1/ Guardini: è la libertà il vero effetto Europa, di Monica Scholz-Zappa 2/ Romano Guardini, il filosofo dell'educazione. Parla Barbara-Hanna Gerl-Falkovitz 3/ Ecco perché Romano Guardini è (ancora) la voce giusta per il nostro tempo, di Roberto Righetto

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /09 /2019 - 00:30 am | Permalink
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1/ Guardini: è la libertà il vero effetto Europa, di Monica Scholz-Zappa

Riprendiamo da Avvenire del 26/2/2019 un articolo di Monica Scholz-Zappa. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni  Cristianesimo ed Europa: le sue radici .

Il Centro culturale Gli scritti (9/9/2019)

Le grandi domande della storia hanno spesso la loro origine in biografie sofferte, come quella di Romano Guardini (1885-1968), teso tra la sua appartenenza alla natia Italia e la patria culturale tedesca in cui è cresciuto. La questione “Europa” si era affacciata in lui con forza allorché dovette scegliere il Paese in cui svolgere, anche formalmente, la professione di docente: «Io ho compiuto il passo verso la Germania nella coscienza di essere europeo», dichiara.

Che cosa poteva significare per lui allora (siamo nel 1911) compiere quel passo nella «coscienza di essere europeo»? Nel discorso di ringraziamento, tenuto nel 1955 all’Università di Monaco di Baviera in occasione del suo settantesimo compleanno, Europa e Weltanschauung cristiana, Guardini ricorda: «Il nazionalismo sicuramente ha causato abbastanza sciagure; tuttavia sorge assai l’interrogativo se col suo scomparire anche l’attaccamento al proprio popolo e Stato non minacci di divenire più debole - e, forse diciamo meglio, più insicuro, più astratto».

L’originalità della risposta che egli darà in quell’occasione non rappresenta solo il frutto di un percorso concluso, bensì l’implicita esortazione a una comprensione della "questione Europa" più che mai viva e travagliata: «Mi è riuscita chiara per esserne personalmente impegnato quella realtà il cui nome è oggi sulla bocca di tutti, ma di cui allora nessuno parlava: il fatto “Europa”. Lo riconobbi però, allora, come la base, unicamente sulla quale potessi esistere: [quella] realtà “Europa”, che certo nasce da necessità storiche, ma anche dalla vita di coloro che ne fanno l’esperienza nella propria esistenza».

Prima di tutto spicca l’intenso coinvolgimento personale, quell’essere personalmente impegnato, che è la cifra della sua vita: l’impegno non solo nella ricerca di una cittadinanza, ma di un’identità; la lealtà verso quella dolorosa tensione, quella intrinseca polarità della realtà e del proprio io. Poiché la questione della cittadinanza e della vocazione europea sono, in fondo, per lui segno di una domanda più profonda che intimamente lo muove: la domanda sull’identità, sullo spazio di una “fedeltà” e di un’“appartenenza”.

Guardini parla di un riuscir chiaro, di riconoscere. Riconoscere qualcosa che c’è, qualcosa chiamato a chiarirsi, a diventar chiaro, una specie di “Europa in lui” quale criterio di una possibile corrispondenza.

Durante un raduno del Movimento giovanile dello Quickborn, nel 1923 a Grüssau, in tempi oscurati dall’avvento del nazionalsocialismo, Guardini aveva osservato: «V’è un certo numero di persone per le quali, in conseguenza del loro sviluppo, il piano spirituale della Germania è troppo piccolo, le quali riflettono sul loro nucleo essenziale, percepiscono di essere sul piano dell’Europa. […] Noi vediamo l’“Europa vivente”, che è emersa, vive ed esercita il suo influsso in un certo numero di persone»

Guardini, provocando quei giovani, incalza: «Chi è nello spirito della Jugendbewegung (Jugendbewegt)?». Cioè, non solo chi appartiene al Movimento giovanile (Quickborn), ma chi è mosso da uno spirito autenticamente giovane?: «È colui che interiormente è lacerato, è inquietato da questi problemi, che diventano per lui destino. Suo compito è quello di vedere il fatto (Faktum) Europa».

