane e infine La Pentecoste). Negli angoli vi sono le figure di otto profeti, con le loro profezie. Nel centro della pittura si trova l’Agnello Apocalittico trionfante. I busti degli Apostoli sono ritratti, con le frasi del Credo, dentro alle arcate delle dodici torri della Gerusalemme Celeste - Hierusalem urbs quadrata, secondo la descrizione dell’Apocalisse di S.Giovanni (Ap 21,14)[59]. Essi non tengono i rotoli, ma sembrano quasi volare, come se fossero attratti sulle mura di questa città simbolica.

Per terminare la descrizione di questo tipo di iconografia del Credo vorremmo citare un eccezionale esempio, cioè gli affreschi di Michelangelo Buonarroti, eseguiti sulla volta della Cappella Sistina, compiuti nel 1522. Anch’essi possono essere interpretati secondo l’esegesi pittorica dei dodici articoli del Credo appartenenti al tipo misto. Il filo conduttore è dato dalle rappresentazioni dei profeti e delle sibille. La loro raffigurazione espressiva è stata interpretate dagli studiosi nella prospettiva della presentazione di alcuni personaggi del mondo antico ebraico e pagano, i quali hanno aspettato il compimento delle promesse della Redenzione. Gli affreschi della Sistina presentano un manifesto della fede del Genio fiorentino a cavallo tra il Rinascimento e il barocco[60].

V tipo: l’iconografia simbolica. Le rappresentazioni simboliche dei dodici Apostoli

Esiste un gruppo di rappresentazioni il cui collegamento significativo al Credo non risulta evidente. Un tale caso è riscontrabile quando gli Apostoli vengono rappresentati sotto una forma simbolica. In passato si conoscevano i simboli degli apostoli rappresentati sotto forma di pecore, o agnelli, colombe o leoni, raramente con le frasi del Credo (S.Clemente in Roma, S.Apollinare in Classe in Ravenna, il Battistero di Albenga)[61].

Comunemente in tutte le chiese cattoliche si trovano delle croci con le candele lungo le mura. Queste segnano i posti dell’unzione di una chiesa nuova durante la sua consacrazione. In alcuni paesi alle croci vengono aggiunti gli attributi degli Apostoli o i loro busti in bassorilievo o in pittura. Possono essere messi al posto delle croci solo gli attributi iconografici degli Apostoli. In tedesco questi segni della consacrazione vengono chiamati Apostelleuchter (le candele degli Apostoli).

Croci di consacrazione
Croci di consacrazione della chiesa e candelabri degli apostoli, simboli del carattere apostolico della Chiesa

A Pelplin in Polonia in una basilica già cistercense del XV sec. (oggi la cattedrale della diocesi di Pelplin), i nomi degli Apostoli sono iscritti dentro i cerchi che fanno da cornice alla croce simbolica.

Nelle chiese della Baviera e Svevia in Germania si trovano le croci con l’indicazione degli attributi degli Apostoli. Un esempio è la chiesa già delle orsoline a Landsberg sul Lech (Svevia), della metà del XVIII sec., assieme alle croci e agli attributi in bassorilievo sono inseriti quadri, eseguiti con la tecnica en grisaillecon scene dal martirio di ciascun apostolo. Questi spiegano bene la genesi degli attributi degli Apostoli nell’arte cristiana.

Una spiegazione esplicita del legame delle croci con il Credo è data dai simboli dipinti sulle mura della chiesa parrocchiale di S.Pietro a Söl, in Tirolo (Austria). In questo caso i medaglioni coi “ritratti” degli Apostoli sono stati integrati sia con gli attributi, sia con le frasi del Credo in tedesco. Al centro della composizione si trova un candeliere con la candela.

Nel Museo Diocesano di Tarnów (Polonia) si trovano le dodici tavolette a quadrifoglio con le rappresentazioni degli apostoli, del XVI sec. Prima esse facevano parte dei candelieri della consacrazione della chiesa di Siemiechów.

L’espressione simbolica delle figure degli apostoli risulta più evidente, quando esse sono messe sui pilastri della chiesa. Una tale pratica corrisponde ad un antico insegnamento dei Padri, i quali hanno chiamato gli apostoli fondamenta e colonne della Chiesa.

Un tale significato è stato realizzato nella pianta della basilica di Maria Santissima a Treviri (Liebfrauen-Basilika) del 1500 ca. Sui dodici pilastri della chiesa sono stati dipinti i baldacchini, dentro i quali si trovano le figure degli apostoli a grandezza naturale. Sopra la testa di ciascuno è messo il suo nome, e sul piedestallo è riportata una frase del Credo in latino[62]. Nella stessa basilica troviamo ancora una volta i busti degli apostoli, all’interno di medaglioni, dipinti sulle pareti. Tuttavia, in questo caso, non ci sono le frasi del Credo. L’interno di questa basilica dimostra evidentemente il pensiero secondo il quale gli apostoli sono le colonne e i protettori della chiesa.

