1/ L'addio. Paola Bonzi, quell'abbraccio che ti conquistava alla vita. [La donna che ha “fatto nascere” 22.702 bambini], di Marina Corradi 2/ La verità sulla “194 quarant'anni dopo” la racconta solo Paola Bonzi, di Caterina Giojelli 3/ Giorgio Pardi: «Difendo ancora la 194, ma è soprattutto nella parte a tutela della vita che andrebbe applicata. Per me l’aborto è un omicidio fatto per legittima difesa della donna». A parlare è il medico che, assieme al suo maestro Giovanbattista Candiani, fu il primo a eseguire un’interruzione di gravidanza in Italia con l’introduzione della legge 194, di Emanuele Boffi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /11 /2019 - 14:00 pm | Permalink
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1/ L'addio. Paola Bonzi, quell'abbraccio che ti conquistava alla vita. [La donna che ha “fatto nascere” 22.702 bambini], di Marina Corradi

Riprendiamo da Avvenire dell’11/8/2019 un articolo di Marina Corradi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Vita.

Il Centro culturale Gli scritti (10/11/2019)

Paola Bonzi

Paola Marozzi Bonzi, fondatrice e direttrice dello storico Cav Mangiagalli di Milano, è morta venerdì pomeriggio a Brindisi, per una inaspettata e fulminea malattia che l’ha colta durante una vacanza con il marito, come già scritto ieri sul giornale e su avvenire.it. Paola Bonzi aveva 76 anni, due figli e quattro nipoti; i suoi funerali saranno celebrati lunedì a Milano, nella cappella della clinca Mangiagalli, in forma ristretta. Sarà poi ricordata con una Messa il prossimo 9 settembre.

Ci sono a Milano e altrove 22.702 bambini e ragazzi e ormai uomini e donne, che non sanno di dovere la vita anche a una signora che si chiamava Paola, e che è morta venerdì, a 76 anni. Difficilmente le madri di questi figli avranno raccontato loro la verità: sai, io non ti volevo, ero sola, o ero povera, ma in un ufficio della Clinica Mangiagalli ho incontrato una signora, che mi ha dato il coraggio di tenerti. Non sono cose che una madre dice a un figlio. Su quelle drammatiche esitazioni si tace. Però una donna ricorda. E non dimentica.

La prima volta che ho incontrato Paola Marozzi Bonzi è stato diversi anni fa nello storico ufficio del Cav della Mangiagalli. Antico tempio, allora, dai muri ingialliti, e interminabili corridoi. Echi lontani di grida dalle sale parto, e di trionfanti vagiti di nuovi nati. Ma a quella piccola stanza del Cav dal 1984 bussavano quasi furtivamente, come temendo di entrare, giovani donne spesso sole, ai primissimi mesi di attesa. Magari già con il certificato per l’IVG in borsa. Con un’ombra però di dubbio addosso, un dubbio che più cercavano di zittire e più gridava: «E se... ?».

Paola Bonzi era allora una bella signora bruna, sorridente, le palpebre e le lunghe ciglia nere calate sugli occhi ciechi. Aveva avuto la prima figlia e aveva cominciato a perdere la vista; con il secondo la cecità si era aggravata, fino a lasciarla pochi anni dopo nel buio. Ha scritto nel suo ultimo libro, 'Per un bambino': «Quando sono nati i miei figli, Cristiana e Stefano, continuando a tenere lo sguardo su di loro, neonati, mi perdevo nel chiedermi: come è stato possibile tutto ciò?». Lo raccontò anche a me quel giorno, come i suoi ultimi sguardi si fossero fissati sui suoi nati – su quel miracolo che una donna non può non vedere, quando riconosce che da lei è nato un uomo. Perdere la vista dopo il parto, che disgrazia, mi dissi. Eppure tutto nel volto di quella signora diceva altro: non di una condanna, ma, incredibilmente, di una sofferenza che aveva generato un bene più grande. Stavo ad ascoltarla zitta.

Erano anni ancora di durissima battaglia sulla 194. Molti, fuori e dentro la Mangiagalli, avversavano la Bonzi. Non sentii in lei traccia di quel moralismo duro che purtroppo scorre anche in certi sinceri pro life: il giudizio, la condanna, la parola non benigna che lascia sole. Paola Bonzi non giudicava. Ascoltava, e diceva: se vuoi ti aiutiamo. Una faccia amica, e pannolini, viveri, a volte anche un tetto. Con fondi raccattati con iniziative di ogni tipo, con frequenti rischi di chiusura, con contributi pubblici faticosamente conquistati (nel 2007, anno di grave difficoltà, il Governatore Formigoni destinò al Cav Mangiagalli 500mila euro della Regione).

