1/ Nba, Kobe Bryant: "Ho giocato nonostante il sudore e il dolore non per vincere una sfida, ma perché TU, caro basket, mi avevi chiamato". Black Mamba, la fede e la famiglia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /02 /2020 - 00:19 am | Permalink
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1/ Nba, Kobe Bryant: "Ho giocato nonostante il sudore e il dolore non per vincere una sfida, ma perché TU, caro basket, mi avevi chiamato"

Riprendiamo sul nostro sito la traduzione della lettera, pubblicata dal sito di The Players Tribune, con cui la star dei Lakers ha annunciato il ritiro a fine stagione. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sport.

Il Centro culturale Gli scritti (2/2/2020)

N.B. de Gli scritti
Ciò che colpisce di Kobe Bryant non è solo la fede che lo aiutò anche nel momento del suo drammatico tradimento familiare, ma che è stata una costante del suo cammino - subito prima di morire aveva partecipato all’eucarestia -, ma anche la sua passione per il basket, per segnare quel canestro proprio all’ultimo minto. Tutto ciò che è grande ha bisogno di sacrificio, passione e dedizione.

Qui il video che racconta derlla sua lettera/poesia scritta per il suo ritiro dalla pallacanestro:

Caro basket,
dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre
e a lanciare immaginari tiri della vittoria nel Great Western Forum
ho saputo che una cosa era reale:
mi ero innamorato di te.

Un amore così profondo che ti ho dato tutto
dalla mia mente al mio corpo
dal mio spirito alla mia anima.

Da bambino di 6 anni
profondamente innamorato di te
non ho mai visto la fine del tunnel.
Vedevo solo me stesso
correre fuori da uno.

E quindi ho corso.
Ho corso su e giù per ogni parquet
dietro ad ogni palla persa per te.
Hai chiesto il mio impegno
ti ho dato il mio cuore
perché c’era tanto altro dietro.

Ho giocato nonostante il sudore e il dolore
non per vincere una sfida
ma perché TU mi avevi chiamato.
Ho fatto tutto per TE
perché è quello che fai
quando qualcuno ti fa sentire vivo
come tu mi hai fatto sentire.

Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker
e per questo ti amerò per sempre.
Ma non posso amarti più con la stessa ossessione.
Questa stagione è tutto quello che mi resta.
Il mio cuore può sopportare la battaglia
la mia mente può gestire la fatica
ma il mio corpo sa che è ora di dire addio.

E va bene.
Sono pronto a lasciarti andare.
E voglio che tu lo sappia
così entrambi possiamo assaporare ogni momento che ci rimane insieme.
I momenti buoni e quelli meno buoni.

Ci siamo dati entrambi tutto quello che avevamo.
E sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò,
che rimarrò per sempre quel bambino
con i calzini arrotolati
bidone della spazzatura nell’angolo
5 secondi da giocare.
Palla tra le mie mani.
5… 4… 3… 2… 1…

Ti amerò per sempre,
Kobe

RETIRED

NOV 30 2015

Dear Basketball,

From the moment
I started rolling my dad’s tube socks
And shooting imaginary
Game-winning shots
In the Great Western Forum
I knew one thing was real:
I fell in love with you.

A love so deep I gave you my all —
From my mind & body
To my spirit & soul.

As a six-year-old boy
Deeply in love with you
I never saw the end of the tunnel.
I only saw myself
Running out of one.

And so I ran.
I ran up and down every court
After every loose ball for you.
You asked for my hustle
I gave you my heart
Because it came with so much more.

I played through the sweat and hurt
Not because challenge called me
But because YOU called me.
I did everything for YOU
Because that’s what you do
When someone makes you feel as
Alive as you’ve made me feel.

You gave a six-year-old boy his Laker dream
And I’ll always love you for it.
But I can’t love you obsessively for much longer.
This season is all I have left to give.
My heart can take the pounding
My mind can handle the grind
But my body knows it’s time to say goodbye.

And that’s OK.
I’m ready to let you go.
I want you to know now
So we both can savor every moment we have left together.
The good and the bad.
We have given each other
All that we have. 