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Alla fine di queste considerazioni è necessario toccare il problema del significato iconologico dell’iconografia sopra trattata. Una spiegazione approfondita richiederebbe uno studio separato.

L’antichissima pratica di porre le figure degli apostoli all’esterno (sulle torri, sui campanili o sulle facciate e portali) o all’interno (sulle volte, sulle pietre angolari, sui pilastri, sulle vetrate) delle chiese si radica sull’originaria tradizione dell’insegnamento dei Padri della Chiesa. Essa ha influenzato l’impianto simbolico del tempio cristiano. Pertanto le immagini degli apostoli sono inserite quasi ovunque, dove possibile, nell’arredo delle chiese (sugli altari, sui fonti battesimali, i confessionali, i pulpiti, nei cori, sui dorsi degli stalli, persino sui sarcofagi).

Gli apostoli con le frasi del Credo, oppure solo coi loro attributi sono presenti nei bassorilievi delle pietre angolari della collegiata di S.Anna ad Anversa (esempi simili sono esposti nel Museo di Karlsruhe). Li troviamo sulle travi o sui cancelli del presbiterio (ted. Apostelbalken, Lettner). Gli esempi sono numerosissimi (per es. la trave nella basilica di S.Marco a Venezia). Tutte queste collocazioni sono legate ad un unico filone. Gli oggetti d’arte servono a far capire la continua presenza degli apostoli nella Chiesa di Cristo.

I dodici apostoli rappresentano metaforicamente le fondamenta della Chiesa, la cui pietra angolare è Cristo stesso. I cristiani riuniti nella chiesa partecipano ad un banchetto nuziale e con-vivono con Dio (Ef 2,20). Un tale pensiero viene espresso in una preghiera liturgica, del Sacramentario Gregoriano, dove si legge: “in quibus ecclesiae tuae fundamenta constituis”[63].

Venezia, Lapidario della Basilica di San Marco
Venezia, Lapidario della Basilica di San Marco, VI secolo

L’analogia con la costruzione della chiesa è stata espressa anche da papa Innocenzo III in una sua omelia: “Qui designantur nomine columnarum; quia per eos Ecclesia sustentatur [...] quia Petrus, Jacobus et Joannes videbantur columnae esse [...] Sed Dominus confirmavit columnas ejus. Pro hac confirmatione orant ipsae columnae dicentes...”[64]. Questo paragone spiega perchè nel Medioevo i pilastri e le colonne venivano adornate con le figure degli apostoli.

Il carattere Apostolico dell’iconografia significa inoltre l’unità dei credenti nella stessa professione di fede contenuta nel Simbolo Apostolico. I fedeli, guardando le figure degli apostoli con o senza le frasi del Credoavevano l’impressione di aver sentito la loro catechesi, che li confermava nei dogmi della fede cattolica. Già Florus da Lyon († ca860) nella sua dissertazione De expositione missae scrivendo degli Apostoli, li chiamava praedicatores et doctores fidei. Essi hanno ricevuto la Verità tramite il contatto con il Verbo Incarnato e solo accogliendo il loro insegnamento è possibile ottenere la salvezza dell’anima[65].

Grazie alla fervida fantasia medievale, i fedeli arrivavano ad immaginarsi la presenza degli apostoli in chiesa (a costruire una specie di catechesi continua). Questo dava lo spunto per ripetere a memoria il Simbolo Apostolico. Quello stesso Credo che veniva trasmesso durante l’iniziazione alla Fede nel rito della traditio Symboli, e poi ripetuto nelle cerimonie battesimali davanti all’assemblea dei fedeli nel rito della redditio Symboli.

Prima i catecumeni imparavano il Simbolo a memoria. Non era loro concesso di tenerne una copia scritta, perchè non finisse nelle mani dei pagani o degli eretici. Secondo l’antica convinzione il Credo serviva da tessera, con la quale si legittimava l’appartenenza ai fedeli. Di conseguenza questa “tessera” consentiva l’ingresso dell’anima nel regno della salvezza in cielo.

Della convinzione della presenza degli Apostoli in chiesa testimonia una lettera scritta dal sinodo d’Arles (314) a papa Silvestro. I vescovi accettando il primato di Pietro, mostrano insieme la loro venerazione riguardo a tutto il Collegio degli Apostoli. La gerarchia ha coltivato nei fedeli la convinzione della perenne presenza degli Apostoli nelle chiese locali: “in quibus et Apostoli quotidie sedent et cruor ipsorum sine intermissione Dei gloriam testatur”[66]. Il papa Gregorio Magno (590-604) ha inserito questa convinzione nella preghiera per la festa degli Apostoli Pietro e Paolo: “per beatos apostolos tuos continua protectione custodias, ut iisdem rectoribus gubernetur...”[67].

