[Tv on demand, Netflix e i player sugli smartphone] 1/ Quelle "indigestioni" davanti agli schermi. Un’intervista di Pino Pignatta a Luigi Ballerini 2/ «Tra­smet­te­re ma non im­por­re»: Lui­gi Bal­le­ri­ni e l’e­du­ca­zio­ne in of­fer­ta. Un’intervista di Fran­ce­sca Rita Pri­vi­te­ra

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /12 /2018 - 15:00 pm | Permalink
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1/ Quelle "indigestioni" davanti agli schermi. Un’intervista di Pino Pignatta a Luigi Ballerini

Riprendiamo da Famiglia cristiana un’intervista di Pino Pignatta a Luigi Ballerini pubblicata il 14/12/2018. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Educazione e media.

Il Centro culturale Gli scritti (30/12/2018)

Lo psicoanalista Luigi Ballerini è l'autore di "Né dinosauri né ingenui". Offre consiglia ai genitori per gestire la "rivoluzione" della Tv on demand e del fenomeno del "binge watching" cioè guardare una serie televisiva episodio dopo episodio fino all'esaurimento.

Tra le nuove abitudini di tante famiglie italiane, anche dal punto di vista televisivo, c’è senza dubbio la Tv non più soltanto “passiva”, nella quale il palinsesto è un’offerta preconfezionata, dove l’unica variabile è il telecomando, ma diventa una fruizione personalizzata, su misura, in cui ciascuno si crea la propria scaletta: sceglie che cosa guardare, dove e quando. Tutto questo è possibile grazie alla televisione via web, che arriva sulle Smart tv, cioè quelle collegate a Intrnet, ma anche sui pc, sui tablet e su smartphone con display sempre più larghi come pollici. L’offerta è ampia: Chili, Infinity, TimVision, ma il player più forte è senza dubbio Netflix.

Sull’argomento, che porta con sé nuove opportunità, anche culturali, ma pure alcuni rischi di “dipendenza”, abbiamo sentito il parere di Luigi Ballerini, medico, psicoanalista, scrittore, sposato, padre di quattro figli, autore di un libro appena pubblicato dalle Edizioni San Paolo - Né dinosauri né ingenui. Educare i figli nell’era digitale - rivolto a genitori ed educatori, per avvicinare la tecnologia dal punto di vista pedagogico.

Dottor Ballerini, i ragazzi che si siedono sul divano con i genitori per vedere una serie su Netflix, e poi proseguono su uno smartphone, magari da soli, nella loro cameretta, sdraiati al buio sul letto con un display illuminato a 10 centimetri dagli occhi, di pomeriggio, di sera, o di notte (tanto papà e mamma dormono), sono ancora “educabili”? O grazie a queste tecnologie la partita è persa per sempre?

«La televisione così come l’abbiamo vissuta noi adulti non esiste più per i giovani. È un mezzo obsoleto, che tendenzialmente si usa giusto in famiglia in occasione di una visione condivisa. Per questo ora si preferisce parlare di “screen time”, ossia del tempo globale che passiamo davanti a tutti gli schermi della nostra vita (tv, pc, smartphone, tablet, consolle), tempo che può essere considerevole per grandi e piccoli. Non siamo più noi infatti che ci mettiamo davanti allo schermo, ma è lo schermo che viene davanti a noi: possiamo averne uno con noi sempre e ovunque. A seconda dell’età dobbiamo quindi porre dei limiti a questo uso, ad esempio è buona norma che il cellulare di notte resti spento e non nella stanza. Conviene pertanto non considerare la partita persa per sempre, ma aiutare i più giovani, non solo con le regole, a usare bene degli schermi».
Rispetto ai tempi di papà e mamma, quando la Tv era immodificabile, potevi solo cambiare canale, queste Tv via web che si fruiscono quando, come e dove vogliamo, sono un’esperienza in più per i ragazzi, un grado di libertà superiore, o rischiano di svuotare i loro spazi mentali in modo non controllato o incontrollabile?
«La mia generazione è cresciuta con la “tivù dei ragazzi”: i programmi iniziavano alle cinque del pomeriggio e tutti vedevamo lo stesso sceneggiato o cartone. Oggi non è più così, e non è detto che sia un male. La scelta è vastissima, i contenuti estremamente diversificati, la fruizione continua: ciascuno può davvero trovare ciò che più piace e interessa. Inoltre i giovani, abbandonando la televisione per passare ai dispositivi mobili, guardano quello che vogliono senza che i genitori possano davvero avere un controllo totale. L’offerta che trovano è ricca, nel bene e nel male. Le occasioni di conoscenza, di informazione, di acculturamento e di svago sono a portata di click. Come adulti conviene che innanzitutto li aiutiamo a vivere la realtà nella sua pienezza, favorendo ad esempio i rapporti con persone vere, le uscite, le esperienze reali. E poi dovremmo provare a formare un gusto estetico cui possano attingere quando da soli dovranno scegliere i diversi programmi on line. Quindi l’aspetto educativo è sempre più centrale».