And we both know, no matter what I do next
I’ll always be that kid
With the rolled up socks
Garbage can in the corner
:05 seconds on the clock
Ball in my hands.
5 … 4 … 3 … 2 … 1

Love you always,
Kobe

2/ Ricordando Kobe Bryant, formato e salvato dalla sua fede cattolica, di Philip Kosloski

Riprendiamo dal sito Aleteia un articolo di Philip Kosloski pubblicato il 27/1/2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sport.

Il Centro culturale Gli scritti (2/2/2020)

Il campione olimpico e dell'NBA, uno dei marcatori più importanti del basket, ha trovato la forza nella sua fede quando ha dovuto affrontare un'accusa di stupro. Quando ha spiegato la sua innocenza a un sacerdote, si è sentito dire: “Dio non ti darà nulla che tu non riesca a gestire, e ora è tutto nelle sue mani. È una cosa che non puoi controllare, quindi lascia perdere”. Bryant ha vissuto una svolta ed è riuscito ad affrontare le accuse e a ricostruire il suo matrimonio

Come un sacerdote ha cambiato la vita del campione

Questo articolo è stato pubblicato originariamente nell’aprile 2016. Purtroppo Kobe Bryant, insieme alla figlia 13enne Gianna e ad altre 7 persone, è morto in un incidente di elicottero il 26 gennaio 2020. Possano riposare in pace.

Mercoledì 13 aprile 2016, Kobe Bryant, uno dei più grandi atleti di tutti i tempi, ha posto fine alla sua carriera ventennale nel basket segnando 60 punti nella sua ultima partita.

Se molti conoscono bene i suoi successi – cinque volte campione NBA, due volte campione olimpico, 18 volte All-Star e terzo per punteggio nella classifica NBA –, pochi sanno che la fede cattolica lo ha aiutato in uno dei suoi momenti più difficili.

Nato a Philadelphia, Kobe Bryant è cresciuto in una famiglia cattolica, e da piccolo ha anche vissuto in Italia. Entrato nell’NBA a 17 anni, ha sposato Vanessa Laine nella chiesa cattolica romana di St. Edward a Dana Point, in California. Due anni dopo sono diventati genitori per la prima volta. Bryant era al top, e tutto sembrava andare nella direzione che sognava. Ma poi ha commesso un grande errore.

Nel 2003, Bryant è stato accusato di aver stuprato una donna nella sua stanza d’albergo, mentre si trovava in Colorado per un intervento al ginocchio. Il cestista ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con la donna, ma ha negato lo stupro. Alla fine un giudice ha fatto cadere le accuse, ma la donna ha intentato una causa civile contro Bryant. In quella situazione, il giocatore si è scusato pubblicamente, dicendo di vergognarsi di quello che aveva fatto.

La questione ha avuto ripercussioni importanti, perché molti sponsor lo hanno abbandonato, e la sua reputazione è stata infangata. Nel 2011 la moglie ha chiesto il divorzio.

Durante uno dei periodi più bui della sua vita, Kobe Bryant si è rivolto alla sua fede cattolica.

In un’intervista a GQ del 2015 ha spiegato:

“L’unica cosa che mi ha aiutato davvero durante quel processo – sono cattolico, sono cresciuto come cattolico, i miei figli sono cattolici – è stato parlare con un sacerdote”.

“È stato quasi divertente. Mi ha guardato e mi ha detto: ‘L’hai fatto?’, e io ‘Ovviamente no’. Poi mi ha chiesto: ‘Hai un buon avvocato?’, ed io ‘Sì, è fenomenale’. Al che lui ha detto solamente questo: ‘Lascia stare, vai avanti. Dio non ti darà nulla che tu non possa affrontare, e ora è tutto nelle sue mani. È una cosa che non puoi controllare, quindi lascia stare’. E quello è stato il punto di svolta”.

Dopo alcuni anni difficili, Kobe Bryant si è riconciliato con la moglie, e sono ancora sposati. Hanno fondato la Kobe and Vanessa Bryant Family Foundation (KVBFF), che tra le altre cose si dedica ad aiutare i giovani in difficoltà, a incoraggiare lo sviluppo delle capacità fisiche e sociali attraverso lo sport e ad assistere i senzatetto.