Da tutto ciò risulta, che accanto al patrono locale (patrocinium), gli apostoli venivano venerati come protettori della chiesa (Deesis). Le loro immagini aiutavano ad attualizzare la missione evangelizzatrice della Chiesa. In questo consiste la funzione delle immagini del Collegio degli Apostoli.


Note

[1] Il Papa Benedetto XVI, nel suo viaggio in Germania, nell’omelia alla Spianata dell’Islinger Feld a Regensburg, il 12 settembre 2006 ha detto: “…La Chiesa… ci offre una piccolissima <Somma>, nella quale tutto l’essenziale è espresso: è il cosiddetto <Credo degli Apostoli>. (…) nella sua concezione, di fondo il Credo è composto solo di tre parti principali e, secondo la sua storia, non è nient’altro che un’amplificazione della formula battesimale che lo stesso Signore risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi (…) In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice. (…) Come seconda cosa possiamo constatare: il Credo non è un insieme di sentenze, una teoria. E’, appunto, ancorato all’evento del Battesimo, a un evento di incontro tra Dio e l’uomo”. Il testo completo in Benedetto XVI, Chi crede non è mai solo, Cantagalli Siena 2006; pp. 44-45.

[2] Sulla storia del Credo, cfr. J.N.D.Kelly, I simboli di fede della Chiesa antica, ED Napoli, 1987; S.Sabugal , Io credo. La fede della Chiesa, ED Roma, 1986; L.H.Wetstra, The Apostle’s Creed. Origin, history, and some early commentaries, Brepols, Turnhout, 2002.

[3] Cfr su questo: G.Cavallotto, Catecumenato antico, EDB, Bologna, 1996; A.Hamman, L’iniziazione cristiana, Marietti, Casale Monferrato (AL), 1982; R.Mastacchi, I Padri spiegano il Credo, Cantagalli, Siena, 2004; P.L.Gavrilyuk, Histoire du catéchuménat dans l’Eglise ancienne, Cerf , Parigi, 2007.

[4] Cfr. R. Knapiński, Typologia przedstawień Collegium Apostolorum w sztuce pierwszego tysiąclecia. [La tipologia delle rappresentazioni del Collegio degli Apostoli nell’arte del primo millenio], "Vox Patrum" 11-12:1991-1992, fasc. 20-23, p. 49-71. Ivi la bibliografia.

[5] F. Winzinger, Schongauer Martin, in: Kindlers Malerei Lexikon, Bd. 11 München 1976, p. 120-126.

[6] E. Wernicke, Die bildliche Darstellung des apostolischen Glabensbeken­ntnisses in der Kunst des Mittelalters, "Christliche Kunstblatt für Kirche Schule und Haus” 1887, 1888, 1889, 1893; W. Molsdorf, Christliche Symbolik der mittelalterlichen Kunst, Leipzig 1926, Graz 19842; K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst,Bd. 1, Freiburg im Breisgau 1928, p. 181-182; R. Ligtenberg, Het Symbolum Apostolicum in de iconografie de Middeleewen, "Het Gildeboek" 12:1929, p. 9-34; H. W. van Os, Credo, in: Lexikon der christlichen Ikonographie, Bd. 1, col. 461-464; H. Sachs, E. Badstü­bner, H. Neumann, Credo, in: Christliche Ikonographie in Stichworten, Leipzig 1973, p. 87-88; G. Schiller, Ikonographie der christlichen Kunst, Bd. 4,1, Gütersloh 1988 , p. 134-147.

[7] J. Wilpert, La fede della Chiesa nascente secondo i monumenti dell' arte funeraria antica, Roma 1938.

[8] G. Diener, Credo der Urkirche. Das Apostolische Glaubensbekenntnis dargestellt in Bilder der altchristlichen Zeit, Bamberg 1957.

[9] Il metodo usato dal Diener non mostra il Credo come un tema autonomo nell’arte. Così si potrebbe illustrare ogni argomento della fede cristiana (a. e. i sacramenti, i precetti del Decalogo, ecc.).

[10] E. T. de Wald, The Illustrations of the Utrecht Psalter, Princeton 1932, p. 71 e seg. In questo codice – Salterio di Utrecht - dopo il Symbolum Apostolo­rum, sul fol. 90v si trova un´altra professione di fede cattolica, denominata come Fides Catholica, cioè il Credo di Atanasio. Lo illustra un disegno dei padri sinodali, che partecipano a un sinodo ecclesiastico.

