Come trasmettere la fede ai ragazzi? La catechesi sacramentale tra annuncio kerigmatico e mistagogia, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /05 /2018 - 22:32 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo pubblicato sulla rivista in «Sacramentaria & scienze religiose», 27 (2018), pp. 63-92. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Adolescenti e giovani.

Il Centro culturale Gli scritti (13/5/2018)

1. Con decisione contro una catechesi ridotta ad “attività”

Per riflettere su quale sia il rapporto che debba intercorrere fra catechesi, kerygma e mistagogia, bisogna dare un nome al dramma in atto, per averlo ben chiaro dinanzi agli occhi: esso consiste nel fatto che tutto è stato trasformato in attività, dimenticando la profondità dei contenuti e delle esperienze.

Quanto ai contenuti, nonostante si continui a ripetere scioccamente che è giunto il tempo di abbandonarli, se si è invece attenti alla realtà, non ci si può non accorgere dell’ignoranza spaventosa sul fatto cristiano in cui vivono i ragazzi. Non hanno i minimi anticorpi per saper argomentare dinanzi ad un professore che dichiari che esiste opposizione fra scienza e fede, sono come delle spugne che assorbono qualsiasi falsa diceria sul cristianesimo, non padroneggiano i dati più elementari della fede al punto da non avere difficoltà a pensare che Cristo sia stato sposato con la Maddalena, proprio perché una seria conoscenza dei contenuti della fede non è più stata curata.

Si noti bene che questa incapacità di sillabare anche l’abc della fede sussiste nonostante i ragazzi partecipino spesso non solo a ben quattro anni di catechesi per l’Iniziazione cristiana in parrocchia, con annesso scoutismo, ACR, oratorio estivo, ecc., ma ancor più abbiano frequentato - fatto che spesso viene trascurato - per ben sedici anni a scuola le ore di Insegnamento della religione Cattolica (IRC), se hanno scelto di avvalersene fino alle superiori. La catechesi trascura assolutamente questo fatto importantissimo e dimentica che i ragazzi compiono anche un percorso scolastico di conoscenza della fede che, per la maggior parte di loro include l’intero iter formativo e che, senza essere catechesi, dovrebbe nondimeno insegnare loro i fondamenti della fede cristiana[1].

Quanto alle esperienze, poi, ci si deve domandare quanti ragazzi crescano oggi potendo vedere con i loro occhi scorrere nel sangue dei loro catechisti e animatori un’esperienza cristiana viva e comunitaria. La nostra analisi non intende assolutamente essere pessimista, ma non ci si può nascondere che la maggior parte dei ragazzi crescono oggi senza avere al loro fianco giovani appena più grandi di loro che condividano un’esperienza cristiana comunitaria: incontrano spesso nel loro cammino di catechesi solo coppie di catechisti, spesso di età molto lontana dalla loro. L’esperienza di vita cristiana che viene loro proposta è molto povera, spesso limitata al tempo scolastico ad esclusione dell’estate: molte comunità non riescono a proporre esperienze come campi estivi o oratori estivi (si chiamino essi GREST, Ores o campo scuola). Con la fine di maggio cessa in molte parrocchie ogni vita ecclesiale, perché la comunità nemmeno si domanda quali siano gli orari e gli appuntamenti adatti per i ragazzi in giugno e settembre, spesso neanche nei luoghi di mare dove l’intera famiglia è coinvolta nel lavoro estivo a favore dei turisti. È come se fosse scontato che le “attività” della catechesi si esplicano da ottobre a maggio e poi cessano, non abbracciando l’intera “vita”, ma solo i mesi scolastici.

L’enorme utilizzo di tecniche e di attività, con continue nuove richieste di incontri “metodologici”, maschera il fatto che la proposta di vere esperienze è latitante[2]. Anzi le attività vengono utilizzate a riempire questo vuoto. Si propongono ai ragazzi disegni, fotocopie da colorare, dinamiche di gruppo, cruciverba, frasi con parole da completare, quiz, storielle: tutto questo li tiene impegnati per qualche momento e i catechisti spesso si accontentano dell’attenzione che si crea nel breve spazio dell’attività, ma quel “fare” non conduce allo stupore di una vera esperienza della fede.

Spesso con il termine catechesi “esperienziale” (termine in voga di cui non si può non denunciare un abuso nell’utilizzo) si intende con essa l’elaborazione di una qualche attività, di un qualche gioco, di qualcosa che faccia “fare”, “costruire”, “gestire dinamiche” con un riferimento molto lontano all’esperienza di fede che si vorrebbe in realtà condividere.

L’“esperienza” vera, invece, ha i tratti della normalità, della stabilità, della realtà, della ferialità: solo l’incontro con persone credenti è in grado di dare ali alla catechesi. Si pensi all’“esperienza” che avviene quando si incontrano famiglie cariche di figli che si amano, mentre i ragazzi vivono spesso in famiglie segnate da profonde divisioni. Quante “catechiste” fanno incontrare ai ragazzi il loro marito e mostrano come la loro storia familiare sia intrisa di fede? Si pensi a quanto sia difficile per i ragazzi anche solo vedere adulti che pregano, vederli raccolti in preghiera quando passano in chiesa o a casa. I ragazzi sono abituati a vedere adulti preoccupati di “farli pregare”, organizzando per loro specifiche liturgie, ma hanno pochissimi maestri di fede, genitori o catechisti o preti, che essi vedano pregare abitualmente. Si pensi ancora all’esperienza di comunità parrocchiali vive che celebrino la domenica con la partecipazione dei giovani del quartiere o del paese dove i ragazzi imparano ad amare la liturgia e a capirne la grandezza, perché vede i giovani già cresimati animare l’eucarestia ed incontrarsi intorno ad essa. Si pensi ancora all’avere dei modelli di politici di spessore, all’incontro con lavoratori che mostrino cosa voglia dire lavorare “a regola d’arte”, e così via. Sono queste le “esperienze” che conquistano e attirano, non le “attività”. Diceva M. L. King, un anno prima di essere ucciso:

Se vi toccasse di fare gli spazzini, dovreste andare e spazzare le strade nello stesso modo in cui Michelangelo dipingeva le sue figure; dovreste spazzare le strade come Haendel e Beethoven componevano la loro musica. Dovreste spazzarle nello stesso modo in cui Shakespeare scriveva le sue poesie. Dovreste insomma spazzarle talmente bene da far fermare tutti gli abitanti del cielo e della terra per dire: “Qui ha vissuto un grande spazzino che ha svolto bene il suo compito”[3].

Dove oggi un ragazzo sperimenta una comunità che viva questa tensione?

Dinanzi alla pochezza delle esperienze, è divenuto “abituale” ricorrere ai “laboratori”, che non sono però “vere” esperienze, anche se non sono da disprezzare e possono sempre essere utili: utili però se inseriti in un contesto nel quale l’esperienza abitualmente proposta non sia artificiale, bensì sia l’immissione in una realtà che educa di per se stessa, come un campo estivo o un pellegrinaggio a piedi di chilometri o come l’ingresso in una comunità religiosa che attira per la bellezza della sua vita di comunione e preghiera. Un laboratorio è artificiale per definizione, è costruito ad arte: non è qualcosa di sbagliato, ma non è decisivo, perché ciò che è decisivo è l’impatto con la realtà.

Ogni ipotesi di lavoro deve allora partire dal riscoprire i contenuti grandi della fede e l’esperienza significativa di vivere in ambienti di fede viva, condivisa, carichi di accoglienza e di carità, lucidi nell’illuminare i problemi della società in cui viviamo.

Ebbene, proprio l’esperienza di tante comunità parrocchiali apre il cuore alla speranza: in ogni diocesi esistono tantissime testimonianze del fatto che non appena si “innalza l’asticella”, non appena sale il livello dei contenuti e delle esperienze, nasce passione nei ragazzi e le loro risposte, ma anche quelle dei loro genitori, divengono straordinarie.

2. Con decisione contro un’educazione ridotta ad attività

Non si deve dimenticare, però, un secondo elemento che caratterizza il dramma del tempo presente. L’assenza di una proposta alta di contenuti ed esperienze non riguarda solo la catechesi, bensì è un dato purtroppo caratteristico della nostra epoca: la si riscontra negli ambienti laici, nella scuola, nell’educazione familiare, nell’educazione tout court. I ragazzi non sono semplicemente lontani dalle nostre parrocchie, sono lontani dalla famiglia, dalla scuola, da una passione per la politica e per la società, dall’idea di sposarsi e mettere al mondo dei figli, e così via.

Forse l’immagine evangelica che più si avvicina al contesto attuale è quella dell’essere “come pecore senza pastore” (cfr. Mc 6,34), un gregge odierno simile a quello dinanzi al quale Gesù si commuove. È come se tutti avvertissero la mancanza di un orientamento, nel senso etimologico del termine, cioè di una luce verso la quale camminare e che al contempo ci venga incontro. La parola “disorientamento”, descrive bene la situazione, meglio del termine “società liquida”, che è un termine abusato e mal compreso nei suoi presupposti ideologici[4]: i giovani e genitori sono come “disorientati”, senza oriente, senza bussola, senza una luce che conferisca peso, spessore, differenza, senza assi cartesiani dinanzi ai quali situarsi per scegliere. Se infatti i ragazzi trovassero lo stesso un motivo per vivere, divenissero forti e coraggiosi, pur non frequentando le nostre comunità, la Chiesa potrebbe essere tranquilla. Ma così non è.