Il termine Faktum è molto forte, caratteristica di una natura autonoma, qualcosa di dato. È l’espressione che appunto ritroviamo nella nostra citazione iniziale, sintetica di «quella realtà, il cui nome è oggi sulla bocca di tutti, ma di cui allora nessuna parlava: il fatto “Europa”».

Per Guardini il Faktum Europa è definito da quel Faktum «che è più intimamente decisivo: la figura di Cristo. E non nel senso che un determinato gruppo di popoli l’avrebbe accolto come maestro religioso; [ma] perché il suo spirito per quasi due millenni fu attivo fin nella loro intima profondità e nella loro più delicata finezza».

E ancora: «Che cos’è l’Europa? Non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante». Guardini non parla di “radici”, ma di effetto, di ciò che nasce e cresce «dalla vita di coloro che ne fanno l’esperienza nella propria esistenza», di ciò che nasce e cresce «dall’effetto che il cristianesimo ha prodotto nei popoli europei».

E il fondamentale “effetto” che Guardini vuole porre in evidenza è l’esperienza e la coscienza dell’atto salvifico di Cristo come dono della libertà. Dall’Esodo del popolo ebraico dalle terre d’Egitto all’origine della democrazia in Grecia, nella differenza tra diritto divino e umano possiamo riconoscere i tratti di un processo di liberazione che trovano la sua origine essenziale nella morte e risurrezione di Cristo.

È da questa prospettiva di libertà, di rischio e creatività che Guardini indica la vigile responsabilità chiesta anche oggi all’Europa: con uno sguardo rivolto al futuro, ma forte della dolorosa esperienza della dittatura, Guardini ricorda come tragicamente «la convinzione cristiana del valore intoccabile della persona e la pietà del rapporto individuale con Dio furono sostituiti e rimossi da una religiosità, il cui senso stava esclusivamente nei contesti di stirpe e di popolo – i quali ultimi, dato lo sradicamento d’ogni resistenza nella coscienza, furono abbandonati disarmati ai signori della macchina statale».

Il rischio della manipolazione della coscienza, del pensiero e del giudizio è sempre in agguato. In questo senso è da comprendere quello che potremmo definire il testamento spirituale di Guardini riguardo all’Europa, da lui pronunciato a Bruxelles in occasione della consegna del Praemium Erasmianum nel 1962: «C’è una prestazione assegnata in modo particolare all’Europa e che potrebbe essere certamente compiuta anche da altre parti del mondo, ma non con una tale, diciamo intrinseca, competenza? […] Io credo che il compito affidato all’Europa sia la critica della potenza. Non critica negativa, né paurosa, né reazionaria: tuttavia ad essa è affidata la cura per l’uomo, perché essa ne ha provato la potenza non come garanzia di sicuri trionfi, ma come destino che rimane indeciso dove condurrà».

Ciò che Guardini vuole rimarcare è l’aspetto di drammaticità che il cristianesimo stesso – nel suo atto di liberazione – ha introdotto nella vita dell’uomo, nella vita dei popoli e quindi anche nella vita dell’Europa. La libertà ci immerge in tensioni radicali che il potere, la scienza, la tecnica e le altre nostre facoltà impongono alla nostra coscienza: «l’uomo porta con sé la possibilità del tragico».

In questo senso, Guardini avverte l’urgenza di affrontare il paradosso della stessa libertà, poiché se «l’Europa ha prodotto l’idea della libertà – dell’uomo come della sua opera – ad essa soprattutto incomberà, nella sollecitudine per l’umanità dell’uomo, pervenire alla libertà anche di fronte alla sua stessa opera».

Guardini è realista: «Senza dubbio l’Europa del cui compito abbiamo parlato ancora non c’è. […] La storia non è un processo naturale, ma un divenire umano, che non si compie da se stesso ma deve essere voluto. Europa è un fatto politico, economico, tecnico, ma soprattutto una disposizione di spirito, un sentimento».

La storia sono le storie di uomini che possono scegliere o no di vivere e porre atti di libertà, di umanità nell’adesso del tempo. Uomini «interiormente lacerati», per i quali né nuove tirannie, né nuovi statalismi possono di nuovo oscurare il pensiero e indebolire la volontà. Occorre essere desti, questo compito potrebbe non riuscire: «anche l’Europa può mancare la sua ora».

