Arthur Schnitzler, la precarietà dell’esistenza e il “medio inconscio”, di Giulia Alberico e Maria Letizia Belardelli

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /08 /2018 - 14:26 pm | Permalink
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Riprendiamo, per gentile concessione delle autrici, da “La signorina Else e il sottotenente Gustl” di Arthur Schnitzler. Edizione integrale a cura di Giulia Alberico e Maria Letizia Belardelli, Morano Editore, Napoli 1993, pp. 168-169, la presentazione della figura dello scrittore viennese. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (5/8/2018)

L’AUTORE

“Nacqui a Vienna …il 15 maggio 1862; e poche ore dopo, mio padre me lo raccontò spesso, rimasi per un po' sul suo scrittoio. Non so più se sia stato mio padre o la levatrice a mettermi in quel posto comunque inconsueto per un neonato; ad ogni modo il fatto costituì sempre per lui un pretesto per fare una profezia, al cui avverarsi egli avrebbe assistito solo in parte e senza alcun entusiasmo”[1].

Sono queste le parole con cui Schnitzler inizia la sua autobiografia e il curioso episodio, cui fa cenno, allude alla sua futura attività letteraria che per la famiglia, e per il padre in particolare, fu sempre motivo di delusione e di contrasti.

La famiglia di Schnitzler appartiene a quella ricca e colta borghesia ebraica che ebbe una parte importantissima nella vita culturale austriaca tra i due secoli. Il padre è un famoso laringoiatra e tra i suoi pazienti annovera i più bei nomi dell'aristocrazia e della borghesia viennese; in particolare il suo studio è frequentato, per evidenti ragioni, dagli attori e cantanti più famosi dell'epoca. Anche il nonno materno di Arthur Schnitzler è medico e fondatore di una rivista di Medicina.

Ovvio quindi che in famiglia tutti dessero per scontata la scelta professionale di Arthur. E dopo gli studi liceali il giovane si iscrive, infatti, alla facoltà di Medicina, si laurea e compie un tirocinio ospedaliero nel reparto di psichiatria diretto dal prof. Meynert che fu anche uno dei maestri di Freud.

Per diversi anni Schnitzler tenta di conciliare la professione medica, cui si è avviato esclusivamente per le pressioni familiari, e l'interesse sempre più vivo per la scrittura. Sono anni in cui compone racconti e atti unici che vengono pubblicati e rappresentati con discreto successo[2].

La passione di Schnitzler per il teatro ha origini molto remote. Nella sua autobiografia, parlando dei giochi della sua infanzia, dice: “… mi divertivo col teatro vero e proprio, quello vivo, cui ci dedicavamo con grandissima passione, improvvisando sempre, ora in famiglia coi cugini, ora fuori con altri piccoli amici...”[3].

E più avanti: "La mia attitudine per il teatro in ogni sua espressione, conscia e inconscia, fu favorita dal fatto che ci andavo abbastanza spesso, e ciò fu possibile, a sua volta, grazie ai molteplici rapporti di lavoro e di amicizia di mio padre col mondo teatrale"[4].

E ancora, riferendosi agli anni liceali: "I miei tentativi drammatici rimasero per molto tempo quasi esclusivamente una faccenda privata. In particolare non ero particolarmente propenso a farli vedere ai miei genitori. Li componevo di nascosto e, se mio padre o qualcun altro entrava nella stanza, facevo sparire in mezzo ai compiti i quaderni di scuola nei quali li annotavo..."[5].

Da adulto frequenta giornalisti, poeti, scrittori, come Hofmannsthal, Bahr, Salten, Kraus. Si tratta del gruppo di giovani intellettuali, chiamato Jung Wien, che si riunisce nel Caffè Griensteidl e di cui egli entra a far parte intorno al 1890.

In una pagina di diario relativa a quegli anni Schnitzler traccia questo ritratto di sé: “Fama di persona intelligente ma arrogante per gli estranei, di viveur per alcuni, cosa che irrita papà, di persona spiritosa, molto dotata, ma incapace di decidersi per i buoni conoscenti. Eppure è solo la fantasia che forse riuscirà ancora a farmi concludere qualcosa. Non certo la Medicina, anche se di tanto in tanto riesco stranamente ad adattarmi ad essa"[6].

Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1893, Schnitzler lascia l'ospedale e si dedica completamente all'attività letteraria.

Diviene ben presto un autore noto e il suo pieno successo è sancito dalla prima rappresentazione al Burgtheater di Vienna di Liebelei[7] nell'ottobre del 1895. L'opera rimarrà ininterrottamente in cartellone fino al 1910.

La vita di Schnitzler è in questi anni varia e brillante: viaggia, ha intensi rapporti con uomini di cultura - di cui sono testimonianza gli ampi carteggi con Heinrich Mann[8], Theodor Herzl[9], Otto Brah[10] - intreccia numerose relazioni sentimentali.

