«Il gran ghetto». Tra i 1.500 schiavi di Rignano Garganico, dove la baraccopoli c'è ancora, di Antonio Maria Mira

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 18 /08 /2019 - 21:58 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 31/7/2019 un articolo di Antonio Maria Mira. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Immigrazione e integrazione.

Il Centro culturale Gli scritti (18/8/2019)

Un’immagine di un bracciante tra le baracche
e le roulotte del “gran ghetto” di Rignano,
nelle campagne del Foggiano

Sgomberato più di due anni fa ma ancora lì. Si è solo spostato ad appena 50 metri di distanza. Ed è sempre più degrado, emarginazione, sfruttamento, illegalità. È il “gran ghetto” nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico. Centinaia di baracche e di roulotte scassate. Mentre tutti i riflettori mediatici e delle istituzioni sono puntati su Borgo Mezzanone, di questo, non meno drammatico, non si occupa nessuno. Solo associazioni, chiesa, volontari. E con loro siamo tornati. Ci accompagnano i volontari del progetto Presidio della Caritas diocesana di San Severo e lì troviamo l’ambulatorio mobile di Intersos. Eravamo stati qui a inizio maggio.

Dopo due mesi e mezzo la situazione è peggiorata, come numeri e condizioni. Ma è rimasto il disinteresse per questo ghetto che non c’è. Tanti pensano che dopo lo sgombero del 1 marzo 2017 e il grande incendio della notte tra il 2 e il 3 marzo che provocò la morte di due ragazzi del Mali, il ghetto non ci sia più. E lo dicono convintamente. Anche se non è vero. Probabilmente fa comodo pensarlo, dirlo e quindi ignorarlo. Dopo lo sgombero un centinaio dei lavoratori immigrati è finito a 'Casa Sankara' nell’ex azienda agricola regionale Fortore, tra tende, container e una palazzina. Un luogo che gli immigrati non amano sia perché lontano dai campi, ma anche per come è organizzato. Altri cento sono stati ospitati in due palazzine all’Arena, struttura comunale ceduta alla Regione, nel territorio di San Severo. Tutto risolto? Ora però le palazzine sono state destinate alla Guardia di Finanza e gli immigrati, cresciuti fino a duecento, se ne devono andare. L’unica alternativa offerta è sempre 'Casa Sankara', ed è scattata la protesta. Così gli immigrati preferiscono, malgrado tutto, il “gran ghetto” che non c’è. Ma che invece esiste. In questi giorni i lavoratori immigrati che ci vivono sono più di 1.500. Il conto è facile.

A maggio avevamo osservato che molte delle baracche e delle roulotte erano numerate, con scritte a vernice. Il numero più alto che avevamo visto era il 382. Questa volta abbiamo visto il 396. Ma sono molte di più le baracche non numerate, almeno un centinaio, che hanno occupato tutti gli spazi liberi. Così ora le baracche sono ammassate una contro l’altra. Lo osserviamo girando per l’insediamento accompagnati da Francis e Mamadou, mediatori culturali della Caritas di San Severo e di Intersos. Rispetto a maggio ci sono più negozietti, bazar, “ristoranti”, segno che la baraccopoli si sta organizzando, stabilizzando. Già, sgomberati, bruciati, ma nuovamente stabili e organizzati. Ma sempre nel degrado. Tantissimi rifiuti, acqua solo quella delle grandi cisterne celesti che ogni tanto la Regione fa riempire. L’unica presenza istituzionale nel “ghetto che non c’è”. I migranti salutano i due mediatori. C’è un buon rapporto. «Hai lavorato?». «Sì a Lesina a raccogliere pomodorini. Dalle 5 alle 13. Sono riuscito a riempire 14 cassoni». Lavoro a cottimo, vietato. Eppure è diffusissimo anche se durissimo. Ogni cassone è da 300 chili e viene pagato 4 euro. Sembrerebbe una paga buona, ma è in nero, senza contributi, senza rispettare le norme di sicurezza, e dura pochi giorni, mentre il contratto regolare prevede 49,46 al giorno.

«Il padrone è furbo – dice un altro immigrato –. Mi ha dato poco. Voi italiani siete imbroglioni. Meritavo di più, sempre piegato in due». Ha ragione. Non è un caso, come ci dicono i medici di Intersos, che le patologie più ricorrenti sono legate alle condizioni abitative e a quelle di lavoro. Baracche e sfruttamento disumano. Siamo comunque ancora all’inizio della stagione della raccolta del pomodoro. Ora si raccolgono soprattutto zucchine e altri ortaggi o si curano le piantine dell’“oro rosso”. È agosto il periodo clou del pomodoro e allora le presenze nel “gran ghetto” e negli altri ghetti del Foggiano, saliranno ancora. Ma qui non si arriva solo per lavoro. Come ci dicono i mediatori, molti sono gli espulsi dai Cas o dal sistema di accoglienza dopo il decreto sicurezza. Meglio qui che per strada. Meno peggio. Mentre giriamo tra le baracche, tra degrado, abbandono, colpevole dimenticanza, Francis si sfoga. «Non possiamo salvare tutti. Ma cominciamo a salvarne uno. Diamo un segnale. Non bastano più le chiacchiere». Ha proprio ragione. Ancor di più nel “ghetto che non c’è”.