Per l’utero in affitto il prezzo è troppo alto. Un’intervista di Claudia Arletti a Giampaolo Nicolais

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /09 /2019 - 22:34 pm | Permalink
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Riprendiamo da il Venerdì di Repubblica  un’intervista di Claudia Arletti a Giampaolo Nicolais pubblicata il 5/4/2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Famiglia e gender.

Il Centro culturale Gli scritti (22/9/2019)

ROMA. Com’è umano desiderare un figlio, accarezzare la pancia che cresce, infine tenere fra le braccia un bebè: ma siamo certi che lo sia anche farlo nascere con la maternità surrogata? Finora è stata soprattutto la Chiesa a dire di no alla Gestazione per altri (Gpa), insieme a parte della sinistra, delle femministe e del movimento lgbt. La voce della scienza, invece, si è sentita molto meno. Eppure non è una faccenda da niente che una donna “ospiti” un embrione concepito in provetta, grazie ai gameti di altri individui, e dia alla luce un figlio che mai le apparterrà, né vedrà crescere.

Oggi l’”utero in affitto” – espressione feroce che sottolinea il carattere economico della relazione fra la madre surrogata e gli aspiranti genitori – è legale in una ventina di Stati, mentre in altri è accettato purché la donna (la madre?) non riceva un “compenso”, ma solo un “rimborso”, e sulla sottile linea di confine che separa un termine dall’altro si sono imbastite discussioni furibonde, ma sempre di nicchia e a eco ridotta. «Non si hanno notizie di manifestazioni di massa» osserva ironicamente Giampaolo Nicolais, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università La Sapienza, autore del saggio Il bambino capovolto.

Professore, lei definisce la Gestazione per altri “disumana”. Un po’ troppo, non le sembra?

«Io non dico disumana, termine che esprimerebbe un giudizio di valore, bensì inumana».

Resta un giudizio senza appello.

«C’è un problema di natura scientifica che raramente viene considerato. La Gpa non rispetta le caratteristiche dello sviluppo umano, a cominciare dal fatto incontrovertibile che il nascituro comincia a costituirsi come creatura ontologicamente fondata nel dialogo intercorporeo e intercellulare con la donna che lo porta in grembo. L’ambiente gestazionale incide sul suo sviluppo, e non lo dico mica io. La biologia ha chiarito come la gestante – ben lungi dall’essere un contenitore temporaneo, un forno – imprima un’impronta indelebile sul nascituro. Il legame di attaccamento inizia a costituirsi nella fase prenatale. I suoni, la voce della madre, le dita sulla pancia. Quanto influisce sul bambino il fatto che, nella Gpa, le gestanti attivino difese psicologiche per alterare e sminuire il dolore della separazione? Lo sa che in molti casi sono invitate caldamente a non provare sentimenti verso il bambino che hanno in grembo? Persino a evitare di toccarsi la pancia?”».

Tutti gli studi mostrano che i bambini nati con la surrogacy stanno benone.

«E quindi?».

Quindi, forse lei esagera.

«Sono studi che conosco a memoria. I figli stanno bene... Le madri pure... Tutte ricerche con seri limiti metodologici. Ma il punto è la giustizia che dobbiamo al bambino rispettando la verità, scientificamente acquisita, sul suo sviluppo».

Il fatto che un bambino sia felice ha il suo peso, non crede?

«Un bambino adottato potrà crescere bene, ma niente cambierà la sua condizione di partenza. E anche un bambino schiaffeggiato, da adulto magari non avrà problemi. Ma questo non ci autorizza a prenderlo a ceffoni nel frattempo».

Perché, allora, la comunità scientifica non interviene?

«Perché, come buona parte della società, è vittima di una scissione cognitiva. È il prezzo che si paga nell’accettare la Gpa. Da una parte – e sarà capitato anche a lei, se ha figli – la scienza incoraggia le gestanti a parlare ad alta voce ai feti, a fare ascoltare loro la musica, a sostenerne lo sviluppo prima della nascita. Dall’altra, nella Gpa, ci siamo autoconvinti che il bambino sia una tabula rasa, su cui scrivere una storia nell’esatto momento in cui viene al mondo, non un attimo prima, “tanto dopo potrà crescere bene”. Ma, come psicologo accademico, so che nel corso dei nove mesi succedono cose importanti nello sviluppo e, infatti, il neonato viene al mondo già dotato di una serie di competenze. Riconosce il timbro della voce, le sillabe! E anche se la madre surrogata è invitata a fare di tutto per non attaccarsi al pensiero del bambino che ha in grembo, questi processi sono inevitabili. La Gpa taglia con l’accetta la verità e la concretezza di questi nove mesi. Come essere umano non posso non sentirmi chiamato in causa e devo chiedermi: questa pratica preserva la nostra umanità? E come psicologo sono qui a domandarmi: perché la mia scienza non ribadisce il principio intercorporeo dello sviluppo?».

Forse perché la Gpa è vista come una strada nuova offerta dal progresso.

«Il progresso, cioè, consisterebbe in questo? Che siccome tecnicamente posso andare oltre l’umano, allora lo faccio, vado oltre?».

Un ragionamento più religioso che scientifico.

«La fede è una parte fondamentale della mia vita, lo dico con gioia. Ma il discorso sulla Gpa si tiene in sé, indipendentemente da questo aspetto. È dal mondo scientifico che attendo una presa di posizione, non dalla Chiesa».

La preoccupa molto il destino del bambino; meno quello della donna.

«Se vuole possiamo parlare di quanto sia disumanizzante una visione del grembo materno come contenitore temporaneo del feto. Ma non conduco battaglie militanti e il mio libro è sul bambino».

Per i sostenitori della Gpa, molte donne sono mosse dall’altruismo.

«Non credo sia vero. E quando sento dire “basta che ci sia amore”...Mi spiace, ma qui l’amore non basta».

Litigherà con le Famiglie arcobaleno.

«Non ho dubbi circa il fatto che un bambino nato con la Gpa possa avere una crescita positiva. Ma nell’istante in cui lo abbiamo separato dalla madre, è stato disconnesso dalla sua matrice di sviluppo. Abbiamo commesso un’ingiustizia».