1/ Racconto la tratta, perché nei villaggi della Nigeria nessuno sa la verità, di Sara De Carli 2/ Così gli scafisti comprano e vendono i migranti. Milioni di dollari verso le casse dell'Is. Per il procuratore di Palermo, Franco Lo Voi, è necessario seguire quella montagna di denaro per mettere in ginocchio un sistema criminale perfetto. I sospetti sui contatti tra gli schiavisti e le "istituzioni" locali libiche 3/ L'ossessione per la mobilità umana. Europa e Africa, è tempo di tornare a vedere e dire, di Giulio Albanese 4/ Di Maio e Toninelli difendono Salvini, ma inciampano su Dublino, di Luca Gambardella (con Nota de Gli scritti)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /07 /2019 - 14:02 pm | Permalink
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N.B. de Gli scritti

Presentiamo una nuova serie di articoli che analizzano diversi aspetti del dramma dei migranti perché riteniamo assurdo che si utilizzi la questione migranti in chiave di reperimento voti sia da parte della destra che da parte della sinistra, mentre nessuno dei due fronti agisce “politicamente”, “laicamente”, “strutturalmente”, “sulle cause, sui processi, sugli esiti”  – e non solo con appelli moralistici – proponendo modalità di risoluzione più durature o, almeno, di alleviamento alla radice dei problemi.
Il nostro intento non è, così, finalizzato a portare acqua ad una o all’altra delle due parti, ma invece a far nascere un reale interesse ai migranti stessi, mentre la politica italiana ed europea – ma anche araba e africana - si preoccupa solo del breve tratto di mare dove le TV e i video mostrano ciò che vogliono, mentre ciò che avviene prima e dopo può essere solo raccontato per iscritto.
La gente muore nel deserto, muore dinanzi alla Spagna, muore dinanzi all’Italia, muore sulle coste turche; la gente spreca il suo denaro dandolo alle mafie per fare viaggi che li porteranno a perdere le residue possibilità di lavoro
che avevano; il viaggio porta la gente nelle mani delle mafie italiane che li sfrutterà con lavori peggiori di quelli che avevano in origine perché non esistono, al momento, possibilità lavorative alternative; il viaggio non permetterà ai migranti di raggiungere il nord Europa agognato, perché le leggi europee lo impediscono; il viaggio ucciderà molti estranei al traffico dei migranti tramite le armi che i militanti della jihad islamica della Libia e dei paesi del deserto acquisteranno con i guadagni del traffico dei migranti; il viaggio inizia perché le mafie africane ingannano gli africani facendo loro credere, in mancanza di informazioni, che potranno raggiungere il nord Europa e trovare lavoro, mentre li destinano alla prostituzione, alla mendicanza e al lavoro schiavizzato.
Ciò che impedisce di affrontare in maniera reale il problema non è solo la superficialità degli approcci di destra e di sinistra che si limitano ad accusare l’altra parte di disumanità perché non aiuta gli italiani di Amatrice o fa morire la gente in mare, mentre dovrebbero invece entrambe fare politica internazionale. Ciò che impedisce di affrontare il problema è anche la necessità di rivedere l’approccio culturale alla questione migranti: si è ancora eredi delle visioni materialistiche del passato, quasi che tutto il male venga dal capitalismo occidentale, e non si è pronti a riconoscere i danni del collettivismo vetero-marxista di impostazione cubana operanti in Eritrea o l’approccio “colonizzatore” dell’islam in Somalia.
Quando inizieremo ad occuparci veramente dell’Africa e dei migranti, cessando questo teatrino da burletta di destra e di sinistra (il riferimento non è a chi salva in mare, ma ai politici e ai giornalisti, basti confrontare le politiche immigratorie prima di Alfano, poi di Minniti, poi di Salvini per domandarsi quali di queste siano da promuovere o se nessuna abbia poi affrontato di petto il dramma; ma, appunto poi, noi parliamo sempre di ministri degli interni dimenticando di chiederci quante volte i nostri ministri degli esteri degli ultimi tre governi siano andati in Sudan o in Nigeria, in Algeria o in Niger o in Ciad o in Mali a creare accordi)?
Quando smetteremo di occuparci solo delle imbarcazioni delle ONG, che raccolgono pochissimi delle centinaia di migliaia di migranti, per domandarci quali proposte di politica internazionale abbiamo a destra e a sinistra?