L’eccessiva preoccupazione per i numeri dei frequentanti e di coloro che restano dopo i sacramenti, per le nostre statistiche, per la percentuale di coloro che chiedono o non chiedono i sacramenti, impediscono di accorgersi di ciò che è molto più importante e cioè che le persone senza Dio non vivono bene, stanno male. Guai se la catechesi vivesse preoccupata di se stessa e non del fatto di avere tra le mani quel tesoro che manca al mondo e senza il quale il mondo muore: «Senza di me non potere fare nulla» (Gv 15,8).

Perché mai, ad esempio, la prima modalità per valutare se la pastorale battesimale stia portando frutti dovrebbe essere il numero di coppie che vengono in parrocchia in occasione della solennità del Battesimo di Gesù, quando tutte le parrocchie invitano i genitori dei battezzati dell’anno precedente a tornare? E se la verifica della bontà del cammino proposto fosse invece il fatto che chi ha avuto il primo figlio dà alla luce il secondo? E chi ne ha due, ne accoglie un terzo? E chi ne ha tre un quarto? Il grande problema della fede in Italia non consiste innanzitutto nel fatto che le coppie non rispondano all’invito del parroco a partecipare ad una liturgia, bensì nel fatto molto più serio che nascano troppo pochi bambini e, spesso, anche nelle coppie formatesi in parrocchia!

Papa Francesco sta chiedendo con forza alla Chiesa di vedere la fede con gli occhi di “quelli di fuori!”, con uno sguardo che parta dalle periferie: ecco un primo esempio di come il nostro sguardo pastorale si dovrebbe modificare. Dobbiamo riscoprire che solo la fede nel Battesimo permette oggi alle coppie di avere il coraggio di accogliere la vita, perché è difficile garantire un futuro ai bambini, se gli adulti non credono che la vita è nelle mani di Dio e che la provvidenza sosterrà chi genera nuova vita. Nascono pochi bambini, perché gli italiani hanno troppa poca fede nel Battesimo.

Vale la pena portare subito un secondo esempio. Perché mai si dovrebbe continuare a ripetere che la celebrazione della Confermazione è la messa dell’addio dei ragazzi? Ciò non è vero - e chi ripete frasi come queste è un pastoralista di trent’anni fa. Non è vero innanzitutto perché oggi i ragazzi si allontanano dalle parrocchie prima di ricevere la Confermazione (nelle grandi diocesi si calcola che circa il 40% dei giovani non riceva più la cresima[5]). Poi perché i ragazzi scompaiono il 1° di giugno del primo anno “della Comunione”: qualsiasi parroco sa bene che nell’ultima messa del mese di maggio i bambini sono ancora tutti presenti, mentre nella prima di giugno non c’è più nessuno (spesso nemmeno gli oratori estivi si preoccupano della celebrazione domenicale e a nessuno viene in mente che da giugno a settembre la messa domenicale andrebbe spostata alla domenica sera, con la partecipazione di animatori, bambini e genitori).

Ma, soprattutto, se si guardano veramente con amore i ragazzi a partire dalla “periferia” della loro vita, ci si accorge subito che il vero problema è la loro “orfanezza”, come ha ricordato più volte il papa[6]. Pochissimi si preoccupano oggi di confermarli nel bene. Ed ecco proprio qui, con uno sguardo visto con gli “occhi di quelli di fuori”, il grande senso teologico della Confermazione. Esso non consiste affatto in una presunta “conferma” che il ragazzo dovrebbe dare con il suo “sì” al “sì” detto dai genitori al momento del Battesimo: se così fosse, il sacramento smetterebbe di essere un dono e diverrebbe un dovere e la Cresima un qualcosa di moralistico, tutta “schiacciata” sull’uomo e le sue responsabilità. Nella Confermazione, invece, è Dio che vuole ridire il suo “sì” ai ragazzi già battezzati, perché sappiano che egli li ama come figli e non si è pentito di averli generati: questa “conferma” dona forza ai ragazzi. Come avviene quando un padre, a distanza di anni dalla nascita, ridice al suo figlio il suo “sì”, conferma quel ragazzo - talvolta così insicuro a motivo dell’adolescenza - che lui come padre è fiero di lui: in questo sguardo forte e amorevole del padre il ragazzo trova forza per immaginare il proprio futuro. Chi ama oggi nella verità i ragazzi si accorge che essi sono deboli, senza coraggio, senza forza, perché mai “confermati”. Nessuno conferma loro che valga la pena sognare di sposarsi un giorno, di diventare padri, di battezzare i propri figli, di costruire un’Italia migliore. La debolezza della odierna pastorale della Confermazione fa sì che manchi proprio ciò di cui i ragazzi hanno più bisogno: l’annuncio di un Dio che li confermi della bontà della loro vita.

Questi due esempi, carichi di conseguenze pastorali, mostrano bene perché anche oggi l’uomo abbia bisogno di Dio. Infatti, proprio a motivo del Battesimo e della Confermazione, tanti genitori e tanti ragazzi riscoprono di avere in sé quel desiderio di pensieri grandi, di attese di futuro, quella passione nel voler scoprire che la vita ha un senso e un perché. L’insicurezza, l’apatia e il menefreghismo, così caratteristici del nostro tempo, si dissolvono d’un colpo quando la fede permette ai desideri grandi di emergere.

Guardare allora la catechesi con gli occhi “delle periferie” non vuol dire perderne la specificità, ma anzi comprenderla nuovamente come questione “di vita o di morte”, come momento educativo grande che solo risponde ai desideri che sono nel cuore dell’uomo e nel cuore dei ragazzi di oggi.

Due testi, l’uno poetico e l’altro comico-poetico, possono aiutare a visualizzare ulteriormente questo smarrimento educativo, che è insieme domanda di senso, di grandezza, di orientamento.

Il primo è un passaggio tratto da una canzone di un cantautore romano, Niccolò Fabi, Una buona idea[7]. Così recita il testo:

Sono orfano di origine e di storia e di una chiara traiettoria.
Sono orfano di valide occasioni.
Del palpitare di un’idea con grandi ali.
Di cibo sano e sane discussioni.
Delle storie, degli anziani, cordoni ombelicali.
Orfano di tempo e silenzio.
Dell’illusione e della sua disillusione.
Di uno slancio che ci porti verso l’alto.
Di una cometa da seguire, un maestro d’ascoltare
.

Il secondo è un articolo del comico Giacomo Poretti, famoso non solo per i suoi sketch nel trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ma anche per il suo modo garbato di proporre una visione cristiana della vita. In È più facile fare il premier che fare il papà egli scrive:

Se i figli moderni chiedono: “Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?”, loro rispondono: dipende... Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende... Se i figli domandano se bisogna sempre dire la verità, i papà moderni rispondono: dipende... Ma papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende... Ma papi, è vero che fa male farsi uno spinello? Dipende... Papà, ma a te piacciono le donne vero? Dipende...

Mio papà, a cui è sempre piaciuto il risotto, mi ha insegnato cose meravigliose: a fare il presepe, a tifare per l’Inter, a fare il nodo della cravatta, a fare la barba con la lametta, ad andare in bicicletta, a bere un bicchiere di vino tutto d’un fiato, a vestirsi bene la domenica, a essere bravo nel lavoro, a cercare di avere sempre un amico, a portare un mazzo di fiori ogni tanto a tua moglie, a ricordarsi dei nonni e dei nostri morti, perché noi senza di loro non ci saremmo, perché Giacomo è figlio di Albino il fresatore, che era figlio di Domenico il mezzadro, figlio di Adriano il ciabattino che era figlio di Giuseppe il falegname figlio di Giosuè lo stalliere[8].

Avere chiarezza su questo punto è decisivo. È una visione distorta del reale quella che fa ritenere che la trasmissione della fede sia in ritardo rispetto a famiglie che riescano “laicamente” ad educare i loro figli e a trasmettere una capacità gioiosa di crescere nell’amore per prepararsi al matrimonio e alla generazione di figli. O in ritardo dinanzi ad una scuola capace di conquistare i cuori e le menti dei ragazzi, perché siano appassionati della storia passata e dei grandi nodi espressi nei classici in modo da saper ricreare una nuova cultura adeguata all’oggi. O dinanzi ad una società tutta intera che sappia trasmettere i grandi valori della storia italiana alle nuove generazioni, integrando in tale storia i nuovi migranti[9], perché le giovani generazioni assumano con passione il proprio ruolo lavorativo, sociale e politico nella società. La realtà è che il clima sociale sta cambiando e sempre più famiglie si rivolgono alla Chiesa per essere aiutate nel difficilissimo compito educativo, con una stima e una fiducia nuove, rispetto al passato immediato.

La realtà è che tutti - la famiglia, la scuola, la società, i media - si accorgono di non saper trasmettere il tesoro ricevuto dal passato ai ragazzi perché fruttifichi nella loro vita in maniera nuova e creativa. Siamo dinanzi alla paralisi non della catechesi, bensì dell’intero impianto educativo del paese, che ha seguito metodi pedagogici inadatti sia in campo familiare, che scolastico, che ecclesiale, e si trova a non saper più parlare alle giovani generazioni.

Eppure proprio questa situazione di generale disorientamento, invoca un nuovo annuncio cristiano.

3. Un rinnovato rapporto fra catechesi e kerygma

In questo peculiare contesto la catechesi deve essere ancora di più “annuncio”, deve essere ancora di più “kerygmatica”, rispetto ad altre età della storia. Cosa vuol dire questo? Che se la catechesi dovesse semplicemente adattarsi alle attese espresse verbalmente dai ragazzi e dai genitori non potrebbe che inaridire e diventare noiosissima: deve essere più grande delle domande del loro cuore, perché Cristo è più grande del nostro cuore[10].