22.708 donne dal 1984 si sono attaccate a quella mano tesa. Pensavo a cosa fa pendere la volontà di una donna sull’invisibile, vertiginoso crinale di un 'sì' o di un 'no'. Mi raccontò Paola Bonzi: «Lei si immagini di avere davanti a sé una ragazza che le dice di essere incinta. Fa la badante o magari la precaria, e la prima cosa che perderà con la maternità è il posto. È straniera, spesso sola. Ti azzarda esitante quel pensiero: ma voi, se io tengo il bambino, mi aiutereste? E tu sai che non stai negando un impiego, ma sei davanti a un aut-aut, stai decidendo della vita di un bambino. Sarebbe terribile, dover trovarsi a dire: no».

Tornai da Paola anni dopo. Uscivano dal suo ufficio in quel momento due ragazzi giovanissimi. Lei parrucchiera, lui precario a 400 euro al mese. Eppure lei, 18 anni, quel bambino lo voleva. Mi immaginai la Bonzi ancora una volta in sala d’attesa, trepidante nell’attesa di un vagito, di una madre bambina da abbracciare. È stata una grandissima donna. Nel buio della sua cecità si è aperta una porta di misericordia. Una sola volta vidi i suoi occhi. Erano verdi, bellissimi. Pensai istintivamente agli occhi delle gatte che covano la cucciolata, materne ma pronte a difendere i piccoli, devote alla vita. Una madre, grande, questo Paola è stata. Di 22.702 figli, che non sanno.

2/ La verità sulla “194 quarant'anni dopo” la racconta solo Paola Bonzi, di Caterina Giojelli

Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un articolo di Caterina Giojelli pubblicato il 12/3/2018. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Vita.

Il Centro culturale Gli scritti (10/11/2019)

«In coda all’alba, in scantinati squallidi e freddi (…) La volontaria dell’associazione “pro vita” che ti parla di “omicidi”. Mentre i consultori cattolici, in crescita, incassano fior di soldi pubblici, ma mettono in chiaro che fra le loro mura la legge sull’aborto non è in vigore». Inizia così la lunga inchiesta di Millennium, il magazine del Fatto quotidiano di marzo “La 194 quarant’anni dopo: le nostre croniste cercano di abortire, tra medici obiettori e attiviste pro vita che dicono: ‘Assassina, starai malissimo’”.

La primissima parte è dedicata alla clinica Mangiagalli di Milano. Scrive la giornalista che mentre è in coda una “voce” le chiede se è convinta della sua scelta: «Dopo sarà tremendo, ti sentirai come se avessi commesso un delitto, una cosa gravissima per la tua anima», è quella di una signora che le spiega di avere abortito e che da allora non riesce a smettere di pensare all’«omicidio» che ha commesso. «Vengo così condotta al terzo piano, dove scopro che ha sede il Centro di aiuto alla vita. Mi colpisce quanto sia confortevole rispetto alla scala H dove aspettano le donne che vogliono interrompere la gravidanza: un locale ben riscaldato con divanetti il primo, un corridoio stretto con sedie non sufficienti e un freddino che obbliga a tenersi la giacca il secondo. “Non importa se tu vai d’accordo col tuo uomo o no” continua la donna, “se solo i tuoi genitori ti supportassero potresti farcela”, aggiunge una volontaria». Così «dopo qualche ora esco dalla clinica, ben istruita sulle colpe morali e con un elenco di ospedali dove provare ad andare il giorno dopo». Il pezzo prosegue poi con un attacco ai numeri dei consultori «confessionali» che lievitano il Lombardia, «con impatto sulle tasche dei cittadini visto che Regione Lombardia rimborsa comunque le visite ma con somme più alte per incontri psicologici, educativi o di gruppo (normalmente svolti nei centri religiosi) e più bassi per le visite ostetriche o ginecologiche (cuore di consultori pubblici).

Risultato, in posti dove la 194 è come se non esistesse, gli assegni del Pirellone arrivano con più zeri». La giornalista si reca poi al consultorio famigliare Kolbe di ispirazione cristiana e alla fine conclude che tra obiettori e consultori religiosi si incrementano gli aborti clandestini, come le nigeriane vittime di tratta e costrette a prostituirsi che vengono rimandate a casa e rischiano la loro vita per abortire clandestinamente.

