Notre Dame brucia. E tutti scopriamo di amarla. Nota di Andrea Lonardo e altri testi sul rogo della cattedrale di Parigi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /04 /2019 - 20:42 pm | Permalink
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1/ Notre Dame brucia. È il “nostro dramma”, è Notre Drame, di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito un testo di Andrea Lonardo. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Europa. Per approfondimenti,  cfr. anche Dario Fo e "Il Tempio degli uomini liberi (il Duomo di Modena), di Andrea Lonardo e La cattedrale dall'architettura romanica a quella gotica, di Benedetto XVI.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2019)

Il “nostro” dramma. Così titola Libération. Questa è l’Europa. Ti accorgi di cosa hai solo quando stai per perderlo. L’incendio di Notre Dame ha aiutato a rendersi conto di cosa sia l’Europa e di cosa potremmo perdere.

L'Europa laica e insieme cristiana si è stretta intorno ad una cattedrale, si è stretta intorno alla Nostra Donna cui è dedicata, perché questa è l'Europa.

L’Europa laica e cristiana sa bene, dinanzi ad un incendio che mostra che qualcosa potrebbe scomparire, che la chiesa le interessa, che è al cuore della sua stessa vita, come per i credenti la laicità è al cuore della loro stessa vita (perché fede e laicità sono due facce di un’unica medaglia).

Da Notre-Dame è nata nei secoli l’Europa, quell’Europa che amiamo, quell’Europa che non è nata dopo la seconda guerra mondiale. Quell’Europa che esiste dal medioevo. Da Notre Dame sono nate Parigi e la libertà. Dalla cultura che ha generato luoghi come quelli è nata l’Europa reale e viva, quella che ha dato vita alla laicità che le è sorella.

In nessun’altra cultura esistente al mondo la laicità è maturata tanto quanto in ambiente cristiano, perché la fede cristiana e la laicità sono non solo compossibili, ma simultanee e concomitanti.

Crolla il tetto di Notre Dame e noi scopriamo che Notre Dame ci interessa e che non è lì per caso e che noi non siamo ciò che siamo per caso, ma grazie a quella “cosa” lì.

Per questo ripubblichiamo diversi testi che ci sono sembrati rilevanti, trascurando altri invece ben più banali. I testi che presentiamo vanno da Proust a Bergman, fino ai più recenti: sono di persone che hanno amato e amano l’Europa e la sua storia laica e cristiana, libera e carica di senso, piena di fede e di contestazione della fede, e invitano a costruire ancora l’Europa e a credere in essa.

2/ «Secondo un’antica leggenda, la cattedrale di Chartres fu colpita dal fulmine e interamente bruciata. Migliaia di persone giunsero allora da tutte le parti della terra, come una gigantesca processione di formiche; e tutti insieme – architetti, artisti, operai, contadini, nobili, preti, borghesi – si misero a ricostruire la cattedrale dov’era prima», di Ingmar Bergman

Riprendiamo sul nostro sito la conclusione dell’introduzione che il regista I. Bergman scrisse per il volume con quattro sue sceneggiature dal titolo I. Bergman, Quattro film, 1961, Torino, Einaudi (titolo originale Four Screenplays, 1960). I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Arte e fede.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2019)

«Secondo un’antica leggenda, la cattedrale di Chartres fu colpita dal fulmine e interamente bruciata. Migliaia di persone giunsero allora da tutte le parti della terra, come una gigantesca processione di formiche; e tutti insieme – architetti, artisti, operai, contadini, nobili, preti, borghesi – si misero a ricostruire la cattedrale dov’era prima, e lavorarono finché la costruzione non fu ultimata. Ma tutti rimasero anonimi, e oggi nessuno sa chi costruì la cattedrale di Chartres.

A parte le mie credenze e i miei dubbi personali, che a questo proposito sono irrilevanti, è mia opinione che l’arte perse il suo impulso creativo fondamentale al momento in cui fu separata dalla fede. Fu il taglio del cordone ombelicale, ed oggi essa vive la sua sterile vita, generandosi e degenerandosi. In altri tempi l’artista rimaneva sconosciuto, e la sua opera era dedicata alla gloria di Dio. Egli viveva e moriva senza essere né più né meno importante di altri artigiani; “valori eterni”, “immortalità”, “capolavoro” erano termini non applicabili al suo caso. La capacità di creare era un dono. In un mondo come quello fioriva una sicurezza invulnerabile e una naturale umiltà.

Oggi l’individuo è divenuto la forma più alta e la più grande rovina della creazione artistica. La più piccola offesa o il più piccolo odore dell’io vengono esaminati al microscopio come se fossero di un’importanza eterna. L’artista considera il suo isolamento, la sua soggettività, il suo individualismo, come cose quasi sacre. E così finiamo per ammassarci in un grande ovile, dove ce ne stiamo a belare sulla nostra solitudine, senza ascoltarci l’un l’altro, e senza renderci conto di soffocarci a vicenda. Gli individualisti si guardano negli occhi tra loro, e intanto negano la loro reciproca esistenza. Ci muoviamo in circolo, limitati a tal punto dalle nostre ansietà che non riusciamo più a distinguere il vero dal falso, il capriccio del gangster dal più puro ideale.

Così, se mi si chiede quale vorrei che fosse il fine generale dei miei film, risponderei che vorrei essere uno degli artisti della cattedrale di Chartres. Voglio trarre dalla pietra la testa di un drago, di un angelo, di un diavolo – o magari di un santo. Non importa che cosa; è il senso di soddisfazione che conta. Indipendentemente dal fatto che io creda o no, che io sia o no un cristiano, farei la mia parte nella costruzione collettiva della cattedrale».

3/ Ma Notre Dame non può morire. Quelli che ardono in tv e sugli smartphone sono legni e metalli; non è Notre Dame. Possono crollare pietre che saranno ricostruite; non può morire un simbolo, una fede, una nazione, di Aldo Cazzullo

Riprendiamo dal Corriere della Sera del 15/4/2019 un articolo di Aldo Cazzullo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Europa.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2019)

Quelli che ardono in tv e sugli smartphone sono legni e metalli; non è Notre Dame. Possono crollare pietre che saranno ricostruite; non può morire un simbolo, una fede, una nazione. Quando un popolo non sa più chi è, quando un Paese non conosce più la propria missione nella storia, quando una nazione antica, forse vecchia, dubita del proprio ruolo nel mondo, anche una tragedia può servire a scuoterla. Quando Victor Hugo scrisse «Notre-Dame de Paris», la Cattedrale non era forse ridotta molto meglio di come la lasceranno le fiamme divampate ieri tra le lacrime dei fedeli e lo sgomento dei turisti. I rivoluzionari l’avevano devastata e vagheggiavano di farne il tempio della Dea Ragione, o una cava di pietra. Le statue della facciata erano state abbattute, perché agli occhi dei giacobini non raffiguravano i re di Giudea ma i monarchi dell’Antico Regime.

A ricostruire Notre Dame, prima ancora dell’architetto neogotico Viollet-le-Duc, fu un romanzo. Hugo non era animato da spirito religioso. Era un romantico che aveva intuito una cosa sfuggita nell’impeto rivoluzionario: Notre Dame era la Francia. Un popolo è il proprio passato; quindi la cattedrale dedicata alla Madonna rappresentava l’identità nazionale meglio ancora di Giovanna d’Arco o della Gioconda, già allora esposta al Louvre. Così lo scrittore inventò un amore impossibile tra un gobbo e una zingara, le due creature più disprezzate, che all’ombra delle guglie trovavano riparo dalla crudeltà del potere. Il successo fu immenso. Da lì nacque l’idea di salvare la cattedrale.