[11] I disegni del Salterio di Utrecht si caratterizano per uno stile dinamico e per l´espressione differenziata come lo ha descritto Otto Pächt (La miniatura medievale. Una introduzione, Torino 1987, p. 177, passim). Un tale stile era caratteristico della scuola palatina di Reims. Si confrontino le miniature dell’Evange­lia­rio di Ebbone (ca. 816-835). L’influsso delle illustrazioni del Salterio di Utrecht sull’arte miniata coeva fu oggetto di una mostra ad Utrecht nel Museum Catharijneconvent organizzata nel periodo dal 31 Agosto fino al 17 Novembre 1996, il catalogo: The Utrecht Psalter in Medieval Art. Picturing the Psalms of David, Edit. K. van der Horst, W. Noel, W. C. M. Wüstenfeld, MS`t Goy 1996.

[12] Le porte sono state fuse ca 1152 - 1154 in Magdeburgo, collocate nella cattedrale di Płock, e poi alla fine del XIII sec. rubate e trasportate a Novgorod, nella Grande in Russia.

[13] Purtoppo durante i secoli i pannelli delle porte sono state smontati diverse volte e rimessi assieme in ordine sbagliato. In una delle nostre pubblicazioni diamo una ricostruzione ipotetica dell’ordine originario, cfr.: R. Knapiński, Die romanische Tür von Plock in Nowgorod. Neue ikonogrphisch-ikonologische Überlegungen, "Niederdeutsche Beiträge zur Kunstgeschichte", Bd.30:1991, p.29-66; idem, Credo Apostolorum w romańskich Drzwiach Płockich [Il Credo Apostolorum nelle porte romaniche di Płock], Płock 1992.

[14] O. Smital, Symbolum apostolicum. Farbige Blockbuch-Wiedergabe nach dem Unicum in der Wiener National-Bibliothek. München 1924.Un simile esempio delle xilografie, denominate come l’unicum di Heidelberg si trova a Monaco di Baviera, nella Bayerische Staatsbibliothek.

[15] Daniel Hopfner (ok. 1470-1536) ha eseguito una serie delle stampe nella quale i 12 articoli sono stati illustrati in forma di tavole, ove ad ogni incisione corrisponde un articolo e il nome di un apostolo. La riproduzione si trova in: G. Schiller, op. cit., fig. 338.

[16] Il titolo completo é: Icones Symboli Apostolici, cum brevi et utili earundem explanatione ex sacris literis congesta per quendam Sacrae Scripturae candidatum. Coloniae Agripinae apud Arnoldi Birckmanni 1556.

[17] S. Ambrogio (Epistola 52,5; PL 16,1174A) per primo ha dichiarato gli Apostoli come gli autori del Simbolo della Fede: "Credatur Symbolo Apostolorum, quod Ecclesia Romana intemeratum semper custodit et servat". Dopo di lui la stessa opinione esprime Rufino d´Aquilea [† 410; Expositio Symboli 2, CCL 20,134-135], Nel sec. VI lo stesso insegnamento si trova in uno dei sermoni dello Pseudo-Agostino (Sermo 240,1, PL 39,2189). Egli ascrive ad ogni apostolo un articolo del Simbolo. Come risulta dalle ricerche sulla tradizione cristiana non sempre lo stesso articolo veniva attribuito allo stesso apostolo. La bibliografia sul tema è molto vasta, cfr.: F. Kattenb­usch, Das Apostolische Symbol, Darmstadt 19623; W. Trillhaas, Das apostolische Glaubensbekenntnis.Geschichte, Text, Auslegung,Witten 1953; H. De Lubac, La foi chrétienne. Essai sur structure du Symbole des Apôtres, Paris 1970; H. de Lubac, Credo. Gestalt und Lebendigkeit unseres Glaubensbekenntnisses, Leipzig 1976, p. 13-31; F. E. Vokes, Apostolisches Glaubensbekenntnis I. Alte Kirche und Mittelalter, in Theologische Real Enzyklopädie, Bd. 3, p. 528-554; A. Adam, R. Berger, Credo, in: Pastoralliturgisches Handlexikon, Leipzig 1982, p. 103, 176, 477; M. Lurker, CredoWörterbuch der Symbole, p. 2-43, 674-675; G. Langgärtner, Credo, in: Lexikon des Mittelalters, Bd. 3, München 1986, p. 337-338.

[18] PL 39,2189.

