L’eclissi dei padri. Intervista a Luigi Zoja a cura di Daniele Balicco

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 31 /03 /2019 - 23:29 pm | Permalink | Homepage
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Riprendiamo dal sito Le parole e le cose (www.leparoleelecose.it/?p=817) un’intervista pubblicata il 27/12/2013. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Educazione e famiglia.

Il Centro culturale Gli scritti (31/3/2019)

J.W. Waterhouse, Penelope e i pretendenti Proci

Luigi Zoja (1943)  è uno scrittore e psicanalista italiano. Laureatosi alla fine degli anni Sessanta in economia, dopo aver condotto numerose ricerche sociologiche, si iscrive al C.G. Jung Institut di Zurigo. Diventato psicanalista, lavora in una clinica psichiatrica per molti anni, mantenendo uno studio privato a Milano e, per due anni, a New York. Dal 1984 al 1993 è stato presidente del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica) e, dal 1998 al 2001, dello IAAP (International Association of Analytical Psychology). I suoi saggi, tra cui Nascere non basta (Raffaello Cortina, Milano 1985) e Il gesto di Ettore (Bollati Boringhieri, Torino 2000) sono tradotti in 14 lingue. L’intervista è apparsa sul numero 61 di «Allegoria».

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Per iniziare questa nostra conversazione sulle forme ambivalenti dell’identità maschile, le chiederei di descrivere anzitutto la qualità peculiare che la differenzia dalla sua identità opposta, quella femminile.

Premetto che la tesi che sosterrò deriva dalla lettura delle opere di grandi scienziate, su tutte l’antropologa americana Margaret Mead e poi Helen Fischer, nota antropologa contemporanea. In poche parole la mia tesi è questa: se cerchiamo di ricostruire a tutti i livelli zoologici dell’evoluzione cosa possa essere definito ereditato e istintivo, vale a dire appartenente a noi in quanto corporeità animale, e cosa sia invece elaborato culturalmente, risulta chiaro che esiste una continuità del naturale nel femminile – anche solo per la simbiosi tra la madre e il piccolo. L’elemento materno è istintuale prima che culturale; e si tratta di un elemento molto profondo, se pensiamo che comincia a svilupparsi con i mammiferi, che compaiono sulla Terra circa 250 milioni di anni fa. (Questa generalizzazione non vale, però, se osserviamo i volatili, dove è molto frequente un nucleo familiare monogamo che per molti aspetti anticipa il nostro).

Nel corso dell’evoluzione i mammiferi specializzano il rapporto madre/figlio e non quello paterno. Qui possiamo iniziare ad introdurre l’ambivalenza fondamentale dell’identità maschile, che contrappone il padre al maschio fecondatore: la natura ha predisposto nel maschio solo la capacità di fecondare la femmina, non quella di accudire e proteggere la prole; i mammiferi generalmente conoscono il maschio genitore, ma non il padre. La parola stessa è carica di implicazioni culturali: “padre” deriva da una radice indoeuropea /pa/ che indica ‘nutrizione’, quindi quel prendersi cura in modo continuativo che nei mammiferi è proprio solo delle madri. In tutte le possibili ricostruzioni della storia dell’evoluzione zoologica (per le quali, però, ci mancano ancora molti anelli), anche quando con le scimmie o i grandi primati ci avviciniamo all’uomo, non troviamo – se non in rare eccezioni – forme di organizzazione del gruppo che facciano perno su un nucleo familiare monogamico. Come la maggior parte dei mammiferi, anche i gorilla o gli scimpanzè non conoscono ancora la funzione paterna e la famiglia nucleare monogamica: la fecondazione, e dunque il ruolo sociale del maschio, avviene solo per competizione e non attraverso un rapporto stabile. Se andiamo allo zoo possiamo vedere che il gorilla maschio è enorme, quasi il doppio della femmina; questo accade perché solo il più forte accede alla possibilità di generare discendenza e i caratteri genetici maschili che vengono trasmessi sono selezionati in questo senso. Un solo esemplare prevale sugli altri maschi e di solito il più forte feconda tutte le femmine. Del resto, cosa succede oggi da noi? Scomparendo il padre, torna il culto di Schwarzenegger. Per chi come me crede nell’inconscio collettivo, non ci sono dubbi che il ritorno di questa fascinazione abbia un significato preciso. Ma su questo tornerò più avanti.

