Europa e/o nazione? Global, glocal e/o patria? Sulla confusione degli “intellettuali” che non sanno più cos’è la storia di una nazione e la confondono con il populismo. Breve nota di Giovanni Amico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /06 /2019 - 23:43 pm | Permalink
- Tag usati: , , , , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito una nota di Giovanni Amico. Per approfondimenti, cfr. la sezione Europa.

Il Centro culturale Gli scritti (23/6/2019)

Parlo con un prete intelligente che mi dice: “Non bisogna usare la parola “nazione”, perché essa è sinonimo di guerra. Se io ho un’identità, questa mi porterà a contrappormi ad altri. Conta solo l’essere tutti una sola cosa”.

Gli rispondo: “Stai negando tutto ciò per cui ci battiamo da secoli, e cioè il valore delle etnie, delle identità particolari, il diritto dei popoli. Esiste un diritto dei palestinesi, un diritto degli ebrei, dei catalani e dei baschi, dei rom e della minoranza linguistica ladina, e così via”.

Qual è il paradosso di cui quel prete non è cosciente? Che tutta la cultura “venera” da secoli le identità particolari, ma non vuole più riconoscere che esiste pure un’identità tutta particolare dell’Italia e dell’Europa. Per questa visione che egli inconsciamente ha respirato, ogni etnia ha i suoi diritti e la sua storia che non devono essere cancellati. Per questa visione, ogni nazione non europea ha la sua identità: solo l’Europa non dovrebbe averla e non dovrebbero averla le nazioni che la compongono.  

Ecco il paradosso: negare per sé ciò che si afferma vero per tutti, chiamare “liberazione” l’identità palestinese e “guerra” l’identità italiana.

Difficile comprendere come si sia arrivati su tali temi alla paralisi del pensiero e su come ci si possa dire europeisti senza aver chiaro che l’Europa ha un’identità peculiare nell’ambito del pianeta, un’identità che è ricchezza culturale, che è contributo e non “guerra” contro altri.  

Certamente gioca un ruolo decisivo in questa prospettiva la dimenticanza della storia. Si pensa che si possa procedere verso nuovi orizzonti di giustizia astrattamente, enunciando principi e rinunciando alla società civile che, invece, matura lentamente, in armonia con le proprie tradizioni, la propria storia e include altre diversità proprio se ha una storia peculiare che ha elaborato nei secoli, mentre se diviene dimentica di tale portato culturale cade nella paura e non riesce più ad integrare.

Gioca certamente un ruolo anche l’economia consumistica che deve sradicare tutti dalla propria cultura per vendere sempre più prodotti uniformi e globalizzati.

Ciò che è certo è che l’avere un’identità nazionale e l’essere un popolo non è un disvalore per la fede cristiana, bensì un dato di libertà ed una conquista. Mentre gli imperi hanno sempre teso a globalizzare (e così fa tuttora il grande “impero” della tecnocrazia), la fede ha sempre difeso ed anzi promosso le culture nazionali – si pensi alle lingue e cultura armena, copta, bizantina, slava, latina, gallica, siro-malabarica, siro-malankarese, caldea, mozarabica, cirillica e così via all’infinito.

Dalla dispersione delle lingue di Babele, la Chiesa ha imparato che è volontà di Dio l’idea di nazione. Perché essa si contrappone all’unico dominio dittatoriale di chi ha una sola lingua. Se si considera con attenzione quell’episodio, ci si accorge che i costruttori della torre di Babele non intendevano solamente toccare il cielo, bensì con la loro torre e la loro cittadella anelavano ad un unico domino mondiale (cfr. su questo Brani di difficile interpretazione della Bibbia, VI. Gen 11, 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra. Testi di Jean Louis Ska).