Due esempi, per chiarificare. Il primo: Roberto Benigni ha restituito all’Italia il gusto di parlare di Dante, di amarlo, di recitarlo, di conoscerlo. Se egli avesse aspettato che qualcuno gli domandasse una lectio dantesca, ciò non sarebbe mai avvenuto. Ho avuto, alle superiori in un ottimo liceo classico di Roma, una prof.ssa di italiano che agiva in modo opposto e disastroso. Si comportava come se fosse giusto chiedere a noi, giovani adolescenti disinteressati di tutto: “Volete che vi parli di Dante?” Lo sguardo della classe doveva essere desolante e allora lei, che non amava Dante, trattava di altri temi con indifferenza e senza eccessiva passione. Ma non può esistere una domanda del ragazzo su Dante, se prima egli non incontra un maestro che con la passione di Benigni tocca i cuori. È compito del maestro mostrare la grandezza della letteratura e allora nasceranno le domande dei ragazzi. Solo dopo la sua lezione i ragazzi potranno stupirsi dell’inattesa scoperta di un tesoro.

Ha descritto molto bene D’Avenia questo snodo educativo, scrivendo ai suoi colleghi docenti:

Non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato, [del Ministro della Pubblica istruzione], delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri fallimenti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte involontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagini. Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce. E ditemi il mistero dell’uomo, ditemi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudí e di Mozart. Se lo sapete, ditemelo. Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco quelle degli altri. Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno. Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti, passioni. Altrimenti come farò a credervi?[11].

Si noti, fra l’altro - detto en passant - che questo scagliarsi assurdo contro il valore della “lezione frontale” è indice della pochezza di contenuti in cui versa la trasmissione della cultura in Italia: un attore è in grado di tenere milioni di italiani attaccati al televisore per sentirsi spiegare i Dieci comandamenti, Dante o la Costituzione, per serate di un’ora e 45 minuti[12], e la gente non sarebbe più in grado di imparare se non in “forma laboratoriale”? La verità è che sentire un uomo che ci ricorda che suo papà contadino sapeva a memoria canti interi della Commedia e sentirlo recitare lui stesso a memoria con la passione di un innamorato il Canto di Paolo e Francesca, mostrando che quei versi parlano di noi[13], è una “vera esperienza”, molto più che praticare un’oretta di dinamiche di gruppo.

Un secondo esempio: ricordo quando in una domenica di primavera nostro padre comunicò a me e ai miei fratelli che per la prima volta ci avrebbe portati insieme alla mamma in estate sulle Dolomiti e non al mare, dove eravamo abituati ad andare. Era un’abitudine creata dai nostri genitori che si pranzasse insieme la domenica: ebbene quel giorno, a quell’annunzio, avremmo ucciso nostro padre e nostra madre, perché ci sentivamo defraudati del mare che tanto avevamo imparato ad amare. Nonostante i pianti e gli strepiti, nostro padre con calma continuò a spiegarci che sarebbe stato molto bello un periodo in montagna e che nel tempo avremmo scoperto una nuova bellezza. Di fatto, poiché egli come padre giustamente si impose, passammo le vacanze per la prima volta in alta montagna. Papà e mamma ci insegnarono la bellezza delle cime, dei rifugi, della natura, del silenzio in alta quota. Ricordo come papà ci invitava a vivere qualche istante di silenzio, una volta raggiunto un posto isolato, e come imparammo a godere di quei momenti. A distanza di anni, ho visto uno dei miei fratelli condividere sui social alcune sue foto che lo mostravano insieme ai suoi figli sulle stesse cime dove eravamo stati da bambini! Se un padre non conducesse un bambino su di una montagna, questi non sarà mai in grado di scoprirne da solo la bellezza! Se all’inizio sembra che un ragazzo non abbia nessuna voglia di salire su di un cima, perché nemmeno sa cosa sia una montagna, una volta che l’ha scoperta grazie ad un testimone, ecco che se ne approprierà, se ne innamorerà e, una volta cresciuto, si farà a sua volta maestro dei suoi figli.

Ora se questo è vero, è vero a maggior ragione della fede, perché Gesù non è deducibile dalle domande umane: è una sorpresa.

San Paolo ha sintetizzato questo cuore dell’esperienza cristiana che sempre nasce dallo stupore di qualcosa che è sempre imprevisto. L’apostolo interroga i suoi: «Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1Cor 1,20-21). E ricorda il versetto di Isaia: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano» (Rm 10,20 che riprende Is 65,1). Insomma la fede è indeducibile dalla pura ricerca umana. San Paolo si è convertito non perché fosse in dubbio o in crisi rispetto la sua storia passata, bensì perché vide una “Luce” che lo conquistò.

Ecco da dove nasce radicalmente la necessità dell’annunzio. Il cristianesimo non è mai stato nemmeno ipotizzato da qualche pensatore o filosofo o scienziato prima di Cristo. L’uomo si è trovato davanti al presepe, sotto la croce, dinanzi al sepolcro. Ma - ecco il problema di una catechesi come annunzio - la catechesi non può limitarsi a constatarlo, come fa invece sovente. Deve far battere il cuore, deve mostrare la novità e la grandezza di quell’evento, deve far comprendere come il Cristo possa scardinare tutte le chiusure mentali dell’uomo e aprire la via della vita. Deve, insomma, come affermano gli Atti degli Apostoli, “trafiggere i cuori” (cf. At 2,37).

Lo dice in maniera chiarissima ed entusiasmante papa Francesco in Evangelii gaudium quando afferma:

La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche (EG 165)[14].

Annunziare la fede, infatti, non vuol dire solo enunciarla. È decisivo che i catechisti, ogni volta che toccano un qualsivoglia tema della fede, si domandino: “Che cosa c’è di nuovo, rispetto all’intera storia dell’uomo, in ciò che debbo far scoprire ai ragazzi? Che cosa c’è di grande, di infinito in ciò che sto per dire? Che cosa c’è che si trova qui e in nessun altro luogo al di fuori del cristianesimo?”. Mi piace affermare che la catechesi ha bisogno di superlativi assoluti, come nel termine “cantico dei cantici” che in ebraico vuol dire “il cantico più bello”, “il cantico per eccellenza”. Il catechista è pienamente tale solo quando riesce a trasmette il fatto che il cristianesimo è la cosa più bella che esista nell’universo intero, perché senza il cristianesimo la vita non avrebbe senso. Che trasmetta questo: niente di più, ma neanche niente di meno.

Due esempi, ancora una volta, per chiarificare. Se, dopo anni di catechesi, alla domanda “Che cos’è la Parola di Dio?” un gruppo di ragazzi rispondesse: “La Bibbia”, i catechisti che li hanno formati sarebbero da radiare dall’“ordine” dei catechisti. L’assoluta novità del cristianesimo, infatti, è che Dio non si è fatto “libro”, ma “carne”. Il cristianesimo non è una religione del Libro, bensì del Figlio incarnato.

Perché Dio si è fatto carne? Perché nel suo amore sconfinato non gli è bastato mandarci libri o messaggeri, ma ha voluto essere toccato e toccarci nella carne, ha voluto essere “in mezzo a noi”. Questa è la novità della fede: il Natale. E nessun uomo, né prima, né al di fuori del cristianesimo, ha mai potuto immaginare questo. I ragazzi alla domanda “Che cos’è la Parola di Dio?”, dovrebbero saper rispondere, già dopo un mese di cammino in parrocchia: “Gesù Cristo!”. La fede cristiana è definitiva, perché Dio ci ha dato tutto, perché ha dato se stesso, come un amico si fa conoscere dal suo amico.

Si comprende qui subito anche perché nella fede cristiana la rivelazione che Dio fa di se stesso è amore e non c’è alcuna opposizione fra verità e conoscenza. Quando un ragazzo si “mette insieme” alla ragazza che ama, avviene che per la prima volta entrambi si mettano come a nudo e si raccontino tutta la loro vita. A cosa serve raccontarsi all’altro? Apparentemente a niente. E invece è l’atto di amore più grande, perché io voglio “conoscerti” e desidero che tu “conosca” me: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18).

La catechesi diviene annunzio quando non si limita a parlare di come erano fatte le grotte e le case al tempo di Gesù e di come si faceva il pane o della presenza del bue e dell’asinello. La catechesi diviene annuncio quando è capace di mostrare l’indicibile, l’infinito, il nuovissimo e l’insuperabile, il diverso: Dio si è fatto uomo, l’infinito si è fatto bambino.

Nel Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry il protagonista impara dalla volpe che non si diventa amici in un istante, ma avvicinandosi pian piano l’uno all’altro fino a potersi sedere vicino: questo è ciò che Dio ha fatto, ha pian piano preparato l’uomo attraverso la storia del popolo ebraico, dalla creazione in poi, per potersi finalmente sedere al suo fianco e parlargli come un amico parla con l’amico[15].

Questa “amicizia” di Dio non è come quella degli “amichetti” di classe scolastica o del gruppo - come spesso si afferma in catechesi, svilendo la grandezza dell’evento -, bensì ha la misura di Gesù che è stato “amico”, rivelando il segreto del proprio cuore, il segreto della sua comunione con il Padre. Il cuore della rivelazione porta con sé la novità di non avere più come riferimento principale la propria esperienza di amicizia, bensì lo scoprire che la propria amicizia potrà un giorno innalzarsi all’amicizia grande e unica, quella del Figlio che rivela il cuore del Padre ai suoi amici e li ama con lo stesso amore con il quale il Padre ama lui e i suoi.

