Per due volte, dinanzi a Napoleone e a Hitler, la Russia zarista e poi sovietica salvò l’Europa dalla dittatura prima francese e poi nazista 1/ Campagna di Russia. Quando i tedeschi giunsero alle porte di Mosca, di Fabrizio Dragosei 2/ La cattedrale dell’Assunzione al Cremlino fra Napoleone e Hitler, di Vladimir Rozanskij 3/ «Farò esplodere il Cremlino il 22, alle 3 del mattino». Firmato: Napoleone Bonaparte 4/ Napoleone a Mosca nel 1812: il trionfo, l’incendio, la fuga,di Sergio Romano

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /07 /2019 - 14:44 pm | Permalink
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1/ Campagna di Russia. Quando i tedeschi giunsero alle porte di Mosca, di Fabrizio Dragosei

Riprendiamo dal Corriere della Sera del 25/9/2001 un articolo di Fabrizio Dragosei. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sotto-sezioni Il Settecento e i primi dell'Ottocento: illuminismo e Rivoluzione francese, Il Novecento: il fascismo e il nazismo, la Resistenza e la Liberazione e Il Novecento: il comunismo.

Il Centro culturale Gli scritti (21/7/2019)

Durante la seconda guerra mondiale Mosca subì l'assedio 
delle truppe naziste, che riuscirono a spingersi fino al vicino
comune di Khimki, a circa 20 Km a nord-ovest del centro di
Mosca. Un monumento che raffigura tre enormi cavalli di Frisia
è stato posto, a fianco dell’autostrada che conduce a Mosca,
sul punto più avanzato raggiunto dall'avanguardia delle truppe
nemiche. Viene chiamato il “Monumento al ventesimo chilometro”.

Per due anni le divisioni panzer del terzo Reich avevano corso per l’Europa. La possente linea Maginot era stata tagliata come burro. Le truppe inglesi in Nord Africa continuavano a ritirarsi verso il canale di Suez. I Balcani avevano creato qualche problema dapprima ma ormai la svastica sventolava sul Partenone. L’avanzata ad Est, prima in Polonia e poi nell’Unione Sovietica, era stata trionfale, irresistibile.

Così all’inizio di ottobre di sessant’anni fa i generali di Adolf Hitler si preparavano a dare l’ultimo colpo al gigante comunista. Quel «calcio» che secondo il Führer avrebbe dovuto abbattere definitivamente l’Urss e aprire la porta alla Germania di un territorio vasto come gli Stati Uniti e il Canada messi assieme. Era l’attacco a Mosca, la capitale del bolscevismo che, una volta conquistata, avrebbe dovuto essere incendiata e rasa al suolo, secondo i piani del Führer.

Anche se già la Wehrmacht qualche segnale lo aveva avuto nelle ultime settimane (la ritirata da Rostov, la forte resistenza sul Caucaso e a Leningrado, l’inizio della guerra partigiana), fu però proprio alle porte di Mosca che le cose cambiarono. E cambiarono per non tornare mai più come prima: per la prima volta la possente macchina da guerra tedesca fu fermata. Entro poche settimane i russi passarono anzi all’offensiva e l’intero fronte fu sul punto di crollare. Nell’inverno tra il ’41 e il ’42, uno dei più freddi della storia, il mondo assistette alla prima vera disfatta di quell’esercito che si riteneva invincibile. Dalle porte di Mosca l’Armata Rossa iniziò un’avanzata che si sarebbe conclusa quattro anni più tardi nel bunker della Cancelleria di Berlino.

E i russi, che nella guerra mondiale (loro la chiamano «grande guerra patriottica») hanno lasciato almeno 20 milioni di morti, ricordano quando le avanguardie germaniche giunsero in vista delle guglie del Cremlino, nel sobborgo di Khimki dove oggi si trova l’aeroporto.

