Il teologo Timothy Radcliffe: «Credere, anche nel tempo del fondamentalismo». Un’intervista di Monica Mondo. «Il fondamentalismo del XIX secolo è stato quello scientifico, si pensava che la scienza ti potesse rispondere a tutto. Oggi invece abbiamo un fondamentalismo economico e molti pensano che il mercato sia la soluzione di ogni bisogno. E poi c’è il fondamentalismo religioso. I fondamentalisti non riescono a parlare con quelli che pensano diversamente da loro».

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /12 /2017 - 10:33 am | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 10/12/2017 un’intervista di Monica Mondo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Cristianesimo.

Il Centro culturale Gli scritti (17/12/2017)

Teologo, domenicano, biblista, docente a Oxford, consultore del Pontificio consiglio Giustizia e pace. Padre Timothy Radcliffe ha il sorriso di Fra Tuck, il compagno di Robin Hood, e non è purtroppo lo zio di Daniel Radcliffe, l’attore che impersona Harry Potter, anche se, spiega, gli piacciono molto i libri e i film di Harry Potter: sarebbe un bell’escamotage e un bel modo per attirare tanti giovani. E visto che il cristianesimo si diffonde per contagio, potrebbe forse nascondere la sua vera identità e dire che è davvero lo zio di Harry Potter. «Beh, sicuramente venderei molti più libri se facessi in questa maniera!». «Aver fede nel tempo dell’incertezza si può», come recita il sottotitolo del suo Il bordo del mistero edito per l’Italia dalla Emi (Pagine 144, euro 14,00). «Sì, penso che sempre in periodi di incertezza si deve aver fede perché essere cristiano, essere credente non significa che hai tutte le risposte, ma significa che sei sempre in cerca, sei sempre all’inizio della tua indagine. E in tal senso essere cristiano significa sempre essere in un’avventura in cui c’è sempre bisogno dell’aiuto di tutti i tuoi amici, di tutte le persone che sono con te».

Lei dice che viviamo «nel tempo del fondamentalismo, che è una caratteristica della modernità». In che senso? Prima c’era lo stesso, e i domenicani erano considerati maestri di rigore. “Domini canes”, si interpretava.

«C’è una distinzione da fare tra rigore e fondamentalismo. Il fondamentalismo significa che in un solo linguaggio si possono avere tutte le risposte. Il fondamentalismo del XIX secolo è stato quello scientifico, si pensava che la scienza ti potesse rispondere a tutto. Oggi invece abbiamo un fondamentalismo economico e molti pensano che il mercato sia la soluzione di ogni bisogno. E poi c’è il fondamentalismo religioso. Il fondamentalismo si genera quando c’è un modo troppo semplicistico di descrivere le cose, e penso che la via d’uscita sia sempre impegnarsi con chi la pensa in maniera diversa, mentre i fondamentalisti non riescono a parlare con quelli che pensano diversamente da loro. Il rigore è ben altra cosa, rigore significa che si cerca di fare di tutto per comprendere i grandi interrogativi: l’analisi profonda è molto diversa dal fondamentalismo».

«Amare la gente – scrive – significa trovare la giusta combinazione di offerta di spazio e dono di sé». Ovvero troppa o troppo poca libertà fanno male?

«Se si parla a qualcuno bisogna sempre cercare di dargli spazio, perché possa mostrarsi l’altro, per ascoltare come parla, chi è veramente. Ogni volta che si parla con qualcuno ci si sorprende sempre, e gli devi dare lo spazio perché ti possa sorprendere, questo è il cuore di ogni buona e giusta conversazione. In qualunque amicizia si dà a chi hai di fronte la possibilità di essere diversa da quel che tu pensavi all’inizio e di non conformarsi alle tue idee iniziali su quella persona».

Come si fa ad avere speranza?

«Penso, in base alla mia esperienza, che se si vuole sperare bisogna rivolgersi soprattutto a quelli che sembrano non avere più speranza, e si apprenderà insieme a sperare. Ricordate, c’è stato a settembre uno spaventoso uragano a Houston: io sono stato sul posto per visitare tutte le aree devastate. La gente mi ha detto che all’inizio era molto arrabbiata, però quello che mi ha colpito è stato il loro coraggio, e anche la loro gioia di essere vivi. E questo ha aiutato anche me a sperare. Io andrò a Baghdad per trascorrere un po’ di tempo con fratelli e sorelle, e posso dire che se si vuole avere speranza si deve proprio andare a Baghdad, perché si incontrano persone la cui vita è veramente molto dura, non possiamo neanche immaginarlo. E si vede, si riscontra una speranza che non pensavi potesse esistere».