Quando, nel 2013, gli è stato chiesto del suo impegno, la risposta avrebbe reso probabilmente molto felice Papa Francesco:

“La mia carriera sta rallentando. Alla fine della carriera, non voglio guardare indietro e dire solo ‘Beh, ho avuto una carriera di successo perché ho vinto tanti campionati e segnato tanti punti’. C’è qualcos’altro da fare”.

“La questione [dei senzatetto] è stata relegata in un angolo perché è facile dare la colpa ai senzatetto e dire ‘Avete preso voi questa decisione sbagliata. È colpa vostra’. Nella vita, tutti commettiamo degli errori, e rimanere indietro e permettere a qualcuno di vivere in quel modo lavandosene le mani non è giusto”.

In tutte le prove che ha affrontato, e forse anche in risposta ad esse, Bryant si è reso conto che la fama e la fortuna non erano niente rispetto all’importanza della fede e della famiglia. Quando tutti al mondo lo hanno abbandonato, la Chiesa cattolica è sempre stata lì. È una All-Star e una leggenda dell’NBA, ma anche le superstar possono avvalersi del sostegno fondamentale di una formazione nella fede e di un buon sacerdote a cui rivolgersi.

3/ "Quando a Rieti si calava dal balcone per andare a giocare a basket". Il campione è cresciuto nel nostro paese dai 6 ai 13 anni. Quanto è stata importante l'Italia nella sua formazione di uomo e giocatore, di Gianni Del Vecchio

Riprendiamo da Huffington Post un articolo pubblicato il 26/1/2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sport.

Il Centro culturale Gli scritti (2/2/2020)

Rieti, 1984. Si gioca un torneo di minibasket, uno dei tanti in giro per l’Italia. La scena che si vede è forse unica nel suo genere. C’è un bambino che in campo fa tutto: segna, ruba il pallone dalla rimessa degli avversari, segna ancora. Tanto che a un certo punto tutti gli altri nove giocatori scoppiano in lacrime: i cinque avversari perché non riescono a fermarlo, i quattro compagni perché non toccano palla. A quel punto all’allenatore non tocca che sostituirlo. Ma il piccolo Kobe Bryant, che già intendeva il basket come centro della propria vita, non ci sta: non va in panchina ma torna addirittura dalla mamma sugli spalti, strepitando contro il suo coach.

Un bel caratterino per un bambino di sei anni. L’aneddoto, presente nel libro Un Italiano di nome Kobe del collega Andrea Barocci, sintetizza alla perfezione il carattere e la tigna di Kobe Bryant, campione assoluto del basket americano, che è scomparso tragicamente in un incidente d’elicottero nei dintorni della sua Los Angeles.

Ma soprattutto accende un faro su quanto siano stati importanti i suoi anni italiani. Un altro aneddoto è anche più esplicativo. Siamo sempre a Rieti e lui ha ancora sei anni. “A lui il basket  non basta mai: i canestri sono il suo regno incantato, la palla il suo tesoro - scrive Barocci - A tal punto che, quando la madre gli dice basta, lui si dà alla fuga: si cala dal balcone, passa dal retro della villa, attraversa una strada a scorrimento veloce, in un tratto tuttora considerato pericoloso per i pedoni, e si fionda al campetto parrocchiale all’aperto dei Padri Stimmatini”

 Kobe Bryant e l’Italia. Il rapporto della stella Nba - forse seconda solo a Michael Jordan - con l’Italia è profondo e indelebile. Kobe parlava perfettamente l’italiano, perché ci ha passato sette anni, quelli più importanti ovvero quelli dell’infanzia, dai 6 ai 13. Ha seguito il padre, Jo, anche lui giocatore di basket, negli anni a Rieti - appunto - ma anche a Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. E soprattutto in Italia è andato a scuola e ha imparato i primi rudimenti della pallacanestro: la famiglia Bryant si è sempre integrata con le comunità locali nel suo peregrinare, tanto che lo stesso Kobe ha più volte ricordato che con le proprie sorelle ha continuato a parlare italiano e ai 4 figli, di cui una tragicamente morta con lui, ha dato un nome italiano: Gianna, Natalia, Bianca e Capri.