Tutta la campagna di Russia, l’operazione « Barbarossa », era stata segnata per Hitler da grandi successi ma anche da molti segni premonitori (non raccolti) del disastro che si preparava per la Germania. L’attacco improvviso sull’intero fronte orientale era iniziato il 22 giugno, con grande ritardo rispetto ai piani a causa del prolungarsi dell’inattesa campagna balcanica. Comunque le divisioni panzer inondarono le pianure ucraine e bielorusse come previsto. I caccia distrussero a terra buona parte dell’aviazione russa. Intere divisioni vennero accerchiate e ben presto i tedeschi si trovarono tra le mani almeno 3 milioni di prigionieri.

L’avanzata era proseguita per tutta l’estate su tre fronti, a nord verso Leningrado, al centro verso Mosca e a sud verso il Caucaso e i pozzi petroliferi. Senza dar retta ai suoi generali, Hitler aveva a un certo punto privilegiato l’offensiva a sud, spostando i carri del generale Guderian dal fronte centrale. Poi però, a settembre, visto che il Gigante non crollava, aveva di nuovo abbracciato la tesi del «colpo a Mosca». In Russia l’estate era però già finita, anche se l’esercito tedesco continuava a indossare le divise estive. Le piogge avevano trasformato le poche e cattive strade in fiumi di fango, particolarmente pesante a causa dell’alta presenza di argilla. L’incubo del terribile inverno trascorso in Russia nel 1812 dall’armata napoleonica iniziò a turbare i sonni degli strateghi tedeschi.

L’assalto a Mosca scattò il 2 ottobre e pochi giorni dopo cadde la prima neve. A fine mese la temperatura era già costantemente sotto lo zero. Scrisse nel diario il generale Guderian: «Per far andare i motori dei carri bisogna prima accenderci un fuoco sotto. I reggimenti hanno perduto per congelamento 500 uomini ciascuno».

I tedeschi andavano avanti, anche nella speranza di arrivare nella capitale russa e trovare lì adeguati ripari per l’inverno. Ma, come in tutta la campagna di Russia, il quartier generale tedesco aveva fortemente sottostimato le risorse dell’Urss e quelle personali di Stalin, anche se i generali diedero poi tutta la colpa a Hitler: «Aveva concesso ai russi due mesi di grazia sul fronte di Mosca», scrisse il generale Blumentritt.

Davanti a Mosca si scontrarono con le truppe siberiane, fatte giungere dall’Oriente. Soldati freschi, con divise invernali bianche, abituati a combattere al gelo, equipaggiati con i «valenki», gli stivaloni di feltro (ancora in uso) che evitavano il congelamento dei piedi. I sovietici erano ben armati e appoggiati da nuovi carri e nuovi aerei. I tedeschi avanzavano, ma sempre più lentamente.

Il 2 dicembre un battaglione del 258° reggimento di fanteria si spinse in ricognizione fin dentro il centro di Khimki, un sobborgo di Mosca a meno di 20 chilometri dal centro. Gli scout affermarono di aver visto in lontananza le guglie dorate del Cremino. Già la mattina seguente però i tedeschi furono respinti, anche con il contributo degli operai usciti dalle fabbriche per combattere. La grande corsa a est era finita. La battaglia di Mosca era persa.

2/ La festa dell’Assunzione al Cremlino. Nel centro storico di Mosca si eleva la cattedrale della Dormizione della Madre di Dio, consacrata il 15 agosto 1327. L’edificio che si vede oggi è opera di un architetto veneto, che ha integrato stile italiano, bizantino e russo. La chiesa è testimone dei più grandi avvenimenti della storia russa, di Vladimir Rozanskij

Riprendiamo dall’agenzia di stampa Asianews dell’17/8/2017 un articolo di Vladimir Rozanskij. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Ortodossia e I luoghi della Bibbia e della storia della Chiesa.