L’incendio di ieri segna il culmine di una crisi dell’identità francese. Il rogo è scoppiato a causa dell’incuria, e al di là dell’abnegazione dei pompieri i soccorsi sono apparsi fin da subito inadeguati. Pure Macron è stato colto di sorpresa: stava preparando un intervento politico in televisione, ha capito che non poteva parlare d’altro, ma ha tardato a precipitarsi sul posto; dove del resto la sua presenza sarebbe stata letta come una conferma di impotenza, con quei getti d’acqua che parevano fontanelle rispetto alla grandezza della tragedia, mentre il tetto cedeva, la guglia – neogotica, non originale – si spezzava, il cuore stesso di Parigi tremava.

Eppure il rogo è per la Francia anche la chance di ritrovare una coesione messa a dura prova dalla crisi economica, dalle incertezze del presidente, da un’opposizione sterile e a volte violenta. Da decenni il Paese che ha contribuito a dare al mondo i diritti dell’uomo e all’Europa il sogno della democrazia vive un grand malaise, un malessere che non può essere spiegato soltanto con il calo del potere d’acquisto e la distruzione del lavoro. La Francia dubita di se stessa. Una nazione che aveva un impero e si era assegnata un compito sente ormai di non contare molto più di nulla.

L’incendio che ha devastato Notre Dame può essere il colpo di grazia; ma può essere anche il segno di una possibile rinascita. Il dolore ma anche l’orgoglio visto nella notte per le strade della capitale lo testimonia. Di sicuro, in passato i francesi avevano ben chiaro che Notre Dame non era soltanto una chiesa. Caterina de’ Medici vi celebrò il matrimonio che fece di lei la regina di Francia. Gli ugonotti vi cercarono scampo dal massacro della notte di San Bartolomeo. Il Re Sole vi accumulò tutte le bandiere strappate ai nemici dalle sue armate, e venne soprannominato «il tappezziere di Notre Dame». Napoleone pretese di essere incoronato qui dal Papa, in uno scenario di cartapesta per nascondere le distruzioni rivoluzionarie, ma la corona se la mise in testa da sé, mentre David schizzava disegni per la sua tela. Con Viollet-le-Duc il romanticismo si impossessò dell’architettura gotica, e vennero scolpite le gargouilles poi animate dal film della Disney e riviste nel musical. Quando venne l’ora di liberare Parigi dai nazisti, De Gaulle ordinò al generale Leclerc di arrivare il prima possibile a Notre Dame, sul sagrato da cui partono idealmente tutte le strade di Francia: l’avanguardia era la nona compagnia della seconda divisione, composta soprattutto da repubblicani spagnoli, tra cui molti mangiapreti, che avevano ribattezzato i loro blindati Guernica e Guadalajara, ma rimasero comunque colpiti dall’arditezza delle architetture, delle volte, dei contrafforti. Qui Chirac volle celebrare il funerale di Stato del suo predecessore Mitterrand, senza la bara però: mentre le due famiglie del presidente — quella ufficiale e quella clandestina — si riunivano in un cimitero di campagna, i potenti della Terra celebrarono l’alleanza tra trono e altare, con il cardinale Lustiger, ebreo convertito dal cattolicesimo, un po’ imbarazzato. Con Sarkozy, Hollande, Macron la sacralità della presidenza si è molto perduta. Il re è nudo, e anche la Cattedrale è indifesa.

Stanotte i francesi piangono Notre Dame. Però la ricostruiranno. Servirà un altro grande architetto. Serviranno muratori pazienti, venuti da diversi Paesi del mondo. Serviranno le donazioni e le preghiere dei fedeli. Ma Notre Dame è un monumento alla fede e alla speranza. Possono bruciare le cose dell’uomo; ma quello che ci portiamo dentro è immune al fuoco come la salamandra, simbolo di Francesco I, non a caso il re che nella disgrazia commentò: «Tutto è perduto, fuorché l’onore».

© Corriere della sera RIPRODUZIONE RISERVATA

4/ Siamo uomini e cattedrali, di Massimo Gramellini

Riprendiamo dal Corriere della Sera del 17/4/2019 un articolo di Massimo Gramellini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Europa.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2019)

Roberto Saviano e Michela Murgia rimproverano all’Europa di piangere a dirotto per Notre-Dame e non per i migranti morti in mare. Anche a Greta Thunberg, la giovane ambientalista, girano vorticosamente le trecce al pensiero che una chiesa in fiamme ci sconvolga più di un pianeta in fiamme. Quando ti batti per una causa giusta, tendi comprensibilmente ad anteporla a qualsiasi altra.

Ma per criticare chi si mostra insensibile al destino degli esseri umani è improprio prendersela con chi si mostra sensibile a quello dei monumenti. I ragazzi che da tutta Europa accorsero nella Firenze alluvionata del secolo scorso per mettere in salvo i papiri delle biblioteche non erano meno meritevoli di coloro che si battevano contro le guerre: talvolta erano gli stessi.

Non esiste opera più nobile che sottrarre un uomo alla morte, ma le opere d’arte sono ciò che rende l’uomo immortale. Il loro valore simbolico trascende le polemiche, le fazioni e i ragionamenti mondani per parlare direttamente ai cuori. Il Rinascimento fu un’epoca di intrighi e massacri che mise l’uomo al centro, spesso per accopparlo. Eppure noi posteri lo ricordiamo tanto per l’efferatezza dei suoi crimini, quanto, se non di più, per la meraviglia delle sue opere.

E comunque non è mai giusto stilare classifiche: chi sa piangere per un monumento sa piangere anche per un uomo.

© Corriere della sera RIPRODUZIONE RISERVATA

5/ Vivevano in catapecchie, ma costruivano cattedrali. Il finanziamento della costruzione del duomo di Milano in una recente ricerca di Martina Saltamacchia, di Silvia Guidi

Riprendiamo da L’Osservatore Romano (che ne detiene il copyright) del 2-3 gennaio 2008 questa recensione al volume di Martina Saltamacchia sulla costruzione del duomo di Milano. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Per una presentazione a bambini e ragazzi del lungo processo di costruzione di una cattedrale gotica, vedi D. Macaulay, La cattedrale, Nuove Edizioni Romane, Roma, 2006. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Arte e fede.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2019)

Furono le piccole offerte, donate dalla popolazione meno abbiente, la parte più cospicua delle entrate per l'edificazione della cattedrale milanese. È questa la rivelazione sorprendente che emerge da una ricerca di Martina Saltamacchia, della Rutgers University (New Jersey, Usa), che ha esaminato con attenzione i Registri delle offerte del Duomo di Milano. Davvero centrato, quindi, il titolo del volume scritto dalla studiosa: Milano, un popolo e il suo Duomo (Genova-Milano, Marietti, pagine 192, euro 56).

E davvero la chiesa dedicata a Santa Maria Nascente fu l'opera di un popolo: principi, mercanti, uomini d'arme, ma anche, appunto, la folta schiera degli anonimi, con le loro offerte modeste ma frutto di sacrifici. Di questo popolo facevano parte anche strozzini e briganti e prostitute, che al termine dei loro giri notturni versavano una parte dei loro guadagni offrendoli alla Madonna (sui registri è annotato il loro nome e la loro professione).

"Un pomeriggio di due anni fa sento don Stefano Alberto esclamare: "La tua vita è fatta per fare cose grandi, come gli uomini del Medioevo che vivevano nelle catapecchie e costruivano le cattedrali".
"L'entusiasmo sorto in me per quell'augurio è tale che la mattina successiva mi precipito dal mio professore di Storia economica, chiedendogli di poter fare una tesi a partire da quella frase. Così, inaspettatamente, è cominciato un viaggio di 18 mesi nella storia del Duomo di Milano e della sua Fabbrica nei primi 15 anni dalla sua fondazione (1387)" racconta Martina Saltamacchia sul mensile "Tracce".

Prima ancora che maestoso esempio di architettura gotica lombarda, agli occhi del visitatore attento il Duomo di Milano appare innanzitutto come testimonianza di una devozione spettacolare, segno tangibile di una mentalità religiosa che nel Medioevo permeava profondamente la vita degli uomini: "Senza differenza di classe, tutti accorrevano - annotano gli Annali della Fabbrica del Duomo - a portare il proprio obolo per la grande impresa, con le materiali offerte di denaro e robe".