L'Algeria, nel 2018, ha espulso circa 13.000 migranti, 
rimandandoli indietro nel deserto

1/ Racconto la tratta, perché nei villaggi della Nigeria nessuno sa la verità, di Sara De Carli

Riprendiamo dal sito Vita un articolo pubblicato il 13/2/2017 (http://www.vita.it/it/article/2017/02/13/racconto-la-tratta-perche-nei-villaggi-della-nigeria-nessuno-sa-la-ver/142455/). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. . Per approfondimenti, cfr. le sezioni Immigrazione e integrazione e Nord-Sud del mondo.

Il Centro culturale Gli scritti (7/7/2019)

Blessing Okoedion è nigeriana, ha trent'anni ed è una mediatrice culturale. È stata vittima della tratta, ingannata, nonostante la sua laurea. In Italia sono 70mila le donne vittime della tratta, di cui la metà giovani nigeriane. «Nei villaggi i trafficanti appaiono come salvatori, con 40 euro si prendono una ragazza. Ma è forse una colpa vivere in un villaggio e non sapere l'inglese?». Lei si è liberata e ha raccontato la sua storia in un libro

Come ho fatto ad essere così stupida? Come ho fatto a fidarmi e a non accorgermene? Inizia con queste domande la testimonianza di Blessing Okoedion, una ragazza di trent’anni, nigeriana. Oggi è una mediatrice culturale, nel suo passato ci sono la strada e la prostituzione. Blessing è una ex vittima della tratta. È arrivata in Italia nel 2013, ingannata da una donna che lei ora definisce un «lupo travestito da agnello». Ha una laurea in informatica Blessing, ma non è bastato a riconoscere l’inganno, tanto era studiato il “travestimento”: «appena ho capito quale lavoro avrei dovuto fare, qui in Italia, non facevo altro che ripetermi “come ho fatto”, “come può essermi successa questa cosa”». La catena di Blessing era un debito da 65mila euro, così le disse quella donna che l’aveva ingannata. Lei ha avuto la forza di romperla, denunciando e ricominciando una nuova vita. E raccontando la sua storia in un libro appena pubblicato, Il coraggio della libertà (edizioni Paoline) scritto insieme alla giornalista Anna Pozzi.

Nel mondo sono almeno 21 milioni le persone vittime di tratta, per il 70% donne e bambini. “Tratta” significa persone trafficate e sfruttate, prevalentemente per sesso e lavoro servile: ogni due minuti, nel mondo, c’è un bambino che viene sfruttato sessualmente. È un giro d’affari che vale 32 miliardi di dollari l’anno e che in Europa vale più del traffico di droga o d’armi. Se ne è parlato nel convegno “Migrazioni e traffico di persone”, a Milano. È un fenomeno che tocca anche l’Italia, in ogni sua zona. Solo in Italia sono 50-70mila le donne vittime della tratta, circa la metà giovani nigeriane: ogni mese qui in Italia da loro si acquistano 9-10 milioni di prestazioni sessuali. Lo sfruttamento del lavoro riguarda invece 150mila persone: lavoro schiavo, non semplicemente lavoro nero, con sottrazione di documenti, salario di poche decine di euro per 12 ore di lavoro, condizioni abitative disumane, fornitura di beni di prima necessità obbligatoria e a caro presso. Basta un dato per capire quanto la tratta ci riguardi: le donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016 sono state 11mila: erano la metà (5.600) l’anno prima. Molte di loro, come Blessing, si chiedono “come è possibile”.

Come è possibile? «Tante persone in Nigeria hanno sentito parlare della tratta. Ma nelle città. Nessuno va nei villaggi a raccontare. I trafficanti sanno che non possono più prendere ragazze in città, ma nei villaggi questi appaiono come gli unici salvatori. I nostri villaggi sono abbandonati dalle autorità, i trafficanti arrivano, promettono un lavoro, magari come baby sitter. Sono una mano tesa per persone abbandonate a loro stesse, l’unica mano tesa. Con quaranta euro si prendono una ragazza», racconta Blessing. La sua voce si leva forte, potente: «Ma è forse un peccato vivere in un villaggio? Non parlare inglese? Perché lì nessuno racconta la verità? Perché nessuno spiega a queste ragazze e alle loro famiglie cosa sia la tratta?».