[19] C. F. Bühler, The Apostles and the Creed, "Speculum", 28:1953, p. 335-339; J. D. Gordon, The Articles of the Creed and the Apostles, "Speculum", 40:1965, p. 634-640; J. N. D. Kelly, Early Christian Creeds, London 19676; idem,Apostolisches Glaubens­bekenntnisLexikon für Theologie und Kirche, Bd. 1, col. 760-762; L. Kunz, Credo, ibidem, Bd. 3, col. 88-89. Fra gli altri i seguenti autori trattano dell’iconografia del Credo nell’arte: E. Mâle, L`art religieux de la fin du Moyen-Âge en France, t. 3, Paris 1922, p. 246-253; K. Künstle, Ikonographie der chrislichen Kunst, Bd. 1, Freiburg 1928, p. 99, 182; H. W. van Os, Credo, in: Lexikon der christlichen Kunst, Bd. 1, col. 461-464; H. Sachs, E. Badstü­bner, H. Neumann, Credo, in:Christliche Iconographie in Stichworten,Leipzig 1973, p. 87-88.

[20] In alcuni casi le rappresentazioni di Cristo Salvatore si possono considerare assieme con gli omonimi patrocini delle chiese. Di solito essi appartengono al primo periodo della cristianizzazione del paese.

[21] T. Fehrenbach, A. Weißer, Die Reichanau und ihre drei Kirche,Reichenau - Mittelzell 1992, p. 17.

[22] Il senso dell’ iconografia tipologica spiega due scritte messe, una in alto: DOCTRINA PLENI FIDEI PATRES DVODENI TESTANTVR FICTA NON ESSE PROPHETICA DICTA; ed l’altra in basso: CELITVS AFFLATI DE CRISTO VATICINATI HI PREDIXERVNT QVE POST VENTVRA FVERVNT.

[23] G. Hasenohr, Le Credo Apostolique dans la Litérature Française du Moyen ÂgePremiéres approches, in: Pensée, Image & Communication en Europe Médiévale. A propos des stalles de Saint-Claude. Besançon 1993, p. 175 e seg.

[24] G. Schmidt, Malerei bis 1450. Tafelmalerei - Wandmalerei - Buchmalerei, in:Gotik in Böhmen. [Hrsg.] K. M. Swoboda, München 1969, p. 240 e seg.; J. Pešina, Böhmische gotische Tefelmalerei aus der Sammlung der Nationalgalerie in Prag, Berlin 1988, nr 24.

[25] Il modo di porre le immagini piccole attorno ad un’immagine centrale ricorda le composizioni caratteristiche delle icone di Cristo coi Dodici, oppure di Maria coi profeti, nonché le icone illustranti la vita dei santi, per es. di S. Nicola.

[26] Isidoro di Siviglia († 636) nel trattato De ortu et obitu Patrum (PL 83,154) ha scritto sugli Apostoli: "Hi fuerunt Christi discipuli, praedicatores fidei et doctores gentium, qui cum omnes unum sint, singuli tamen eorum propriis certisque locis in mundo ad praedicandum sortes proprias acceperunt". Nell’arte medievale si trovava il tema come Separatio Apostolorum, Divisio Apostolorum nonché i Chori degli Apostoli. Le vite degli Apostoli e il loro martirio erano oggetto di diverse opere, fra le quali ricordiamo: W. Cave, Antiquitates apostolicae, oder Leben, Thaten und Märtyr-Tod der Heiligen Apostel, Leipzig 1696.

[27] Y. Congar, Apostel,in: Lexikon des Mittelalters, Bd. 1, München 1980, col. 781-786. Da questo periodo proviene probabilmente la più antica illustrazione del Symbolum Apostolicum, che si trova alla fine del Salterio di Utrecht, decorato con disegni ad inchiostro (Reims, ca. 830).

[28] La festa fu popolare nei paesi di lingua tedesca, dove è rimasta nei calendari fino al sec. XVIII. Fu conosciuta anche nei paesi scandinavi, invece era poco conosciuta in Italia, Spagna e Inghilterra. Da alcuni esempi iconografici risulta che la festa è stata conosciuta anche in Italia, si guardi l’iniziale D da un Graduale fiorentino del XV sec, Firenze, Bibl. Laurenziana, cfr. Congar, op. cit, col. 782; A. Kurzeja, Der älteste Liber Ordinarius der Trier Domkirche (London, Britisch Museum, Harley 2958, Anfang 14. Jh.). Ein Beitrag zur Liturgiegeschichte der deutschen Ortkirchen, Münster 1970, p. 23, 60, 192 e seg., 432, 532.

[29] J. Fijałek, Historia święta Rozesłania Apostołów, [La storia della festa della Divisio Apostolorum] "Sprawozdania PAU", 15:1920, nr 6, p. 3-8; W. Hug, Geschichte des Festes der Divisio Apostolorum, “Theologische Quartalschrift” 113:1932, p. 53-72.