E proprio l’Italia Kobe non ha mai finito di ringraziare perché è stata determinante nella sua carriera: mentre i ragazzi in America si concentravano sull’atletismo e sullo spettacolo, il piccolo Kobe ha imparato quanto sia importante la tecnica in uno sport dinamico come il basket. “Crescere oltreoceano mi ha dato un incredibile vantaggio, perché imparavo i fondamentali del gioco. Non stavo imparando come passarmi la palla sotto le gambe o dietro la schiena, bensì la tattica”, ha raccontato in una intervista alla Fiba, la Federazione internazionale di Basket. Certo, purtroppo ci sono stati anche momenti meno positivi negli anni in cui ha vissuto nel nostro paese. Sempre in una recente intervista alla Cnn ha ricordato come sia stato testimone di un brutto episodio di razzismo mentre stava assistendo a una partita di calcio. Una piccola parentesi però, che non ha mai intaccato il suo grande e immenso amore per il nostro paese.

4/ Perché Kobe Bryant amava l'Italia, di Alessandro Frau

Riprendiamo dall’Agenzia di stampa AGI Italia un articolo pubblicato il 26/1/2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sport.

Il Centro culturale Gli scritti (2/2/2020)

Kobe Bryant amava l'Italia. E l'amava perché in quei sette anni passati nel nostro Paese, dai 6 ai 13 anni, aveva imparato, per davvero, a giocare a pallacanestro. Quello sì, il vero amore della sua vita. Nel marzo del 2019 venne chiamato a sorteggiare i gironi del mondiale di basket giocato poi alla fine dell'estate e, in un'intervista rilasciata alla FIBA aveva ricordato l'importanza di quegli anni: "Crescere dall'altra parte dell'oceano mi ha dato un incredibile vantaggio perché avevo imparato i fondamentali. Non come fare il giocoliere ma come muovermi senza palla e usare i blocchi, utilizzare entrambe le mani, passare la palla in maniera efficace". Metodi che in America non avrebbe trovato. "Facevamo solo una partitella a settimana, se eravamo fortunati". Chi ha giocato a basket sa quanto valgono queste parole. 

Kobe non era capitato per caso nel nostro Paese. Suo padre, Joe, anche lui cestista, aveva deciso di venire a giocare in Europa portandosi dietro la famiglia. Quattro città dove il basket è, ancora oggi, più che una religione: Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Kobe era piccolo ma giocava già con i più grandi. Nel torneo plasmon aveva 6 anni, gli altri 9. Il giornalista Andrea Barocci lo ha raccontato bene nel suo libro “Un italiano di nome Kobe”. E vale la lettura. 

Come ricorda La Giornata Tipo, la piattaforma (sito e social) che meglio racconta il basket, Kobe non era uno che mollava. Fin da piccolo ci teneva a giocare, a diventare il più forte, a far vedere cosa era in grado di fare. Per quello diventerà "Black Mamba". Uno, con la palla in mano, davvero letale. Ma che dentro era capace di emozionarsi. Soprattutto con la palla a spicchi tra le mani e i compagni tutt'attorno pronti a ricevere un passaggio, uno scarico per un tiro da fuori o una schiacciata. O semplicemente per vederlo arrestarsi, fintare, alzare la parabola e, come sempre, fare canestro. 

Nel 2016 fu intervistato da Radio Deejay esprimendosi in un italiano quasi perfetto. "Lo parlo poco, ogni tanto con le mie sorelle". L'occasione era quella di incontrare, in Italia, alcuni giovani fan per ricordare loro che "la cosa più importante è che quella che state facendo ora". Il concetto resta lo stesso, quello che lui aveva imparato da piccolo: "Le cose che sembrano piccole in questo momento, con grande lavoro, diventeranno tra due anni cose grandissime"

Il legame con l'Italia, così come quello per lo sport, lo aveva trasferito anche alle figlie. Natalia Diamante, Bianka Bella e Capri Kobe e Gianna Maria-Onore. Nomi che raccontano il nostro Paese e che ne evocano i luoghi. L'ultima Gianna, 13 anni, è morta con lui, nell'incidente in elicottero che lo ha ucciso a soli 41 anni. 

