Equiparare vivere e morire. Una società che non ha più nulla da dire se non: “Se vuoi morire, decidi tu. La scelta è tua, fai come credi”, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /10 /2019 - 15:17 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Del morire. Cfr. in particolare:

Il Centro culturale Gli scritti (1/10/2019)

A differenza di altri io credo che la lotta per il “diritto” al suicidio sia esistenzialmente “perdente”. Ciò che affermo non lo dico, quindi, da “castigatore dei costumi”, ma da innamorato della vita.

Conosco decine di portatori di disabilità gravissime, taluni anche incoscienti, che sono stati, nella vita di molti miei amici, più preziosi di un’infinità di scienziati e di preti.

Queste persone gravemente ammalate hanno insegnato la tenerezza e la debolezza, hanno trasmesso il senso della dignità della vita e la fugacità dei successi e delle ricchezze, hanno testimoniato, anche non potendo parlare, che solo l’amore resta.

Sarebbe stato un danno incalcolabile facilitarne la morte.

Ho conosciuto depressi che volevano un dato giorno suicidarsi e il giorno dopo erano felici di poter essere utili per altri.

Conosco anziani che erano immobili in un letto, ma sapevano che la loro preghiera accompagnava la loro discendenza.

So anche che una persona che si butta giù e che, purtroppo, si toglie la vita, getta nella tristezza per anni le persone a lei care, nonostante la Chiesa – e io per primo – abbia celebrato i suoi funerali e cercato di rasserenare i suoi parenti.

Conosco molti suicidi che hanno lasciato scritto: “Scusatemi”. Hanno lasciato scritto questo e non “Battetemi le mani”.

Certo c’è anche chi inneggia al suicidio “libero”. Ma io conosco molte più persone che vogliono fare anche dei loro ultimi momenti un dono, che vogliono suggellare con gli ultimi istanti di vita non la scelta della morte, ma la testimonianza che vale sempre la pena vivere.

Essi vogliono attestare che non è bene essere padroni della vita: la morte arriva quando deve arrivare, non prima.

La Chiesa conosce addirittura un sacramento per i malati gravi, proprio perché sa che esiste la malattia grave e che essa può far disperare. Ma sa pure che la grazia di Cristo ha il potere di trasformare in forza e in dono ciò che umanamente sembra impossibile.

Il suicidio è anche e soprattutto disperazione della grazia.

Per tutti questi motivi non condivido - e non condivido assolutamente – che un qualsivoglia dispositivo legislativo equipari vivere e morire.

Ogni costituzione e ogni legislazione deve e dovrà sempre affermare che la scelta di vivere, anche se in condizioni gravi di salute, anche se malati di depressione, anche se in fin di vita, anche se incoscienti, è assolutamente da preferire.

Questo non implica punire chi tenta il suicidio o chi di fatto permette al malato di morire. Ma certo significa rifiutare con chiarezza ogni apprezzamento dell’ideologia odierna che sottostà ai commenti dei media sulla “morte buona/eutanasia”.

Anzi, i parenti e gli amici di chi soffre – e prima ancora la persona malata – debbono sapere che tutta la società tifa perché essi continuino a scegliere la vita.

Non ci sono suicidi “buoni”. Non ci sono morti “buone”. Non ci sono suicidi di depressi “buoni”.

Esiste invece il perdono del suicida, esiste la misericordia verso di lui. Esiste la compassione. Queste cose sono buone e possono restituire pace e speranza di salvezza dopo ogni suicidio.

Questa non è morale artefatta. Anzi è vera adesione alla realtà. Ogni volta, infatti, che sui giornali si legge di un suicidio tutti si domandano perché, in tutti si desta un sentimento di pietà, di compassione, verso chi ha compiuto tali gesti. Tanti vengono anche da noi preti a chiedere che si celebrino messe per chi ha rifiutato la vita.

Perché tutti capiscono la “resa” di chi si suicida. Nessuno intende giudicare, però tutti sentono nel profondo del loro cuore che sarebbe meglio che quella persona fosse ancora viva.

Solo una ideologia solipsistica e liberista, contraria a tutta la tradizione comunista e cattolica, può pensare che sia sufficiente parlare di diritti dinanzi al suicidio e all’eutanasia. Ogni azione – si diceva quando ero giovane – è “politica” e condiziona gli altri. Non esiste scelta solo individuale. Non esiste diritto solo individuale.

Se io decidessi oggi di suicidarmi, getterei nella tristezza i mei amici, toglierei il mio contributo alla lotta per l’educazione o per l’ambiente, eliminerei la possibilità di contribuire con il mio voto a questo o a quel partito, cesserei di attestare che  la vita ha un significato.

L’ottica di considerare un diritto il suicidio non è né comunista, né cristiana, bensì puramente liberista, borghese. Il dramma è che oggi sono i liberal-liberisti a comandare il mondo  con la loro visione filosofica.

La grande domanda che ogni uomo si pone dinanzi a malattie molto gravi è: “Che senso ha una grande sofferenza? Una vita di grande sofferenza è degna di essere vissuta?”

La Corte con la sua risposta, e più ancora i commenti dei quotidiani, rifiutano di porsi questa domanda. Scaricano sul malato la questione. Scaricano su di lui la decisione: “Decidi tu e noi accetteremo la tua decisione”.

Questo è troppo poco. Una società umana, nutrita di ideali classici, comunisti, cristiani, deve sbilanciarsi a sostenere la scelta di vivere.

Una persona diceva un giorno: “Se si soffre troppo e la vita non ha più significato, allora è meglio farla finita e uccidersi”.

Un mio amico rispose, con grande saggezza: “Prima dimmi se la sofferenza ha un significato. Perché se la sofferenza ha un significato, allora è meglio non uccidersi. Se una persona conserva dignità, anche quando soffre duramente, allora è meglio non uccidersi”.