Immediato, per chi si accosta a queste pietre con semplicità e sincera curiosità, porsi molteplici interrogativi: come e chi lo costruì? Chi lo finanziò? Quali motivazioni spinsero povera gente a innalzare un'imponente cattedrale di marmo, la più grande, per lunghezza, del mondo allora conosciuto? La mancanza di uno studio completo a partire dalla trascrizione e analisi della mole di manoscritti, registri e carteggi conservati nell'Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano ha aperto la strada a svariate interpretazioni storiche e suscitato numerosi dibattiti: mausoleo dinastico voluto da Gian Galeazzo Visconti per la sua stirpe o cattedrale cristiana voluta dal popolo? Progetto finanziato dai lasciti dei ricchi mercanti per celebrare il loro prestigio sociale o simbolo dell'orgoglio cittadino che ambiva a primeggiare sugli altri comuni italiani edificando una chiesa di proporzioni mai viste?

Dopo la lettura di opere di autorevoli storici che attribuivano arbitrariamente la paternità della costruzione al principe piuttosto che a nobili e ricchi mercanti, senza mai comprovare, però, le loro tesi con un riscontro effettivo numerico sulle fonti, la Saltamacchia ha intrapreso un'analisi quantitativa puntuale, mai effettuata prima, di manoscritti inediti dell'Archivio del Duomo, in modo da presentare un quadro dell'identità dei donatori e dell'entità delle donazioni in denaro e in natura, fonte principale di finanziamento del Duomo, e fornire al dibattito sul finanziamento della cattedrale un contributo originale, strettamente aderente ai contenuti numerici delle fonti. Particolarmente ricchi di notizie e informazioni si sono rivelati, da una parte, i Registri delle Oblazioni, in cui quotidianamente veniva annotata la descrizione di ciascun dono e del suo valore, insieme ad alcune note sintetiche sul suo offerente; dall'altra, è negli Annali che la studiosa ha potuto ritrovare, minuziosamente tratteggiati, i fatti, i personaggi e gli avvenimenti di un'immane costruzione durata ben sei secoli.

Il lavoro non è stato facile, ma "lo scoraggiamento iniziale per l'incomprensibilità delle scritture (in caratteri gotico lombardi) e la lunga e ripetitiva trascrizione di cifre (in lire-soldi-denari, ed espresse in sistemi differenti dal nostro, metrico decimale) si è presto trasformato in commozione man mano che da quegli inchiostri sbiaditi cominciavano a far capolino innumerevoli storie di uomini e donne mossi quotidianamente a piccoli grandi atti di carità". È una full immersion documentaria in una mentalità molto lontana dalla nostra. "All'uomo medioevale è ben chiaro come tutto concorra alla Costruzione - spiega Saltamacchia - come ogni gesto, per quanto banale o umile, nell'offerta acquista un valore eterno, così ogni bene, anche il più insignificante, serve all'edificazione della cattedrale. Ogni cosa, dentro questa prospettiva, diventava occasione di dono: il fiorino d'oro come la monetina di rame, l'anello di diamanti come il bottone in madreperla, la botte di vino come il sacco di biada, la tovaglia ricamata come il drappo logoro. Ogni dono trovava poi prontamente il suo utilizzo nel cantiere (calce, ferro, utensili), nella chiesa (paramenti sacri, arazzi e cere), tra gli operai (pane e vino) o, ancora, veniva trasformato in denaro tramite vendita all'incanto, una pubblica asta organizzata ogni giorno presso il palazzo comune nella piazza adiacente al cantiere".

Ogni circostanza partecipava di quest'opera, persino la morte. "Quando le epidemie di peste serpeggiavano per la città - continua la storica - deputati della Fabbrica si recavano presso i lazzaretti per spogliare i defunti delle loro vesti, che venivano rivendute dopo un anno di deposito precauzionale in un apposito magazzino, oppure, se eccessivamente deteriorate, se ne ricavavano bottoni e fili intessuti d'oro e d'argento da porre separatamente in commercio. Ciascuno, col suo tanto o col suo niente, concorreva alle necessità della costruzione. Notai, speziali, pescatori, orefici, fornai, mugnai, macellai prestavano gratuitamente le loro braccia per scavare le fondamenta. Ingegneri ed operai del cantiere devolvevano talvolta in offerta il loro salario, o vi rinunciavano in cambio di un'indulgenza per i loro peccati. Le prostitute, terminato il loro giro notturno, deponevano una parte del ricavato sull'altare. Lì, il vicario dell'Arcivescovo doveva provvedere affinché rimanesse sempre acceso un lume, così che a qualsiasi ora gli offerenti potessero versare il proprio obolo; la fioca luce della lampada permetteva all'incaricato, detto ebdomadale, di ricevere l'offerta mantenendo nella penombra il volto del donatore".

Quando non era il fedele a recarsi alla Chiesa, era la Chiesa a bussare alla porta del fedele. "Tutti desideravano partecipare alla costruzione della cattedrale, chi sgrossando un blocco di marmo, chi versando una moneta, chi mettendo da parte un po' del suo raccolto per gli operai del cantiere, ma non sempre era possibile alla gente giungere nel centro di Milano dalle città e dalle campagne, assentandosi dalla bottega o dal campo per percorrere a piedi strade che il freddo, i briganti o le frequenti guerriglie rendevano spesso impervie. Per questo la Fabbrica, negli anni, aveva perfezionato, con notevole successo, un sistema capillare di raccolta delle offerte che raggiungesse ogni angolo del contado. Cassette e ceppi - tronconi di legno vuoto dove versare l'elemosina - venivano collocati in tutti i punti nevralgici e di maggior passaggio: presso le porte urbane, ai crocicchi delle strade principali, nelle chiese, nei palazzi comunali. Schiere di ragazze vestite di bianco sfilavano danzando e cantando nelle piazze e nei carrobi, chiedendo ai passanti offerte per la cattedrale. Sacerdoti, frati mendicanti e volontari laici venivano inviati, in squadre ordinate, nei villaggi più lontani. Lì celebravano la messa mattutina a cui tutto il popolo accorreva, e dopo una sentita omelia sulla virtù della carità veniva dato annuncio della grande impresa di costruzione. Quindi, il gruppo dei questuanti bussava a ogni porta per chiedere alle famiglie donazioni di qualunque forma".

Anche il divertimento e il desiderio di far festa insieme erano vissuti per la cattedrale. "Spettacolari processioni, dette "trionfi", venivano organizzate annualmente dalle sei porte di Milano per portare solennemente in Duomo la propria offerta" spiega l'autrice dello studio, "ciascuna porta gareggiava per essere la più sfarzosa, inscenando drammi sacri o mitologici su carri allestiti da tutta la popolazione. All'arrivo sul sagrato, i cortei erano accolti da una folla capeggiata da duchi, cavalieri e dame, e a ciascuno veniva offerto un boccale di vino".

"L'aspetto più impressionante di questa storia per me - ci tiene a precisare la Saltamacchia - è tuttavia da ricercarsi nei lunghi elenchi di cifre contenuti nei registri di donazioni. Se al nostro sguardo distratto appare uno stuolo di svettanti santi di marmo a ricordarci il Cielo, se l'abbraccio della Madonna ci coglie, alta sopra il caos delle nostre giornate, perché non dimentichiamo mai quanto siamo preferiti e amati, è per lo spettacolo della carità che, in anni segnati da guerre, vessazioni, carestie ed epidemie, si inscenò silenzioso per le strade e i vicoli di questa città. Solo nell'anno 1400 sono circa 8.000 le donazioni raccolte, in denaro o in natura, per un valore totale di oltre 42.000 lire dell'epoca. Cifra assai ragguardevole, se si pensa che, oltre a costituire poco meno di un terzo delle entrate (tra le altre forme di ricavo c'erano, ad esempio, eredità e possessi immobiliari), copre la quasi totalità delle ingenti spese per il gigantesco cantiere (pari a più di 49.000 lire per quell'anno), in cui gli operai ricevevano in media 3 lire al mese. L'entità delle singole donazioni varia, nell'anno 1400, da un minimo di qualche denaro (la 240 parte della lira) a un massimo di 1.500 lire, corrisposte da un anonimo benefattore che chiede di esser annotato sui registri come un devoto della Beatissima Vergine Maria, che dona i suoi cospicui averi perché sotto il suo nome sia riedificata la chiesa della città.