2/ Romano Guardini, il filosofo dell'educazione. Parla Barbara-Hanna Gerl-Falkovitz, studiosa del grande pensatore italotedesco: «L’arte guardiniana di guidare è fondata nel profondo rispetto di “quanto già c’è”: il “destino”», di Roberto Righetto

Riprendiamo da Avvenire dell’8/11/2018 un articolo di Roberto Righetto. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni  Cristianesimo ed Europa: le sue radici .

Il Centro culturale Gli scritti (9/9/2019)

Lei, professoressa Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, ha molto approfondito la lezione di Guardini: qual era la sua idea del compito di un educatore?
«L’effetto di Guardini non veniva dalla retorica. “Chi tratta di cose religiose deve esercitare un grande sacrificio della parola – scrisse nel 1924 –. Egli deve lasciare scorrere tutto attraverso la fiamma viva dell’esame più obiettivo, affinché ciò che non è autentico si dissolva. Solo così splenderà in modo più chiaro ciò che proveniva dalla verità ».

Molto più tardi, nella sua “autobiografia frammentaria”, a proposito di alcune prediche aggiunge: “La verità è una potenza; ma soltanto quando non si esige da essa alcun effetto immediato... Se mai lo potrà essere, proprio qui questa assenza di propositi particolari è la forza più grande. Parecchie volte, specialmente negli ultimi anni, ebbi la sensazione che la verità mi stesse dinanzi come un essere concreto”».
Da quale spirito proviene una tale affermazione?
«Già nel 1923 nel suo primo semestre berlinese egli disse che l’“Amore è al tempo stesso profondo rispetto. Non compromette, non domina, non violenta, ma serve l’altro. La miglior opera dell’amore è condurre l’altro verso la libertà vera”. A Rothenfels si recavano migliaia di giovani adolescenti per seguire la sua formazione. Così nel 1928 egli scrisse programmaticamente e mostrò senza indugio i limiti dell’educazione: “Dobbiamo sempre presupporre una cosa: il mistero della nascita… Tutto ciò che si definisce educazione, significa soltanto servire, aiutare, liberare, rimanendo all’interno di questo mistero”. Ma questo servizio deve perfino tirarsi indietro a tempo opportuno, come spiegò Guardini nel 1921 nelle Lettere sull’autoformazione in questo passaggio decisivo: non lasciarsi ultimamente condurre da altri, ma condurre se stessi. L’arte guardiniana di guidare è fondata nel profondo rispetto di quanto già c’è, che Guardini chiama volentieri “destino”. Il desiderio di autodeterminazione, di un’autonomia illusoria, fu per Guardini l’hybris della modernità, a cui nella nascente postmodernità si è contrapposto il riconoscimento del reale, la misura che custodisce. “Destino” è ancora un nome troppo neutrale per l’impronta data, piuttosto nel destino si schiude una volontà profondamente personale: non soltanto la propria autoaccettazione o l’autorifiuto, ma anche una volontà antecedente, che ha voluto che io fossi e che fossi così».
Al magistero di Guardini si ispirarono direttamente i ragazzi della Rosa Bianca, movimento che oppose resistenza al nazismo e per questo vennero condannati a morte. Nel 1939 il Castello di Rothenfels viene occupato e requisito. E a Guardini venne tolto l’insegnamento. Sono anni bui per lui, anni di silenzio. Appena terminata la guerra dirà: “Ora bisogna tentare di restituire alla nostra gioventù l’inquietudine dello spirito. Questa la salverà dal nichilismo”. Cosa direbbe Guardini dell’Europa di oggi, minacciata dai populismi e dai nazionalismi?
«Nel nazismo (e anche altrove) il “sangue” è divenuto il “nuovo mito” del Novecento. Il “sangue” distrugge lo spirito che è un contrappeso alla biologia e dissolve tutto ciò che l’Europa aveva conquistato come liberazione dalla natura, come vittoria sulla “terra”, sulla stirpe e sul clan. Nel arte greca Guardini vide una prima liberazione del uomo, di chi non è più costretto nelle forze naturali del cosmo. Quest’arte incomparabile ha sviluppato un nuovo “divino” concetto del corpo umano. Ma nel Vangelo si coglie la nozione alternativa della “persona” che vince la nozione del sangue. Ogni persona ha un valore non limitato da ragioni secondarie, un valore in se stessa. Allora un nazionalismo brutale o populismo che dir si voglia è un passo indietro a una società precristiana o primitiva».
Che cosa suggerirebbe di fare dunque Guardini di queste turbolenze che agitano l’Europa?
«Guardini è anche un pensatore della misura, del possibile, della realtà, come sappiamo: un pensatore dell’opposizione polare. Anche il popolo è un valore, anche la patria ha bisogno di cure. E le capacità finanziarie e culturali di un paese rappresentano limitazioni reali. Se l’Europa vuole dare una prospettiva ai migranti non deve attirarli con illusioni soltanto finanziarie, senza volerli integrare realmente anche nella propria cultura, nella lingua, nell’accettazione sincera dei diritti umani inclusi i diritti della donna. Faccio una proposta: non potremo guardare a Guardini in futuro come a un “Patrono dell’Europa” culturale e spirituale, accanto agli altri sei patroni: Benedetto di Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena ed Edith Stein? In effetti, egli rappresenta la migliore cultura europea, la sua forza di pensare, la sua densa relazione col mondo, la sua concezione della divinità nell’umanità».