5/ Bryant è stato un uomo rincorso dall’enorme croce della perfezione. È stato un maniaco della condizione fisica, della preparazione mentale, dei dettagli, della puntualità, un ossessivo compulsivo perennemente in bilico fra il cercare di essere una persona normale ed amata da compagni e pubblico e il lasciarsi andare all’istinto solitario

Riprendiamo dalla Pagina FB La Giornata Tipo un post pubblicato il 26/1/2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sport.

Il Centro culturale Gli scritti (2/2/2020)

1989, Kobe Bryant ha 11 anni e mentre si allena a Reggio Emilia si fa male al ginocchio. Nulla di grave ma scoppia a piangere a dirotto nello spogliatoio. Il capitano della squadra prova a consolarlo ma Kobe lo manda a quel paese urlando che quell’infortunio avrebbe precluso il suo approdo in NBA. Tutti i compagni scoppiano a ridere.

7 anni dopo, gioca la sua prima partita NBA con la maglia dei Los Angeles Lakers.

Jamal Crawford: "Un giorno sono entrato in palestra e Kobe stava tirando dal gomito dell’area. Gli ho chiesto “da quanto sei qui?” e lui mi ha risposto “da venti minuti”. Anche a me andava di fare un po’ di tiro e gli ho chiesto se gli andasse di fare una gara. “Non posso” mi rispose “ho appena iniziato con questo tiro”. Gli chiesi se da venti minuti stesse tirando dallo stesso gomito dell’area e mi rispose di sì. “Torna fra 40 minuti, per allora dovrei avere finito”. Me ne andai, ma non volevo credere che una persona potesse tirare per un’ora intera dalla stessa, noiosissima posizione, così tornai 35 minuti dopo e lui era ancora lì. Da 55 minuti tirava dalla stessa identica inutile posizione senza neppure muovere i piedi".

Shaquille O'Neal: "Entrai in palestra e me lo trovai lì. La cosa non mi sorprese particolarmente, anzi, in realtà capitava tutti i giorni. Ma quel giorno c’era qualcosa di strano: non c’era neppure un pallone in tutto il palazzetto, eppure lui era sudato fradicio. Stava provando, completamente da solo, dei movimenti senza palla, robe tipo tagli, blocchi, allontanamenti. Gli chiesi se fosse impazzito. Mi rispose che non capiva come mai nessun altro lo facesse".

Ron Artest: "Sapevo della sua ossessione per il lavoro da solo, e mi convinsi che anche solo per un giorno, sarei dovuto arrivare in palestra prima di lui. Il primo giorno giunsi al palazzetto due ore prima dell’allenamento, e me lo trovai lì. Allora mi presentai tre ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Il giorno dopo, per ripicca, arrivai 4 ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Mi parve incredibile e gli chiesi “ma non hai due bambine da portare a scuola?” “certo, mi disse, le ho portate alle otto” “non è possibile, sono arrivato alle sette e mezzo e ti ho visto qui”. “Tu mi hai chiesto se ho portato le mie figlie a scuola, non a che ora sono arrivato”.

Marcelo Huertas: "Giocavamo contro Utah, in una serie di partite lontano da casa. Non fui abbastanza rapido a leggere una situazione di pick and roll e la palla mi scappò dalle mani perchè non ero pronto. Chiesi scusa a Kobe che mi aveva fatto il passaggio e lui mi disse di non preoccuparmi e di stare concentrato. La sera, in albergo, stavo per prendere sonno quando sentii bussare alla porta della camera. Entrò Kobe con un iPad su cui aveva messo la registrazione della partita e mi fece rivedere quel pick and roll sbagliato per dieci volte di seguito"

Olimpiadi di Londra 2012, Team Usa. Il primo giorno di preparazione, Kobe chiede il numero di telefono al preparatore fisico. Lo chiama dopo l'allenamento per chiedergli di fare lavoro individuale. Ore 4:15 del mattino... Alle 4:45 i due si trovano in palestra. Lavorano insieme per circa 2 ore, poi il preparatore torna a letto mentre Kobe continua con gli esercizi. Alle 11 ci sarebbe stato allenamento di squadra, e quando il preparatore è arrivato, LeBron, Durant e Melo stavano chiacchierando, ma nell'altra metà campo c'era Kobe sudato che tirava da solo. Il preparatore si avvicina per dirgli che avevano fatto un bel lavoro insieme qualche ora prima. Kobe annuisce. Il preparatore gli chiede a che ora ha finito con gli esercizi. Kobe fa l'ultimo tiro, si gira, lo guarda dritto negli occhi e gli risponde "Proprio adesso".