Il problema che Blessing denuncia - tecnicamente lo chiamano "gap informativo" - è un nodo cruciale delle migrazioni odierne e dei tentativi di arginare i numeri del traffico di esseri umani, tant'è che l'OIM-Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ha avviato una campagna informativa sui social chiedendo a migranti arrivati in Italia di registrare una brevissima testimonianza in cui raccontino la verità su ciò che hanno passato in Libia, perché «chi parte non sa cosa lo aspetta», afferma Flavio Di Giacomo, portavoce OIM. Il progetto si chiama Aware Migrants. Non sanno, dice Di Giacomo senza mezzi termini, che «la Libia è inferno. I migranti vengono picchiati, rinchiusi nei campi, gli viene chiesto di pagare un riscatto, a volte lavorano ma non vengono pagati. Molti vorrebbero tornare indietro, ma a i trafficanti non vogliono che chi vede le reali condizioni della migrazione e soprattutto della traversata torni indietro per raccontarlo. Chi parte non sa, parla del Mediterraneo come di un fiume, the river, c'è una sorta di marketing incentrato sulla facilità della traversata. Quando arrivano sulla spiaggia e vedono il mare e i gommoni con cui dovrebbero attraversarlo hanno paura e vorrebbero tornare indietro: ma non possono, una volta che hai pagato devi partire. Tanti hanno sul corpo i segni delle violenze, tagli su braccia e gambe, tanti hanno raccontato di persone uccise perché non volevano più partire». Ecco perché la distinzione fra migranti economici e rifugiati è stata superata dalla storia: queste persone sono partite per motivi economici, tecnicamente non sono rifugiati e non hanno diritto alla protezione internazionale, però nel loro percorso nei fatti hanno subito una violazione dei loro diritti umani. E sono costretti a imbarcarsi. Questa è la realtà. «Non abbiamo il diritto di dire "non partite"», spiega Di Giacomo, tornando alla campagna sui social, «ma abbiamo il dovere di informare, perché tanti oggi ci dicono "non immaginavo"».

Una mano tesa Blessing l’ha trovata da suor Rita Giaretta, a Casa Rut, a Caserta. «Non volevo stare lì da loro. Altre donne, come quella che mi aveva tradita. Perché questa donna mi tende la mano? Cosa vuole da me? Io non avevo mai pensato prima che una donna e una donna cristiana potesse vendere un’altra donna: avevo paura. Non è facile avere fiducia quando sei stata tradita», racconta. Poi pian piano ha capito che Casa Rut «era una mano tesa vera, che non dà false speranze. Nelle parole delle suore di Casa Rut ho visto un messaggio, “siete capaci di cose belle, non siete condannate alla tristezza della morte, dentro di voi c’è la possibilità di una rinascita». Oggi è questo il messaggio che Blessing grida forte: «mi sto facendo voce per dire a tutte le ragazze trafficate che c’è una possibilità di rinascita. E di gioia».

2/ Così gli scafisti comprano e vendono i migranti. Milioni di dollari verso le casse dell'Is. Per il procuratore di Palermo, Franco Lo Voi, è necessario seguire quella montagna di denaro per mettere in ginocchio un sistema criminale perfetto. I sospetti sui contatti tra gli schiavisti e le "istituzioni" locali libiche

Riprendiamo da L’Espresso del 21/4/2015 un articolo pubblicato on-line senza indicazione di autore. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Immigrazione e integrazione e Nord-Sud del mondo.

Il Centro culturale Gli scritti (7/7/2019)

Dietro alle tragedie dei migranti c’è un sistema criminale perfetto, un sistema transnazionale che non lascia nulla al caso ed è in grado di fornire servizi e assistenza mirati in base a quanto ciascun disperato è disposto a pagare. Alla base di tutto c’è un giro di denaro incalcolabile: per arrivare dal centro Africa alla Libia si pagano dai 4000 ai 5000 dollari; per attraversare il Canale di Sicilia se ne devono spendere tra 1000 e 1500. Ma il servizio non finisce qui: l’assistenza viene fornita anche in Italia, organizzando la fuga dai centri di accoglienza (da Siculiana, in provincia di Agrigento, e dal Cara di Mineo), con dei veri e propri servizi taxi e garantendo ospitalità per una o due notti (costo compreso tra i 200 e i 400 dollari). Infine, l’intero asset si conclude con i servizi di trasporto verso i paesi del centro e Nord Europa, la meta finale più scelta: anche questo transfert si paga carissimo, sino a 1000 dollari, nonostante vengano utilizzate le normali linee degli autobus o le ferrovie.