"Tra le offerte spicca il contributo del principe Gian Galeazzo Visconti, che corrisponde mensilmente alla Fabbrica 700-800 lire, somma davvero esorbitante rapportata alle 4-5 lire versate in media dal popolo. E ciononostante, il denaro principesco rappresenta solo il 16% della somma raccolta quell'anno, mentre l'ammontare complessivo di elemosine e doni del popolo corrisponde all'84%; in particolare, le donazioni più povere, di valore compreso tra 1 denaro e 10 lire, ne costituiscono ben il 28%".

È dunque a una folla di gente comune che si deve l'edificazione del Duomo di Milano, uomini e donne ben lieti di dare tutto ciò che avevano per un'opera che, ben sapevano, mai i loro occhi avrebbero potuto contemplare ultimata. Uomini e donne ricchi soltanto di un'incrollabile fede, certi soltanto di dove fissare il proprio cuore. Come Caterina di Abbiateguazzone, una pauperrima, poverissima vecchietta che da tempo si adoperava per aiutare gli operai del cantiere, trasportando i materiali da costruzione nella gerla che portava sulle spalle. In una fredda mattina del novembre 1387 va a deporre come offerta, sull'altare, la sua unica, logora pelliccetta con cui si riparava dal gelo. Sopraggiunge di lì a poco un uomo, Manuele, che riconoscendo la pelliccia subito l'acquista, per poi deporgliela nuovamente sulle spalle. E l'amministrazione della Fabbrica, venuta a conoscenza del gesto di quella povera donna, la premia, dopo qualche mese, pagandole l'affitto della casupola in cui viveva.

(© L'Osservatore Romano - 2-3 gennaio 2008)

6/ La morte delle cattedrali, di Marcel Proust, nella traduzione di Cristina Campo. Uno straordinario Marcel Proust difende le cattedrali francesi (e le vuole vive e cariche di inni), in un testo dimenticato dai più

Presentiamo sul nostro sito, per gentile concessione, un testo di Marcel Proust, La morte delle cattedrali, nella traduzione di Cristina Campo, apparsa su “Elsinore”, 14-15, marzo-giugno 1965, pp. 48-63, a firma di Giusto Cabianca, e ripubblicata in Appassionate distanze. Letture di Cristina Campo con una scelta di testi inediti, Tre Lune edizioni, Mantova, 2006, pp. 57-62. Il copyright è della Tre Lune edizioni e la riproduzione è pertanto riservata. Per approfondimenti, cfr. la sezione Arte e fede e in particolare P. Florenskij, Il rito ortodosso come sintesi delle arti.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2019)

La morte delle cattedrali, di Marcel Proust*

* Questo studio di Marcel Proust apparve nel «Figaro» del 16 agosto 1904, in occasione della legge di separazione della Chiesa dallo Stato francese, che prevedeva fra l’altro l’abolizione dei luoghi di culto, l’inventario di tutti i beni della Chiesa di Francia, l’istituzione delle cultuali pena la confisca di quegli stessi beni da parte dello Stato, la «polizia dei culti», ecc. Legge che, come è noto, fu occasione di vittoria spirituale da parte dell’episcopato francese, obbediente all’ordine di San Pio X: lasciarsi spogliare serbando, in povertà assoluta, il mandato pastorale. Oggi che senza alcuna pressione da parte di governi laici si ode parlare negli stessi ambienti ecclesiastici di «sacrificio necessario» delle cattedrali e del canto gregoriano sembra opportuno rileggere la sottile, sferzante, appassionata perorazione di Proust in difesa dell’immenso tesoro di cui s’è nutrita per secoli – con la fede cristiana – tutta la grande arte di Occidente, e che non è facile comprendere a chi o a che cosa voglia oggi essere immolato [N.d.T.]

Supponiamo per un istante che la religione cattolica sia spenta da secoli, che le tradizioni del suo culto siano perdute. Sole, monumenti fatti inintelligibili ma rimasti mirabili, di una fede obliata, sopravvivono le cattedrali, mute e dissacrate. Supponiamo quindi che un giorno alcuni eruditi suffragati da documenti arrivino a ricostruire le cerimonie che vi si celebravano un tempo, per le quali erano state costruite, che erano precisamente il loro significato e la loro vita, senza le quali esse non erano ormai più che lettera morta; e supponiamo allora che alcuni artisti, sedotti dal sogno di restituire momentaneamente la vita a quei grandi vascelli divenuti silenziosi, vogliano rifarne per un’ora il teatro del dramma misterioso che vi si svolgeva, al centro di canti e profumi: in una parola, intraprendano, per la Messa e le cattedrali, ciò che i felibri hanno realizzato per il teatro di Orange e le antiche tragedie.

Esiste un governo appena sollecito del passato artistico della Francia che non sarebbe pronto a
sovvenzionare largamente un così magnifico tentativo?
Si può forse pensare che ciò che esso fa per delle rovine romane, non lo farebbe per dei monumenti francesi, per quelle cattedrali che sono probabilmente la più alta ma indiscutibilmente la più originale espressione del genio di Francia?

Poiché alla nostra letteratura si può preferire la letteratura d’altri popoli, alla nostra musica la loro musica, alla nostra pittura, alla nostra scultura, le loro; ma è in Francia che l’architettura gotica ha creato i suoi primi e più perfetti capolavori. Altri paesi non fecero che imitare la nostra architettura religiosa, e senza uguagliarla.

Cosi dunque (riprendo la mia ipotesi), ecco degli eruditi che hanno saputo ritrovare il significato perduto delle cattedrali: le sculture, le vetrate riprendono il loro senso, un profumo misterioso aleggia di nuovo nel tempio, un dramma sacro vi ha luogo, la cattedrale si rimette a cantare. Il governo sovvenziona con ragione, con maggior ragione che le rappresentazioni del teatro d’Orange, dell’Opéra Comique e dell’Opéra, questa resurrezione delle cerimonie cattoliche, di un interesse storico, sociale, plastico, musicale di cui la sola bellezza è al disopra di tutto ciò che un artista poté mai sognare, e alla quale forse soltanto Wagner sembrò accostarsi, imitandola, nel Parsifal.

Carovane di snob vanno alla città santa (sia Amiens, Chartres, Bourges, Laon, Reims, Rouen, Parigi, la città che volete, tante sublimi cattedrali abbiamo!), e una volta l’anno riprovano l’emozione che un tempo andavano a cercare a Bayreuth e ad Orange: gustare l’opera d’arte nella cornice stessa che per essa fu costruita. Disgraziatamente, qui come a Orange, essi rimangono dei curiosi, dei dilettanti; qualsiasi cosa facciano, non abita più in loro l’anima di un tempo. Gli artisti che son venuti ad eseguire i canti, quelli che incarnano i sacerdoti, possono essere colti, penetrati dello spirito dei testi; il ministro della pubblica istruzione non sarà avaro, con loro, di decorazioni né di complimenti. Eppure, non ci si può impedire di esclamare: «Ahimè, quanto più belle dovevano essere queste feste, al tempo in cui erano dei sacerdoti a celebrare l’uffizio e non per dare a dei letterati un’idea di quelle cerimonie, ma perché avevano nella loro virtù la stessa fede degli artisti che scolpirono il giudizio universale nel timpano del portico o dipinsero le vite dei santi sulle vetrate dell’abside. Come l’opera tutta intera doveva parlar più alto, più giusto, quando tutto un popolo rispondeva alla voce del sacerdote, piegava i ginocchi al campanello dell’elevazione, non, come in queste rappresentazioni retrospettive, al modo di freddi figuranti stilizzati ma perché anche loro, come il sacerdote, come lo scultore, credevano. Ma ahimè, tali cose sono altrettanto lontane da noi quanto il pio entusiasmo del popolo greco alle rappresentazioni del suo teatro, e le nostre “ricostruzioni” non potranno mai darne un’idea».