Se un figlio grazie a Netflix (ma non solo lui, spesso tutta la famiglia) può guardare una serie Tv avvincente senza interruzioni, senza l’attesa della tv generalista, 3-4-5 puntate di seguito, perdendo concentrazione sullo studio, occasioni di movimento e di sport, accendendo un mini tablet in qualsiasi parte della città, durante l’anno o in vacanza, come gli spieghiamo che perde il senso della misura? Oppure ci arrendiamo perché è semplicemente una nuova “civiltà”?

«Il problema nasce non quando si guarda tanto una serie o uno schermo, ma quando il reale si impoverisce. È il caso in cui si frequentano meno gli amici, si mollano gli interessi, non si pratica più uno sport, i risultati a scuola declinano per stare attaccati a uno o più schermi. Il cosiddetto “binge watching” ossia il guardare una serie tv episodio dopo episodio fino all’esaurimento è una tentazione reale. Il sistema stesso lo favorisce facendo iniziare l’episodio successivo prima ancora che sia terminato il precedente. Dobbiamo pertanto vigilare affinché il controllo resti nelle mani nostre e dei nostri figli. Siamo noi che dobbiamo governare la tecnologia, non farci governare da lei. Quindi, se con i più piccoli tocca a noi porre un limite, con i più grandi è nostro compito aiutarli a tenere aperto lo sguardo, a ricordare, soprattutto con la nostra vita, che il mondo reale è sempre più interessante e affascinante di quello fatto di pixel. C’è tempo per tutto nella giornata. “Anche” per una serie tv. Non, “solo”».

2/ «Tra­smet­te­re ma non im­por­re»: Lui­gi Bal­le­ri­ni e l’e­du­ca­zio­ne in of­fer­ta. Un’intervista di Fran­ce­sca Rita Pri­vi­te­ra

Riprendiamo da Sicilian Post un’intervista di Fran­ce­sca Rita Pri­vi­te­ra a Luigi Ballerini pubblicata il 14/12/2018. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Educazione e media.

Il Centro culturale Gli scritti (30/12/2018)

«La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla delle autorità e non ha alcun rispetto degli anziani»; «Non c’è più alcuna speranza per l’avvenire del nostro paese se la gioventù di oggi prenderà il potere domani»; «Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico, i ragazzi non ascoltano più i loro genitori»; «I giovani sono maligni e pigri, non saranno mai come la gioventù di una volta». Sono le amarezze dei nostri nonni? Le lamentele dei ’90 ai 2000? No, sono i rimproveri di Socrate, di Esiodo, di un sacerdote dell’antico Egitto e dei babilonesi: «Questo per dire che è 5 mila anni che i giovani non ci piacciono. Insomma, poco di nuovo sotto il sole».

A parlare è il milanese Luigi Ballerini, psicanalista e scrittore per ragazzi molto avvezzo a trattare con loro. Cosa lo ha spinto nel giorno di Sant’Ambrogio, prezioso per i lombardi, a lasciare l’albero di Natale semi-sfatto? La vocazione da genitore che unita a quella da psicanalista fanno la combo perfetta. Né dinosauri, né ingenui. Educare i figli nell’era digitale è il titolo, ispirato al suo omonimo libro edito da San paolo (il primo di altri due che vedranno la stampa il prossimo anno), degli incontri tenuti all’Istituto F. Ventorino di Catania, uno con il fronte educativo, l’altro, «quello più bello» ha detto, con i ragazzi del plesso.

