Senza figli. La denatalità? È un sintomo della crisi del capitalismo. L'Italia è in emergenza demografica. Ma nel mondo sviluppato i tassi di fecondità sono ovunque un problema. È l'effetto di una cultura che ha trasformato tutto in merce e reso i figli un optional, di Massimo Calvi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /12 /2019 - 23:02 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 26/11/2019 un articolo di Massimo Calvi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Genitori e famiglia.

Il Centro culturale Gli scritti (2/12/2019)

Con un tasso di fecondità sceso nel 2018 a 1,29 figli per donna l’Italia è in piena crisi demografica. Ma si può fare qualcosa di utile contro il crollo delle nascite? Ovviamente sì. Ma chiunque volesse cimentarsi nell’impresa dovrebbe tenere conto di un aspetto che può sconfortare: per ridare linfa alla natalità non basta il pur indispensabile impegno per cercare di colmare la distanza che ci separa dai Paesi con assegni per i figli più generosi, un fisco più leggero per chi ha famiglia e misure più incisive per favorire la conciliazione casa-lavoro. Intendiamoci, è tutto molto più che necessario: è dovuto. Ma ogni sforzo dovrebbe fare i conti con una cultura che ha messo i figli fuori dall’orizzonte del dono, trasformandoli in un bene desiderato ma non primario, a volte un lusso, altre un optional.

Non è un problema solo italiano, è globale. In tutto il mondo sviluppato i tassi di fecondità sono sotto il tasso di sostituzione di 2,1 figli per donna necessario a garantire la stabilità della popolazione. Ciò a cui si sta assistendo è una convergenza verso la cifra di 1,7 figli. Lyman Stone, economista americano esperto di questioni demografiche, nell’indicare questa tendenza ha parlato di un «new normal della natalità», una specie di nuovo standard equiparabile alla «stagnazione secolare» dell’economia, concetto proposto dall’ex segretario al Tesoro Usa Larry Summers. E come le banche centrali sembrano avere le armi spuntate quando cercano di incidere sull’inflazione con la leva monetaria, anche i governi oggi paiono impotenti nel tentativo di contrastare il declino demografico e l’invecchiamento della società. Perché la società è cambiata e di Mario Draghi della natalità non se ne vedono all’orizzonte.

C’è un modo diverso di guardare ai figli, e lo si vede nel fatto che i tassi di fecondità sempre più ristretti stanno interessando sia i Paesi che concedono poco o nulla ai genitori, come gli Stati Uniti, sia quelli con politiche familiari avanzate, come nel Nord Europa. Le ragioni che giustificano il calo delle nascite sono moltissime, ma variano così tanto da sembrare delle scuse: da una parte è la mancanza di lavoro, dall’altra la carenza di nidi, da una parte è la secolarizzazione, dall’altra l’abitudine ai maxi-sussidi, da una parte sono i bassi tassi di occupazione femminile o l’eccessiva disparità di genere, dall’altra i ritmi di lavoro esagerati. Dove i problemi sono maggiori, come in Italia, anche le nascite sono minori, ma le differenze in fin dei conti sono di pochi decimali: da 1,3 figli a 1,7 figli il salto è grande, ma non così tanto se il differenziale è spesso determinato dal contributo positivo dell’immigrazione e il dato comune è l’aumento di chi non diventa mai genitore insieme alla lenta e progressiva scomparsa delle famiglie numerose.

Tutto sembra essere cambiato, detonato improvvisamente, con la Crisi del 2008, dopo lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento della Lehman Brothers, per il logoramento delle condizioni economiche, ma soprattutto a causa di quella condizione di insicurezza verso il futuro e di precarietà che si è abbattuta sulle nuove generazioni, come suggerisce anche una recente ricerca dei demografi Marcantonio Caltabiano e Chiara Ludovica Comolli.

A questi giovani che si sono trovati a fare i conti con le macerie della prima globalizzazione, papa Francesco ha rivolto diversi appelli accorati, anche usando parole di forte impatto: «Abbiate il coraggio di scelte definitive», «non fatevi rubare il futuro», «abbiate il coraggio della felicità». Il problema è che chi ha "rubato" il futuro ai giovani non è in grado di restituirlo, perché sul banco degli imputati non c’è solo la generazione degli adulti, i figli del baby-boom o i loro predecessori, ma un’intera cultura e una visione del mondo. Ed è al confronto con questo ostacolo che sembrano riferirsi i richiami di Francesco, quando ad esempio parla di «una società spesso ebbra di consumo e di piacere, di abbondanza e lusso, di apparenza e narcisismo».