Paola Bonzi, fondatrice e prima volontaria del succitato Centro di aiuto alla vita ne ha sentite tante in 33 anni e mezzo di attività. L’associazione ha anche un consultorio familiare accreditato al 37 di via della Commenda, «ma a 200 metri dalla Mangiagalli, nei giardini della Guastalla c’è un consultorio famigliare pubblico laico, proprio qui fuori. Perché la giornalista è andata al Kolbe?».

La legge prevede che si arrivi all’ospedale per prenotare l’aborto avendo già fatto un colloquio al consultorio o dal medico che certificano l’avvenuta gravidanza e la volontà di ricorrere a ivg, che non dovrà avvenire prima di un periodo di riflessione di sette giorni. In segreteria consegnano note con esami da fare e data per presentarsi ad abortire. «La “voce” citata dalla giornalista parla a nome suo e non a nome nostro. Nessuno del Cav o del consultorio sguinzaglia volontari per “reclutare” donne in coda per la 194, e in nessun colloquio queste vengono dissuase: decidono le donne se salire e se parlare con noi, le ascoltiamo, se ci vengono riferiti problemi di ordine economico e materiale noi spieghiamo quali risposte possiamo dare. E come va a finire? Che tantissime donne che hanno obiezioni di tipo economico alla gravidanza scelgono di tenere il bambino. Da quando il Cav è stato aperto ne sono nati 21.330 e nessuno è venuto a lamentarsi dell’aiuto ricevuto. Anzi. Tra i cucchiai e il prezzemolo che le signore femministe ci lasciano davanti alla clinica per protestare ogni benedetto 8 marzo ho trovato anche un cartello, “Grazie Paola, per avermi aiutato a far nascere il mio bambino”. Nessuno vieta a una donna di abortire, nessuno in Mangiagalli. Ma dico: sarà un male aiutare le donne che invece decidono di non abortire con sostegni concreti per uscire dal ricatto economico? Io credo che sia un bene per la società».

È accaduto anche che persone scendessero dal lettino in sala operatoria all’ultimo secondo dicendo «non sono più sicura di volerlo fare», e chiedendo di essere accompagnate al terzo piano. Tutte possono poi tornare indietro, in sala oppure sui propri passi. Però essere ascoltate è la cosa che vogliono di più.

Qualche mese fa per decisione del primario Enrico Ferrazzi – che obiettore non è –, è stato promosso un piccolo gesto di informazione, la distribuzione di volantini sulle sedie della sala dell’ambulatorio (non quella che precede la sala operatoria). I volantini, anzi, dei cartoncini, dicevano solo: “Hai ancora un dubbio? Se vuoi essere ascoltato puoi recarti al Centro di aiuto alla vita”. Dopo una serie di articoli di Repubblica e proteste delle femministe li hanno dovuti togliere.

La verità è che in Mangiagalli le “attiviste pro vita” come le chiama Millennium se ci sono si devono muovere in punta di piedi. «Strillano tanto per l’applicazione della 194, ebbene strillo anche io: la legge 22 maggio 1978 si chiama “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” e sappiamo tutti cosa dice, anche quando a superare le cause che potrebbero indurre la donna all’ivg. Non viene applicata perché per abortire nel primo trimestre bisognerebbe dimostrare che la gravidanza rappresenta un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, e grave nel secondo trimestre».

Quanto agli aborti clandestini, «il problema principale non sono i consultori chiamati “confessionali” (a parte che si dice accreditati pubblici o privati, il nostro non appartiene a ordini ecclesiali né ad organizzazioni politiche) ma soprattutto i permessi di soggiorno, anche quelli provvisori, senza i quali non è possibile ricevere assistenza sanitaria».

