La famiglia non è la sola che educa, altrimenti non ci sarebbe la scuola. In difesa della necessità dei catechisti e contro una catechesi che sia eccessivamente “familiare”: la famiglia è importante, ma è la chiesa tutta intera che educa alla fede. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /08 /2019 - 14:10 pm | Permalink
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Catechesi, scuola e famiglia.

Il Centro culturale Gli scritti (25/8/2019)

La famiglia non insegna l’italiano e le scienze al bambino da sola, bensì esiste la scuola - nei tempi antichi esistevano i precettori.

Ciò non toglie che molto cambia nella vita del bambino se il papà e la mamma sono appassionati di libri e li leggono ai figli o se è solo al scuola a farlo.

Ma, certamente, lo sviluppo dell’educazione ha fatto sì che ci fossero persone che si dedicassero totalmente all’educazione, come i maestri di scuola.

La chiesa difende, contro un’ideologia che spesso contesta tale affermazione, che è diritto e dovere dei genitori educare - la scuola non può arrogarsi nessun presunto diritto dinanzi a quello dei genitori -, ma appunto essi si avvalgono del loro diritto e dovere educativo precisamente scegliendo una scuola che ritengono adatta alla loro idea di educazione.

La catechesi ha iniziato - e sta proseguendo - giustamente sulla linea di un’evangelizzazione delle famiglie come chiave di un rinnovamento della catechesi. Più volte abbiamo già segnalato come uno dei più significativi mutamenti terminologici che si registra nei documenti CEI dagli anni ’70 ad oggi è l’accompagnamento/sostituzione dell’espressione “catechesi degli adulti” con “catechesi delle famiglie”, “catechesi con le famiglie”, “primo annunzio nelle famiglie” e così via.

Allo stesso modo si ricorderà, da parte di molti, come abbiamo più volte proposto una nuova definizione di “adulto” che si va imponendo: “adulto” è uno che è più preoccupato di trasmetter ciò che ha ricevuto alle nuove generazioni che di sé”. La sintesi di tale prospettiva è provocatoria: “Chi non ha un figlio” - almeno spiritualmente - non è un adulto”.

Ma non per questo è corretto che allora la catechesi dei bambini sia sostituita con la catechesi dei genitori.

Innanzitutto per ragioni concrete, perché nella maggior parte dei casi essi non sarebbero all’altezza del compito di trasmette la fede da soli, così come hanno bisogno di maestri per la scuola dei figli. Essi debbono avere un buon rapporto con la scuola, ma non possono fare da soli ciò che può fare la scuola.

Tanto è vero che le Conferenze episcopali che avevano adottato una linea di catechesi familiare (vedi quella cilena) hanno dovuto riconoscere il fallimento di tale impostazione e ricominciare con la catechesi fatta da catechisti, poiché molte famiglie separate o non acculturate o lontane dalla fede non erano in grado di essere loro stessi catechisti.

In secondo luogo, per un motivo teologico - e la teologia è sempre più importante dei meri fallimenti sociologicamente constatabili. Perché la fede è trasmessa dalla Chiesa nella sua interezza.

Scrive Agostino, in merito al battesimo: «I bambini sono presentati per ricevere la grazia spirituale, non tanto da coloro che li portano sulle braccia (benché anche da essi, se sono buoni fedeli), quanto dalla società universale dei santi e dei fedeli... È tutta la madre chiesa dei santi che agisce, poiché essa tutta intera genera tutti e ciascuno» (Epist. 98, 5: PL 33, 362; CSEL 34, p. 526; cfr. Sermo 176, c. 2, n. 2: PL 38,950).

Per questo sono necessari i catechisti. Nella chiesa del Nuovo Testamento è evidente ovunque l’esistenza di evangelizzatori e di catechisti, di predicatori e di evangelisti, di diaconi e di presbiteri, di vergini e di maestri.

Guai se venisse sminuito il ruolo dei catechisti. Essi debbono giustamente coinvolgere i genitori nel cammino cristiano, ma non scomparire, anzi emergere sempre più. Come un maestro di scuola non deve svanire, ma eccellere.

I catechisti sono decisivi, come è decisiva la catechesi in parrocchia. Senza buoni catechisti non si può fare catechesi, nel 99% dei casi. Certo nell’1% dei casi basterebbero, forse, i genitori. Ma, comunque, anche quell’1% avrebbe bisogno della comunità cristiana nel suo insieme per mostrare la ricchezza della fede di un popolo e non di una sola coppia di credenti

Con questa breve nota intendo dire anche la mia gratitudine a tutti i catechisti che ho incontrato - e talvolta anche formato - a quelli che incontrerò e a quelli che nemmeno conosco e nemmeno mi conoscono. Sono felice di poter dire loro: “Il Signore ha bisogno di voi, voi siete educatori alla fede, voi siete annunziatori della fede e la Chiesa vi affida con gioia il vostro ministero, spesso benedicendolo pubblicamente, con il mandato”.

Voi siete preziosi. Voi siete la carità della chiesa che apre il cuore dei piccoli (nel caso di cui stiamo parlando) alla presenza di Dio. Certamente insieme ai loro genitori. Ma anche grazie a voi.

Voi siete la chiesa “ospedale da campo” e “in uscita” di cui parla papa Francesco con tanta passione. Certamente non solo voi. Ma certamente anche voi.