L’Arcivescovo di Parigi su Bioetica ed Ecologia, Chiesa e Stato, di mons. Michel Aupetit

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /10 /2019 - 00:17 am | Permalink
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Riprendiamo dal sito Breviarium (https://www.breviarium.eu/2019/10/04/michel-aupetit-legge-bioetica/) la traduzione di un intervento dell’arcivescovo di Parigi nella traduzione di Giovanni Marcotullio pubblicata il 4/10/2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Affettività e famiglia.

Il Centro culturale Gli scritti (20/10/2019)

(Photo by Zakaria ABDELKAFI / AFP)

Alcuni potranno stupirsi che un vescovo prenda la parola su argomenti politici. È davvero compito suo? Un vescovo della Chiesa cattolica si premura di annunciare l’vangelo, di permettere a ognuno di incontrare Dio e di proporre a tutti di entrare nella Vita eterna che Cristo ha aperto con la sua risurrezione.

Appunto con la sua incarnazione Cristo, il Figlio di Dio, è venuto a trasfigurare la nostra visione dell’uomo conferendole una dignità insuperabile, e questo quale che sia la sua origine etnica, la sua situazione sociale, il suo sesso, la sua cultura o la sua età. San Paolo lo spiega molto bene quando scrive ai cristiani di Galazia: Non c’è più né giudeo né pagano, né schiavo né libero, né uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).

Quest’unità dell’umanità che deve realizzare una fraternità universale è un lavoro essenziale della Chiesa. Ecco perché i vescovi si sentono autorizzati a prendere la parola su argomenti sociali che toccano la dignità umana, quando questa è gravemente attaccata.

Il progetto di legge bioetica in discussione tocca i fondamenti più essenziali sui quali sono erette le nostre società umane: la filiazione, la non-mercificabilità del corpo umano, il rispetto di ogni vita dal concepimento fino alla morte naturale, l’interesse superiore del fanciullo, una medicina filantropica e non mercenaria, un’ecologia umana in cui il corpo non è uno strumento ma il luogo dell’edificazione della personalità.

Il presidente della Repubblica auspica un dibattito disteso e consensuale. Abbiamo avuto degli Stati Generali, numerose consultazioni dal Consiglio di Stato, il parere del Comitato Consultivo Nazionale di Etica, numerosi interventi di esperti. Cosa è risultato da tutto ciò? A stringere, pochissimo. I partecipanti agli Stati Generali, dopo aver approfondito la questione, si sono chiaramente determinati contro l’estensione della PMA fuori dal campo propriamente medico senza che questo abbia avuto il minimo effetto sui redattori del progetto di legge. Siamo stati largamente consultati e – dobbiamo dirlo – ascoltati con cortesia. Ascoltati ma non intesi. Le sole risposte che abbiamo ottenuto dalla Signora ministra della Salute agli argomenti di ragione presentati sono degli argomenti di autorità.

Eppure il Comitato di etica aveva rilevato le fragilità metodologiche degli studi sui bambini cresciuti da madri nubili o da coppie di donne. Molti esperti in psichiatria infantile confermano che tali studî – la maggior parte dei quali anglosassoni – hanno tutti diverse tare sul piano del rigore metodologico. E anche lì, nessuna risposta.

Le gravi questioni sollevate da filosofi non sospetti di ideologia e che si rapportano al tema della filiazione – in particolare la privazione per il bambino di una filiazione bilaterale senza alcun ricorso possibile – sono ugualmente cadute nel vuoto. L’Accademia di Medicina che si è appena pronunciata, con argomenti scientifici molto seri, è stata liquidata con una scrollatina di mano dalla ministra della Salute che, svergognatamente, li ha qualificati di “datati” e di “forse ideologici” senza addurre il minimo argomento razionale. Lo stesso per la Convenzione internazionale dei Diritti del Bambino, firmata dal nostro Paese, del quale la signora Buzyn ha tuttavia detto che non obbliga la Francia.

Quest’attitudine sdegnosa, diciamo pure arrogante, è caratteristica di quel che si osserva fin dal principio della consultazione. Un ascolto apparentemente benevolo, ma un’inflessibilità che – lei sì! – traduce un’attitudine ideologica tristemente sprovvista di fondamenti antropologici realisti.

Eppure, nessuno è padrone della vita, neanche di quella dei nostri figli. Trasmettiamo la vita, ma essa non ci appartiene. Mio figlio viene da me, ma non per questo è “un mio bene”. Io non posso rivendicare un diritto al figlio come faccio per il diritto al domicilio. Un bambino è sempre un dono, che bisogna accogliere senza farne un prodotto manifatturiero dovuto alla tecnologia dell’uomo e sottoposto al potere del denaro. Bisogna imparare ad essere figli, vale a dire a comprendere che la nostra vita non viene da noi stessi, che la riceviamo, che dobbiamo imparare ad abitarla. A questa condizione possiamo essere dei veri genitori, abbastanza umili da trasmettere la vita e far sì che avvenga una persona che a sua volta abbia il senso della propria libertà. Non è possibile strumentalizzare un bambino col pretesto di colmare un desiderio individuale. Se la frustrazione comporta una sofferenza che bisogna saper accompagnare, essa non può però in alcun caso giustificare una rivendicazione parentale.

Gli altri punti del progetto di legge sono pure drammaticamente ordinati al disprezzo di ogni vita umana. Gli embrioni umani sono trattati – una volta di più e sempre più – come materiale utilizzabile. Le staminali embrionali pongono la questione etica della distruzione dell’embrione umano.

La possibilità di fabbricare degli embrioni OGM a mezzo di modificazione genetica è una pericolosa deriva. Inoltre, le sperimentazioni che permetterebbero la creazione di embrioni animali nei quali sarebbero integrate delle cellule staminali umani sono una vera mostruosità che non spaventa più nessuno e che mostra un’abissale anestesia della coscienza.

Io saluto il coraggio di quanti resistono alle false evidenze di un apparente progressismo che costituisce una profonda regressione della nostra umanità. No, la legge non è cosa già fatta e finita. Una parola che si appoggi sulla verità della nostra condizione umana non si ferma all’immediatezza del suo effetto: essa s’iscrive nell’avvenire, quando la coscienza comune saprà valutarne le più spaventose conseguenze, che sono del medesimo ordine di quelle che l’ecologia ci mostra oggi. C’è un intimo legame tra il delirio tecnologico che conduce a distruggere il nostro pianeta in nome del progresso e la follia dei tecnici del desiderio che sconvolge l’antropologia e la natura profonda della nostra umanità.

Non importa che io ottenga il consenso di tutti. Quel che è certo è che devo dirlo.