Dunque, anche nei mammiferi più sviluppati e più prossimi alla specie umana troviamo un maschio genitore che vive in un gruppo con diverse femmine senza avere un rapporto diretto con la sua prole. Poi, però, si verifica un salto. Se studiamo le società umane più semplici, sia quelle antiche scomparse sia i cosiddetti fossili antropologici (gruppi di umani con organizzazioni tribali ancora primitive), ci imbattiamo subito nella comparsa del ruolo paterno, vale a dire del maschio che riconosce la propria discendenza e la protegge. E ciò vale anche se accettiamo l’ipotesi, più volte dibattuta, che le società più primitive possano essere state originariamente matrilineari o matriarcali: anche in esse infatti è presente una figura maschile stabile (spesso lo zio materno) e dunque la funzione psicologica del padre, vale a dire del maschio responsabile attento alla crescita dei discendenti.

Questa è l’invenzione del padre: non un semplice genitore biologico, ma una figura impegnata nella protezione e nella crescita dei piccoli. Quindi la paternità non è un semplice atto istintuale, ma un complicato gesto culturale attraverso cui il maschio si prende cura dei figli. Per questa ragione, come sostengo nel mio libro Il gesto di Ettore[1], sono convinto che la paternità sia fondamentalmente un’adozione: le sono necessarie intenzione e consapevolezza. Il diritto romano lo codifica in un rituale: il padre deve innalzare il figlio verso l’alto e così lo adotta.

Quello che risulta sorprendente, dunque, seguendo l’evoluzione dei mammiferi, è che sia proprio questo il salto che differenzia la specie umana: l’invenzione di un nucleo monogamico stabile in cui il maschio assolva una funzione paterna.

Secondo molte ricostruzioni, l’invenzione della famiglia come nucleo monogamico stabile risalirebbe al Paleolitico, quindi, più o meno, a 2 milioni di anni fa. Rispetto all’evoluzione dei mammiferi, la storia di questa invenzione, che è quella del padre, ha tutto sommato pochi anni.

Certo, forse anche meno di 2 milioni di anni, se si studiano gli ultimi ritrovamenti fossili. Una delle spie per capire la trasformazione del rapporto fra i sessi è il dimorfismo, vale a dire la differenza di grandezza fra corpo maschile e femminile. Fino a 2 milioni di anni fa la differenza è molto simile a quella dei grandi primati: il maschio è quasi il doppio della femmina. Dai 2 milioni di anni in poi le proporzioni si modificano fino ad arrivare alle attuali, dove la differenza è intorno al 15% di massa corporea in più nel maschio rispetto alla femmina. E quest’ultima evoluzione risale a 100-200 mila anni fa. In questo lasso di tempo si è costruita la funzione paterna.

Una delle caratteristiche fondamentali di quest’invenzione è lo spostamento dell’aggressività dalla competizione fra maschi per il possesso delle femmine alla conquista dello spazio esterno e del tempo, favorito dalla specializzazione monogamica. Questo spostamento può essere considerato il limite che segna, nella nostra specie, il passaggio da zoologia ad antropologia?

Credo che questo sia il passaggio fondamentale. Il maschile non paterno è animale, ed è per questo che ritorna prepotentemente sulla scena tutte le volte che l’educazione culturale si sfalda. L’identità maschile paterna è squisitamente culturale e va insegnata, ritualizzata, trasmessa; altrimenti si perde facilmente. Lo sostiene, e con molte ragioni, Margaret Mead. Non è come l’istinto che non ha bisogno di pedagogia perché è una forza innata, essendo stata selezionata in milioni di anni. Il paterno è un addomesticamento del maschile animale attraverso un’educazione che è tutta culturale.

Quali sono le figure mitiche che meglio rappresentano, secondo lei, i pericoli e i poteri del maschile non paterno?

Anzitutto quelle del ciclo di Troia. Ciò che Omero rappresenta è proprio il conflitto fra questo recente incivilimento e la possibilità del suo fallimento. Il primo conflitto “mondiale” dell’Occidente, per il quale si interrompe la vita quotidiana di un intero popolo e tutto è sospeso per una guerra assurda e lunghissima, si svolge per il possesso di Elena: è la guerra fra maschi per il possesso di un’unica donna. Per questa ragione il duello centrale, quello fra Achille ed Ettore, è emblematico: Ettore, infatti, a differenza degli altri guerrieri viene rappresentato anche come padre e come marito. È già una figura complessa, mentre Achille, e tutti gli altri Greci, sono solo guerrieri maschi.