Esiste anche un “decalogo” per il migrante, che viene istruito dagli organizzatori del traffico su come comportarsi e come sottrarsi, se possibile, alle procedure di fotosegnalazione e agli accertamenti di rito. La ragione della clandestinità degli spostamenti, nel territorio nazionale, è legata alle procedure di Schengen: una segnalazione in Italia comporterebbe un procedimento amministrativo nel paese dove è iniziato, mentre i migranti preferiscono trasferirsi nei paesi del Nord Europa, per ricongiungersi a parenti e congiunti, lì residenti. Sono tutti dati che emergono dall'inchiesta della Dda di Palermo sui migranti, una rete di connessioni tra Italia (con basi in Sicilia, nel Lazio e in Lombardia), Libia e Sudan.

Sulle sponde della Libia ci sarebbero almeno 500 mila profughi siriani in attesa di compiere l’ultimo tratto del viaggio della speranza. In ballo ci sono centinaia di milioni di dollari: “A chi finiscono queste somme di denaro?”. È l’interrogativo  lanciato dal procuratore di Palermo Franco Lo Voi, nel commentare l’inchiesta sulle rete del traffico di migranti che ha portato all’emissione di 24 ordinanze di custodia cautelare. L’indagine, condotta dallo Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, ha svelato i volti dei trafficanti, le modalità operative in Africa e sul territorio italiano e ha decapitato la rete dei collaboratori che operava sul territorio italiano.

Quella smantellata, spiegano magistrati e investigatori, è una delle reti che operano nel settore del traffico di migranti verso le coste della Sicilia. Un primo passo, non definitivo. Ma già i tasselli di quel puzzle di morte che è il traffico di migranti si inizia a comporre.

Dal porto di Zuwara in Libia alla Sicilia arrivano in migliaia, e in migliaia, come le cronache raccontano, ci lasciano la pelle. Per i magistrati siciliani, ormai linea di frontiera dello Stato nel contrapporsi ai mercanti di morte, si tratta di un “traffico inarrestabile”, la cui trama è stata svelata, solo in parte, grazie all’attività degli uomini del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato guidata da Renato Cortese. Solo in parte perché, proprio come suggeriscono i dubbi del Procuratore Lo Voi, il prossimo passo sarà verificare dove finisca quella montagna di denaro. Ed è forte il sospetto che quei fondi siano parte del tesoro accumulato dalle frange islamiste che si contendono i resti della Libia. Perché la rete che controlla i traffici di esseri umani dalla sponda sud del Mediterraneo hanno contatti con le “istituzioni” locali o con quel che ne resta. Lo dimostrano alcune intercettazioni catturate dalla voce di Medhanie Yehdego Mered, il “Generale” che controlla il fronte libico, insieme al suo alter ego Ermias Ghermay . È proprio Medhane al telefono, a spiegare ad uno dei suoi clienti che ha dovuto corrompere dei poliziotti libici per far uscire dal carcere "quelle persone". Erano migranti in attesa di partire ed erano stati arrestati. Medhane sostiene di aver pagato 40.000 dollari per ottenere la loro liberazione e parla di “accordi” con la polizia locale.

Per loro i migranti sono pacchetti da spostare da un posto all’altro. L’inchiesta della Procura di Palermo svela anche che interi gruppi di viaggiatori vengono “acquistati” e inviati verso le coste della Libia dove è previsto, in alcuni casi, un servizio di vigilanza con guardie armate.

Anche sul piano finanziario, l’inchiesta di Palermo racconta fatti inediti: i pagamenti per l’acquisto dei viaggi della speranza avviene con i sistemi di trasferimento monetario ma anche con l’hawala, il sistema di transazioni sulla parola che si basa in gran parte sulla legge islamica.

Le indagini continuano. E non saranno semplici: “È tutto molto complicato – spiega il pm di Palermo, Gery Ferrara – perché ci siamo dovuti confrontare con un contesto difficile da decrittare, con personaggi di spessore criminale che comunicano tra loro con tanti dialetti diversi uno dall’altro. Per questo, tra le tante cose, è necessario che venga attivato al più presto un albo degli interpreti”.

© L’Espresso Riproduzione riservata

3/ L'ossessione per la mobilità umana. Europa e Africa, è tempo di tornare a vedere e dire, di Giulio Albanese

Riprendiamo da Avvenire del 6/7/2019 un articolo di Giulio Albanese. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Immigrazione e integrazione e Nord-Sud del mondo.