Ecco che cosa si direbbe se la religione cattolica non esistesse più, se degli eruditi fossero giunti a riscoprirne i riti, se degli artisti avessero provato a resuscitarli per noi. Ma per l’appunto quella religione esiste ancora e non ha per così dire mai mutato dal gran secolo in cui le cattedrali furono edificate. Non abbiamo bisogno, per immaginare ciò che fosse, vivente e nel pieno esercizio delle sue funzioni sublimi, una cattedrale del tredicesimo secolo, di farne, come del teatro di Orange, la cornice di una ricostruzione, di retrospettive esatte forse ma gelide. Basta entrarvi a una qualunque ora del giorno in cui si celebri un uffizio. La mimica, la salmodia, il canto non sono affidati qui ad artisti senza persuasione. I ministri stessi del culto ufficiano qui, non secondo un pensiero estetico ma per fede, e per ciò tanto più esteticamente. Le comparse non si potrebbe desiderarle più vive e più sincere, se il popolo stesso si degna di comparire per noi senza saperlo. Si può dire che, grazie alla persistenza nella Chiesa cattolica degli identici riti e, d’altro canto, della fiducia cattolica nel cuore dei francesi, le cattedrali non siano soltanto i più begli ornamenti della nostra arte ma i soli che vivano ancora la loro vita integrale, che siano rimasti in rapporto con lo scopo per il quale furono edificati.

Ora, la rottura del governo francese con Roma sembra rendere prossima la discussione e probabile l’adozione di un progetto del signor Briand, ai termini del quale, di qui a cinque anni, le chiese potranno essere e saranno spesso dissacrate; non solo il governo non sovverrà più alla celebrazione delle cerimonie rituali nelle chiese, ma potrà trasformarle in tutto ciò che gli piacerà: museo, sala di conferenze, casino da giuoco. O voi, signor André Hallays, che andate ripetendo che la vita si ritira dalle opere d’arte non appena non servano più ai fini che presiedettero alla loro creazione, e che un mobile divenuto ninnolo, un palazzo divenuto museo raggelano, non riescono più a parlare al cuore e finiscono per morire - io spero che cesserete un istante di denunciare i restauri più o meno goffi che minacciano ogni giorno le città di Francia che avete preso a vigilare, e che vi leverete, alzerete la voce a pungolare se occorre il signor Chaumié, a chiamare in causa, al bisogno, il signor de Monzie, a convocare il signor John Labusquière, a riunire la Commissione dei monumenti storici. Il vostro zelo ingegnoso fu spesso efficace, non lascerete morire, adesso, e in un colpo solo, tutte le chiese di Francia.

Non vi è oggi un socialista di buon gusto che non deplori le mutilazioni inflitte dalla Rivoluzione alle nostre cattedrali, tante statue, tante vetrate infrante. Ebbene, meglio devastare una chiesa che dissacrarla. Finché vi si celebra la Messa, per mutilata che sia essa conserva ancora la sua vita. Dal giorno in cui viene dissacrata è morta, e se anche sia protetta come monumento storico di celebrazioni scandalose, non è più che un museo. Si può dire alle chiese ciò che Gesù diceva ai suoi discepoli: «Se non continuerete a mangiare la carne del Figlio dell’Uomo, e a bere il suo sangue, non vi è più vita in voi» (San Giovanni, VI, 55), quelle parole misteriose e così profonde del Salvatore fatte, in questa nuova accezione, assioma d’estetica e di architettura. Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo, il sacrificio della Messa, non sarà più celebrato nelle chiese, non vi sarà in esse più vita. La liturgia cattolica è una cosa sola con l’architettura e la scultura delle nostre cattedrali, poiché le une e le altre hanno radice in un unico simbolismo. È noto come non vi sia nelle cattedrali scultura, per secondaria che sembri, che non abbia il suo valore simbolico. Se nel portico occidentale della cattedrale di Amiens la statua del Cristo si eleva su uno zoccolo ornato di rose, di gigli e di vite, è perché il Cristo ha detto: «Io sono la rosa di Saron. Io sono il giglio delle valli. Io sono la vite vera»[1].

Se sotto i suoi piedi sono scolpiti l’aspide e il basilisco, il leone e il drago, ciò è dovuto al versetto del salmo XC: Super aspidem et basiliscum ambulabis: et conculcabis leonem et draconem. Alla sua sinistra è rappresentato, in un piccolo bassorilievo, un uomo che lascia cadere la sua spada alla vista di un animale mentre accanto a lui un uccello continua a cantare. Questo perché «il poltrone non ha il coraggio di un tordo», e il bassorilievo ha il compito di simboleggiare, in effetti, la viltà come opposta al coraggio, perché è posta sotto la statua che è sempre (almeno nei primi tempi) alla sinistra della statua del Cristo, la statua di San Pietro, l’apostolo del coraggio.

E così delle migliaia di figure che adornano la cattedrale.

Ora, le cerimonie del culto partecipano dello stesso simbolismo. Nel libro mirabile al quale vorrei avere un giorno l’occasione di rendere intero omaggio, L'arte religiosa in Francia nel XIII secolo, Emile Mâle così analizza, secondo il Razionale dei divini uffizi di Guglielmo Durando, la prima parte della festa del Sabato Santo.

Fin dal mattino si comincia con lo spegnere nella chiesa tutte le lampade, per designare che l’Antica Legge, che finora illuminava il mondo, è ormai abrogata.

Poi il celebrante benedice il fuoco nuovo, figura della Nuova Legge. Egli lo fa scaturire dalla selce, per ricordare che Gesù Cristo è, come dice San Paolo, la pietra angolare del mondo. Allora il vescovo e il diacono si dirigono verso il coro e si arrestano davanti al cero pasquale.

Il cero, ci insegna il Durando, è un triplice simbolo. Spento, simboleggia insieme la colonna oscura che guidava gli ebrei durante il giorno, l’Antica Legge e il corpo di Gesù Cristo. Acceso, significa la colonna di fuoco che Israele vedeva di notte, la Nuova Legge e il corpo glorioso di Gesù Cristo risorto. Il diacono fa allusione a questo triplice simbolismo, intonando, davanti al cero, la formula dell’Exultet.

Ma egli insiste soprattutto sulla somiglianza del cero e del corpo di Gesù Cristo. Ricorda che la cera immacolata fu prodotta dall’ape, insieme casta e feconda come la Vergine che mise al mondo il Salvatore. Per rendere sensibile agli occhi la similitudine della cera e del corpo divino, egli pianta nel cero cinque grani di incenso che ricordano insieme le cinque piaghe del Cristo e i profumi recati dalle pie donne per imbalsamarlo. Finalmente egli accende il cero col fuoco nuovo e in tutta la chiesa le lampade si riaccendono a mostrare la diffusione della Nuova Legge nel mondo.

Ma questa, si dirà, è una festa eccezionale. Ecco l’interpretazione di una cerimonia quotidiana, la Messa, che, lo vedrete, non è meno significante.

«Il canto grave e triste dell’Introito apre la cerimonia; esso esprime l’aspettazione dei patriarchi e dei profeti. Il coro dei chierici è il coro stesso dei santi dell’Antica Legge che sospirano la venuta del Messia, che non sono destinati a vedere. Il vescovo entra allora, ed appare come la vivente immagine del Salvatore, atteso dalle Nazioni. Nelle grandi festività, si recano innanzi a lui sette ceri, a ricordare che, secondo la parola del profeta, i sette doni dello Spirito Santo riposano sul capo del Figlio di Dio. Egli avanza sotto un baldacchino trionfale di cui i quattro portatori possono compararsi ai quattro Evangelisti. Due accoliti procedono alla sua destra e alla sua sinistra e figurano Mosè ed Elia, che si mostrarono sul Tabor ai lati del Signore. Essi ci insegnano che Gesù aveva in sé l’autorità delle Tavole e quella della Profezia.