Il Centro culturale Gli scritti (21/7/2019)

Mosca (AsiaNews) - La Chiesa russa celebrerà la festa dell’Assunzione di Maria, che in Oriente ha il titolo di “Dormizione della Madre di Dio”, il prossimo 28 agosto, secondo la consueta distanza tra il calendario gregoriano e l’antico calendario giuliano, ancora in vigore in molte Chiese ortodosse, tra cui quella di Mosca. Eppure a Mosca, il 15 agosto si è comunque festeggiata una ricorrenza della Dormizione: 690 anni fa, quando ancora il calendario era unico per tutte le Chiese, venne consacrata la principale cattedrale del Cremlino, dedicata proprio al grande mistero dell’unione di Maria con il Figlio nella gloria.

Se il Cremlino è il cuore di Mosca e dell’intera Russia, la cattedrale della Dormizione è la sua valvola pulsante, dove scorre il flusso della stessa anima russa. Quando ancora la città era soltanto un avamposto orientale dei principi sottomessi al giogo tartaro, uno di essi comprese che la sua posizione in realtà poteva diventare cruciale per il futuro del paese. Il principe Ivan I fu chiamato “Kalita”, cioè “sacco di denaro”, perché seppe sfruttare l’occasione facendo di Mosca il crocevia di tutti gli affari e le raccolte fiscali, allora affidate ai mercanti genovesi, gli unici a non temere di farsi tagliare la testa dai khan mongoli. Ivan Kalita decise di costruire una nuova chiesa sulla collina dove aveva fortificato la sua residenza, uno dei tanti “cremlini” di passaggio che sarebbe diventato il Cremlino per eccellenza. Il 15 agosto del 1327 il primo metropolita di Mosca, Petr, consacrò la nuova cattedrale e vi trasferì ufficialmente la sua sede, che aveva ancora il titolo di Kiev. Era nata la nuova Santa Russia di Mosca.

La nuova chiesa e la fortezza erano però piuttosto carenti dal punto di vista architettonico, e 150 anni dopo, ormai liberi dalla schiavitù dei tartari, i russi decisero, con il gran principe Ivan III, di farne il simbolo di una nuova grandezza, di un impero che avrebbe salvato il mondo da tartari e saraceni, e da ogni altro nemico: la “terza Roma”. Il papa Paolo II fornì dalla “prima Roma” il migliore dei regali, offrendo al principe russo come sposa un’erede del trono bizantino, Sofia Paleologa. Il papa sperava in questo modo di convertire la Russia al cattolicesimo, ma finì per consolidare l’idea che Mosca era l’unica vera erede della grandezza romana e cristiana. Insieme al cerimoniale bizantino e all’aquila bicipite, Sofia portò a Mosca anche un ingegnere italiano, Aristotele Fioravanti, che ricostruì il Cremlino e la cattedrale della Dormizione, mescolando l’eleganza dei palazzi veneziani e l’austerità delle cupole e dell’iconostasi, prendendo a modello l’altra storica chiesa della Dormizione, quella di Vladimir, dove 50 anni prima aveva lavorato il pittore Andrej Rublev. Quella straordinaria fusione di Oriente e Occidente divenne il prototipo di tutte le città russe e delle sue cattedrali.

Il sacro e simbolico tempio del Cremlino è stato testimone di tutti i grandi momenti della storia russa. Nel 1547, alla presenza piena di meraviglia di tutti gli ambasciatori d’Europa, vi ebbe luogo l’incoronazione del primo zar di Russia, Ivan IV il Terribile. Nel 1612 i gesuiti polacchi vi celebrarono la liturgia latina in nome del Papa, ma l’anno dopo vennero cacciati dalla nuova dinastia dei Romanov. Il capostipite della casata, il patriarca Filaret, pose la corona sul capo del figlio Michail, il primo della stirpe che si estinse con la rivoluzione del 1917.

Sul campanile antistante alla cattedrale, Napoleone assistette nel 1812 all’incendio di Mosca e comprese la sua inevitabile sconfitta. Saccheggiò i tesori della chiesa per tentare di rifarsi, come oltre un secolo dopo faranno i bolscevichi, che volevano radere al suolo tutte le chiese del Cremlino. Per fortuna, finirono per farne un Museo Storico, dopo che nel 1917 si era tenuto nella cattedrale l’ultimo grande Concilio della Chiesa russa.