Accanto ad avventure brevi e superficiali vive rapporti lunghi e impegnativi; in entrambi i casi, è alle donne della sua vita che Schnitzler si ispirerà spesso per i personaggi femminili delle sue opere.

Ad esempio a Jannette Heeger rimanda il personaggio femminile di Liebelei e più in generale il tipo della Susses Madel, la dolce ragazza di modesta estrazione sociale che si concede ad avventure sentimentali senza futuro con l'agiato giovanotto borghese, il Lebeman; ad Adele Sandrok, prima attrice del Deutsches Volktheater, rimanda il personaggio dell'attrice in Girotondo[11]e  quello di Mathilde in Mathilde Delorme[12].

Nell'ampia produzione teatrale e narrativa che abbraccia gli ultimi anni dell'800 e il primo decennio del 900 Schnitzler si presenta come il cantore ironico e garbato di un mondo giunto sulle soglie del suo disfacimento.

“Il declino della civiltà asburgica… si estenua nell'arte di Schnitzler in uno stanco e scettico gioco di sentimenti, in un minuetto di passioni che non trovano la forza di credere in se stesse[13]. “La società viennese viene declinata in tutte le sue forme e contemplata da un angolo visuale piccolo borghese influenzato da componenti ebraiche. Le categorie più brillanti, perno e soprattutto ornamento del sistema, vengono spietatamente demolite"[14].

I temi cari Schnitzler sono il conflitto tra realtà e finzione, la sfiducia nella durevolezza dei sentimenti, l’incomunicabilità nel rapporto uomo-donna, il vuoto di valori che caratterizza la gaudente società viennese della Belle Epoque.

Sono temi che urtano la suscettibilità dei benpensanti e l'ipocrita  morale corrente. E la reazione non tarda a farsi sentire. Piovono su Schnitzler critiche e accuse; la censura impedisce più volte la rappresentazione di Girotondo e di Mathilde Delorme.

Nel 1901 il comando supremo dell'esercito Imperialregio, a seguito di un processo, priva Schnitzler del grado di tenente medico per aver scritto e pubblicato il racconto Il sottotenente Gustl il cui contenuto è considerato un'offesa alla classe militare.

Negli anni della Grande Guerra e più ancora in quelli successivi, il pessimismo di Schnitzler, che in gioventù era caratterizzato da un lieve, ironico scetticismo, diviene sempre più amaro. La sua produzione teatrale, ormai teatro di repertorio, continua ad essere rappresentata con successo, ed è nella narrativa che lo scrittore dà il meglio di sé.

"Tra il 1910 e il 1920 - sono gli anni che decretano la Finis Austriae e il crollo delle illusioni e delle speranze - matura nell'autore un processo di autoriflessione e di analitica introspezione che determina una svolta nella sua tematica. L'attenzione di Schnitzler, ormai tutto teso a meditare sulla precarietà dell'esistenza, si rivolge sempre più all'analisi dell'Io"[15].

In una lettera al critico danese Georg Brandes scrive: “…in questi ultimi anni… mi sono sentito molto depresso e turbato” e dice che sente di vivere in un “mondo straziato e gemente”[16].

Alcuni avvenimenti - il divorzio dalla moglie Olga Gussmann, la morte dell'amico Hofmannsthal, il suicidio della figlia Lili - finiscono per accentuare in Schnitzler una visione sconsolata dell'esistenza, che trova espressione massima nell'ultima sua opera, pubblicata proprio nel 1931, l'anno della morte, Fuga nelle tenebre[17].

ARTHUR SCHNITZLER E SIGMUND FREUD

Nonostante vivessero nella stessa città e avessero in comune l'appartenenza alla comunità ebraica, gli studi di Medicina, l'apprendistato ospedaliero con il medesimo primario, il professor Meynert, l'interesse per la psicologia del profondo, la pratica dell'ipnosi clinica, Schnitzler e Freud non ebbero contatti diretti fino al 1922.

Il 14 maggio del 1922, ricorrendo il sessantesimo compleanno di Schnitzler, Freud indirizzò al suo illustre concittadino una lettera di auguri che rappresenta molto più che un gentile atto formale in quanto si legge, tra l'altro: "... la Sua penetrazione nella verità dell'inconscio, nella natura pulsionale dell'uomo, la Sua demolizione delle certezze convenzionali della civiltà, l'adesione dei Suoi pensieri alla polarità di amore e morte, tutto ciò mi ha colpito con inquietante familiarità... Così ho avuto l'impressione che Ella sapesse per intuizione... tutto ciò che io con un lavoro faticoso ho scoperto negli altri uomini. Credo, anzi, che nel fondo del Suo essere Lei sia un ricercatore della psicologia del profondo..."[18].

Dal canto suo Schnitzler conosceva le teorie del dottor Freud, ma nutriva più di una perplessità sulla nuova scienza. Dai Diari traspare un misto di interesse e diffidenza per la Psicoanalisi a cui Schnitzler rimproverava un eccesso di interpretazione e di schematismo, una distinzione artificiosa tra Es, Io, Super-Io. Ebbe, tra l'altro, a scrivere "non è nuova la Psicoanalisi, ma Freud. Così come non era nuova l'America, ma Colombo"[19].