E questa cosa dei soldi per prestazioni professionali? «Il mio colloquio professionale viene pagato 19 euro e 11 cent. Il nostro bilancio annuale ammonta a 1 milione 600 mila euro. I rimborsi dell’Ats ne coprono un terzo. Ma noi abbiamo oggi abbiamo in carico più di 2.500 donne e forniamo loro: colloquio mensile fino all’anno del bambino, partecipazione a gruppi di donne allo stesso periodo di gravidanza, se serve accoglienza gratuita in un alloggio per il periodo della gravidanza e dopo la nascita, corso di preparazione al parto, quando il bimbo nasce incontro con ostetrica, massaggio del neonato, gruppi bebè, colloqui mensili che negli ultimi 6 mesi diventano scuola di genitori, e a ciascuna mamma diamo magari un bel sussidio mensile che il pubblico non dà, una “borsa della spesa” e poi tutto ciò che serve al bambino, corredino, attrezzature, passeggino, marsupio, fornitura di pannolini fino all’anno di età, guardaroba fino ai 18 mesi. Un terzo i rimborsi: eccoli i soldi intascati per far funzionare la 194. Non sto qui a perdere tempo ad “istruire sulle colpe morali”: 21.330 bambini nati, e nessuno mi ha mai maledetto per averli aiutati».

3/ Giorgio Pardi: «Difendo ancora la 194, ma è soprattutto nella parte a tutela della vita che andrebbe applicata. Per me l’aborto è un omicidio fatto per legittima difesa della donna». A parlare è il medico che, assieme al suo maestro Giovanbattista Candiani, fu il primo a eseguire un’interruzione di gravidanza in Italia con l’introduzione della legge 194, di Emanuele Boffi

Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un articolo di Emanuele Boffi pubblicato il 5/10/2006. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Vita.

Il Centro culturale Gli scritti (10/11/2019)

Difendo ancora la 194, ma è soprattutto nella parte a tutela della vita che andrebbe applicata. Perché l’interruzione di gravidanza è una ferita che non si cicatrizza

«Sono ateo, l’ho già detto?». A Giorgio Pardi preme molto che ai suoi interlocutori sia ben chiaro «che io non credo in Dio, non ho la grazia della fede, che vuole che le dica? Quindi scriva scriva scriva che il dottor Pardi Giorgio è ateo o, se preferisce, è un laico. E aggiunga anche che per ritenere l’aborto un omicidio non serve la fede. Basta l’osservazione. Quello è un bambino. L’aborto è un omicidio. Fatto per legittima difesa della donna». A parlare è il medico che, assieme al suo maestro Giovanbattista Candiani, fu il primo a eseguire un’interruzione di gravidanza in Italia con l’introduzione della legge 194.

Le pareti del suo ufficio nella clinica Mangiagalli di Milano sono una sorta di curriculum murale, professionale e caratteriale, del professore. Accanto a tre file di libroni in cui il titolo è scritto in caratteri più minuti del maiuscolo nome del loro autore (GIORGIO PARDI), stanno accatastate le più insigni riviste mediche moderne come Lancet, England Journal of medicine, British Medical Journal, sulle quali il dottore pubblica regolarmente. Poi, da altri indizi, si desume che Pardi, oltre a essere stato presidente della Società italiana di medicina perinatale e presidente dell’Associazione ginecologi universitari italiani, gode di una fama che oltrepassa l’oceano.

Nell’ottobre scorso è stato nominato membro onorario della Società americana di ginecologia e ostetricia. Primo italiano, da cent’anni a questa parte, a ricevere tale riconoscimento. Professore ordinario all’Università statale di Milano, attualmente dirige il reparto Donna e bambino della Mangiagalli, la clinica ginecologica più grande e importante di tutto il Nord Italia. Ma al curriculum professionale rivelato da una parete, va aggiunto ciò che racconta il muro che sta di fronte, dove sono incorniciate e appese una ventina di vignette di Altan. Ritagli di giornale ingialliti messi sotto vetro che fan quasi da cornice alla locandina di un vecchio film con Gregory Peck e Ingrid Bergman: Io ti salverò.

E se il sarcasmo ferino del vignettista di sinistra può quasi far da simbolo all’atteggiamento sardonico di questo gran barone della medicina, il titolo della pellicola sembra quasi lo slogan di quel che Pardi sta cercando di fare oggi: salvare i figli non ancora nati ma forse già rifiutati di chi viene in Mangiagalli per abortire. Naturalmente, l’interessato glissa. Ma Paola Marozzi, direttrice del Centro aiuto alla vita (Cav) dell’ospedale spiega a Tempi la sua mirabolante stima per «il professore, persona di eccezionale onestà intellettuale». Questo perché, «pur non essendo ancora partito per meri problemi logistici», è intenzione di Pardi trasferire gli uffici del Cav proprio a fianco di quelli del Consultorio. Sarebbe il primo caso in Italia e la direttrice spera «che così poi ne possano seguire altri».