Per tutti gli anni sovietici la cattedrale rimase un’esposizione d’icone, frequentata dai turisti che spesso erano segretamente dei nostalgici devoti, e pregavano in silenzio per la rinascita della Russia dalla possessione ateista. Un avventuroso vescovo cattolico, lo slovacco Pavol Hnilica, si vantò di essere riuscito a celebrare la messa nascondendosi in un angolo della chiesa, senza farsi vedere dai sorveglianti. Nel 1991, alla caduta del comunismo, venne finalmente di nuovo celebrata una liturgia solenne dal patriarca Aleksij II.

Oggi la cattedrale principale del patriarcato di Mosca, ricostruita negli anni ’90, è il grande complesso della chiesa del SS. Salvatore, sul lungofiume vicino al Cremlino. La cattedrale della Dormizione rimane ancora sostanzialmente un museo, anche se vengono regolarmente celebrati i vari riti, insieme alle altre chiese della “piazza delle cattedrali”. Dopo essere fuoruscita dal “giogo sovietico”, la Russia vive una nuova rinascita, cercando di nuovo la propria grandezza tra Oriente e Occidente, ripartendo dal Cremlino, e dalla gloriosa Assunzione della Madre di Dio.

3/ «Farò esplodere il Cremlino il 22, alle 3 del mattino». Firmato: Napoleone Bonaparte. La lettera cifrata in cui l’imperatore francese scriveva queste cose è stata venduta a 187.500 euro. Un saggio in cui definisce la campagna di Russia «vittoriosa» venduto a 375 mila euro, di Leone Grotti

Riprendiamo dalla rivista Tempi un articolo di Leone Grotti pubblicato il 3/12/2012. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Il Settecento e i primi dell'Ottocento: illuminismo e rivoluzione francese.

Il Centro culturale Gli scritti (21/7/2019)

«Farò esplodere il Cremlino il 22 alle tre del mattino». Scriveva così Napoleone Bonaparte in linguaggio interamente cifrato in una lettera del 20 ottobre 1812, in piena campagna di Russia. La missiva, firmata “Nap” e inviata al suo ministro delle relazioni estere Hugues-Bernard Maret, è stata scritta quando l’imperatore francese cominciava a lasciare una Mosca in rovina. Il valore stimato della lettera è di 10/15 mila euro, ma è stata aggiudicata per 187.500 euro a un’asta indetta ieri in onore dell’anniversario dell’incoronazione a imperatore di Napoleone, avvenuta il 2 dicembre 1804.

«LA MIA CAVALLERIA È DISTRUTTA». Nella missiva Napoleone chiedeva anche al suo ministro di inviargli viveri e cavalli per resistere al freddo siberiano che si era abbattuto sulla regione moscovita. «La mia cavalleria è distrutta, la maggior parte dei cavalli sono morti» scriveva ancora l’imperatore francese. Effettivamente il maresciallo Mortier farà saltare in aria le torri del Cremlino, che però verranno poi ricostruite identiche in poco tempo.

«NON PARLATE DI RITIRATA». Domenica è stato infranto anche un altro record riguardante Napoleone: un saggio scritto di suo pugno è stato venduto per 375 mila euro. Nel saggio Napoleone giustificava la campagna di Russia, scrivendo che non si «deve parlare di ritirata perché l’esercito si è dimostrato vittorioso sul terreno». A conferma di quanto Napoleone fosse un generale formidabile, ambizioso ma anche molto orgoglioso.

4/ Napoleone a Mosca nel 1812: il trionfo, l’incendio, la fuga,di Sergio Romano

Riprendiamo dal Corriere della Sera del 29/6/2014 la risposta ad un lettore di Sergio Romano. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Il Settecento e i primi dell'Ottocento: illuminismo e rivoluzione francese.

