Paolo VI e l’Evangelii nuntiandi: nell’annuncio del vangelo talvolta le parole precedono i gesti e talvolta i gesti le parole, di modo che testimonianza di vita ed espressione a parole delle ragioni della fede sono sempre intrecciate. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /02 /2020 - 00:11 am | Permalink
- Tag usati: , , , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito una nota di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Annuncio del vangelo.

Il Centro culturale Gli scritti (2/2/2020)

Per Paolo VI la testimonianza non è mai separabile dall’annuncio con parole. Mentre letture parziali tendono sempre a separare i diversi aspetti dell’annunzio, quasi che uno potesse stare senza gli altri, se si intende essere fedeli ad Evangelii nuntiandi non ci si può esimere dal riflettere sulla connessione intrinseca dell’evangelizzazione delle culture, della testimonianza e dell’importanza delle parole.

Evangelii nuntiandi afferma, infatti, che «la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella. Ma questo incontro non si produrrà, se la Buona Novella non è proclamata» (EN 20).

Già questa affermazione richiederebbe tutta una riflessione, a partire dai seminari e dagli itinerari di formazione dei laici, su cosa sia l’“evangelizzazione della cultura e delle culture”: talvolta ci si trova dinanzi, infatti, ad una fede che non è minimamente interessata alla “cultura”, né nel suo aspetto alto, ma nemmeno nella sua realtà di visione del mondo che viene espressa da un popolo. Preziose si rivelano qui le indicazioni di Evangelii Gaudium di papa Francesco, nella quale il termine “cultura” è presente un’infinità di volte (per la precisione 108 volte, fra sostantivi ed aggettivi, compresi i titoli delle diverse parti).

Paolo VI affronta poi la questione della testimonianza: la Buona Novella «deve essere anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d'uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Novella. Vi è qui un gesto iniziale di evangelizzazione» (EN 21).

Più avanti in Evangelii nuntiandi Paolo VI tornerà
sul tema della testimonianza con parole giustamente famose: «“L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri
, - dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici - o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. San Pietro esprimeva bene ciò quando descriveva lo spettacolo di una vita casta e rispettosa che “conquista senza bisogno di parole quelli che si rifiutano di credere alla Parola”. È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità» (EN 41).

In un precedente studio abbiamo esplicitato le precise indicazioni che offriva un precedente intervento di Paolo VI, nel quale compariva per la prima volta l’espressione «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» e riomandiamo ad esso, per l’importanza di quell’intervento del papa («L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Da dove viene e cosa significa questa espressione? Il discorso di Paolo VI durante l’Udienza al Pontificio Consiglio per i laici del 2 ottobre 1974, con una breve nota di Andrea Lonardo). Merita, però, ricordare almeno che nel concetto di “testimonianza” come viene espresso nei due interventi di Paolo VI l’accento è sull’essere “testimoni dell’invisibile”, persone cioè nelle quali sia evidente la fede nell’opera di Dio nella storia.

Ma ecco che Paolo VI aggiunge subito che non avviene evangelizzazione senza offrire “le ragioni della propria fede”, senza la proclamazione e l’insegnamento con le parole, perché solo esse manifestano pienamente il significato dei gesti:

«Tuttavia ciò resta sempre insufficiente, perché anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata - ciò che Pietro chiamava «dare le ragioni della propria speranza», - esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l'insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati. La storia della Chiesa, a partire dal discorso di Pietro la mattina di Pentecoste, si mescola e si confonde con la storia di questo annuncio. Ad ogni nuova tappa della storia umana, la Chiesa, continuamente travagliata dal desiderio di evangelizzare, non ha che un assillo: chi inviare ad annunziare il mistero di Gesù? In quale linguaggio annunziare questo mistero? Come fare affinché esso si faccia sentire e arrivi a tutti quelli che devono ascoltarlo?».

L’affermazione congiunta della necessità di evangelizzare le diverse culture, di essere testimoni e di essere anche maestri mostra quanto sia banale ridurre l’annuncio del Vangelo ad una sola delle sue dimensioni, come la testimonianza personale o l’insegnamento o la predicazione.

Senza un equilibrato rapporto fra le diverse dimensioni, secondo Evangelii nuntiandi, l’annuncio del Vangelo non raggiungerà interamente l’uomo - e tutti gli uomini, così diversi fra loro e con vocazioni così diverse - poiché ne apparirà solo la dimensione verticale o solo quella orizzontale, perché si trascurerà il cuore o si trascurerà la mente, o ancora perché si insisterà solo sulla dimensione personale o solo su quella culturale, su quella individuale o su quella di popolo.  

Già la Dei Verbum aveva affermato con forza che non esistono rivelazione e salvezza senza “gesti e parole intimamente connessi” – gestis verbisque (DV 2) – poiché così si presenta a noi la storia della salvezza con parole che talvolta precedono i gesti e gesti che talvolta precedono le parole, ma con gesti che sono sempre spiegati da parole e parole che divengono sempre gesti.