«Alle donne che si rivolgeranno al Consultorio – continua Marozzi – verrà consegnato un foglietto informativo per metterle a conoscenza delle nostre iniziative. La donna, se vorrà, potrà rivolgersi a noi e godere, se necessario, dei sussidi che mettiamo a disposizione delle madri in difficoltà economica». «Perché, vede, Pardi, come noi, sa bene che chi ricorre all’aborto comunque, poi, ne soffre. Dunque, come noi, cerca in tutti i modi di evitare che si arrivi a tale scelta. Certo, poi ci sono anche delle differenze, perché noi siamo cattolici e lui, non so se si sa, è ateo».

Non può essere un diritto
La clinica in cui Pardi lavora ha compiuto da poco cent’anni. Nata il 26 settembre 1906 per opera dell’ostetrico e sindaco Luigi Mangiagalli, sorse con lo scopo di dare alle milanesi meno abbienti la possibilità di partorire senza rischi. Da sempre la Mangiagalli ha come suo obiettivo l’assistenza globale del paziente; la stessa struttura rispecchia tale intento ed è questo uno dei motivi per cui è sorta accanto all’ex convento di Santa Caterina dove c’è la ruota per i bambini abbandonati. Ma la Mangiagalli non è stata solo questo; negli anni Settanta divenne il simbolo della battaglia in favore della regolamentazione dell’aborto. In seguito all’esplosione dell’Icmesa di Seveso furono proprio i medici dell’ospedale milanese a insistere per introdurre in Italia la legge. A quei tempi, mentre gli antiabortisti sfilavano fuori dalle mura con i cartelli “Mangiagalli mangiabimbi” il professor Pardi se ne stava all’interno, sostenendo, come oggi, la necessità di una depenalizzazione che debellasse le pratiche clandestine delle mammane. «E ancora oggi – conferma il dottore – ritengo che la 194 sia un’ottima norma. Mi fa un po’ ridere chi sostiene sia intoccabile. Ma come intoccabile? Nessuna legge, dice la Costituzione, è intoccabile.

Casomai, come io penso, si può dire che non serva ritoccarla, ma solo applicarla fino in fondo, soprattutto in quella sua parte iniziale in cui si prescrive tutto il necessario per far recedere la donna dal suo intento».

Secondo Pardi «la discussione oggi dovrebbe vertere su questo aspetto: bisogna fare in modo che la donna non abortisca, che sia informata il più possibile sulle conseguenze che una tale scelta provoca, che sappia quali sono gli aiuti anche economici che le possono essere offerti per poter scegliere. Dunque, che sia una scelta il più possibile responsabile. Chi interrompe una gravidanza deve essere ben conscio di procurarsi una ferita che lascia cicatrici profonde, indipendentemente dal metodo abortivo usato». Per il dottore non si può considerarlo un “diritto”.

«Ma che significa? Certo, non mi spingo fino a dire che bisogna convincere la donna a non interrompere la gravidanza, ma metterla in grado di poter decidere realisticamente che cosa fare, non in base a suoi diritti, ma in base alla sua libera responsabilità, ecco questo mi sembra il minimo».

I Cav in ospedale
Nel 2005 si sono registrati in Mangiagalli 6.595 parti e 100 mila prestazioni ambulatoriali. A fronte di tante nascite sono state 1.720 le interruzioni di gravidanza. Secondo uno studio, il 37 per cento delle donne che abortiscono non hanno un impiego stabile (10 per cento studentesse, 12 per cento casalinghe, 3 per cento in cerca di prima occupazione, 12 per cento disoccupate). Per queste donne «si potrebbe fare molto» sostengono al Cav, e della medesima opinione è Pardi. Tutte le polemiche che nella scorsa legislatura insorsero sulla proposta del ministro Francesco Storace di far entrare i Cav negli ospedali paiono non riguardare Pardi. «Ho un ottimo rapporto con loro. Certo, ricordo che il Cav (il primo in Italia) nacque qui in modo violento, come era inevitabile in quegli anni, ma poi è stato gestito in modo molto assennato. In fondo, lavoriamo entrambi per lo stesso scopo pur partendo da punti di vista distanti».