«Il vescovo siede sul suo trono e resta silenzioso. Sembra non partecipare in alcun modo alla prima parte della cerimonia. La sua attitudine contiene un insegnamento: egli ci ricorda con il suo silenzio che i primi anni della vita di Gesù Cristo trascorsero nell’oscurità e la meditazione. Il suddiacono, frattanto, s’è diretto al pulpito e, volto verso la destra, legge ad alta voce l’Epistola. Intravediamo qui il primo atto del dramma della Redenzione. Poiché la lettura dell’Epistola figura la predicazione di San Giovanni Battista nel deserto. Egli parla prima che il Salvatore abbia cominciato a far udire la sua voce, ma non parla che agli ebrei. Sicché il suddiacono, immagine del Precursore, si volge verso il nord, che è il lato dell'Antica Legge. Terminata la lettura, egli si inchina dinanzi al vescovo come il Precursore si umiliò dinanzi a Gesù Cristo».

«Il canto del Graduale, che segue la lettura dell'Epistola, si riporta ancora alla missione di San Giovanni Battista e simboleggia le esortazioni alla penitenza che egli dirige agli ebrei alla vigilia dei tempi nuovi».

«A questo punto, il celebrante o il diacono, legge il Vangelo. Momento solenne, poiché qui comincia la vita attiva del Messia; la sua parola si fa udire per la prima volta nel mondo. La lettura del Vangelo è la figura stessa della sua predicazione».

«Il Credo segue al Vangelo come la fede segue all’annuncio della verità. I dodici articoli del Credo si riferiscono alla vocazione dei dodici Apostoli».

«I paramenti stessi che il sacerdote indossa all’altare», aggiunge Mâle, «gli oggetti che servono al rituale sono altrettanti simboli. La pianeta, che s’indossa al di sopra delle altre vesti, è la carità che è superiore a tutti i precetti della legge e che è legge suprema essa stessa. La stola, che il sacerdote si passa al collo, è il giogo leggero del Maestro; e poiché sta scritto che ogni cristiano deve prediligere quel giogo, il prete bacia la stola mettendola e togliendola. La mitra a due punte del vescovo significa la scienza che egli deve avere dell’uno e dell’altro Testamento; due nastri ne pendono a ricordare che la Scrittura ha da essere interpretata secondo la lettera e secondo lo spirito. La campana del Sanctus è la voce dei predicatori. L’impalcatura alla quale è sospesa è figura della croce. La corda, fatta di tre canapi attorti, significa la triplice intelligenza della Scrittura, che deve essere interpretata nel triplice senso storico, allegorico e morale. Quando si prende in mano la corda per scuotere la campana, si esprime simbolicamente la verità fondamentale che la conoscenza delle Scritture deve esprimersi nell’azione».

Così tutto, fino al minimo gesto del sacerdote, fino alla stola che indossa, si accorda a simboleggiarlo, con il sentimento profondo che anima tutta intera la cattedrale e che, come ha ben detto Mâle, è il genio stesso del Medioevo.

Mai spettacolo comparabile, specchio altrettanto gigantesco della scienza, dell’anima e della storia, fu offerto agli sguardi e all'intelligenza dell'uomo. L’identico simbolismo abbraccia anche la musica che si fa udire allora nell’immensa nave e di cui i sette toni gregoriani figurano le sette virtù e le sette età del mondo. Si può dire che una rappresentazione di Wagner a Bayreuth è men che nulla accanto alla celebrazione della Messa solenne nella cattedrale di Chartres.

Senza dubbio, solo coloro che hanno studiato l’arte religiosa sono capaci di analizzare compiutamente la bellezza di una tale celebrazione. E basterebbe questo perché lo Stato avesse l’obbligo di vegliare alla sua perpetuazione. Allo stesso modo lo Stato sovvenziona i corsi del Collegio di Francia che non si dirigono se non a un piccolo numero di persone e che, a fianco di questa integrale resurrezione, una Messa solenne in una cattedrale, appaiono fredde dissezioni. E a fianco dell’esecuzione di simili sinfonie, le rappresentazioni dei nostri teatri ugualmente sovvenzionati corrispondono a dei bisogni letterari ben meschini. Ma aggiungeremo subito che coloro che possono leggere a libro aperto nella simbolica del Medioevo non sono i soli per i quali la cattedrale vivente, vale a dire la cattedrale scolpita, dipinta, sonora, sia il più grande degli spettacoli. Allo stesso modo si può gustare la musica senza conoscere l'armonia. So bene che Ruskin, mostrando le ragioni spirituali che presiedono alla disposizione delle cappelle nell’abside delle cattedrali, ha detto: «Mai potrete incantarvi alle forme dell’architettura se non siete in simpatia con i pensieri dai quali uscirono». Non è men vero per questo che tutti noi conosciamo l’avventura dell’ignorante, del semplice sognatore che entra in una cattedrale senza tentare di comprendere, abbandonandosi alle proprie emozioni e provandone un'impressione più confusa senza dubbio, ma altrettanto forte. Come testimonianza letteraria di tale stato d'animo, assai diverso certamente da quello del sapiente che passeggia nella cattedrale come in una «foresta di simboli che l'osservano con sguardi familiari», ma che consente di provare nella cattedrale, all’ora degli uffizi, un’emozione imprecisa ma possente, citerò la bella pagina di Renan intitolata Doppia preghiera:

«Uno dei più begli spettacoli religiosi che ancora si possano contemplare ai nostri giorni (e che presto non si potranno più contemplare se la Camera vota il progetto Briand) è quello che presenta, al cader della notte, l’antica cattedrale di Quimper. Quando l’ombra ha riempito le navate laterali del vasto edificio, i fedeli dei due sessi si riuniscono nella navata centrale e cantano in lingua brettone la preghiera della sera su un ritmo semplice e commovente. La cattedrale non è rischiarata che da due o tre lampade.

Nella navata, da un lato stanno gli uomini, in piedi; dall’altra le donne, inginocchiate, formano come un mare immobile di cornette bianche. Le due schiere cantano alternatamente e la frase cominciata da uno dei cori è terminata dall’altro. Ciò che cantano è molto bello. Quando lo udii mi parve che con qualche leggera trasformazione lo si potrebbe adattare a tutti gli stati della umanità. Mi fece soprattutto sognare una preghiera che, grazie a certe variazioni, potesse convenire ugualmente agli uomini e alle donne».

Tra questa vaga rêverie che non è senza incanto e le gioie più consapevoli del conoscitore d’arte religiosa, vi sono molte gradazioni. Ricordiamo, per memoria, il caso di Gustave Flaubert che studia, ma per interpretarlo in un sentimento moderno, una delle parti più belle della liturgia cattolica:

«Il sacerdote bagnò il pollice nell’olio santo e cominciò le unzioni, sugli occhi prima ... sulle sue narici ghiotte di brezze tiepide e di sentori amorosi, sulle sue mani che si erano dilettate di contatti soavi ... sui suoi piedi infine, così rapidi quando correvano all’assolvimento dei suoi desideri, e che ora non camminerebbero più».

