[Ancora la chiesa e i suoi monaci: sono all’origine non solo delle nostre abbazie e cattedrali, ma anche delle meravigliose campagne, come le risaie del Piemonte e della Lombardia con i cistercensi]. Da Camillo Benso alle trebbiatrici, le mondine hanno fatto storia, di Mauro Ravarino

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 14 /07 /2019 - 14:15 pm | Permalink
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Riprendiamo da Il Manifesto dell’11/1/2018 un articolo di Mauro Ravarino. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Medioevo ed Ecologia. Cfr. in particolare:

Il Centro culturale Gli scritti (14/7/2019)

La storia del riso è antichissima, si stima che la pianta nasca in Cina attorno al 4.000 a. C. Nell’Impero Romano era conosciuto più per le sue proprietà medicinali che per quelle alimentari. Dopo la caduta, la diffusione del cereale venne agevolata dalle invasioni di arabi e di altri popoli: le prime coltivazioni ebbero inizio in Sicilia.

I principali documenti che attestano la sua coltivazione in Italia risalgono, però, al periodo del 1450-1500. Fu in Lombardia e in Piemonte, terre d’acqua per eccellenza e di vaste pianure coltivabili, che il riso trovò le migliori condizioni di crescita. Le nuove colture divennero stabili per opera dei monaci cistercensi nel vercellese, capaci di compiere straordinarie bonifiche, e degli Sforza nei territori milanesi, novaresi e pavesi. Formarono un mare a quadretti collocato su una lieve pendenza. Nonostante la cattiva fama di favorire la malaria, la risaia divenne sinonimo di raccolto abbondante, capace di sfamare le popolazioni locali durante le cicliche carestie.

Alle porte dell’Ottocento, i territori coltivati a riso ammontavano a ben 230 mila ettari solo tra Piemonte e Lombardia. Un impulso eccezionale al settore fu dato da Camillo Benso conte di Cavour, allora ministro dell’agricoltura del Regno di Sardegna, promuovendo la costruzione del canale Cavour (83 chilometri), che fu concluso nel 1866 e costituì un comprensorio irriguo di ben 400 mila ettari, ancor oggi al centro della risicoltura italiana.

Da allora, le tecniche di coltivazione sono migliorate e il lavoro manuale dei braccianti e delle mondine ha lasciato il posto alle macchine. La risaia nel suo infinito degradare, per chi la vede per la prima volta, mantiene, un alone esotico. Gli uccelli di palude – aironi, ibis, cormorani, cavalieri d’Italia – hanno, oggi, ripreso a popolarla dopo la lunga stagione del diserbante intensivo e della risaia vuota. Stagione che aveva intaccato quel delicato e caratteristico ecosistema, ricco di biodiversità, vittima dell’uso indiscriminato dei fertilizzanti chimici. La scomparsa delle lucciole di pasoliniana memoria, qui, fu l’avvento della modernità in agricoltura.

Riso è ancora sinonimo di monocoltura, un modello agricolo maggioritario che ha, però, impoverito il suolo coltivabile. Ecco, perché alcuni imprenditori hanno cercato altre strade. Aumentano gli agricoltori che sperimentano o meglio tornano alla rotazione, vogliono produrre nel rispetto dell’ambiente e dell’etica. E tra questi, c’è chi ha deciso di convertire la proprio produzione al biologico. Secondo gli ultimi dati Sinab, relativi al 2016, la superficie di riso biologico in Italia ammonta a 11.022 ettari a cui si devono sommare le superfici in conversione 5.580 ettari per un totale bio di 16.602 ettari. In crescita del 33% rispetto al 2015. Su un totale di superfici coltivate a riso di 234.134 ettari i campi di riso biologico sono il 7%.