Il Centro culturale Gli scritti (7/7/2019)

Le contraddizioni della politica estera europea nei confronti dell’Africa sono evidentissime. In cima all’agenda delle cancellerie del Vecchio Continente c’è sempre la mobilità umana. Quando si tratta, però, di alzare la voce nei confronti di regimi totalitari come quello del presidente eritreo Isaias Afewerki, un po’ tutti fanno orecchie da mercante. Questo signore, come i lettori di 'Avvenire' sono tra i pochi a sapere, ha ordinato un paio di settimane fa la chiusura di 22 centri sanitari gestiti dalla Chiesa Cattolica.

All’alba del 12 giugno scorso, infatti, polizia e militari, per ordine del governo di Asmara, guidato da 26 anni dal leader del 'Fronte popolare per la democrazia e la giustizia', hanno messo alla porta pazienti, medici e infermieri. I vescovi eritrei, il giorno successivo, hanno espresso 'profonda amarezza' per quanto accaduto, in una lettera recapitata al ministro della Salute: «Un fatto che non riusciamo a comprendere né nei suoi contenuti, né nei suoi modi. In alcuni centri i soldati sono stati visti intimidire il personale a servizio delle nostre cliniche, costringere i pazienti a evacuare i locali. In altri casi hanno perfino circondato e sorvegliato le case dei religiosi. Come è possibile che questi fatti si verifichino in uno Stato di diritto? ». La Chiesa cattolica eritrea, si è comunque dichiarata «aperta e disponibile al dialogo e alla mutua comprensione».

Nel frattempo, duole doverlo scrivere, non risulta affatto che dal pulpito della politica europea si siano levate voci per condannare un simile misfatto. Stiamo parlando di un Paese africano, peraltro, da cui sono arrivati in questi anni, molti dei migranti richiedenti asilo che hanno tentato, a volte con successo, altre volte perdendo la vita, di sbarcare sulle nostre coste. Da rilevare che l’Unione Europea ha concesso recentemente al regime di Asmara 20 milioni di euro per la manutenzione di strade in cui saranno impiegati anche molti giovani militari. Obbligatorio per uomini e donne tra i 18 e i 50 anni e oltre, il servizio nazionale di leva, con paghe irrisorie e trattamenti inumani, ha fatto di questo Paese una sorta di Sparta africana. In diversi documenti dell’Onu, questo tipo di servizio militare viene definito «lavoro forzato» e rappresenta la causa principale per cui da decenni centinaia di migliaia di persone tentano la fuga dall’Eritrea, molti dei quali giovanissimi, impauriti dall’approssimarsi dell’età per la leva obbligatoria. La denuncia più forte è venuta dalla Fondazione per i diritti umani degli eritrei (Foundation Human Rights for Eritreans, Fhre), organizzazione della diaspora in Olanda. Lo stanziamento europeo grava sui fondi di emergenza per l’Africa (Emergency Trust Fund for Africa, Etfa), che dovrebbero servire, tra le altre cose, a fermare le migrazioni promuovendo l’offerta lavorativa nel continente africano. In questo caso specifico, sostenendo un regime dittatoriale paragonabile a quello della Corea del Nord.

E cosa dire del Sudan? Con l’uscita di scena del presidente-padrone Omar Hassan el Beshir, da quasi tre mesi è al potere, a Khartum, il Consiglio militare di transizione (Tmc) che ha precluso alla società civile di affermare l’agognato cambiamento democratico. È di queste ore la notizia di un accordo politico tra le parti in vista delle prossime elezioni, che prevede la creazione di un Consiglio sovrano congiunto per guidare il processo di transizione. La prudenza è d’obbligo, non foss’altro perché ai vertici delle gerarchie militari spicca ancora il nome di Mohamed Hamdan Dagalo 'Hemedti', finora vicepresidente del Tmc, leader indiscusso delle milizie Janjaweed, tristemente note per i crimini commessi nel Darfur.

Come mai i leader europei, tranne alcune lodevoli eccezioni, fanno finta di niente, omettendo nei loro discorsi sulla questione migratoria – purtroppo permanentemente 'elettorali' – le responsabilità di certi regimi militari per lo sradicamento e la fuga di tanti dalla propria terra? Anche perché i militari sudanesi di cui stiamo parlando, dall’uscita di scena di Bashir, sono stati foraggiati dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti per un totale di tre miliardi di dollari. Una cosa è certa, insomma: l’Unione Europea deve uscire dal letargo, in un frangente della storia, il nostro, in cui vengono spesso misconosciuti i valori fondanti del diritto internazionale, nonché i diritti dell’uomo e dei popoli.