[30] Il ricordo liturgico più antico si trova nel Calendario Cracoviense (Kalendarz Krakowski), risalente alla metà del XIII sec. Cfr.: Najdawniejsze roczniki krakowskie i kalendarz [I più antici annali cracoviensi ed il calendario], ed. Z.Kozłowska-Budkowa, in: Pomniki Dziejowe Polski. [Monumenta Poloniae Historica] Seria II, t. V, Warszawa 1978, p. 155. La festa della Divisio Apostolorum é indicata nel calendario di Cracovia col colore rosso. Cfr.: H. Wąsowicz, Kalendarz ksiąg liturgicznych Krakowa do połowy 16. Wieku. Studium chronologiczno-typologiczne [Il calendario dei libri liturgici di Cracovia sino alla metà del XVI sec. Uno studio cronologico-tipologico], Lublin 1995, p. 362 e seg.; idem, Kult Apostołów do końca 12 wieku w świetle heortologii, [Il culto degli Apostoli sino alla fine del XII sec. ...], in: Symbol Apostolski w nauczaniu i sztuce Kościoła do soboru trydenckiego, [Il Simbolo Apostolico nell’insegnamento e nell’arte della Chiesa fino al Concilio di Trento], ed. R. Knapiński, Lublin 1997, p. 257-306.

[31] R. Kroos, Die Kanontafel. Kommentar, in: Das Evangeliar Heinrichs des Löwen. Kommentar zur Faksimile, Frankfurt am Main 1989, p. 99 e seg.

[32] Il problema del’iconografia delle virtú e dei vizi nell’arte medievale è stato elaborato da A. Katzenellenbogen, Die Psychomachie in der Kunst des Mittelalters von Anfängen bis zum 13 Jahrhundert, Hamburg 1933 (Dissertation, manuscript); idem, Allegories of the Virtues and Vices in Medieval Art From Early Christian Times to the Thirteenth Century, Toronto - Buffalo - London 1989.

[33] Così gli Apostoli vennero venerati come protettori della Patria. J. Fijałek, Histori święta…, p. 3; T. Lalik, O patriotycznym święcie Rozesłania Apostołów w Małopolsce XV wieku. [Sulla Festa patriottica del Divisio Apostolorum in Polonia Minore del XV sec.] "Studia Źródłoznawcze" 26:1981, p. 23-32. Come ex voto venivano erette in Polonia le cappelle dedicate con il titolo della Divisio Apostolorum.

[34] Essi sono: Pontyfikał Zbigniewa Oleśnickiego, ok. 1430 (AKMW, nr 12 KP); Pontyfikał Tomasza Strzępińskiego, 1455-1460 (AKMW, nr 13 KP); Pontyfikał Fryderyka Jagiellończyka, 1493/1494 (AKMW, nr 14 KP); Z. Obertyński, Pontyfikały krakowskie XV wieku, [I libri pontificali di Cracovia] “Prawo Kanoniczne” 4:1961, p. 402 e seg.; B. Miodońska, Małopolskie malarstwo książkowe 1320-1540 [La miniatura libraria nella Polonia Minor], Warszawa 1993, p. 238, passim.

[35] B. Miodońska, Miniatury Stanisława Samostrzelnika. [Le miniature di Stanislao Samostrzelnik], Warszawa 1983, p. 130-131.

[36] Mc 16,15: Poi disse loro: “Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura. Chi crederà e si farà battezzare sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.

[37] Le coppie di Apostoli ed i paesi della loro missione sono descritte in: J. J. Hess, Geschichte und Schriften der Apostel Jesu, Zürich 1778. Questo tipo di iconografia descrive: A. Katzenellenbogen, The separation of the Apostels, "Gazette des Beaux-Artes", 91: 1949, p. 81-98; idem in versione francese, ibidem, p. 143-148. Il secondo tipo della divisione degli Apostoli si svolge dopo la Risurrezione di Cristo, quando Egli li manda in tutte le parti del mondo per battezzare le genti e predicare il Vangelo (Mt 28,18-20). Questo mandato gli Apostoli l’hanno realizzato dopo la Pentecoste e, secondo la leggenda, prima di uscire dal Cenacolo hanno composto il Simbolo della Fede – cioèil Credo Apostolorum.

[38] Questo corrisponde al testo del Vangelo di Marco (6, 7-9; 13): “Chiamati a sé i Dodici, incominciò a inviarli a due a due, dando loro il potere sopra gli spiriti immondi. Comandò loro che, ad eccezione di un bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane né bisaccia né danaro nella cintura; che calzassero i sandali, ma non indossassero due tuniche… Essi partirono, predicando che si convertissero; scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti malati e li guarivano.