Però, se per il 37 per cento delle donne la ragione che le spinge all’aborto può essere rintracciata nella penuria economica, come la mettiamo con il restante 63 per cento che, secondo lo studio, «ha un impiego stabile»? «Io credo – risponde Pardi – che il problema più che economico sia esistenziale. Oggi non si sa più che cosa significhi procreare. Si vive questa realtà biologica come se fosse imposta dalla società». è come se fosse andato perso non solo il genio femmineo dell’accoglienza, ma anche fosse stata censurata la stessa realtà anatomica della donna. «La donna sceglie di non fare figli per essere competitiva con l’uomo. Scelgono di avere bambini dopo la carriera, dopo essersi sistemate, a quarant’anni anziché a venti. L’emancipazione femminile ha portato infine all’adozione di un modello maschile». E invece? «E invece perché non pensare anche che per una donna l’avere un figlio è la massima realizzazione? Cosa può esserci di più grandioso di una vita che ti nasce dentro? Cosa c’è di più grande del donare la vita?». Pausa. «Se potessi rinascere, rinascerei donna». Risata fragorosa.

Nove sani e un malato
Ai tempi del dibattito sulla legge 40 (fecondazione medicalmente assistita) il professor Pardi disse ad Avvenire a proposito dell’aborto terapeutico: «è un problema culturale e sociale. Abbiamo creato la cultura del feto perfetto: la donna vuole, esige un feto perfetto e rifiuta il benché minimo grado di imperfezione». «Oggi – ribadisce a Tempi – si presentano signore con referti da cui risulta che il bambino ha sei dita in un piede. Vivono questa banale anomalia come un dramma. Constato come questa leggera imperfezione porti molti a ritenere che la vita, non potendo essere considerata assolutamente impeccabile, non essendo “di qualità”, sia in qualche modo da rifiutare. C’è, cioè, una spaventosa difficoltà ad accettare l’imperfezione, la difficoltà. Anzi, diciamo meglio: non si accetta più la malattia. Per la cultura di oggi imperfezione uguale eliminazione. Ma tutto ciò è mostruoso. Non mi si fraintenda, ma, qualche sera fa, ho visto in televisione un documentario in cui si mostravano i referti dei medici nazisti che decretavano la messa a morte dei malati di mente. Li si eliminava perché imperfetti. Ecco, io non posso accettare che si pratichi l’aborto per correggere un’imperfezione. L’aborto serve solo per preservare la salute fisica o psichica della donna che ne fa richiesta».

Far capire che la medicina non può tutto e che nella vita ogni cosa è un po’ provvisoria e spuria è per il ginecologo della Mangiagalli ogni giorno più arduo. «Trent’anni fa di dieci pazienti che si presentavano davanti al medico, nove erano malati e uno aveva bisogno di qualche buona parola. Oggi da me arrivano un malato e nove sani. Si capisce?». A Pardi la questione sembra di fondamentale importanza: «Quel che voglio dire è che oggi il dottore, oltre a saper curare, deve saper parlare. Abbiamo bisogno di medici molto bravi a far capire ai loro pazienti come stanno le cose. Lo dico anche per il mio campo, dove il 30 per cento sono straniere».

Lo smoking dei dottori rispettabili
Ma non ci sono solo oceani linguistici da colmare, esistono anche montagne semantiche da scalare. Per Pardi oggi il problema è ritornare a nominare le cose per quello che sono. «Per questo non ho nessun problema a dire che l’aborto è un omicidio. La vita comincia col concepimento». Eppure, soprattutto durante il dibattito referendario sulla Fiv, furono in molti a sostenere che «la vita inizia a 14 giorni dal concepimento», che «prima dell’embrione c’è l’ootide», che «un bambino è tale quando lo decide la donna» (quest’ultima è di Carlo Flamigni). «Cosa? Tutte palle. La vita inizia quando i 23 cromosomi maschili si fondono coi 23 cromosomi femminili. Lo zigote ha in sé già tutto. E guardi che questo lo dice uno che ritiene la legge 40 uno schifo. è una legge fatta malissimo, piena di contraddizioni». Tuttavia «non bisogna mischiare le carte. Capisco che possa fare meno impressione l’uccisione di un delinquente armato fino ai denti rispetto a quella di un bambino indifeso. Ma in entrambi i casi si tratta di omicidio. Certi giochetti linguistici servono solo a intorbidire le acque».

Come quelli ormai tanto di moda a proposito delle cellule staminali, «lo smoking dei dottori rispettabili» le definisce Pardi. «Come medico non me la sentirei mai di mettere il bisturi sull’embrione. Però qui in Mangiagalli abbiamo feti provenienti da aborti da cui si potrebbero trarre cellule ad alto tasso di potenzialità. Perché non farlo? Capisco certe remore dei cattolici, però… Io sono ateo, non so se l’ho già detto».