Un secondo esempio: l’immensità della croce. A volte la principale preoccupazione della catechesi sembra essere quella di insegnare “come” si fa il segno della croce - ancora una volta ponendo al centro l’“attività”. Il fatto che i ragazzi talvolta non sappiano nemmeno “farlo” è il grande scandalo per i catechisti.

Riscoprire la catechesi come annunzio vuol dire accorgersi che il problema non è che i bambini non sanno “fare” quel segno, ma che non lo sanno fare, perché non lo hanno mai compreso, perché non è mai stato annunziato loro che quel segno è il segno più grande che sia mai esistito nell’universo, è il segno dell’amore più grande mai apparso sulla terra. Prima della morte di Cristo in croce - dove ciò che conta non sono le sofferenze, ma l’amore che riempie quelle sofferenze e quel rifiuto di lui - mai l’uomo aveva immaginato che Dio potesse morire d’amore per salvare gli uomini. Tutte le religioni nei secoli hanno sempre pensato che Dio potesse gradire dei sacrifici per tornare ad amarli, ma mai che fosse lui a non volere più sacrifici animali, perché il vero e unico sacrificio era quello che lui stesso donava al mondo.

I ragazzi nemmeno sanno che l’Islam, che ritiene Gesù il più grande profeta di Allah prima di Maometto, nega però che Cristo sia morto in croce e ritiene che la croce sia una falsificazione operata dai cristiani che avrebbero manomesso la vera storia di Gesù[16]: Dio avrebbe infatti salvato Gesù allontanandolo dal cenacolo per farlo salire in corpo e anima in cielo sul Monte degli Ulivi, senza permettere che egli prima morisse. Sulla croce sarebbero morti o Giuda o Pietro o un fantasma. Ma se Gesù non fosse morto per i peccati dell’adultera, del ladro, di Pietro che aveva apostatato, di tutti noi peccatori, allora non sarebbe giunto il perdono di Dio per i peccati più gravi. Cancellare la croce vuol dire non poter capire più che Dio è amore, come invece annunzia Giovanni nella sua prima lettera (1Gv 4,8.16).

La croce non può allora che essere annunziata come il segno dell’amore così radicalmente nuovo che solo ha portato nel mondo il vero volto del Dio che perdona anche i peccati più gravi, del Dio che condanna il peccato, ma mai il peccatore, del Dio che ama la vita degli uomini, anche di coloro che si sono allontanati da lui.

Non si tratta tanto, allora, di fare immediatamente ricorso alla Bibbia, quanto, ben prima, di annunciare la necessità della rivelazione, mostrando con gioia come tale rivelazione non si compia innanzitutto in un libro, bensì nell’Incarnazione di Dio stesso[17].

Si noti bene che si possono usare terminologie diverse per dire la stessa realtà - e cioè che la catechesi deve essere kerygmatica, deve porre dinanzi allo stupore di un annunzio inatteso -, ma, pur nelle diverse terminologie, ciò che tanti catecheti e pastori stanno riscoprendo è esattamente questa necessità di mostrare la novità e la pertinenza della fede cristiana per la vita. Più ancora: di mostrare come senza la venuta di Gesù la vita rimarrebbe, alla fine dei conti, senza un senso compiuto.

Solo per indicare alcune consonanze, pur nella differenza terminologica, si può ricordare don Fabio Rosini, il sacerdote romano che ha dato inizio al percorso dei Dieci Comandamenti: egli ama ripetere che ciò che manca in catechesi è la didaskalia. Egli ricorda come nelle lettere paoline ci sia l’annunzio kerygmatico (la nuda affermazione che Cristo è morto e risorto), ci sia la didaskalia e ci sia la parenesi (cioè l’insegnamento morale). A suo avviso, ciò che principalmente è carente nella catechesi oggi è la didaskalia, con la quale egli intende, sulla scia paolina, proprio la capacità di mostrare quanto ogni aspetto del messaggio cristiano apra alla vita vera, mostri la novità della fede cristiana: come solo la fede permetta all’uomo di capire e vivere la vita in pienezza.

Con parole diverse, ma nella stessa prospettiva, don Luigi Giussani ha affermato:

Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa [...]. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia: non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove[18].

Giussani, pur non utilizzando frequentemente il termine kerygma, ha invitato con forza a riconoscere come la fede nasca non solo dall’incontro con Cristo, ma dal fatto che tale incontro spalanchi alla comprensione del reale. E si potrebbero aggiungere molte altre modalità di vivere in maniera diversa la stressa prospettiva.

Non tutti i catechisti, invece, sarebbero oggi in grado di dire qualcosa che tocchi il cuore e la mente dei ragazzi sulle questioni essenziali: sul Dio creatore[19], sulla Trinità, sulla differenza fra l’uomo e l’animale, sul peccato originale, sulla differenza fra le religioni, sulla necessità e la bellezza della grazia, e così via. La scoperta di una relazione nuova che deve esistere fra catechesi e annunzio invita a tornare a lavorare proprio su questi grandi contenuti.

Non padroneggiare questi temi, infatti, vuol dire esattamente non saper trasmettere la bellezza della fede, i suoi motivi, la sua novità, la sua grandezza. Vuol dire esattamente non saper annunciare la fede attraverso la catechesi, bensì ridurla ad un raccontino.

Fare catechesi, allora, non vuol dire pronunciare parole generiche su qualche tematica cristiana, bensì possedere talmente l’annunzio cristiano da saperne mostrare la novità e l’imprescindibilità perché il ragazzo - e l’uomo - sia felice.

Non si deve poi dimenticare che tale annunzio è ancora più necessario in un contesto nel quale i ragazzi si sentono ripetere che la fede è qualcosa di vecchio, di superato, di non moderno, di inadatto ai tempi, di falso, di intollerante, di inadeguato ai nuovi paradigmi scientifici.

Una catechesi cosciente della situazione “culturale” nella quale vivono i ragazzi non può trascurare di fornire loro una capacità di argomentare - si potrebbe dire quasi un “vaccino”, un “antivirus” -, di modo che essi abbiano i primi strumenti non solo per affrontare le critiche che verranno loro rivolte nei confronti della credibilità della fede, ma più ancora che li sostengano nella consapevolezza gioiosa di avere quel dono che illumina la vita[20].

I catechisti, insomma, non possono ignorare che tali critiche alla fede vengono di fatto insinuate nelle nuove generazioni fin dalla primissima età: la catechesi non agisce in maniera indisturbata, ma in un’atmosfera pubblica che è talvolta in forte contrasto con essa. Anche per questo una riduzione dell’Iniziazione cristiana ad una serie di attività, senza un serio annuncio della fede e dei suoi contenuti, sarebbe devastante.

Serve, invece, una nuova consapevolezza del fatto che è come se non fosse più evidente che Cristo è bellissimo, che la Trinità merita gloria, che il peccato è brutto e che il diavolo è triste. Una catechesi intrisa di annuncio può e deve, invece, mostrare questo.

Vale la pena sottolineare che il tema che desta più imbarazzo in una catechesi come annuncio è oggi quello della creazione: la raffinatezza dell’esegesi biblica ha come reso impossibile un discorso non solo semplice, ma soprattutto bello e appassionante che sia in grado di mostrare la novità assoluta dell’annuncio ebraico sul Dio creatore. Spesso i catechisti non sono consapevoli del fatto che i ragazzi perdono la fede proprio quando avvertono, già nell’età delle elementari, che la lettura che ricevono nelle parrocchie in merito ai racconti di Genesi non è all’altezza delle loro attese, è povera e inconcludente: da ciò desumono che solo la scienza che imparano a scuola è in grado di interpretare la vita[21].

L’invito di Evangelii Gaudium nel proporre una catechesi kerygmatica non è assolutamente quello di tacere i contenuti, bensì di saperne mostrarne la bellezza: solo essa attira. La teologia non è mai pienamente spiegata se non ha toccato il cuore. L’inflazione di discussioni metodologiche che ha caratterizzato la riflessione catechetica ha fatto sì che si sia dimenticato di riflettere sul perché proprio la fede cristiana sia la bellezza assoluta. Autori come G. K. Chesterton, J. R. R. Tolkien, C. S. Lewis, A. Manzoni[22], Dante Alighieri[23], G. Guareschi, e tanti altri, possono essere i testi teologici di riferimento per comprendere la bellezza della fede, per innamorarsene sempre di nuovo e per saperla trasmettere. Nessuno come Dante - solo per dare un esempio - ha saputo mostrare che il peccato è il gelo, è la frigidità, è l’essere algidi, senza più nemmeno una fiamma d’amore che riscaldi, con l’immagine di Lucifero nel ghiaccio, ripresa poi da Lewis con la Strega Bianca delle Cronache di Narnia. E nessuno come lui ha saputo mostrare cosa voglia dire cogliere in una donna, in Beatrice, la promessa divina che il mondo è buono: non solo un amore, ma un amore che apre la strada a Dio, un amore che vede in ogni realtà un segno.

Si potrebbe dire, utilizzando il linguaggio delle discipline teologiche, che quello che serve perché la catechesi divenga kerygmatica è un’applicazione ad essa del lavoro della teologia fondamentale, tesa a manifestare la credibilità della fede. Perché una verità che non sia anche bella e buona, non può essere vera.

Sono i contenuti stessi della fede che reclamano di essere annunciati nella loro bontà e bellezza. Solo chi non conosce il cristianesimo può pensare che i contenuti della fede della Chiesa siano verità astratte e aride. Invece, nella fede cristiana la verità non è qualcosa di logico-matematico, bensì è la realtà del Padre creatore, del Figlio che porta l’amore di Dio nel mondo prendendo su di sé il male, dello Spirito che dà forza al cuore umano, perché senza di esso si perderebbe nei suoi peccati, della provvidenza divina che guida la storia di Israele, della Chiesa e della nostra vita, non lasciandoci mai soli.