Il Centro culturale Gli scritti (21/7/2019)

[…] Il 14 settembre del 1812, alle porte di Mosca, Napoleone apprese che il generale Kutuzov aveva improvvisamente interrotto la ritirata verso est e stava scendendo con le sue truppe verso la Russia meridionale. Capì che la guerra non era finita e che i russi si preparavano a nuove battaglie.
Ma salì a cavallo e decise di entrare nella città.
La vide improvvisamente ai suoi piedi, dal monte della Salvezza, un luogo dove i pellegrini russi rendevano omaggio alla città santa inginocchiandosi e facendo più volte il segno della croce. Aspettò per qualche tempo che una delegazione parlamentare gli portasse umilmente le chiavi della capitale, ma gli fu detto, infine, che la città era deserta. Salì nuovamente a cavallo, raggiunse la barriera di Dorogomilov e attese ancora, inutilmente. Sempre impulsivo e impaziente, Gioacchino Murat, re di Napoli, lo esortò ad avanzare. Napoleone acconsentì, ma non comprendeva quella inattesa accoglienza e disse: «Forse gli abitanti di questa città non sanno nemmeno arrendersi; tutto qui è nuovo infatti: essi lo sono per noi e noi lo siamo per loro». Che la città fosse deserta fu confermato da qualche residente francese.
Con l’eccezione dei mendicanti e di alcuni militari dispersi, tutti se n’erano andati. Erano vuote le case, gli alberghi, le chiese, i palazzi della nobiltà. Dalla barriera di Dorogomilov Napoleone si mosse mentre cadeva la notte. Ma i ricognitori della cavalleria e qualche russo arrestato nelle strade, fra cui un commissario di polizia, gli avevano segnalato nel frattempo alcuni incendi scoppiati in diversi quartieri. La vista del Cremlino, quando ne oltrepassò le porte, rincuorò l’imperatore. Gli parve di avere raggiunto il vertice della sua epopea militare e molti lo udirono esclamare più volte: «Eccomi dunque finalmente a Mosca, nell’antico palazzo degli zar! nel Cremlino!». Dette ordine perché ogni incendio venisse subito spento e scrisse una lettera all’imperatore Alessandro in cui faceva proposte di pace. La lettera fu affidata, per la consegna, a un ufficiale superiore russo che era stato trovato nell’ospedale maggiore della città e Napoleone si addormentò, quella sera, nella convinzione che la risposta sarebbe stata positiva. Ma gli incendi cominciarono a divampare durante la notte e i francesi non tardarono a scoprire che dietro il fuoco vi era una precisa strategia. Un globo in fiamme fu lanciato contro il palazzo dei Trubeckoj, la Borsa fu incendiata da soldati russi, usciti dall’ombra, che correvano attraverso la città con lance incatramate. Nelle case di legno bastava gettare una granata nella stufa perché l’intero edificio bruciasse come un fuscello. Furono visti uomini e donne che correvano da una casa all’altra impugnando una torcia.
I militari francesi facevano del loro meglio per spegnere gli incendi, arrestavano e giustiziavano sul posto gli incendiari, salvavano i cavalli e allontanavano dal fuoco i carri carichi di polvere da sparo. Ma combattevano contro il peggiore dei nemici: un vento che estendeva a vista d’occhio la portata delle fiamme. Napoleone assistette all’incendio, sempre più vicino, dalle finestre dal palazzo. Sperò ancora per qualche tempo che sarebbe stato domato, ma si arrese quando Murat e il principe Eugenio, vicerè del Regno d’Italia, lo esortarono ad abbandonare il Cremlino. Fu trovata una piccola porta sul lato della Moscova e fu necessario correre attraverso le fiamme di una stretta via, ma l’imperatore e la sua guardia riuscirono ad abbandonare Mosca e a raggiungere una villa imperiale nei pressi della città.
Era il 16 settembre. Il giorno dopo, guardando verso Mosca, Napoleone vide una «immensa tromba di fuoco che si innalzava turbinando verso il cielo». Dopo un lungo silenzio, disse: «Tutto questo è per noi presagio di gravi sventure».