Come per tutti i grandissimi dello sport, attorno a Kobe si è creata una leggenda capace di frantumare i confini della cronaca per sfociare prima in narrativa e poi in antologia pura. A livello mediatico, commerciale e di esposizione, l’uomo venuto da Philadelphia è stato probabilmente una delle più grandi icone dello sport degli anni a cavallo fra il 90 e il 2000, occupando il vuoto che nei cuori e sui teleschermi aveva lasciato Michael Jordan. Bryant, come forse nessun altro, si è confrontato con due se non tre generazioni diversi di giocatori e di atleti: il palmares dei suoi avversari è tanto straordinario quanto quello dei suoi trionfi. Da Jordan a Iverson, da Duncan a LeBron, Kobe ha fatto quello che solo le leggende sanno fare. Ovvero attraversare la storia.

Andando a guardare gli almanacchi, Bryant ha giocato in partite ufficiali NBA 48.637 minuti in 20 anni di carriera. Sono circa 811 ore di gioco ufficiali, qualcosa intorno al mese e qualche giorno di pallacanestro ininterrotta. Quella della ricerca matematica è una strada pericolosa da proseguire, poichè i numeri del Mamba sono qualcosa da mal di testa. L’eredità, in termini statistici, lasciata da Bryant ai notai della palla a spicchi perde di significato ogni passo avanti. 5 volte campione NBA, 2 volte MVP delle Finals, 18 volte All-Star, 12 volte all-defensive-team, 15 volte all-american-team, campione della gara delle schiacciate, 17 volte giocatore del mese, medaglia d’oro nel 2007 ai Tournament of Americas e alle Olimpiadi del 2008 e 2012. Eccetera eccetera (ripetuto decine di volte).

Come quasi sempre accade per i grandi atleti e le strabordanti personalità, anche Bryant è stato un uomo rincorso dall’enorme croce della perfezione. È stato un maniaco della condizione fisica, della preparazione mentale, dei dettagli, della puntualità, un ossessivo compulsivo perennemente in bilico fra il cercare di essere una persona normale ed amata da compagni e pubblico e il lasciarsi andare all’istinto solitario, alla sregolatezza intima del talento. Come il pendolo di Foucault, il 24 ha ondeggiato con moto quasi perpetuo fra l’essere molto divertente e molto antipatico, estremamente affabile o inavvicinabile, largamente benvoluto o profondamente odiato. Proprio per questo, il Mamba ha sempre conservato un magnetismo affascinante e difficile da spiegare.

Per tanti di noi tra i 30 e i 40 anni, Kobe ha rappresentato due terzi della vita. Un’infinità, a pensarci bene. Poche cose sono state così costanti, nella nostra esistenza, come la certezza di trovare Bryant negli score NBA. E' stato un riferimento della nostra vita, non per forza con accezioni positive o negative, ma nel senso specifico di un punto fisso in un paesaggio in movimento. È cambiato rimanendo fermo, “the same, but different”, accompagnando in un certo qual senso la parabola di una generazione, passando da Campione della gara delle schiacciate a vincitore del Titolo, a MVP, a leader ed infine a leggenda. Bryant è stato un compagno di strada per molti di noi. Forse anche per il suo perfetto italiano che ce lo ha fatto sentire un po' più "nostro" rispetto agli altri.

Siamo tutti ancora scioccati. Per lui e per sua figlia Gianna, promessa del basket femminile, morti mentre andavano ad un allenamento della tredicenne. Siamo scioccati per sua moglie e per le altre tre figlie che non avranno più un marito, un padre, una figlia, una sorella.

Un destino infame ci ha portato via Kobe Bryant a soli 41 anni.

Ma quello che ha fatto su questa terra, quello che ha fatto per il nostro sport e quello che è impresso a fuoco nelle nostre menti e nel nostro cuore, non ce lo potrà mai portar via nessuno.