1/ Michelangelo, un campione della fede non un sodomita. Scavando nella biografia del famoso artista emerge il lato più caritatevole della sua personalità, di Giulia Spoltore 2/ La fede nell'arte e nei versi di Michelangelo. Invocazioni alla Misericordia infinita di Dio affinché lo liberi dall’amor proprio e lo renda un vero discepolo, di Giulia Spoltore

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /11 /2013 - 14:10 pm | Permalink | Homepage
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1/ Michelangelo, un campione della fede non un sodomita. Scavando nella biografia del famoso artista emerge il lato più caritatevole della sua personalità, di Giulia Spoltore

Riprendiamo dal sito Aleteia un articolo di Giulia Spoltore pubblicato il 29/10/2013. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/11/2013)

Molto è stato scritto su Michelangelo Buonarroti (1475-1564): alcuni studi hanno messo in luce la figura di questo scultore straordinario illuminando diversi aspetti del suo carattere. Certamente Michelangelo si presenta come una figura complessa, talvolta controversa, capace di grande passione nel lavoro, tanto quanto nelle amicizie, ma proprio per questo rivelatrice di un’umanità che rassomiglia a quella propria dell’uomo comune.

Sfogliando il carteggio dell’artista e leggendo i suoi versi di carattere petrarchesco emergono aspetti sconosciuti ai più e che mettono alla berlina l’interpretazione di matrice freudiana che dagli anni ‘30 del Novecento addita Michelangelo come omosessuale, sodomita irredento e convinto e perciò assimilato all’icona del genio ribelle incompatibile con la religione. Dall’epistolario emerge invece una quotidiana attenzione per le piccole cose e un sincero desiderio di fare del bene senza trarne alcun merito, nella convinzione che “gli uomini valgono più che e’ denari in una generosità verso il prossimo che non è una pura filantropia, ma che trova fondamento nell’amore di un Dio che è Padre e che “non ci ha creati per abbandonarci. Dal desiderio di trasmettere “le piccole cose” senza la pretesa di una compulsiva completezza ci accingiamo a raccontare qualche episodio.

La critica alla Chiesa

Nel 1497 Michelangelo si trova a Roma dove vive gli ultimi anni del papato di Alessandro VI Borgia (1492-1503) con sguardo critico. In una delle sue più note poesie di questi anni riversa tutto il suo personale malcontento per una curia secolarizzata e per un papa monarca e guerriero (Qui si fa elmj di calicj e spade [...] E croce e spine son lance e rotelle) ed un religione che “mercanteggia” i benefici del sacrificio di Cristo (E’l sangue di Christo si vend’a g[i]umelle [1],  […] Poscia ch’a Roma gli vendon lla ppelle). Tuttavia l’artista è capace di vedere in questi tempi difficili, laddove la Chiesa è corrotta tanto da vendere il beneficio che Cristo acquistò con il suo sangue, la Grazia che continuamente il Padre dispensa tramite il Figlio (E pur da Christo patientia chade).

Alla fine di questa poesia, l’autore si firma come “Miccelagniolo in Turchia” a ribadire come ormai Roma, a suo dire, sia divenuta terra di infedeli. Tuttavia l’aspra e sincera critica a un papato che è obiettivamente incapace di nutrire un sincero interesse spirituale per il popolo non fa vacillare la fede dell’artista.

La speranza e la carità

Più tardi ritroviamo Michelangelo impegnato nella sua vita personale come uomo attento alle esigenze del prossimo. Quando il nipote Leonardo gli chiede quale nome mettere al suo primogenito maschio, egli indica la sua preferenza nel nome del comune parente “Buonarroto”, senza però dimenticare quale preferenza indichi la madre del nascituro, Cassandra, attenzione non del tutto scontata se si considera la condizione della donna in quegli anni. Alla fine il bimbo si chiamerà Buonarroto con il beneplacito di Cassandra che invierà camicie allo zio acquisito, il quale risponderà a sua volta sempre con doni e saluti calorosi.