Così, dinanzi a questa realizzazione artistica, la più completa che mai fosse, poiché tutte le arti vi ebbero parte, della più grandiosa visione alla quale si sia mai elevata l’umanità, si possono sognare molte cose, e la dimora è grande abbastanza perché tutti possiamo trovarvi posto. La cattedrale che ospita tanti santi, patriarchi, profeti, apostoli, re, confessori, martiri, ove generazioni intere si affollano fino all'entrata dei portici, spesso supplici, angosciate, elevando l’edificio tremante sotto il cielo come un alto gemito, mentre gli angeli si affacciano sorridenti dall’alto delle gallerie che, nell’incenso rosa e azzurro della sera e l'oro abbagliante del mattino, appaiono veramente come i «balconi del cielo», la cattedrale, nella sua immensità, può dare asilo al letterato come al credente, al sognatore come all’archeologo; quel che importa è ch’essa resti viva, e che dall’oggi al domani la Francia non sia trasformata in un arida riva dove gigantesche conchiglie cesellate apparirebbero in secca, svuotate della vita che le abitò, e che neppure porterebbero più, all'orecchio che vi s’inchini, il vago murmure di un tempo: semplici pezzi da museo, gelidi musei esse stesse.

«Non è troppo tardi, scriveva qualche anno fa André Allays, per segnalare un’idea strampalata, nata, pare, nel cervello di alcuni abitanti di Vezelay. Costoro vorrebbero che si sconsacrasse la chiesa di Vezelay. L’anticlericalismo ispira enormi idiozie. Sconsacrare quella basilica significa ritirarne l’anima che le resta. Quando si sarà spenta la piccola lampada che brilla in fondo al coro, Vezelay non sarà più che una curiosità archeologica. Vi si respirerà l’odore sepolcrale dei musei».

Solo continuando a riempire l’ufficio al quale furono prima destinate, le cose, dovessero lentamente morire al loro compito, conservano la loro bellezza e la loro vita. Si crede forse che nei musei di scultura comparata, i calchi dei celebri stalli in legno scolpito della cattedrale di Amiens possano dare un’idea di quei medesimi stalli, nella loro vecchiezza augusta e sempre operante? Mentre al museo un custode ci impedisce di accostarci ai loro calchi, gli stalli inestimabilmente preziosi, così vecchi, così illustri e così belli, continuano a esercitare ad Amiens le loro funzioni modeste di stalli, alle quali adempiono da tanti secoli con piena soddisfazione degli amienesi: come quegli artisti che, pervenuti alla gloria, non per questo abbandonano un piccolo impiego o smettono di dar lezioni. Quelle funzioni consistono, ancora prima che nell’istruire le anime, nel sopportare i corpi, e proprio a questo, rovesciati durante ciascun uffizio e mostrando il rovescio, essi vengono modestamente impiegati. Ben di più, i legni continuamente soffregati di quegli stalli hanno a poco a poco rivestito, o piuttosto lasciato affiorare quella oscura porpora che è come il loro cuore e che a tutto preferirà, fino a non poter più guardare i colori dei quadri che sembrano, dopo quelli, ben rozzi, l’occhio che una volta ne sia stato incantato. È con una sorta di ebbrezza che si gusta allora, nell’ardore sempre più infiammato del legno, ciò che è simile alla linfa, nel tempo, traboccante dall’albero. L’ingenuità dei personaggi qui scolpiti prende dalla materia nella quale vivono qualcosa come di doppiamente naturale. E in tutti quei frutti, quei fiori, quei rami, quelle vegetazioni di Amiens che lo scultore di Amiens scolpì nel legno di Amiens, i diversi strofinamenti hanno lasciato via via apparire quelle mirabili opposizioni di tono in cui la foglia si distacca, d’altro colore che il gambo, facendo pensare a quei nobili accenti che Gallé ha saputo trarre dal cuore armonioso delle querce.

Non soltanto ai canonici che seguono l’uffizio in quegli stalli, i cui braccioli, le misericordie e la ringhiera raccontano l’Antico e il Nuovo Testamento, non soltanto al popolo che riempie l’immensa nave, la cattedrale, se il progetto Briand fosse votato, si troverebbe chiusa, impedita di offrire Messa e orazioni. Dicevamo poco fa che in una cattedrale quasi tutte le immagini sono simboliche. Alcune non lo sono. Sono le immagini dipinte o scolpite di coloro che avendo contribuito con i loro denari alla decorazione della cattedrale, vollero serbarvi per sempre un posto, onde potere, dalla balaustra della nicchia o dallo sguancio della vetrata, seguire silenziosamente gli uffizi e partecipare senza rumore alle preghiere, in saecula saeculorum. Si sa che, avendo i bovi di Laon cristianamente trascinato fino in cima alla collina su cui si eleva la cattedrale i materiali che servivano a costruirla, l’architetto li ricompensò drizzando le loro statue alla base dei campanili, dove potete vederli ancora oggi, nel fragore delle campane e nel ristagno del sole, levare i capi lunati al disopra dell’arca santa e colossale fino all’orizzonte delle pianure di Francia, nella loro «meditazione interiore». Per delle bestie, era tutto quel che si poteva fare: agli uomini si accordava di meglio.

Essi entravano in chiesa, vi prendevano il loro posto che serbavano anche dopo la morte e dal quale potevano continuare, come nel tempo della loro vita, a seguire il divino sacrificio, sia che affacciati fuor del sepolcro di marmo volgano leggermente la testa dal lato del Vangelo o dal lato dell’Epistola, in grado di percepire, come a Brou, e sentire attorno ai loro nomi lo stretto e infaticabile allacciarsi dei fiori emblematici e delle iniziali venerate, serbando a volte fin nella tomba, come a Digione, i colori splendenti della vita, sia che in fondo alla vetrata, nei loro manti di porpora o d’oltre mare o d’azzurro che imprigiona il sole infiammandosene, riempiano di colori i suoi raggi trasparenti e bruscamente li sciolgano multicolori, erranti senza meta per la navata che tingono. Nel loro splendore disorientato e pigro, nella loro palpabile irrealtà, essi rimangono i donatori, che, proprio per questo, avevano meritato la concessione di una preghiera perpetua. E tutti vogliono che lo Spirito Santo, nel momento in cui discenderà nella Chiesa, riconosca bene i suoi. Non soltanto la regina e il principe portano le loro insegne, le loro corone o il loro collare del Toson d’Oro. I cambiavalute si sono fatti rappresentare verificando il titolo delle monete, i pellai vendendo le loro pellicce (vedi nel libro di Mâle la riproduzione di queste due vetrate), i beccai abbattendo i bovi, i cavalieri portando il loro blasone, lo scultore scalpellando capitelli.

O voi tutti, dalle vostre vetrate di Chartres, di Tours, di Bourges, di Sens, di Auxerre, di Troyes, di Clermond Ferrand, di Tolosa, bottai, pellai, speziali, pellegrini, bifolchi, armaioli, tessitori, tagliapietre, beccai, panierai, scarpari, cambiamonete, o voi, grande democrazia silenziosa, fedeli ostinati ad ascoltare l’uffizio, non smateriati ma più belli che ai giorni della vostra vita, nella gloria di cielo e di sangue della preziosa vetrata - non udrete più la Messa che vi eravate assicurata dando per l’edificazione della chiesa i vostri più limpidi scudi. I morti non governano più i vivi, secondo la profonda parola. E i vivi, obliosi, cessano di adempiere ai voti dei morti[2].

Ma lasciamo i bottai di rubino, i panierai di rosa e d’argento inscrivere sul fondo della vetrata la «muta protesta» che Jaurès saprebbe renderci con tanta eloquenza e che lo supplichiamo di far giungere alle orecchie dei deputati; e, dimenticando quel popolo innumerevole e silenzioso, avi d’elezione di cui la Camera non si preoccupa minimamente, per concludere, riassumiamo.

In primo luogo: la protezione anche delle più belle opere di architettura e di scultura francesi, che morranno il giorno nel quale non serviranno più al culto delle necessità dalle quali son nate, che è la loro funzione come essi sono i suoi organi, che è la loro spiegazione perché esso è loro anima, impone al governo il dovere di esigere che il culto sia perpetuamente celebrato nelle cattedrali, laddove il progetto Briand l’autorizza a fare delle cattedrali, in capo a qualche anno, i musei o le sale di conferenze (a immaginare il meglio) che gli piacerà, e persino, se il governo non prende questa iniziativa, autorizza il clero, se ne trovasse l’affitto troppo elevato (e poiché non avrà più aiuti, si può dire per forza) a non celebrarvi più uffizi.