3/ Ecco perché Romano Guardini è (ancora) la voce giusta per il nostro tempo, di Roberto Righetto

Riprendiamo da Avvenire del 30/9/2018 un articolo di Roberto Righetto. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni  Cristianesimo ed Europa: le sue radici .

Il Centro culturale Gli scritti (14/7/2019)

Romano Guardini (1885-1968)

Sin da giovane Romano Guardini aveva in mente un cattolicesimo non intransigente né conservatore, come negli anni successivi alla prima guerra mondiale accadeva in Germania. Pensava piuttosto a un «risveglio della Chiesa delle anime», una Chiesa nemica dell’autoritarismo e basata su un’adesione pienamente libera. Sono gli anni in cui il pensiero di Guardini è già delineato, gli anni Venti del secolo scorso, in cui pubblica Il senso della Chiesa (1922) e L’opposizione polare (1925), testi che segneranno lo sviluppo del suo sforzo speculativo sino alla morte, avvenuta il 1° ottobre 1968, esattamente cinquant’anni fa.

Ma sono anche gli anni in cui la cultura tedesca è ancora imbevuta di conservatorismo, soprattutto quella di segno cattolico, e Guardini viene criticato anche aspramente. Di fronte alle sue aperture nei confronti del modernismo, di cui sottolinea gli elementi di verità nonostante la condanna di Pio X del 1907, un certo Carl Sonnenschein scrive: «Siamo in una città assediata, perciò non ci sono problemi, bensì solo parole d’ordine». Per il filosofo italotedesco è un motto assolutamente sbagliato: «Non si possono congedare i problemi - gli risponde - . Chi li avverte deve applicarvisi, specialmente se è responsabile sul piano intellettuale e spirituale».

Guardini è insofferente verso chi dentro il cattolicesimo dimostra chiusura mentale: la polarità verità-libertà per lui è essenziale purché l’una non discrimini l’altra. E se a suo parere va giustamente criticato il relativismo moderno, allo stesso tempo bisogna confrontarsi apertamente con le sue sfide e rifiutare un ritorno al medievalismo.

Per lui la Chiesa non può essere «una polizia spirituale» ma «la Vita nuova di Dio». Deve essere madre: «Solo allora la posso amare».

Rifiutando la Neoscolastica, il cui orizzonte ha dominato la cultura cattolica per tutta la prima metà del ’900, Guardini risente del clima esistenzialistico che caratterizzava la sua generazione e che avrebbe contagiato numerosi esponenti del pensiero cristiano, da Etienne Gilson a Gabriel Marcel, da Jacques Maritain a Cornelio Fabro, da Luigi Pareyson ad Augusto Del Noce, da Martin Buber a Franz Rosenzweig ed Erich Przywara.

In Germania determinante era l’influsso di Kierkegaard: subito dopo la fine della Grande Guerra un po’ in tutta Europa si era assistito al tracollo dei grandi sistemi idealistici e positivistici che avevano segnato la seconda metà dell’800 ed era prevalso un «pensiero della crisi», fortemente condizionato dall’angoscia per la morte e da un senso apocalittico. E dal ritorno della "persona".

