Un simbolo che unisce. Crocifisso: le regole ci sono già, di Carlo Cardia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /08 /2018 - 14:23 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 27/7/2018 un articolo di Carlo Cardia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Laicità.

Il Centro culturale Gli scritti (5/8/2018)

Probabilmente, la polemica che s’è aperta con la proposta di prevedere la presenza del Crocifisso in tutti gli uffici e i luoghi pubblici, con una estensione senza confini, perfino nelle Università, nei porti e aeroporti, terminerà presto, per la sua inutilità e per qualche profilo, contraddittorio e rischioso. Ciò che rende del tutto inutile la proposta è anzitutto la tradizione italiana, e il nostro ordinamento giuridico, che pur in tempi diversi, si sono ispirati a una laicità positiva che ha sempre salvaguardato il nostro Paese da polemiche aggressive, e l’ha indotto a scelte inclusive dall’epoca risorgimentale a oggi.

Proprio il Crocifisso, in opposto a opinioni non informate, è collocato nelle scuole italiane per impulso della Legge Casati del 1859 e per il Regio Dec. 15 settembre 1860, n. 4336 che lo prevedeva in ogni scuola, mentre il Decreto 6 febbraio 1908, n. 150, confermò il simbolo e l’insegnamento religioso nelle scuole elementari. Non tutti sanno che tale insegnamento introdotto in epoca liberale, dalla Legge Coppino del 1877, fu legittimato dal Consiglio di Stato, e ogni ipotesi d’abrogazione venne respinta. Per i nostri "padri liberali", d’altronde, la legge si deve «adoprare perché il sentimento religioso non scada» e non ceda all’indifferentismo, e Marco Minghetti osserva «i padri di famiglia si disvogliano dal mandare i figliuoli loro» a una scuola lontana dalla religione, che doveva tra l’altro contribuire anche a formare buoni cittadini.

Con lo stesso spirito inclusivo, la presenza del Crocifisso in alcuni spazi pubblici, è stata mantenuta in epoca concordataria (1929), ed è passata successivamente al vaglio delle nostre Magistrature superiori, nonché della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), superando ogni opposizione, con motivazioni sempre ispirate alla laicità positiva propria del nostro ordinamento. In particolare, sia la sentenza della Cedu del 18 marzo 2011, emessa dalla Grande Chambre di Strasburgo dopo un lungo giudizio, sia il Consiglio di Stato nel 2009, hanno sottolineato come la Scuola italiana sia improntata ai princìpi di libertà religiosa, e comprenda più presenze religiose anche non cattoliche: il Crocifisso quindi riflette la tradizione religiosa, storica e culturale italiana, nella quale la libertà religiosa s’è costantemente ispirata al rispetto del pluralismo e, possiamo dire oggi, del dialogo interreligioso con altre fedi e orientamenti ideali.

Di qui, una prima considerazione. Non c’è alcuna ragione per modifiche normative, dal momento che la nostra laicità, proprio sul tema dei simboli negli spazi pubblici, è stata ribadita dalle più alte magistrature a livello nazionale ed europeo. Può, invece, nascere il sospetto, rimbalzato sui primi commenti, che gli obiettivi della proposta siano altri rispetto a quelli enunciati. Che si voglia sottolineare ultra vires un elemento identitario che va ben oltre la previsione normativa, e che facilmente si colora di spirito esclusivista. Inoltre, un’estensione così ampia della presenza del simbolo in tanti luoghi pubblici crea più problemi di quanti ne risolva, lasciando alle autorità una discrezionalità che può provocare nuove controversie amministrative o giudiziarie: l’estensione alle assemblee elettive, alle aule universitarie, dello stesso concetto di ufficio pubblico, fino agli spazi portuali, più che il rispetto per il simbolo religioso sembra suggerire una esibizione quasi impositiva. Infine, crea disagio il fatto che una maggioranza politica voglia appropriarsi di una identità religiosa e culturale che è di tutti, e che si connota per la sua apertura al pluralismo.

Né va dimenticata la coralità di consensi che ha accompagnato in Italia la difesa del Crocifisso secondo le norme odierne. Ciò che spinse la Grande Chambre nel 2011 a dare ragione all’Italia fu proprio quella communis opinio che unì cattolici, liberali, uomini di sinistra, nel vedere nel simbolo della Croce il riflesso dei valori etici e culturali della nostra tradizione. "Avvenire" ha già ricordato le parole di Natalia Ginzburg, per la quale il Crocifisso rappresenta tutti coloro che hanno sofferto per la propria fede, e che per il Dio della Bibbia sono uguali e fratelli tutti, e tutti legati da una comune solidarietà.

Si unirono le parole di Umberto Eco secondo cui nell’epoca della multiculturalità ciascuno deve accettare le diversità degli altri, che non vanno nascoste ma proposte nella loro autenticità e per la ricchezza che ne deriva. Ancora Massimo Cacciari ricordò che la Croce «parla di una sofferenza che sa accogliere in sé tutte le sofferenze e in qualche modo redimerle. Un segno di straordinaria accoglienza, di straordinaria donazione di sé».

E l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano evocò il significato del Crocifisso per la nostra tradizione e per i valori religiosi ed etici che esprimeva. Al consenso della cultura italiana, seguì una adesione ancor più ampia in Europa all’epoca del giudizio davanti alla Corte di Strasburgo. Quando molti Paesi ortodossi appoggiarono formalmente l’Italia nella difesa della sua legislazione, e diversi Paesi del Nord Europa a maggioranza protestante sostennero le nostre ragioni anche perché in quasi tutte le loro bandiere nazionali figura la Croce come emblema nazionale: in Gran Bretagna la bandiera nazionale evoca tre Croci, di San Giorgio, Sant’Andrea e San Patrizio. Questa coralità di adesioni convinse la Grande Chambre a legittimare la presenza del Crocifisso nelle scuole, e ottenne il consenso di una forte maggioranza dei giudici che si pronunciarono sull’argomento.

Possiamo ammettere che il tempo presente non è tempo di moderazione, e che le esasperazioni identitarie e nazionaliste sembrano prevalere in alcune parti d’Europa e oltre Atlantico, ma ciò non toglie che anche nei momenti di decadenza è sempre necessaria una saggezza elementare quando si parla di valori universali che riguardano tutte le donne e gli uomini, e ricordano che nessuno deve mai essere discriminato o privato dei suoi diritti fondamentali.

Il Crocifisso è tra i simboli che vengono rispettati, spesso riconosciuti, da uomini di tutte le fedi proprio per il loro significato di soccorso nelle sofferenze, d’esaltazione della vita buona che possiamo dedicare agli altri. Una cosa, però, va evitata tutti insieme, che venga utilizzata la Croce per esibire un orgoglio che divide e rifiutata poi quell’accoglienza ai più deboli e più poveri che invece il Crocifisso rappresenta e chiede di promuovere in ogni tempo e luogo.