Questa riflessione sui grandi temi della fede perché siano un annunzio che suoni, come è in verità, nuovo e appassionante nella vita delle persone deve essere poi declinato nelle diverse età. Non essendo possibile approfondire questo tema vale la pena almeno fornire due indicazioni.

Dinanzi ai bambini e ai ragazzi si tratta di rifiutare quell’infantilismo che ha come fagocitato tutta l’educazione. Esso è così dilagante che i sussidi loro proposti sono fatti di storielline da quattro soldi, di disegnini bruttini, di misere spiegazioni di qualche testo biblico, quasi che essi già avessero la fede e si trattasse solo di intrattenerli. È un paradosso che più si parla di catechesi come annunzio, più i sussidi proposti ai ragazzi sembrano invece limitarsi a proposte di socializzazione in parrocchia e di familiarizzazione con la fede.

I ragazzi, invece, hanno domande grandi. Hanno domande “metafisiche” e sono interessati a cose grandi. Cercano l’infinito e non il frammento. Chiedono dell’origine, del male, del giudizio, della morte e della felicità, non le quisquiglie storiche e le nozioni di bassa lega che talvolta offre loro la catechesi.

Per quel che riguarda gli adulti, invece, questa saldatura fra catechesi ed annunzio aiuta a rendersi conto che “adulto” è colui che vive per gli altri e non si preoccupa più di sé. Adulto è un padre o un prete. Adulto è chi è più interessato alla generazione che viene dopo di lui che alla propria. Un padre è pronto a morire, purché viva suo figlio. Chi non ha persone per cui morire è ancora un po’ bambino[24]. L’adulto attende un annunzio serio e grande e desidera misurarsi con esso proprio perché ha dei figli da educare, proprio perché non sa come annunziare loro che la vita è una benedizione ed è destinata a non finire nel nulla. Vedendo i suoi figli e prima ancora sua moglie è come posto dinanzi al “mistero” e si domanda da dove vengano quelle persone che ama, se dal caso o dall’amore di Dio che ne garantisce l’esistenza.

L’annunzio permette così di stringere una nuova alleanza fra le generazioni. Dinanzi ad una catechesi come annunzio diviene sempre più evidente che non ha senso discutere se si debba dare il primato agli adulti o ai bambini. Se un adulto è adulto, il suo primato sarà quello di accompagnare suo figlio a scoprire la felicità e la bellezza. Per questo la catechesi dei bambini e dei ragazzi è oggi in Italia l’esperienza più grande di primo annunzio che esista. Perché gli adulti riscoprono la fede proprio quando guardano al “mistero” della vita dei loro figli e cercano luci per illuminarlo, accorgendosi che senza Cristo la vita dei loro amati bambini sarebbe senza una speranza salda e senza punti di riferimento veri.

Papa Francesco, con il suo continuo richiamo ad una visione “popolare” di Chiesa, ci invita a riconoscere che è vera e da non disprezzare questa esperienza viva dei genitori che riconoscono che la fede è un bene per la loro famiglia.

4. Un rinnovato rapporto fra catechesi e mistagogia

Si è fin qui visto come l’annuncio non sia un momento previo alla catechesi, bensì un tratto portante di essa, come sia cioè coestensivo all’intera catechesi, soprattutto a quella dell’Iniziazione cristiana. Veniamo ora all’altro termine della questione, la mistagogia, per comprendere come essa non possa essere considerata, all’opposto, come semplicemente successiva alla catechesi - secondo uno schema ternario che sarebbe altrimenti kerygma, poi catechesi, poi mistagogia - bensì sia anch’essa un elemento portante di tutto l’itinerario[25], soprattutto di quello dell’Iniziazione cristiana[26].

Per comprendere come la mistagogia sia coestensiva della catechesi, come sia una dimensione più che una tappa di essa, non c’è niente di più illuminante dell’esperienza della Chiesa dei primi secoli, nel catecumenato antico. Il riferimento aiuterà anche a comprendere come solo il porre al centro l’esperienza cristiana, a fianco dei contenuti, permetta un vero rinnovamento della catechesi.

Il catecumeno, infatti, non iniziava a partecipare alla liturgia domenicale al termine del cammino, bensì dal momento dell’Ammissione al catecumenato (come d’altronde avviene anche oggi), che precede di molto l’Elezione. Si potrebbe affermare che, da questo punto di vista, l’Eucarestia preceda il Battesimo e la Confermazione e non li segua (come dovrebbe avvenire anche oggi secondo l’itinerario proposto dal RICA). Infatti, l’aspirante al Battesimo, una volta ammesso al catecumenato, iniziava a recarsi ogni domenica in chiesa, insieme all’intera assemblea liturgica, per l’ascolto della Parola di Dio e le preghiere connesse: e la Liturgia della Parola - si noti bene - era ed è parte integrante della celebrazione eucaristica.

Solo in una visione sacramentaria estremamente restrittiva, ridotta al minimo comune multiplo, l’Eucarestia può essere ristretta alla sola materia e forma del Sacramento. Tutta la sacramentaria moderna, invece, insiste sul fatto che è l’intera celebrazione ad essere liturgica[27].

La catechesi dei catecumeni aveva come pilastro la liturgia e non solo riunioni di approfondimento, anzi queste erano strettamente legate all’eucarestia domenicale stessa. La catechesi - fatto di un importanza assoluta - avveniva sempre di domenica e non nei giorni feriali. I catecumeni, partecipando alla Liturgia della Parola, facevano già esperienza della forza dello Spirito che agisce nella proclamazione liturgica della Parola e nell’omelia. Come spiega bene Sacrosanctum concilium, Cristo non è presente solo nel sacramento dell’altare, ma anche nell’assemblea radunata, nella Parola proclamata, nel presbitero che presiede la liturgia (SC 7).

A fianco della catechesi ecco che essi già vivevano l’“esperienza” dell’incontro con Dio. Esiste un’“esperienza” di Dio che nessun altra forma esperienziale umana permette di fare ed è quella di “sperimentare” la sua presenza nella Chiesa che celebra i sacramenti, visitata realmente dal Cristo che la presiede. In questa maniera i catecumeni partecipavano anche della comunione con i fratelli: tutti li conoscevano, pregavano per loro e si ricongiungevano a loro al termine della celebrazione. Inoltre tale legame fra catechesi e liturgia faceva sì che le persone non ancora battezzate già vivessero i tempi del digiuno e della carità, impegnandosi con i fratelli nell’elemosina e nel servizio. Il vivere con la comunità cristiana e al suo ritmo faceva sì che la catechesi catecumenale fosse un’esperienza. La Chiesa li introduceva domenica dopo domenica in maniera sempre più viva nella celebrazione dell’anno liturgico, eppure essi non erano ancora battezzati.

È importante che anche papa Francesco, in Evangelii Gaudium, richiami il ruolo mistagogico della catechesi, riferendosi con questo termine non alla settimana di approfondimento sacramentale dei sacramenti già ricevuti che avveniva dalla Pasqua alla Domenica in albis[28], bensì esattamente a questo ruolo della catechesi che è se stessa solo se introduce pian pano nell’esperienza di Dio, tramite la liturgia, la vita della comunità e la sua carità: «Un’altra caratteristica della catechesi, che si è sviluppata negli ultimi decenni, è quella dell’iniziazione mistagogica, che significa [… anche] una rinnovata valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana» (EG 166).

Solo al termine della Liturgia della Parola i catecumeni venivano infine benedetti e congedati: uscivano dalla chiesa e ricevevano la catechesi in un’aula immediatamente annessa alla chiesa stessa, continuando ad ascoltare i canti del popolo di Dio già battezzato che celebrava lì vicino ed incontrandosi nuovamente con tutta la comunità al termine dell’Eucarestia. Non erano cioè accompagnati da una piccola équipe catecumenale, bensì dall’intero popolo credente, dall’intera assemblea domenicale.

Solo per esemplificare quanto detto vale la pena ricordare che Agostino, non ancora battezzato, si convertì ascoltando le omelie di Ambrogio che lo convinsero della possibilità di superare il manicheismo[29]. Egli, insomma, già partecipava alla liturgia, come è evidente anche dal racconto che egli fa di quando si commuoveva al sentire i cristiani cantare nelle chiese nel periodo dell’occupazione degli edifici cristiani per paura che essi fossero requisiti dagli ariani[30]. Agostino, cioè, non si limitava ad avere “riunioni” catechistiche, bensì partecipava alla vita liturgica della comunità cristiana alla quale apparteneva Monica, sua madre.

Anche l’architettura delle chiese antiche mostra questa connessione di catechesi e liturgia. Si pensi, solo per fare un esempio, al complesso basilicale di Aquileia, le cui origini risalgono a prima di Costantino. Il complesso era composta non solo dalla chiesa e dal battistero, ma anche da due aule una delle quali è stata identificata dagli archeologi come catecumeneo, adibito cioè alla catechesi in preparazione al Battesimo[31]. Per i catecumeni di Aquileia partecipare alla liturgia domenicale era non solo una possibilità, bensì la via e il punto di riferimento obbligato della loro catechesi.

Ciò avveniva ancora più fortemente quando gli adulti battezzati avevano bambini: questi ultimi venivano battezzati appena nati, come attestano sia Ireneo di Lione[32] che Origene[33] e, sub contrario, anche Tertulliano[34] e crescevano nella fede portati tutte le domeniche a Messa dai loro genitori, di modo che era la liturgia a sostenere il loro cammino di formazione cristiana, anche se non ricevevano abitualmente la Comunione domenicale.