In secondo luogo: la conservazione del più grande complesso artistico che si possa concepire, storico e pure vivo, e per la ricostruzione del quale non si indietreggerebbe dinanzi ad alcuna spesa se non esistesse più, vale a dire la Messa nelle cattedrali, impone al Governo il dovere di sovvenzionare la Chiesa cattolica per il mantenimento di un culto che importa ben altrimenti, alla conservazione della più nobile arte francese (per continuare a limitarci a questo punto di vista profano) che non tutti i conservatori, teatri di prosa o di musica, imprese di ricostruzioni di tragedie antiche al teatro di Orange, ecc. ecc., tutte queste associazioni avendo un fine d’arte contestabile, e preservando opere in gran parte trascurabili (che cosa rimane, dinanzi al coro di Beauvais o le statue di Reims, del Jour, dell’Aventurière o del Gendre de M. Poirier?), mentre l’opera che è la cattedrale del Medioevo con le sue mille figure dipinte o scolpite, i suoi canti, i suoi uffizi, è la più nobile di tutte le opere alle quali si sia mai innalzato il genio di Francia.

E non abbiamo parlato in questo articolo se non delle cattedrali, per dare a tali conseguenze del progetto Briand la loro forma più impressionante, la più oltraggiosa per lo spirito del lettore. Ma è noto che la distinzione tra le chiese cattedrali e le altre è del tutto artificiosa, poiché basterebbe, in occasione di una festa, rizzarvi la cattedra di un vescovo perché la chiesa divenisse momentaneamente cattedrale. Ciò che ho detto delle cattedrali si addice a tutte le belle chiese di Francia e si sa che ve ne sono migliaia. Seguendo una strada francese tra i campi di lupinella e i pomari che si allineano d’ambo i lati per lasciarla passare «così bella», quasi a ogni passo scorgerete un campanile che si leva contro l’orizzonte nuvoloso o chiaro, traversando, nei giorni di pioggia luminosa, un arcobaleno che, come una mistica aureola riflessa sul cielo, prossimo all’interno stesso della chiesa semiaperta, vi giustappone i suoi ricchi e precisi colori di vetrata; quasi a ogni passo scorgerete un campanile elevantesi, al disopra delle case volte a terra, come un ideale che si lancia nella voce delle campane alla quale si mischia, se vi avvicinate, il gridio degli uccelli. E bene spesso potrete affermare che la chiesa, al disopra della quale esso si leva così, contiene belli e gravi pensieri scolpiti e dipinti, e altri pensieri che, non chiamati a una vita così precisa, sono rimasti più vaghi, allo stato di belle linee architettoniche, ma altrettanto possenti, se pure più oscuri, e capaci di rapire la nostra immaginazione nello zampillo del loro slancio o di racchiuderla tutta intera nella curva della loro caduta. Là, dalle balaustre incantevoli di un balcone romanico o dalla soglia misteriosa di un portale gotico socchiuso, che fonde all’oscurità illuminata della chiesa il sole dormente all’ombra dei grandi alberi che la circondano, noi dobbiamo continuare a vedere la processione che esce dall’ombra multicolore spiovente dagli alberi di pietra della navata e imbocca nella campagna, di tra le colonne tarchiate, sormontate da capitelli di fiori e di frutti, quei sentieri dei quali si può dire, come il Profeta diceva del Signore: «Tutti i suoi sentieri sono pace».

Infine, non abbiamo invocato sin qui che un interesse artistico. Ciò non vuol significare che il progetto Briand non ne minacci ben altri e che a questi altri noi siamo indifferenti. Ma insomma, è da questo punto di vista che abbiamo voluto porci. Il clero avrebbe torto a respingere l’aiuto degli artisti. Poiché, a vedere quanti deputati, appena finito di votare leggi anticlericali, partono per un giro delle cattedrali d’Inghilterra, di Francia o d’Italia, ne riportano alla loro moglie una vecchia pianeta per farne un mantello o una portiera, elaborano nei loro studi progetti di laicizzazione davanti alla riproduzione fotografica di una «Deposizione dalla Croce», contrattano a un rivendugliolo uno sportello di pala d’altare, vanno a cercare fino in provincia, per la loro anticamera, frammenti di stalli di coro che serviranno da portaombrelli e il venerdì santo, alla «schola cantorum», se non addirittura alla chiesa di San Gervais, ascoltano «religiosamente», come si dice, la Messa di Papa Marcello, è pensabile che il giorno nel quale avremo persuaso tutte le persone di gusto dell’obbligo che incombe al governo di sovvenzionare le cerimonie del culto, avremo trovato come alleati e sollevato contro il progetto Briand buon numero di deputati, anche anticlericali.

© Tre Lune

7/ Citazioni

Delle seguenti citazioni non è stato possibile verificare la fonte. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Arte e fede.

Da Charles Pèguy, Il mistero dei Santi innocenti
La Foi est une église, c’est une cathédrale enracinée au sol de France.
La Charité est un hôpital, un hôtel-Dieu qui ramasse
toutes les misères du monde.
Mais sans Espérance, tout ça ne serait qu’un cimetière.

La fede è una chiesa, è una cattedrale radicata nel suolo di Francia.
La Carità è un ospedale, un ricovero che raccoglie tutte le miserie del mondo.
Ma senza speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero.

Da Heinrich Heine
Un amico mi chiese perché non si costruivano più cattedrali come le gotiche famose, e gli dissi: “Gli uomini di quei tempi avevano convinzioni; noi, i moderni, non abbiamo altro che opinioni, e per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più che un'opinione”.

Da George Weigel, La cattedrale e il cubo, Rubbettino, 2005
«Quale cultura è maggiormente in grado di proteggere i diritti umani, promuovere il bene comune, difendere il giusto pluralismo e rendere conto degli impegni morali che rendono possibile la democrazia? La cultura che ha prodotto il freddo e razionalistico Grande Arche de la Défense, oppure la cultura incarnata nella Cattedrale di Notre-Dame che i sostenitori del Grande Arche immaginano possa essere fatta entrare all’interno del loro cubo? […]
La Grande Arche incarna, in modo anche visivamente sorprendente la noia metafisica; ci parla di politica senza Dio, o meglio celebra la politica senza Dio come una grande liberazione per l’umanità. La maestosa difformità di Notre-Dame, con le sue combinazioni di pietra sontuosa e vetrate luminose, incarna, invece, l’apertura dello spirito umano al trascendente, a Dio. Ci è voluto molto tempo per il popolo della Cattedrale per articolare, a partire dalle convinzioni religiose, un approccio persuasivo e convincente alla democrazia. Tuttavia, è stato infine raggiunto. (…) Da parte loro, il numero decrescente di cristiani dell’Europa ha compreso (in alcuni casi tardivamente) perché sia necessario rispettare le convinzioni altrui e difendere la libertà dell’Altro: è il loro dovere di cristiani far questo, perché questo è ciò che Dio chiede loro. Tuttavia, chi, o che cosa, insegna un siffatto senso del dovere al popolo del Cubo, il popolo per il quale La Grande-Arche rappresenta un grande passo in avanti civile rispetto a Notre-Dame? Chi, o che cosa, insegnerà agli europei del futuro che i valori democratici che questo Cubo pretende di rappresentare devono essere promossi o difesi?
Questa è una domanda urgente per gli europei, così come per gli americani: la questione del Cubo e della Cattedrale è centrale per il futuro del progetto democratico».

Note al testo

[1] In realtà le prime due frasi non furono pronunziate dal Cristo. La liturgia le applica di preferenza alla Vergine Maria [N.d.T.].

[2] Proust si riferisce all’usurpazione dei legati di Messe da parte del governo francese [N.d.T.].