Che cosa ci ha portati a questo? Nel suo ultimo libro, "Il capitalismo e il sacro" (Vita e Pensiero-Avvenire), l’economista filosofo Luigino Bruni, editorialista di questo giornale, invita seriamente a riflettere sulla «devastazione umana e sociale prodotta dalla cultura-religione-idolatria» rappresentata dal capitalismo. Sotto accusa è la società dell’iper-consumo, un sistema economico e culturale che nel suo franare sembra travolgere tutto, anche gli ultimi scampoli di umanità. Sul New York Times, in una lunga analisi dal titolo emblematico, "The end of babies", "La fine dei bambini", Anna Luoie Sussman individua una possibile via d’uscita: «Il primo passo è rinunciare all’individualismo celebrato dal capitalismo e riconoscere l’interdipendenza che è essenziale per la sopravvivenza a lungo termine».

Abbiamo condannato, a ragione, il comunismo, ma anche il capitalismo si sta mangiando i bambini. L’ultima "stazione" di questo "culto" che ha eretto l’egoismo a "regola di vita" sta conducendo all’estinzione della specie? Un aspetto emblematico della vicenda è che benché di figli ne nascano pochi ovunque nel mondo occidentale, tutte le ricerche, come quelle realizzate in Italia dall’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica, indicano che le persone desiderano più bambini di quelli che mettono al mondo. In questo "vorrei ma non posso" del desiderio di famiglia c’è tutto il dramma della precarietà materiale e morale di questa epoca: perché non basta più rimuovere gli ostacoli fisici per colmare il gap, se di fronte c’è una lista infinita di idoli da adorare e/o possedere prima e anche dopo la nascita di un figlio. La promessa di una vita intensa e ricca di cose, di esperienze, di libertà illimitata, può fermarsi di fronte al "limite" rappresentato da un bambino?

Tutto il racconto moderno sulla famiglia è incentrato su una domanda di fondo: un figlio è l’inizio di una vita o l’inizio di una vita di rinunce? A truccare le carte, se ci pensiamo bene, è anche la dimensione iper-competitiva ingrediente principe della tensione capitalistica, e che può tradursi in ansia paralizzante quando ci si mette a pensare cosa serve a un bambino per poter vivere, ma soprattutto competere, per essere al pari degli altri.

Per trovare una risposta rassicurante – o anche solo una frase tipo: "Keep Calm, it’s just a baby" ("Stai tranquillo, è solo un bambino") da stampare sulle magliette – servirebbe una trama un po’ diversa da quella a disposizione. Nel suo ultimo libro, "Le Nuove Melanconie" (Raffello Cortina), lo psicanalista Massimo Recalcati porta a riflettere sul passaggio già consumato della crisi del sistema capitalistico e su quel che resta del «turbo-consumatore ipermoderno», orfano dell’illusione di non avere né limiti né confini. Il "vuoto" che è rimasto dopo questa crisi, potremmo dire le macerie lasciate dal crollo dei mutui subprime, sta producendo «angoscia» e una «nuova domanda di sicurezza». Ed è in questo, scrive Recalcati, che si registra «l’affermazione di una nuova melanconia che corrompe la trascendenza vitale del desiderio, assegnando al desiderio stesso un destino di morte». Come dire: possono ancora nascere figli in una società che esprime un bisogno clinico di muri? Che sta melanconicamente delineando il proprio fine-vita?

La cultura che ha trasformato tutto in merce, che ha reso i figli una conquista individuale, un trofeo di cui andare fieri, un prodotto acquistabile, qualcosa che non è più concesso nemmeno ai poveri e che invece riguarda una ristretta cerchia di ambiti in cui lo sviluppo, le opportunità e la qualità della vita sono al massimo, è diventata anche una società che non trova la forza di riprodursi, pur se ne percepisce ancora il desiderio. Il capolavoro ultimo di questo Grande Inganno collettivo è il tentativo di far apparire i figli come una delle cause della crisi ambientale. In attesa di studi che certifichino che una famiglia numerosa orientata alla sobrietà emette meno CO2 di un single della "classe creativa", bisognerebbe avere il coraggio di mostrare che le due crisi, quella climatica e quella delle nascite, sono prodotte dalla stessa matrice. All’origine c’è sempre l’individuo ripiegato su se stesso, che egoisticamente definisce la propria affermazione scaricando i costi del proprio benessere su qualcun altro e non accetta una revisione degli stili di vita.

Forse in un mondo che corre meno, e riconosce il valore delle relazioni, ci sarà più posto per i boschi e anche per i figli. In questo senso una politica per la natalità deve scegliere se essere timida e irrilevante oppure avere la forza di affrontare una rivoluzione che è anche culturale.