Se si fa attenzione a come sono rappresentate le armature dei Greci è interessante notare che sono pensate più per intimorire che per l’utilità pratica nel combattimento. Certe vestizioni, come insegnano molti etologi della zoologia umana, come Irenäus Eibl-Eibesfeldt, sono semplici prolungamenti del comportamento animale. Le armature dei Greci sono spesso assurde, se non controproducenti ai fini militari: per esempio, gli elmi enormi con il crine mettono in risalto, invece di mimetizzare, il corpo di chi combatte. Per questa ragione i duelli dell’Iliade assomigliano molto ai duelli rituali dei maschi animali che, attraverso l’esibizione aggressiva del proprio corpo, cercano di far fuggire l’avversario intimorendolo prima del combattimento. Tutto questo in Omero, naturalmente, viene ulteriormente ritualizzato ed estetizzato, visto che durante il combattimento quasi ogni eroe pianta la lancia a terra e inizia a declamare – sono in fondo scene molto buffe: mentre volano frecce tutt’intorno, questi eroi ci raccontano il loro albero genealogico.

In tutto il ciclo troiano, dunque, viene messa in scena la lotta fra istinto maschile e scelta paterna, e anche l’Odissea ruota intorno a questo problema. Lo vediamo nello scontro fra Ulisse e il Ciclope, tutto forza fisica il secondo, tutto intelligenza il primo, ma soprattutto nella vittoria di Ulisse contro i Proci. Del resto, la figura di Odisseo è molto complessa: è un padre che pensa sempre al ritorno, eppure si lascia tentare da altre figure femminili e dalla curiosità di esplorare lo spazio.

Nell’Odissea, non a caso, per la prima volta ha molto risalto anche la figura del figlio: Telemaco in cerca del padre.

Sì, certo. Oltretutto, questo gioca a favore delle teorie per le quali il ciclo omerico è stato scritto dallo stesso autore ma in due tempi diversi: l’Iliade, il racconto della guerra e della violenza, in età giovanile; mentre l’Odissea, che è il racconto dell’esplorazione dello spazio e del ritorno alla responsabilità, in età paterna. E la continuità delle generazioni verrebbe riassunta nell’Odissea fin dalle prime immagini, quando Odisseo pensa ai tetti fumanti di Itaca, e con le successive peripezie del figlio.

Un’altra figura maschile fondamentale dell’Odissea sono naturalmente i Proci.

I Proci sono maschi non paterni e, infatti, vivono privi di qualsiasi dimensione temporale. Un po’ come si vive oggi, soprattutto il sabato sera. Ed è impressionante rilevare l’attualità di queste pagine o, quanto meno, la presenza profonda dentro l’animo umano di lontane e antiche eredità. Leggevo qualche giorno fa una bella riflessione di Aleksandr Solženicyn secondo cui le disposizioni dell’animo umano non cambiano; e se lo fanno, la velocità del cambiamento ha lo stesso ritmo del susseguirsi delle ere geologiche. Quindi, in qualche modo, siamo sempre allo stesso punto.

Spostando lo sguardo velocemente sulle figure femminili, forse si può notare che anche Penelope è l’esito di questa rivoluzione monogamica assediata dalla regressione zoologica. È molto diverso, infatti, il suo femminile, da quello di Calipso, di Circe o delle Sirene, tutte figure che vengono rappresentate come tentatrici e pericolose proprio perché foriere di regressione verso un maschile pre-paterno.

Mi sembra un’osservazione intelligente. Penelope è una figura di femminile materno, fedele al marito e alle generazioni. L’atto di tessere la tela è simbolico, si lega alla continuità delle generazioni perché quello che fa e disfa è il mantello in cui verrà avvolto il corpo di Laerte, una volta defunto. Ed è un atto bellissimo. E anche impressionante, se uno ci pensa: testimonia come la presenza della morte e del negativo sia vissuta come elemento costitutivo della vita quotidiana. Se pensiamo, viceversa, a come la società moderna censura e cancella la morte, che viene sbrigata come una disgrazia affidandola ad un meccanismo commerciale predisposto… siamo di fronte un vero e proprio capovolgimento. La rimozione è totale.

Note al testo

[1] L. Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino 2003.