Non è difficile accorgersi allora dov’è l’altro punto debole della catechesi odierna con i giovani e dove è necessario un rinnovamento deciso e incisivo. Gli itinerari sono incentrati spesso più sulle riunioni di catechesi e meno sulla celebrazione domenicale. Se anche il rapporto è più stretto per gli anni delle Comunioni - ci si permetta il termine impreciso e puramente descrittivo - la partecipazione alla celebrazione cessa, comunque, non appena inizia il mese di giugno. Non è cioè un pilastro portante più della riunione, ma dipende da essa. Nella mia esperienza pastorale, l’eucarestia domenicale spostata alla sera della domenica in estate, con la presidenza del parroco e la concelebrazione del vice-parroco, la presenza dei genitori, l’animazione dei canti e dell’intera liturgia ad opera di tutti gli animatori dell’oratorio estivo - se gli animatori dell’oratorio non sono i primi ad amare la messa, l’oratorio diventa una “scuola di ateismo”! -, rendeva la celebrazione l’incontro più vivo e ricco dell’anno[35]. Ci si ritrovava poi, per iniziare il nuovo anno, non ad ottobre, ma già alla prima domenica di settembre, tutti insieme, preti, catechisti, animatori, ragazzi, genitori.

Si pensi ancora al ruolo della domenica come “luogo” degli incontri dei genitori. Se si intende educare all’esperienza di Dio e non solo al dialogare su di lui, l’orario ideale per incontrare i genitori dell’Iniziazione cristiana non può che essere la domenica, al termine della celebrazione. Non solo perché in qualsiasi giorno della settimana è loro impossibile partecipare al pomeriggio, mentre alla sera arriverebbero stanchi. Ma proprio perché è la domenica ad essere il “signore dei giorni” ed è in quel giorno che la Chiesa si riunisce come comunità nel riposo e nella pace.

Il discorso diviene poi ancora più decisivo nel cammino dei pre-adolescenti e adolescenti nel “cammino della Confermazione” - si passi anche questo termine come il precedente. Generalmente il cammino verso la Confermazione avviene a prescindere dalla celebrazione. E questo non per una qualche colpa dei ragazzi stessi, ma perché essi non hanno davanti a sé i giovani già cresimati che celebrano insieme l’Eucarestia e la animano. Nelle parrocchie, invece, dove esiste una comunità giovanile, ecco che è normale per i ragazzi inserirsi nella celebrazione, avendo i giovani più grandi come modello di fede. Puntare a che una prima generazione di ragazzi inizi a ritrovarsi con il sacerdote loro responsabile nella messa domenicale e inizi con lui ad animarla è conditio sine qua non perché il cammino della Confermazione sia un’esperienza e non solo una serie di riunioni. Fra l’altro, proprio dove l’incontro domenicale conferisce “esperienza” al cammino cristiano, diviene più facile dedicare maggiormente le riunioni ai contenuti, e si cessa di pretendere che l’ora di riunione settimanale sia onnicomprensiva. Non si tratta, infatti, di comprimere ogni cosa - tema settimanale, preghiera, liturgia, esperienza di comunione, canto, gioco - nella riunione settimanale, perché la catechesi straborda da quell’incontro e si poggia su altri pilastri, fra i quali, innanzitutto, la celebrazione e l’incontro intorno ad essa.

Esiste un’affermazione falsa su cui è bene riflettere: si sente, infatti, spesso ripetere che la prova evidente del fatto che la catechesi sia inutile è dato dal fatto che, non appena ricevuti i sacramenti, i ragazzi scompaiano. Ma se, invece, si interrogano i catechisti essi sanno bene che i bambini, finché sono piccoli, amano moltissimo la catechesi - e i catechisti con essa - e corrono ad abbracciarli, se li incontrano per strada. Non appena adolescenti, invece, se li vedono passare mentre loro sono sul “muretto”, fingono di non conoscerli. I ragazzi, allora, non vanno via dalle parrocchie perché non hanno amato i primi anni dell’Iniziazione cristiana. I ragazzi, invece, si allontanano dalle nostre parrocchie perché non trovano giovani pronti ad accoglierli. La catechesi ha bisogno di un salto di discontinuità, per la quale, non appena il ragazzo raggiunge gli anni delle medie, ha bisogno che cambi lo stile del cammino: tutte le modalità che erano andate fin lì bene, ora sono insufficienti. Mentre i bambini amano essere in prima fila, i pre-adolescenti debbono essere in seconda fila “tirati” da adolescenti più grandi che essi stimino e che si “seggano” in prima fila per fare da punto di riferimento a loro che seguono.

Vale la pena, infine, ricordare che l’“esperienza” celebrativa domenicale è la via maestra della catechesi negli anni che seguono il Battesimo. Un bambino inizia a “respirare” la fede nella quale è stato battezzato perché partecipa alla messa domenicale con i suoi genitori, perché il prete ogni domenica lo benedice, perché vive l’anno liturgico facendo il presepe con il suo papà. La domenica è il pilastro di una catechesi che non inizi solo all’età di otto anni, bensì sia il cammino che nasce dal battesimo. Il più grande vuoto che esiste nella catechesi di Iniziazione cristiana in Italia è quello fra il Battesimo e la Comunione[36]; il problema del rapporto fra Comunione e Cresima è assolutamente secondario, a nostro avviso. Dove una famiglia assapora il gusto di partecipare con i bambini piccoli al cammino domenicale, perché la liturgia della parrocchia è viva e bella e perché la fede si nutre della celebrazione, ecco che i bambini inizieranno il cammino più direttamente legato ai sacramenti avendo ben chiaro che la fede supera la preparazione stessa.

Per concludere

Per concludere, a questo punto mi sembra prezioso fare riferimento ad un dialogo che ascoltai fra due catechiste. La prima, che si riteneva critica e intelligente, esclamava: “In fondo come catechiste stiamo perdendo il nostro tempo. Sappiamo bene che nessuna di noi si ricorda una sola parola di ciò che i nostri catechisti ci hanno insegnato. E così sarà dei bambini che accompagniamo. Tutto è inutile”. L’altra, con grande intelligenza, le rispose: “Io nella catechesi ho imparato l’anno liturgico e chi vive l’anno liturgico conosce tutto del Cristo, perché l’anno liturgico è la stessa vita del Cristo celebrata nei suoi passaggi principali”. Aveva ragione.

Quanto detto in questo studio intendeva mostrare come sia necessario che la catechesi sia al contempo annunzio e introduzione all’esperienza di vita della comunità cristiana, domenica dopo domenica.

È rimasto in ombra cosa la catechesi abbia da insegnare all’annunzio e alla liturgia (ad esempio quale sia il valore della vita di gruppo e delle esperienze di servizio vissute insieme ai giovani). Perché la catechesi non è semplicemente annunzio o introduzione alla liturgia. Ma questo richiederebbe un lungo discorso.

Abstract

L’articolo sottolinea come nella proposta di fede rivolta ai giovani esperienze e contenuti siano stati sostituiti da “attività”. Spesso, infatti, con il termine di “catechesi esperienziale” si intende una serie di attività, di dinamiche di gruppo e di laboratori che non raggiungono il livello dell’esperienza. A questo si aggiunge una povertà di contenuti di modo che giovani che abbiano frequentato per anni gruppi giovanili e l’IRC a scuola si trovano a non possedere i rudimenti fondamentali della fede.

Tale situazione della pastorale giovanile non deve essere isolata dal suo contesto: sono, infatti, le linee pedagogiche vigenti da un cinquantennio che puntano sul metodo e trascurano i contenuti, impoverendo così l’educazione.

L’articolo declina poi in chiave di pastorale giovanile la richiesta di Evangelii Gaudium perché la catechesi si rinnovi in chiave kerygmatica e mistagogica.

Solo il fascino di una proposta dà ali alle domande dei giovani. Ciò è vero per la scuola, dove solo la passione dell’insegnante permette agli studenti di scoprire il desiderio di studiare, ma ancor più negli itinerari di fede, poiché la fede non può essere dedotta, bensì è sorpresa e incontro.

D’altro canto la comunità che celebra la liturgia domenicale permette ai giovani di fare “esperienza” del Cristo che vive nella chiesa, così come già i catecumeni partecipano alla Liturgia della Parola.

Note al testo

[1] Cf. su questo la recente ricerca Aa.Vv., Una disciplina alla prova. Quarta indagine nazionale sulla religione cattolica in Italia a trent’anni dalla revisione del Concordato, a cura di S. Cicatelli e G. Malizia, Torino, LDC, 2017, in particolare le pp. 189-201 (curate da A. Lonardo), che mostrano la grave carenza di conoscenze che abbraccia tematiche interdisciplinari che vanno dai dati biblici, fino a Costantino e a Galilei e che non può essere attribuita solo agli insegnati di religione, bensì manifesta una carenza dell’intera scuola italiana.

[2] Gadamer ha scritto: «Il concetto di esperienza - per quanto ciò possa sembrare paradossale - mi pare da annoverare tra i meno chiariti che possediamo. A causa del fatto che, nella logica dell’induzione, ha una funzione di guida per le scienze positive, esso ha finito per essere rinchiuso entro schemi gnoseologici che sembrano mutilarne l’originario contenuto»; e ancora: «Non si può pensare che l’esperienza sia dapprima senza parole [...]. È invece costitutivo dell’esperienza stessa cercare e trovare le parole che possano esprimerla» (H. G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 1995, pp. 715 e 479).