[39] A. Ziomecka, Śląskie malarstwo gotyckie [La pittura gotica in Slesia], Wrocław 1986, p. 66 e seg., pos. catt. 19; idem, Pracownie śląskie w końcu XV wieku. Wrocławski Mistrz Świętej Rodziny, [Le botteghe di Slesia alla fine del XV sec. Il Maestro della Sacra Famiglia di Breslavia], Wrocław 1993, p. 11.

[40] I. Chalupecký, V. Wolf, F. Majerech, Chram sv. Jakuba v Levoči Dielo Majstra Pavla, [La chiesa di S. Giacomo a Levoča, l’opera del Maestro Paolo], Levoča 1994.

[41] Durante l’ultima apparizione del Gesù Risorto in Galilea Egli disse agli Apostoli: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrare tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho ordinato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20).

[42] Può darsi che questa iconografia all’inizio avesse legame con il patrocinio della chiesa.

[43] Ch. Stiegemann, Le cycle des Apotres au Credo de la cathédrale de Paderborn, in: Pensée..., p. 55n.

[44] Questo detto di Gesù si rivolge alla prima separazione degli Apostoli, gli incisori hanno sbagliato le referenze bibliche, invece di Lc 15 , dev’essere Lc 9.

[45] Il modo di rappresentare i profeti come anziani e invece gli apostoli come giovani si interpreta come alegoria della Vita contemplativa e della Vita activa, cfr.: E. G. Grimme, Europäische Goldschmiedekunst Mittelalters. Reliquiare, Köln 1972, p. 130-132.

[46] La vasca battesimale è stata eseguita per ordine dell’abate della badia degli apostoli Pietro e Paolo a Merseburgo, presso Lipsia. L’abate fu favorito dall’arcivescovo di Magdeburgo, Wichman, del quale si trova il ritratto sulla porta bronzea di Płock. Le immagini dela vasca battesimale sono pubblicate in: R. Budde, Deutsche romanische Skulptur 1050-1250, München 1979, p. 54-55, il. 87.

[47] M. Seidler, Schrein des hl. Heribert, in: Ornamenta Ecclesiae. Kunst und Künstler der Romanik in Köln, [Hrsg. ] A. Legner, Bd. 2, Köln 1985, p. 314-323; A. Legner, Reliquien in Kunst und Kult zwischen Antike und Aufklärung, Darmstadt 1995, p. 137; W. Pinder, Der Bamberger Dom in 45 Bildern, Königstein (senza la data).

[48] L. J. Friedmann, Text and iconography for Joinville’s Credo, Cambridge - Massachusetts 1958; A. Ritz-Guilbert, op. cit, p. 101.

[49] F. Avril, Buchmalerei am Hofe Frankreichs 1310-1380, München 1978, p. 61, il. 11 (Die großen Handschriften der Welt).

[50] Del 1500 sono datate le figure degli Apostoli con le immagini dei Profeti, dipinte sui pilastri della cattedrale di Wiener Neustadt. Asieme con essi sono state poste le scritte degli articoli del Credo Apostolorum con le profezie dei Profeti. K. Oetinger, Lorenz Luchsperger der Meister der Wiener Neustädter Domapostel, Berlin 1935. [Seria] Forschungen zur deutschen Kunsgeschichte [Hrsg.] von Deutscher Verein für Kunstwissenschaft, Bd. 12.

[51] R. Behrens, Der Göttinger Barfüsser-Altar. Ein Beitrag zur Geschichte der niedersächsischen Malerei des frühen 15. Jahrhunderts,Bonn 1939; G. von der Osten, Katalog der Gemälde alter Meister in der Niedersächsischen Landesgalerie Hannover, Hannover 1954, nr 182, 183, 184, p. 87-90; W. Arnold, Die Inschriften der Stadt Göttingen, München 1980, nr 38, p.69 e seg.

[52] Die Kunstschätze des Vatikan, [Hrsg.] R. de Campop, Köln 1988, il. 44.

[53] La stampa è stata dedicata a Kaspar Cannegiser e Martin Sideman. Il suo pieno titolo è: SYMBOLUM NOSTRAE HOC EST CHRISTIANAE FIDEI PER DIVOS APOSTOLOS CONGESTUM PROPHETIS VETERIS TESTAMENTI CORRESPONDENS, IDQUE NON SOLUM ORATIONE PROSA VERUM ETIAM CARMINE ELEGIACO, Ex Oficina Typographica Martini, De Dolgen 1552.

[54] A. Ritz-Guilbert, Aspects de l’Iconographie du Credo des Apotres dans l’enluminure Médiévale, in:Pensée... p. 101 e seg.

