Siamo terribilmente stanchi…, di Aldo Moro

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /12 /2018 - 22:15 pm | Permalink
- Tag usati: ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo dal sito di Città Nuova (5 aprile 2010) un articolo di Aldo Moro pubblicato originariamente in Studium, marzo-aprile 1945, n. 10, pp. 269-270. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Politica, giustizia e carità.

Il Centro culturale Gli scritti (9/12/2018)

Una riflessione, tratta da uno scritto del 1945 di Aldo Moro (appena ventinovenne), ancora di grandissima attualità

Possiamo guardare con fiducia all’avvenire? E possiamo attendere con serenità al nostro lavoro, ad ogni nostro lavoro, nella certezza che esso serve pure a qualche cosa, che la vita non è vana, che è anzi degna e buona? Certamente il guardare lontano ed anche intorno a noi, non è esperienza tale da rassi­curarci: rovine, miserie, insincerità, decadenza e stanchezza in tutto ed in tutti.

Ma forse guardare in noi può darci un senso maggiore di pace e di fiducia? Purtroppo no. Se siamo anzi sinceri con noi stessi, dobbiamo riconoscere che la radice vera di questa diffusa inquietudine che pesa su di noi e toglie respiro alla vita, è proprio nella nostra anima. Siamo noi inquieti, impazienti, esasperati, preoc­cupati, sempre in posizione di difesa e di offesa, sen­za comprensione né pace. Non possiamo gettare tutta sugli altri la responsabilità di questo stato di cose e sentirci nemici in un mondo nemico, se noi per primi non sappiamo capire, compatire, amare; se non sappiamo sciogliere nel nostro spirito, che batta per primo la difficile strada, questo gelo di sfiducia e di stanchezza che impedisce ogni movimento, che frena in noi ogni generosità, che ci fa morti in un mondo di morti. 

Non possiamo dolerci del nostro tempo, finché non abbiamo fatto la prova della comprensione e dell’amore, finché ciascuno di noi non ha lavorato, proprio in mezzo alla tempesta, per farsi diverso e migliore, finché non si è tentato di placare l’ansia e l’impazienza, per vedere, finché è possibile, cose serene e normali, i profondi motivi umani e co­struttivi di questa tragedia, affioranti dall’abisso in cui siamo caduti.

Come siamo facili tutti alla condanna! Come ci piace estraniarci dal nostro tempo, per scuotere da noi pesanti e fastidiose responsabilità! Non amiamo il nostro tempo, perché non vogliamo fare la fatica di capirlo nel suo vero significato, in questo emer­gere impetuoso di nuove ragioni di vita, in questa fresca misteriosa giovinezza del mondo. Niente è finito per fortuna, niente è irrimediabilmente per­duto, malgrado lo sperpero che si è fatto della bontà e della pace, malgrado l’oscurità sconcertante di que­sta che pur sappiamo esser un’aurora. Le forme, sì, possono far male; può spaventare il peso di irraziona­lità, di eccesso, di violenza che accompagna il na­scere faticoso di un altro mondo, il nostro, lo svol­gersi significante di un tempo nuovo, il nostro, quello nel quale siamo stati chiamati a vivere.

Ma appunto per questo il nostro dovere è di non essere né impazienti né superficiali, di saper ve­dere ed aspettare, di accettare la mortificazione di non poter vedere con soddisfacente chiarezza l’or­dine che questo disordine prepara, l’umanità nuova che questa disumana vicenda stranamente annuncia. E come è male essere frettolosi e disattenti osserva­tori e nutrire nel cuore una inutile e cattiva dispera­zione, così è male essere superficiali e frettolosi nei rimedi che vorremmo proporre per una rapida e completa sanazione di tutti i mali.

È come se oggi soltanto ci accorgessimo del male che è nel mondo, oggi che si è tutto spiegato e non c’è occhio che possa chiudersi ancora neghittosa­mente alla vista. Non pensiamo che questo tempo nasce da quello di ieri, nel quale abbiamo vissuto chiusi in noi stessi e colpevolmente ignari del doma­ni che si preparava appunto in quella quiete appa­rente.

È come se occorresse far presto, impadronirsi delle leve di comando, disporre del mondo, domi­narlo, conformarlo a nostro gusto. E non pensiamo che è terribilmente difficile dominare veramente la storia e che passare accanto, ignorandola, alla li­bertà incoercibile dello spirito, è come rinunziare per sempre a raggiungere la mèta, anche se si abbia l’impressione di fare più presto e meglio. Il pro­blema è di saper rinunziare ad un successo immediato per uno lontano, ad un successo provvisorio e par­ziale per uno stabile e compiuto. Per questo bisogna ignorare l’inquietudine e la fretta, abbandonare lo stato di perpetuo allarme nel quale in fondo ci com­piaciamo di vivere, per sentirci vittime di qualche cosa e protagonisti di una vicenda interessante.

Il nostro cammino è più lento e difficile. Una ri­nunzia momentanea può essere una grande tattica di combattimento; la pazienza, la misura, la sere­nità, la buona fede, la povertà dello spirito, il lavo­rare in profondità con lo sguardo rivolto lontano, sono le risorse dell’uomo spirituale, il quale crede nella vita e la ama. Di questa fede e di questo amore sopratutto noi abbiamo bisogno, un bisogno ur­gente.

Siamo terribilmente stanchi di sentirci nemici, fidati soltanto ad una buona arma; siamo stan­chi di combattere sempre e a vuoto. Vogliamo illu­minare l’oscuro avvenire ed amare il nostro tempo; non di un fiacco amore di convenienza e di supina accettazione, ma di uno operoso e pieno di fede, il quale sappia trasformare in silenzio ed in pace, poco a poco, ma sul serio, in profondità, per sempre.