[3] M. L. King, Discorso nella New Covenant Baptist Church, 9/4/1967 (on-line su www.gliscritti.it).

[4] Pochi autori sono consapevoli del fatto che Z. Bauman sia più un filosofo che un sociologo. L’inventore del termine “società liquida” è in realtà un fautore di un tale tipo di società e non semplicemente uno scienziato che ne registri l’esistenza. Lo mette in luce, ad esempio, il sociologo P. Donati, La vera libertà ha bisogno di una direzione, in http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2008/9/25/SOCIETA-LIQUIDA-Donati-la-vera-liberta-ha-bisogno-di-una-direzione/5913/. In una prospettiva diversa da quella di Bauman, si pone lo scritto del sociologo francese di sinistra J.-P. Le Goff, Malaise dans la démocratie. Une lecon de lucidité, Pluriel, 2016.

[5] Cf. su questo A. Lonardo, Sintesi dei questionari sull’Iniziazione cristiana nella Chiesa di Roma.

[6] Neo-logismo che è comparso numerose volte nel suo magistero.

[7] La canzone appartiene all’album “Ecco”, del 2012.

[8] http://www.lastampa.it/2012/03/18/societa/giacomo-e-piu-facile-fareil-premier-che-fare-il-papa-nhhdUOPNV0yjAjVRgMcjpL/pagina.html, ma anche su Gli scritti, È più facile fare il premier che fare il papà, di G. Poretti.

[9] La questione inter-culturale sta assumendo sempre più rilievo e l’intera società chiede orientamenti, perché si accorge che la semplice giustapposizione delle culture è inadeguata e la prospettiva “multi-culturale” è ormai superata; cf. su questo A. Lonardo, Per una prospettiva “inter-culturale”; da un punto di vista giuridico cf. C. Cardia, Immigrazione, accoglienza, diritti eguali per tutti (a dieci anni dall’approvazione della Carta dei Valori).

[10] Ogni catechista sa bene che il modo migliore per far morire un gruppo di adolescenti è chiedere loro di cosa vorrebbero parlare. Essi hanno, invece, bisogno di una paternità che proponga loro qualcosa di più alto di ciò che sembrerebbero desiderare in quel momento e solo allora iniziano a tirar fuori il meglio per contribuire anche loro creativamente.

[11] A. D’Avenia, Il primo giorno che vorrei. Si noti bene che questo mette in discussione un’intera impostazione pedagogica - atteggiamento oggi corrente forse anche in catechesi - che proponga di partire dalle domande esplicite dei ragazzi e non, invece, da quelle implicite che l’educatore sa essere presenti nel cuore del ragazzo, ma che possono essere destate solo da una proposta alta che lo interpelli. Non si tratta, infatti, né di dare il pesce, né di insegnare a pescare, bensì di insegnare la passione per la pesca e questa la si può trasmettere solo facendo assaggiare dell’ottimo pesce che faccia nascere il desiderio della pesca stessa. Fuor di metafora, non si può insegnare la letteratura insegnando i diversi metodi di approccio al testo, bensì solo leggendo insieme i brani più belli che siano mai stati scritti e così appassionando i ragazzi. Il contenuto è il primo passo che appassiona: solo poi vengono i passi successivi che i ragazzi potranno compiere anche da soli. Uno degli autori che più ha riflettuto sul fatto che non è possibile alcun miglioramento del sistema scolastico se si continua a dare il primato alle questioni metodologiche è il matematico Israel (cf. ad esempio G. Israel, La scuola svuotateste, in http://www.ilfoglio.it/articoli/2013/09/11/news/la-scuola-svuotateste-52467/, disponibile anche su Gli scritti, G. Israel, La scuola svuotateste; G. Israel, La rivoluzione pedagogica che fabbrica teste vuote). Israel scrive, ad esempio, con grande acutezza: «[Il rifiuto del Ministero della Pubblica Istruzione di fare programmi di insegnamento, limitandosi alle competenze conduce a questo:] il risultato è che i programmi li fanno le case editrici producendo spesso libri pessimi e infarciti di folli invenzioni» (G. Israel, La scuola riparta da maestri e contenuti); tale espressione sembra rispecchiare anche lo stato dei sussidi di catechesi utilizzati in Italia per l’Iniziazione cristiana, dove la discussione sulla validità dei catechismi non ha portato al loro abbandono, bensì al fatto che i sussidi delle diverse case editrici siano in realtà dei catechismi sotto mentite spoglie, poiché ogni catechista non ha cessato dal bisogno di un itinerario scritto e non ne può prescinderne. In letteratura si veda il blog di R. Contu, La letteratura e noi, in http://www.laletteraturaenoi.it/.

[12] Il riferimento è ovviamente ancora a Roberto Benigni.

[13] Che poi Benigni non sia fedele alla Divina Commedia, come spiega bene Nembrini (cf. su questo il video Franco Nembrini, Paolo e Francesca: perché sono all’Inferno, on-line sul Canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=IVxQ9njv1QM), perché non esplicita la cosa più interessante e importante del brano e cioè perché Paolo e Francesca siano all’Inferno è un altro conto, anche se è un “altro conto” estremamente importante.

[14] Il papa ripete più volte nell’esortazione che la catechesi deve essere kerygmatica, ma quando utilizza questa espressione non si preoccupa di riferirla alle intense discussioni che si ebbero in ambito catechistico nel secolo scorso, né la utilizza nel senso che danno ad essa alcuni biblisti o alcuni gruppi ecclesiali. Cf. su questo le voci Kerygma e Catechesi kerygmatica nei diversi dizionari di catechesi e di teologia pastorale e, più recentemente, AICa, Il primo annuncio tra “kerygma” e catechesi, a cura di C. Cacciato, LDC, Leumann, 2010.

[15] È la prospettiva scelta dalla Dei Verbum: La nuova stesura del documento rifiutò un’impostazione che presentasse la Bibbia e la Tradizione della Chiesa come fonti di conoscenza su Dio per parlare invece del desiderio di Dio di rivelarsi personalmente, fino alla rivelazione piena di se stesso in Gesù Cristo, Parola completa e definitiva di Dio (cf. su questo Aa.Vv., Un tesoro da moltiplicare. Giovani e Concilio, a cura di L. Moni Bidin ed altri, AVE, Roma 2013, pp. 37-43; cfr. on-line, A. Lonardo, Dei verbum. La novità di un approccio personalistico alla rivelazione). Papa Francesco ha affermato con concisione straordinaria: «La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia. È per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne» (discorso di papa Francesco nell’udienza ai membri della Pontificia Commissione Biblica, il 12/4/2013).

[16] Cf. su questo M. Borrmans, I musulmani di fronte al mistero della croce: rifiuto o incomprensione?; e anche A. Lonardo, Il Vangelo di Barnaba, un apocrifo medioevale: “dare corpo” alla gesuologia islamica omettendo la croce, in «Firmana. Quaderni di teologia e pastorale» 26 (2017), pp. 77-110, disponibile anche on-line in versione accresciuta: A. Lonardo, Il Vangelo di Barnaba, un apocrifo medioevale: “dare corpo” alla gesuologia islamica omettendo la croce.

[17] Nel cammino della catechesi con i ragazzi la novità della fede e la sua grandezza dovranno sempre di nuovo riemergere. Essi dovranno sempre essere aiutati a misurarsi col fatto che loro stessi, come gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo, cercano un senso alla vita, cercano di “bucare il cielo” per vedere Dio: cercano, ma non trovano, perché l’uomo non può vedere il “volto” di Dio se lui stesso non decide di rivelarsi. Questo apre una serie di importantissime questioni che chiedono una rilettura dell’intero progetto educativo. Affrontare di petto la realtà della rivelazione vuol dire, fra l’altro, affrontare il tema della scienza per mostrare quanto la Chiesa la ami e la promuova, ma al contempo quanto la scienza non sia l’unica forma di conoscenza, perché ogni scienziato dovrà poi prendere decisioni “non scientifiche”, come quella se sposarsi o meno, se generare bambini, se credere o meno. L’apertura di tale questione è decisiva perché i ragazzi respirano in una cultura che, senza rendersi talvolta nemmeno conto di cosa afferma, ripete come un ritornello che la scienza è l’unica forma valida di conoscenza.

[18] L. Giussani, È se opera, supplemento a 30Giorni, n. 2, febbraio 1994, p. 44.

[19] Per un recupero della creazione nell’annunzio della fede, cf. A. Lonardo, La bellezza originaria. I racconti della creazione nella Genesi, Itaca, Castel Bolognese 2017.

[20] Espressioni come “nuova” evangelizzazione, “secondo” annunzio, e così via, sono divenute abituali proprio perché è emersa nella riflessione pastorale una maggiore consapevolezza che ciò che si dice “per la prima volta” ai ragazzi è in realtà qualcosa che essi già conoscono, ma conoscono male, poiché hanno già respirato un’“aria” che ha dato loro come una pre-comprensione della fede, che ne ha minato le basi e l’ha impoverita, rendendola addirittura priva di ogni credibilità e denunciandola come vecchia, come “superata”, come “medioevale”. Ha scritto in merito Sequeri: «Da noi non ci sarà più un rapporto innocente con il cristianesimo; nel bene come nel male. Il cristianesimo che cerca di impiantare il seme originario dell’evangelo nel mondo che si trasforma ora, incontra sempre da qualche parte un cristianesimo già insediato in un mondo precedente» (P. Sequeri, Non c’è nessun partito di Dio. Evangelizzazione, Occidente, Parrocchia, in «Rivista del Clero Italiano» 1 (2004), p. 564). Una riflessione in merito è stata portata avanti con grande lucidità dal magistero a partire dall’Evangelii nuntiandi di Paolo VI sino a Evangelii gaudium di papa Francesco.