IPOT­TY O MOTOROLA STARTAC? «Dinosauri e ingenui sono due estremi di genitore ed educatore. Da una parte il si stava meglio prima, che rallenta l’ingresso della tecnologia; dal­l’altra, chi dà in mano i suoi prodotti senza indugi». Esempio del secondo caso è iPotty: un vasino per imparare a fare la cacca guardando l’iPad: «L’idea è: ti distraggo facendoti guardare un cartone, mentre i più avanzati faranno vedere un video tutorial».

Per lo scrittore dobbiamo rivedere l’idea di distrazione: «Il bambino sta facendo un gran lavoro di scoperta del suo corpo e noi lo distraiamo?». Lo stesso effetto baby-sitter (com’era la tv) è utilizzato quando si è in macchina o quando si aspetta al ristorante da genitori che anni dopo non riescono a distoglierli da uno schermo: «Ma chi è che li ha istruiti a passare così il tempo libero?».

Esempio di dinosauro è invece la mamma di un ragazzo che un giorno è venuta a trovare Ballerini in studio: dopo sudate suppliche gli aveva promesso il telefono per Natale della terza media. «A gennaio lo rivedo: Motorola Startac e musone».

FRA CONTROLLO E ABBANDONO. Il caso di questa mamma (più sadica che dinosauro) non è atipico: «Molti genitori sono convinti di controllare i figli togliendo le sim, ma non capiscono che questi si disegnano mappe dei Wi-Fi della città». Allo stesso modo, «sono 5 milioni gli adolescenti italiani su Tik Tok, molti delle medie. Noi non sappiamo manco cosa sia e stiamo a discutere del permesso per Facebook». Per non parlare delle serie tv come The End of the F***ing World: «Episodi di 21 minuti, il tempo di andare a scuola e della ricreazione, senza che i genitori se ne accorgano». Che significa tutto questo? «Che la logica del controllo tiene fino a un po’, non basta». Per Ballerini «il paradosso della generazione di ora è che è la più controllata e la più abbandonata. Pensate cosa succede se per mezz’ora il figlio non si fa sentire o non si collega».

OCCASIONI DI OFFRIRE. Che fare allora? È finito il tempo dell’educazione-sottrazione: «Qual è il nesso fra farmi venire voglia di studiare inglese e non mandarmi a calcio? In campo imparo ad essere generoso, leale, apprendo il valore della fatica. Perché dobbiamo toglierlo?» Ballerini se lo chiede e lo chiede ai presenti con un brillante espediente dialogico: quando parla dei bambini e dei ragazzi usa la prima persona, per aiutarci a ricordare che significa essere piccoli. Vale anche per Fortnite e simili: «Il problema è quando i videogiochi mi mangiano la realtà e inizio a non uscire. E perché succede? Più gioco più divento bravo, più mi sento bravo. Dall’altra parte vedo invece una realtà difficile. Quale è più probabile che io scelga?». Dobbiamo rendere la realtà masticabile. «Altro che togliere: bisogna offrire occasioni di realtà vincente, piacevole e interessante». E per farlo viene chiesto ai genitori di essere meno spaventati e meno soli: «Aprire le case, conoscersi fra loro, invitare i figli degli altri, favorendo la conoscenza di realtà diverse». Così si cresce con ragazzi capaci di affrontare umanamente rete e digitale.

GENITORI AFFIDATARI. «E vieni qua, dammi un bacio, ma come sei diventato scontroso! Dobbiamo rispettare le loro richieste di pudore». E aggiunge: «Ecco, questo è il momento più desiderabile, quando non ci fanno più quei lavoretti orribili di Natale col rotolo della carta igienica. Non c’è cosa più bella che godere del­lo spettacolo di vederli vivere la loro vita». L’invito allora è a scoprirci genitori affidatari. «I genitori affidatari accompagnano i figli per un tempo, quello necessario, fin quando non camminano da uomini e da donne liberi nel mondo con il bagaglio che abbiamo loro preparato ma che scelgono loro di mettere in spalla. Trasmettere non è imporre. E l’affido che va bene non diventa adozione».