A questo si aggiungono le molte “limosine” (elemosine) che l’artista raccomanda al nipote di fare con il suo denaro in particolare alle fanciulle povere, ma sempre in silenzio e nel segreto. Un episodio esemplare della vita personale di Michelangelo è la morte di Francesco detto “Urbino”, suo allievo e collaboratore, noto per aver partecipato all’impresa monumentale della tomba di Giulio II in San Pietro in vincoli. L’Urbino viveva presso il nostro scultore con moglie e figli.

Al collega e amico Giorgio Vasari, il 23 febbraio 1556, Michelangelo scrive a tal proposito: “Voi sapete come Urbino è morto; di che m'è stato grandissima gratia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La gratia è stata che, dove in vita mi teneva vivo, morendo m'à insegniato [a] morire non con dispiacere, ma con disidero della mo[r]te. Io l'ò tenuto venti sei anni e òllo trovato reallissimo e fedele, e ora che io l'avevo facto richo e che io l'aspectavo bastone e riposo della mia vechiezza, m'è sparito, né m'è rimasto altra speranza che rivederlo im paradiso. E di questo n'à mostr[at]o segnio Idio per la felicissima morte ch'egli à facto e più assai che 'l morire, gli è incresciuto e' lasci[a]rmi vivo in questo mondo traditore con tanti affanni; benché la maggior parte di me n'è ita seco, né mi rimane altro c[h]'una infinita miseria”.

La prospettiva con la quale Michelangelo vive la sofferenza della separazione è evidentemente quella cristiana che nel dolore della morte e separazione vede la grazia e la speranza della resurrezione. Ma l’epistolario racconta anche la carità con la quale questo artista opera nella sua vita: non potendo tenere con sé la moglie di Urbino, per non destare scandalo la rimanda presso i suoi parenti, inviando costantemente aiuto materiale ed economico per non abbandonare la famiglia dell’amico e collaboratore che con lui aveva lungamente convissuto, diventando la sua famiglia.

2/ La fede nell'arte e nei versi di Michelangelo. Invocazioni alla Misericordia infinita di Dio affinché lo liberi dall’amor proprio e lo renda un vero discepolo, di Giulia Spoltore

Riprendiamo dal sito Aleteia un articolo di Giulia Spoltore pubblicato il 5/11/2013. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/11/2013)

Come abbiamo osservato nel precedente articolo il genio di Michelangelo è men che mai sdradicato dalla quotidianità umana, piuttosto da questa scaturisce. La “divinizzazione” letteraria dell’artista, voluta in primis da uno dei suoi più importanti amici ed estimatori, Giorgio Vasari (1551-1574), fu ripresa e travisata dalla storiografia ottocentesca e del primo Novecento. Se sfogliando il suo carteggio emergono virtù cristiane quali la speranza e la carità fraterna, un capitolo a parte merita la fede manifestata da Michelangelo, la quale non solo condizionò la carriera, ma anche le opere e le scelte poetiche dello scultore. In maniera compendiaria abbiamo scelto alcuni dei documenti maggiormente rappresentativi e capaci di restituire lo spirito del nostro scultore e di offrire al lettore un nuovo sguardo sulle sue opere.

La meditazione di Michelangelo sul peccato e sulla morte è antecedente alla morte del suo collaboratore e amico Francesco Amadori detto Urbino (avvenuta alla fine del 1555 e della quale abbiamo ragionato nel precedente articolo). Già all’epoca di papa Paolo III Farnese era viva e presente quando l’artista aveva ricevuto l’incarico prestigioso di architetto della fabbrica di San Pietro che portò avanti sino alla fine dei suoi giorni. A tal proposito il Buonarroti chiese che nel contratto fosse detto espressamente che “egli serviva la fabrica per l’amor de Dio e senza alcun premio. A conferma di ciò nel 1555 troviamo scritto in una missiva indirizzata a Vasari che lo stava sollecitando a tornare a Firenze presso la corte medicea “[…] se io mi partissi sarebe la rovina di decta fabr[i]ca [di San Pietro], sarebbemi grandissima vergognia in tucta la Cristianità e all’anima grandissimo pechato”. Dunque per Michelangelo servire il soglio di Pietro non è una questione economica o di prestigio, ma una missione spirituale che a che fare non solo con la responsabilità di sorvegliare l’edificazione del luogo santo per eccellenza, ma che riguarda la sua stessa personale salvezza.