Il cattolicesimo di Guardini, che avrebbe a lungo insegnato Weltanschauung cristiana in varie università tedesche, da Berlino a Monaco, cercando così di applicare la visione cristiana del mondo a tutti gli aspetti della cultura, dalla poesia alla musica, dalla tecnica alla filosofia, non prescinde mai dalla considerazione dell’individuo e della sua libertà. Un’idea basilare che agli avrebbe sempre tenuto presente, non solo nella sua attività teorica ma anche come educatore: per decenni fu responsabile del principale movimento cattolico giovanile tedesco e animò gli incontri annuali al castello di Rothenfels, finché il nazismo non li avrebbe vietati.

In una lettera all’amico Josef Weiger nel 1915 esprime tutta la sua riluttanza verso le posizioni integraliste, che vogliono creare un sistema per tutto e per tutti, e verso una religione troppo manifesta, esprimendo la sua preferenza per il concetto di discretio: «È proprio dell’essenza più profonda dell’autentica religione riconoscere la relativa autonomia degli ambiti naturali dell’essere e del valore; quindi di non farla dissolvere nel rapporto religioso immediato, facendo di tutto una religione diretta. Ciò è integralismo. È sempre una credulità cattiva, e nel più profondo di se stessa insicura, a esercitare violenza a partire dall’elemento direttamente religioso. Ogni violenza proviene dalla paura, anche in cose di fede». Il suo no all’integralismo diviene un no al fondamentalismo: una posizione che si manifesterà con chiarezza proprio di fronte all’emergere della dittatura hitleriana. Per lui i giovani andavano educati a respirare la libertà e non a subire la legge del conformismo e della sopraffazione.

La prima fase dell’elaborazione del suo pensiero è acutamente esaminata in un saggio di Massimo Borghesi appena uscito da Jaca Book: Romano Guardini. Antinomia della vita e conoscenza affettiva è il titolo del volume (pagine 218, euro 20) che ricostruisce in maniera organica, servendosi anche di materiale inedito, gli anni della formazione di Guardini, la sua idea di Chiesa così vicina a quella che sarebbe emersa dal Concilio Vaticano II, i tratti peculiari del suo percorso speculativo a partire dalla famosa teoria dell’opposizione polare che tanto piace a papa Bergoglio. «La teoria degli opposti è la teoria del confronto – avrebbe spiegato nel 1964 lo stesso Guardini tornando sulla questione –, che non avviene come lotta contro un nemico, ma come sintesi di una tensione feconda, cioè come costruzione dell’unità concreta».

In opposizione a Carl Schmitt e Martin Heidegger, egli concepisce il cattolicesimo come coincidentia oppositorum, come unità armonica fra l’elemento romano e quello germanico della civiltà europea, come unica religione universale e totale. E in contrasto con le linee dominanti della Neoscolastica vuole dare vita a una nuova sintesi fra agostinismo e tomismo in base al concetto di «conoscenza affettiva».

Borghesi bene ricostruisce l’itinerario attraverso cui Guardini realizza la sua visione: «Occorre ripristinare il ponte fra un esistenzialismo cristiano di derivazione platonico-agostiniana e una concezione integrale della natura umana, unione di corpo e di anima al modo aristotelico-tomista, come risposta adeguata alle critiche di Nietzsche». Di qui la sua preferenza per Bonaventura, per l’unità fra cuore e ragione, fra amore e conoscenza.

E, come avrebbe sottolineato Ratzinger, per quel filone del pensiero cristiano segnato più che da Agostino dallo Pseudo-Dionigi. «Si tratta – scrive Guardini nel suo volume su Pascal – della tradizione più nobile che conosca l’Occidente cristiano, quella che ha la sua espressione teoretica nella philosophia-theologia cordis». Alla quale vengono ascritte anche figure della mistica e santi come Bernardo di Chiaravalle e Francesco d’Assisi, per arrivare al cardinale Newman e a Rosmini fino a filosofi come Kierkegaard e Scheler e ai russi Solov’ev e Florenskij.