Anche il rapporto personale col dottor Freud sembra caratterizzato da un coinvolgimento che però viene tenuto a bada.

Sempre dai Diari, alla data 16 agosto 1922, riferendosi ad un incontro col dottor Freud, leggiamo: "La sua natura complessiva mi attrae ancora una volta, e provo un certo piacere a discorrere con lui sulle molteplici profondità della mia arte (e del mio essere) - della qualcosa, tuttavia, preferisco astenermi"[20].

È innegabile comunque che Schnitzler sia "uno dei pochi notevoli scrittori del primo Novecento la cui opera, sorta in una civiltà segnata dall'apparire della psicoanalisi, si sia affiancata a questa anziché porsi contro o fuori di essa"[21].

Sono le stesse parole di Schnitzler che ci danno l'esatta misura di quanto le dimensioni profonde e oscure della psiche lo interessassero e accordasse loro grande importanza per la conoscenza di sé: "Gli uomini dimorano per lo più solo nel piano mediano della loro casa della vita, là dove si sono confortevolmente sistemati con buone stufe e comodità varie. Raramente scendono nei locali disotto, dove sospettano l'esistenza di fantasmi che potrebbero terrorizzarli..."[22].

Schnitzler era sostanzialmente d'accordo con Freud sull'esistenza della struttura psichica di un processo conscio e di uno inconscio, ma gli pareva che si dovesse tenere molto più conto di un altro piano, quello che egli chiama "medio conscio", una zona intermedia da cui “gli elementi salgono ininterrottamente nel conscio o precipitano nell'inconscio"[23]. Compito del letterato è quello di tracciare i confini tra questi livelli di attività psichica e di rappresentare nell'azione drammatica soprattutto i contenuti del medio conscio: quell'insieme di stati di coscienza, riflessioni, sensazioni fluttuanti e sfumate, che non sono né frutto di un pensiero razionale, e neppure originate dalle profondità dell'inconscio.



[1] A. SCHNITZLER, Giovinezza a Vienna, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1989, pag. 5.

[2] Negli anni tra il 1888 e il 1892, mentre lavora nell'imperialregio ospedale di Vienna, pubblica l'atto unico L'avventura della sua vita, e lavora agli atti unici del ciclo Anatol; nell'ambito della professione medica compie esperimenti di ipnosi terapeutica e pubblica una relazione scientifica: Sull’afonia funzionale e sul suo trattamento con l'ipnosi e la suggestione.

[3] A. SCHNITZLER, Giovinezza a Vienna, op. cit., pag. 14.

[4] Ibidem, pag. 18.

[5] Ibidem, pag. 36.

[6] Ibidem, pag. 252.

[7] Una ragazza di modesta condizione sociale ama un giovane libertino. Scopre in circostanze drammatiche di essere stata per lui solo un trastullo.

[8] Scrittore tedesco, fratello di Thomas Mann.

[9] Scrittore e uomo politico, fondatore del Sionismo, movimento ideologico che propugna l’idea della creazione di uno Stato ebraico.

[10] Direttore del Deutsches Theater di Berlino.

[11] Dieci scene in cui si rappresentano incontri amorosi fra alcuni tipi umani: la prostituta, il soldato, la cameriera, il giovane signore, la giovane signora, il marito, la dolce fanciulla, il poeta, l'attrice, il conte.

[12] Un’attrice intrattiene rapporti amorosi nella casa in cui vive con la madre e il fratello, i quali fingono di ignorare la movimentata vita sentimentale della donna per ragioni utilitaristiche.

[13] C. MAGRIS, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, Einaudi, Torino 1963, pag. 221.

[14] Ibidem, pag. 226.

[15] G. FARESE, “Introduzione” ad A. SCHNITZLER, Opere, Mondadori, Milano 1988, pag. XXX.

[16] Ibidem, pag. XXXVI.

[17] L’opera ha avuto una gestazione complessa: iniziata nel 1912 fu completata solo cinque anni dopo e, più volte rimaneggiata, vide la pubblicazione poco prima della morte dell’Autore che fino al 1931 aveva rifiutato di darla alle stampe.

[18] S. FREUD, Lettere 1873-1939, a cura di M. Montinari, Boringhieri, Torino 1960, pag. 312.

[19] A. SCHNITZLER, Opere, Mondadori, Milano 1988, pag. 1351.

[20] A. SCHNITZLER, Sulla Psicoanalisi, a cura di L. Reitani, SE, Milano 1991, pag. 63.

[21] C. MAGRIS, Dietro le parole, Garzanti, Milano, 1988, pag. 190.

[22] A. Schnitzler, op. cit., pag. 1362.

[23] A. Schnitzler, op. cit., pag. 1355.