Tra le rime di Michelangelo forse una più di tutte racconta la fede nella Misericordia infinita di Dio, mostrando un artista non ribelle, ma pieno di passione e di speranza. I versi risalgono al 1555 e ben si accordano al cuore di questo artista nel quale traboccarono le virtù della fede, della speranza e della carità.

Nelle prime due quartine Michelangelo si riconosce peccatore, ma figlio di un Dio che non rinuncia alla sua paternità continuando a ricolmare di grazie il figlio perduto. Nell’ultimo verso della seconda quartina inizia ad invocare Dio affinché lo liberi dall’amor proprio per diventare un vero discepolo.

Le favole del mondo mi ànno tolto
Il [t]empo dato a contemplare Dio
Né sol le gratie sue poste in oblio
Ma con lor, più che senza, a pechar volto

Quel c[h]’altri saggio me fa cieco e stolto
E tardo a riconoscer l’error mio;
manca la speme, e pur cresce ‘l desio
che da te sie dal [pro]prio amor disciolto


In queste seguenti strofe Michelangelo invoca il Padre celeste affinché lo aiuti a raggiungere la perfezione, la santità, poiché per tornare al Padre è servita la morte di Cristo. Lo scultore sente forte il desiderio di combattere ciò che gli impedisce di vivere già sulla terra la “vita eterna” ovvero una vita della qualità di Dio (c’hanzi morte caparri [guadagni] vita eterna). Michelangelo infine si riconosce uomo pienamente solo nella sua figliolanza (Non è più bassa o vil cosa terrena/ Quel che, senza te, mi sento e sono).

Ammezzami la strada c[h]’al ciel sale
Signore mio caro, e a quel mezzo solo
Salir m’è di bisogno la tua ‘ita.
Mectimi in odio quanto ‘l mondo vale
E quante sue bellezze onoro e colo,
c’hanzi morte caparri eterna vita
.
Non è più bassa o vil cosa terrena
Quel che, senza te, mi sento e sono
Ond’a alto desir chiede perdono
La debile e mie propria stanca lena
.

Infine il nostro artista prega il Padre affinché gli faccia dono della fede, il dono che “annoda” e che al quale fa seguito ogni altro dono. La fede viene perciò definita il “dono dei doni” in quanto chiave che apre il cielo e che scaturisce dalla misericordia divina, un amore che si è consumato fino a versare il sangue del Figlio unigenito.

De[h], porgi, Signor mio, quella catena
Che seco annoda ogni celeste dono:
la fede, dico, a che mi stringo e sprono,
né mia colpa, n’ò gratia intiera e piena.
Tanto mi fie maggior quante più raro
Il dono dei doni, e maggior fia se, senza,
pace e contento il mondo in sé non ave.
Po’ che non fusti del tuo sangue avaro,
che sarà di tal don la tua clemenza
se ‘l ciel non s’apre a noi con altra chiave
.

L’immagine della fede di Michelangelo si fa viva nelle sue parole e nelle sue opere, egli rappresenta un exemplum virtutis che riecheggia nella storia dell’umanità ed in quella del cattolicesimo. Autore della bellezza, passato alla storia per il suo genio poliedrico, il personaggio Michelangelo cede il posto alla persona di Michelangelo, uomo di fede che seppe vivere il suo rapporto con Dio nella passionalità del suo carattere tanto nel pubblico, quanto nell’intimo del quotidiano.

Note al testo

[1] Unità di misura ricavata dalla cavità delle mani unite una a fianco a l’altra per la parte lunga (dal mignolo al polso).