[55] Cfr. G. Schiller, op. cit. il. 230, 328-331. L’autrice nella descrizione della illustrazione 230, (p. 190) da una sbagliata catalogazione del codice: Mp. lat. G. v. I 78; I. P. La catalogazione giusta si trova in: Mokretsova, V.L. Romanova, Les manuscrits enluminès français du XIIIe siêcle dans les collections sovietiques 1270-1300, Moskva 1984, p. 194-231.

[56] P. Simor, Le Credo dans son contexte: un appui pour d'autres themes, in: Pensée...,p. 207n il. 1.

[57] L’affresco è stato realizzato nella cappella sepolcrale di Enrico il Leone, il principe dei Welf, Sassoni e Bavari, dopo il suo ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa nel 1173. Lui era devoto degli Apostoli e per questo ha ordinato di rappresentare il Credo Apostolorum anche in un’altra chiesa da lui fondata in Gandersheim, nonché fra le stupende miniature del suo Evangeliario e inoltre sull’altare portatile eseguito da un orafo di Colonia, Eilberto, appartenente al tesoro dei Welf. Inoltre il Credo si trova anche su sette placche smaltate, disperse nei diversi musei del mondo: nel British Museum a Londra, nello Städtisches Museum a Bamberga ed infine nel Kestner-Museum ad Hannover. Cfr.: D. Kätzsche, Der Welfenschatz im Berliner Kunsgewerbemuseum, Berlin 1973, p. 30 seg.; O. von Falke, R. Schmidt,G. Swarzenski, Der Welfenschatz: Der Reliquienschatz des Braunschweiger Doms aus dem Besitze des herzoglichen Hauses Braunschweig-Lüneburg, Frankfurt am Main 1930, catalogo nr17; N. Stratford, A propos de trois émaux du British Museum: le theme des Apotres au Credo au XIIe siecle, in: Pensée... p. 111n. O. Demus,Romanische Wandmalerei, München 1992, p. 193 seg., il. 220.

[58] Altri esempi troviamo sul catalogo: La dimora di Dio con gli uomini (Ap. 21,3). Immagini della Gerusalemme celeste dal III al XIV secolo. Catalogo della exposizione, [Ed. ] M. L. Gatti Perrer, Milano 1983, nr 134 e seg.

[59] W. Müller, Die heilige Stadt: Roma quadrata, himmlisches Jerusalem und die Mythe von Weltnabel, Stuttgart 1961.

[60] W. von Löhneysen, Eine neue Kunstgeschichte, Berlin – New York 1984.

[61] Un eccezionale esempio dell’iconografia simbolica del Credo sono le tavolette dal convento delle benedettine a Wormel (Westfalia) del XIV sec. (ora nel Kaiser-Friedrich-Museum, a Berlino). In questa pittura gli Apostoli sono stati rappresentati sotto forma di dodici leoni con delle frasi del Credo. Cfr.: W. Molsdorf, op. cit. p. 139, 187-188.

[62] L’autore delle pitture è un ignoto, del 1500 ca. Nell’immagine di Giuda Taddeo sono stati rappresentati i fondatori, il magistrato Claus von Zerf con sua moglie Adelheid von Besselich, Cfr. : F. Ronig, Trier. Liebfrauen - Basilika, Passau 1996, p. 27 e seg.

[63] Sanctus Gregorius Magnus, Liber Sacramentorum, PL 78, col. 50 B.

[64] Innocentius III papa, Sermo XXIII in solemnitate Sanctae Pentecostes, PL 217, col. 416 C. La pratica di ornare le colonne delle chiese con le figure degli Apostoli era diffusa nel Medioevo (per es. a Treviri, Unsere Liebfrauen). Uno dei primi esempi è costituito dagli affreschi eseguiti fra le finestre della basilica di S. Georg sulla Reichenau – Oberzell (X-XI w.). J. Sauer, Die Symbolik des Kirchengebäudes und seiner Ausstattung in der Auffassung des Mittelalters, Freiburg 1924; G. Bandmann, Mittelalterliche Architektur als Bedeutungsträger, Berlin 19909.

[65] "Quicumque societatem cum Deo habere desiderant, primo Ecclesiae societati debent adunari, illamque fidem addiscere et eius sacramentis imbui, quam apostoli ab ipsa praesente in carne Veritate perceperunt" - Florus Diaconus Lugdunensis, De expositione Missae 54, PL 119, col. 49 D.

[66] Concilium episcoporum Arelatense ad Silvestrum papam, CSEL 26 p. 4-15, 207.

[67] Liber Sacramentorum. Praefatio Missae in die natali Petri et Pauli, PL 78, col. 124 D.