4/ Di Maio e Toninelli difendono Salvini, ma inciampano su Dublino, di Luca Gambardella

Riprendiamo da Il Foglio del 7/2/2019 un articolo di Luca Gambardella. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Immigrazione e integrazione e Nord-Sud del mondo.

Il Centro culturale Gli scritti (7/7/2019)

Tra il vertice europeo sull’immigrazione e un comizio elettorale a Pescara, Matteo Salvini ha preferito quest’ultimo. Il vicepremier ha detto che non avrebbe partecipato alla riunione di Bucarest dei ministri dell’Interno dell’Ue, convocata dal 6 all’8 febbraio dalla presidenza rumena per discutere delle politiche europee sull’immigrazione e della riforma di Dublino. L’assenza del capo del Viminale a un vertice del Consiglio Ue è ormai una consuetudine, nonostante il governo gialloverde continui a rivendicare il suo impegno in Europa per riformare le politiche dell’Ue sull’asilo.

Il vicepremier Luigi Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli hanno ribadito questo punto anche nella “memoria” difensiva che hanno presentato oggi alla Giunta per le immunità del Senato, chiamata a decidere se Salvini debba essere processato per il caso della Diciotti. “L’intera compagine governativa – scrivono i due ministri del M5s –, sin dal suo insediamento, propugna una revisione del Regolamento di Dublino volta a garantire il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli stati membri dell’Ue, conformemente al principio di equa ripartizione delle responsabilità sancito dal Trattato sul funzionamento dell’Ue”.

La riforma del trattato di Dublino prevede un sistema automatico di ripartizione dei migranti in modo equo e obbligatorio tra tutti gli stati membri dell’Ue. La Commissione europea aveva presentato una prima versione della riforma, che dopo una lunga discussione è stata modificata e approvata dall’Europarlamento il 16 novembre 2017. Il passo successivo per dare il via libera al testo spetta agli stati membri che però, da oltre un anno, non trovano l’accordo sul documento. Quello del trattato di Dublino è un nodo essenziale per risolvere il problema della solidarietà europea in tema di accoglienza invocato dall’Italia. Eppure, sia in occasione delle votazioni al Parlamento europeo sia alle riunioni del Consiglio dell’Ue, il governo italiano ha dimostrato esattamente il contrario rispetto a quanto predicato da Di Maio e Toninelli.  

Partiamo dalle riunioni ministeriali. Dall’insediamento del governo Lega-M5s a oggi, il ministro Salvini ha partecipato a un solo vertice europeo – sui sei convocati – in cui era in discussione la riforma di Dublino. In sostanza, i colleghi europei hanno avuto la fortuna di incontrare di persona il vicepremier italiano solo alla riunione informale di Innsbruck (12-13 luglio 2018), quella organizzata dalla presidenza austriaca. Da allora niente. Prima ancora, al meeting del 4 giugno dello scorso anno (a pochi giorni dal giuramento), il governo aveva inviato l’ambasciatore alla Rappresentanza di Bruxelles, Maurizio Massari, unico diplomatico a partecipare a una riunione ministeriale.

L’impegno rivendicato dal M5s e dalla Lega nella riforma di Dublino non risulta nemmeno in occasione del voto al Parlamento europeo. Come ricordato più volte dalla relatrice del testo di legge, l’eurodeputata socialista Elly Schlein, i rappresentati del M5s hanno votato contro, mentre quelli della Lega si sono astenuti. Non solo. Anche in ambito di commissioni parlamentari, “la Lega non ha mai partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato che abbiamo svolto nel corso di due anni sulla riforma di Dublino”, ha dichiarato Schlein.  

Il testo presentato da Di Maio e Toninelli alla Giunta per procedere del Senato cita invece le conclusioni del Consiglio europeo dello scorso 28 giugno. Il governo ha sempre presentato i risultati ottenuti sull’immigrazione in occasione di quella riunione (che fu una maratona estenuante, con il premier Giuseppe Conte rimasto a discutere tutta la notte con Merkel e Macron) come un grande successo. Nel testo di compromesso approvato in quell’occasione (oltre alle fantomatiche “piattaforme di sbarco” che da allora sono sparite dal dibattito) si parla però di un generico impegno “su base volontaria” da parte degli stati europei in tema di ricollocamento dei migranti. Un sistema ben diverso, senza alcun impegno da parte di nessuno, rispetto a quello automatico e obbligatorio [che il Parlamento Europeo avrebbe dovuto invece approvare] e boicottato proprio da Lega e M5s.