Se allora gli uomini avessero avuto una sola lingua ed una sola cultura, senza diversità nazionali, con la loro cittadella avrebbero potuto dominare il mondo. Dio, invece, confonde le loro lingue proprio perché nessuno possa capire il resto del mondo. L’idea di nazione non è sinonimo di “guerra”, bensì all’opposto lo è l’idea di uniformità. La “nazione” e la storia locale sono l’antidoto ad ogni velleità imperialistica.

A Pentecoste non vengono annullate le identità nazionali, bensì lo Spirito di Dio permette di comprendersi nell’amore, esso sì nuova lingua spirituale non uniformante.

È ben per questo che papa Francesco fa spesso ricorso alla nozione di “anima di un popolo” a cui richiamarsi ed appellarsi.

In realtà l’idea di cancellare le identità nazionali per giungere ad un'unica e globalizzante visione è stata già denunciata dai diversi autori di romanzi distopici che si sono accorti del rischio implicito alla cancellazione delle storie e delle identità particolari dei popoli [“distopia” è un termine coniato in contrapposizione a quello di “utopia” per indicare immaginari futuri devastanti, dove la tecnica e un potere globalizzante hanno annullato le libertà individuali e le storie nazionali. Fra i romanzi distopici più noti, vale la pena conoscere certamente Il mondo nuovo, di Aldous Huxley (recensione de Il mondo nuovo su Gli scritti), 1984 e La fattoria degli animali, di George Orwell (recensione dell’opera di Orwell e una seconda recensione dell’opera di Orwell su Gli scritti), Quell’orribile forza, di Clive Staple Lewis (recensione di Quell’orribile forza di C.S. Lewis su Gli scritti), Il padrone del mondo, di Robert Hugh Benson, così caro a papa Francesco (recensione de Il padrone del mondo di Benson su Gli scritti), La morte moderna, di Carl-Henning Wijkmark (recensione de La morte moderna su Gli scritti), Il primo secolo dopo Beatrice, di Amin Maalouf (recensione de Il primo secolo dopo Beatrice su Gli scritti),  Il tallone di ferro, di Jack London, Fahrenheit 451, di Ray Bradbury), Noi, di Evgenij Ivanovič Zamjatin, Le Pre-Persone, di Philip K. Dick (testo di Le Pre-Persone su Gli scritti].

Ma ciò non è stato solo profetizzato dai racconti distopici, ma anche sottolineato da studi tesi a mostrare il rischio che le entità sovranazionali si pongano non a valorizzare il diritto dei popoli, bensì a stravolgerli in vista di una visione omogeneizzante che distrugga la famiglia, il nascere, le culture e le libertà (cfr. su questo M. Schooyans, Nuovo disordine mondiale, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2000, con Prefazione di J. Ratzinger, M. Schooyens, Terrorismo dal volto umano, Siena, Cantagalli, 2009 e M. Schooyens, Il volto nascosto dell’ONU. Verso il governo mondiale, Roma, Il minotauro, 2004).

L’utopia in politica, come ha più volte dichiarato J. Ratzinger, è pericolosissima, perché tende a generare dittature che pretendono di piegare tutto alle proprie idee e convinzioni: solo l’onesto e sempre insufficiente soffermarsi sulle contraddizioni irrisolvibili della storia consente, invece, di essere giusti e buoni.

In un mondo in cui esiste il peccato, la nazione è una costruzione storica buona che consente, senza illusioni anarcoidi o globalizzanti, di trasmettere tutto il patrimonio di saggezza ed esperienze maturato nei secoli, mentre la sua dissoluzione è letale, distruggendo la coesione e lasciando il singolo solo dinanzi allo Stato.

È interessante come Israel, storico della matematica ed esperto di scuola, abbia argomentato sul fatto che l’Italia, proprio perché ha una sua peculiare identità culturale, è accogliente verso l’ebraismo, mentre non lo sarebbe una società multiculturale, che non avesse alcuna cultura di maggioranza di riferimento (cfr.  MULTICULTURALISMO? La convivenza alla prova: il contributo dell’ebraismo, di Giorgio Israel).