[21] Cf. M. Botta - A. Lonardo, Le domande grandi dei bambini, 3 voll., Itaca, Castel Bolognese 2016-2017; per gli adulti cf. invece: A. Lonardo, La bellezza originaria. I racconti di creazione della Genesi, Itaca, Castel Bolognese 2017.

[22] Papa Francesco ha affermato più volte di avere sempre I promessi sposi sul suo comodino e ha invitato a parlare di Renzo e Lucia ai fidanzati e ai giovani. Cf. su questo: Giovanni Scifoni e don Andrea Cavallini leggono i Promessi sposi di Alessandro Manzoni.

[23] Cf. su Dante, gli incontri tenuti in tutta Italia da Franco Nembrini, così come le sue “lezioni” dantesche andate in onda su TV 2000 dal 2015 al 2016 con il titolo Nel mezzo del cammin.

[24] Preziosa, anche se discutibile per diversi suoi tratti, è la proposta di lettura della figura del padre proposta da M. Recalcati che parla della fine del complesso di Edipo e della situazione attuale connotata da un complesso di Telemaco, il figlio di Ulisse che invoca il ritorno del padre (cf. M. Recalcati, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, Torino 2013).

[25] La tesi di questo studio si distanzia in maniera radicale dall’impostazione accademica degli anni settanta che vedeva decisiva una suddivisione in tappe della predicazione della Parola. Allora annuncio, catechesi e sacramenti erano visti come tappe cronologicamente conseguenti dell’itinerario di fede. Anche oggi, talvolta, in diverse proposte di rinnovamento della catechesi, lo schema cronologico sembra essere quello portante, con riferimento, ad esempio, alle tappe del catecumenato. In un primo momento ci si preoccupa dell’annunzio della fede o prima ancora è il momento della pre-evangelizzazione. Seguirebbe poi la catechesi che darebbe corpo a quell’annunzio. A chi ha una fede ormai matura si proporrebbero infine i sacramenti e poi la mistagogia come catechesi sui sacramenti già celebrati. Nella liturgia domenicale poi la persona sarebbe nutrita nel cammino ordinario della vita. Lo schema cronologico si impose a partire dagli studi di Grasso (cf. su questo U. Montisci, Il pensiero di Domenico Grasso S. J. (1917-1988) sul ministero della Parola, Pontificia Università Salesiana; estratto dalla Tesi di dottorato, Roma 1998) che includeva sotto l’insieme dell’unica “predicazione della Parola di Dio” i diversi momenti cronologicamente scanditi. Il riferimento al RICA, al Rituale dell’Iniziazione Cristiana degli adulti, è divenuto successivamente il nuovo punto di riferimento, ma con una logica, comunque, sempre cronologico. Diversamente da tale impostazione il Catechismo della Chiesa cattolica si richiama al catecumenato, individuando nella fede professata, nella fede celebrata, nella fede vissuta e nella fede pregata non le tappe successive, bensì le dimensioni portanti dell’intero itinerario; cf. su questo Aa.Vv., Pensare, professare, vivere la fede. Nel solco della lettera apostolica “Porta fidei”, a cura di M. Cozzoli, Lateran University Press, Città del Vaticano 2012.

[26] Sulla nozione di “iniziazione cristiana”, cf. P. Caspani, La pertinenza teologica della nozione di Iniziazione cristiana, Glossa, Milano 1999.

[27] Tale nuova visione del rito è stata valorizzata innanzitutto da autori come R. Guardini, per essere poi ripresa da studiosi come A. N. Terrin in una prospettiva di antropologia teologica e come C. Valenziano in chiave di comprensione teologico-spirituale e teologico-estetica (cf. R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Morcelliana, Brescia 1930; Id., La formazione liturgica, OR, Milano 1988; Id., Lettera sull’atto di culto e il compito attuale della formazione liturgica, in «Humanitas» 20 (1965), pp. 85-90; A. N. Terrin, Il rito. Antropologia e fenomenologia della ritualità, Morcelliana, Brescia 1999; A. Grillo - C. Valenziano, L’uomo della liturgia, Cittadella, Assisi 2007, pp. 77-127). Per una bibliografia aggiornata sul tema, cf. gli studi recenti di: A. Grillo, Introduzione alla teologia liturgica. Approccio teorico alla liturgia e ai sacramenti cristiani, EMP, Padova 2011; Id., La forma rituale della fede cristiana. Teologia della liturgia e dei sacramenti agli inizi del XXI secolo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2011; L. Girardi, Liturgia e partecipazione. Forme del coinvolgimento rituale, EMP, Padova 2013.

[28] Con questo studio non si intende negare l’esistenza di un’esplicita tappa mistagogica nel catecumenato antico, ma si vuole, invece, mostrare come la mistagogia abbia un ruolo più ampio, coestensivo all’Iniziazione cristiana stessa; cf. Aa.Vv., La mistagogia. Attualità di un’antica risorsa, a cura di L. Girardi, CLV, Roma 2014.

[29] «Ogni domenica lo ascoltavo [Ambrogio] mentre spiegava rettamente la parola della verità in mezzo al popolo, confermandomi sempre più nell’idea che tutti i nodi stretti dalle astute calunnie dei miei seduttori a danno dei libri divini potevano sciogliersi» (Confessioni VI, 3.4). E ancora: «Gioivo pure che la lettura dell’antica Legge e dei Profeti mi fosse proposta con una visuale diversa dalla precedente, la quale me li faceva apparire assurdi, mentre rimproveravo ai tuoi santi una concezione che non avevano; e mi rallegravo di sentir ripetere da Ambrogio nei suoi sermoni davanti al popolo come una norma che raccomandava caldamente: “La lettera uccide, lo spirito invece vivifica”. Così quando, scostando il velo mistico, scopriva il senso spirituale di passi che alla lettera sembravano insegnare un errore, le sue parole non mi spiacevano, benché ignorassi ancora se erano veritiere» (Confessioni VI, 4.6).

[30] Cf. ibid., IX,7.15-16).

[31] Sulle diverse ipotesi di localizzazione dell’aula dei catecumeni, cf. Aa.Vv., L’aula meridionale del battistero di Aquileia. Contesto, scoperta, valorizzazione, a cura di L. Fozzati, Electa, Milano 2015.

[32] Ireneo di Lione, in Adversus haereses II,22,4, scrive: «Gesù è venuto, in effetti a salvare tutti gli uomini: tutti quelli che per mezzo di lui sono rinati in Dio (qui per eum renascuntur in Deum), infantes, bambini, giovani e persone anziane».

[33] Nell’Omelia 14 su Luca, Origene scrive: «I bambini (paidia) sono battezzati per il perdono dei peccati. Quali? Quando essi hanno peccato? Difatti, mai. Ed allora “nessuno è puro di qualcosa di sordido”, anche se non ha che un giorno (Gb 14,4ss.). Ecco la sordidezza che è levata per il mistero del battesimo. Ecco la ragione per la quale battezziamo anche i bambini». Nell’Omelia 8 sul Levitico afferma invece: «A queste ragioni si potrebbe ancora aggiungere questa: ci si domanda perché il battesimo della Chiesa che è donato per la remissione dei peccati, è amministrato, secondo il costume della Chiesa, anche ai bambini; ora, se non ci fosse niente a reclamare la remissione ed il perdono, la grazia battesimale apparirebbe superflua». Nel Commentario alla Lettera ai Romani V, 9 scrive ancora: «Il parvulus che è appena nato ha già commesso dei peccati? C’è lo stesso un peccato per il quale è prescritto di compiere un sacrificio […]. È per questo che la chiesa ha ricevuto dagli apostoli la tradizione di amministrare il battesimo anche ai parvuli. Perché gli uomini a cui furono trasmessi i segreti dei misteri divini, sapevano che c’era in tutti (in omnibus) delle reali sozzure dovute al peccato, che dovevano essere lavate per mezzo dell’acqua e dello Spirito». Di questi tre testi è importante sottolineare innanzitutto che presentano il battesimo dei bambini come un dato incontestato, che viene fatto risalire alla tradizione degli Apostoli.

[34] Tertulliano, nel Trattato sul battesimo (scritto fra il 200 ed il 206) attesta che anche nell’Africa latina era prassi battezzare i bambini, ma egli lo sconsiglia volendo invertire una prassi consolidata; pertanto suggerisce il rinvio del battesimo (cf. Trattato sul battesimo, 18), perché se si battezzano i bambini non si ha la certezza che essi sapranno poi vivere senza peccati.

[35] Cf. su questo A. Lonardo, Per superare la schizofrenia dell’Iniziazione cristiana: l’oratorio estivo e i bambini della Prima comunione. Si può organizzare un oratorio estivo senza ritrovarsi insieme la domenica a messa?.

[36] L’Ufficio Catechistico e l’Ufficio Liturgico di Roma hanno elaborato un itinerario per genitori che battezzano i figli per accompagnarli sia con lettere che con sussidi sul web da inviare nelle loro case, ma soprattutto aiutandoli a riscoprire la liturgia della domenica insieme ai figli, man mano che crescono. Cf. su questo: Ufficio Catechistico della Diocesi di Roma-Ufficio Liturgico della Diocesi di Roma, Riscopriamo la bellezza del Battesimo. Sussidio di pastorale battesimale, Roma, Coletti, 2018.