Senza perdono dei peccati non c’è speranza?

«Sì, il contrario della felicità non è la tristezza ma avere un cuore duro che non ha più sentimenti. Quando si è in contatto con persone che soffrono ti si apre il cuore, e se il tuo cuore si spalanca puoi essere felice di nuovo. La cosa più importante per essere felici è rifuggire dalle tue piccole preoccupazioni. Quando tu sperimenti il dolore degli altri, smetti di pensare a te stesso e cominci a condividere quello che vivono loro e allora avrai una felicità enorme, avrai un’anima. Nel libro di Ezechiele si dice: “Toglierò i vostri cuori di pietra e vi renderò cuori di carne”, un cuore quindi che è in grado di sentire, di avere nuovamente sentimenti»

Cito ancora da Il bordo del mistero: «La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso».

«Quando soffriamo talvolta pensiamo che le nostre vite non abbiano più significato, e ci chiediamo perché questa sofferenza, a cosa serva. Ma questa è una perdita di tempo! La nostra speranza è che alla fine vedremo come la nostra vita è un percorso, un viaggio verso la pienezza dell’amore, della comprensione. E quindi noi viaggiamo per cercare di capire chi siamo, per vedere i piccoli segni che ci fanno capire dove stiamo andando. Dobbiamo fidarci, e quando arriviamo alla pienezza d’amore e di vita, nonostante le prove che abbiamo passato, allora riscopriamo il significato. Adesso abbiamo soltanto qualche flash qua e là, che ci fa capire che siamo fatti per amare, amare totalmente. Arriveremo alla pienezza d’amore alla fine del nostro percorso e tutto quello che abbiamo vissuto, abbiamo sopportato, allora assume significato».

«Il cristianesimo fa richieste francamente impossibili», scrive. Che non possiamo ottemperare da soli. Ci vuole la Chiesa, quindi?

«Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Perché tu puoi essere in grado di amare in un modo di cui io non sono capace e così io rispetto a te. Un amore incondizionato è impossibile, è un dono che viene dato a ognuno di noi poco a poco, nel tempo. La cosa più bella dell’essere umano è che è chiamato ad essere sempre qualcosa di più, più di quello che noi possiamo immaginare, pensare di essere. Domani incontrerai tuo fratello, tua sorella, tuo figlio, tua figlia, che ti insegneranno molto di più e ti faranno entrare in questa pienezza dell’amore. Penso che ogni volta che amiamo qualcuno di un amore vero, ci rendiamo conto del mistero trascendente dell’amore che va oltre tutto quello che riusciamo a immaginare di poter ricevere».

«La modernità accetta la fede se rimane confinata nell’ambito privato o se ha un ruolo decorativo, senza invadere lo spazio pubblico». Se è irrilevante, dunque, da sacrestia.

«E non può essere così! Penso per esempio a papa Francesco, che in questo momento si sta impegnando con i problemi umani immediati, e penso che il cattolicesimo è sempre affascinato dai drammi che la gente vive, qui ed ora. Aver fede non significa vivere in un piccolo mondo isolato, rimanere in un angolo, al sicuro, ma impegnarsi nella realtà. Ed è quello che fa il Papa andando a visitare i posti più difficili sulla Terra».

Spesso crediamo che obbedire significhi abbandonare la ragione e la libertà.

«Mi piace moltissimo l’origine del termine “obbedienza” che viene da ob audiens, che significa ascoltare profondamente. Per me essere obbediente nei confronti del mio fratello, come domenicano, non vuol dire smettere di pensare, “faccio quello che gli altri mi dicono”: no, io ascolto con tutta la mia intelligenza, con tutta la mia immaginazione e fantasia. Quindi la vera obbedienza è basata sull’intelligenza».

«Il cristianesimo esalta la corporeità», sottolinea. Possiamo dire che è materialista più che spiritualista.

«Penso che l’essenza del cristianesimo sia che Dio è diventato uno di noi, è diventato una persona come noi, si è fatta corpo. E il dono del cristianesimo è quando Gesù dice “questo è il mio corpo, lo do a voi”; non dice la mia mente, il mio spirito e la mia anima. Dobbiamo essere contenti di essere anche corporeità, e questo proprio quando molte persone odiano il loro corpo, quando la gente si vede troppo magra, troppo grassa, troppo bassa, troppo brutta. In questo momento dobbiamo riconoscere che possiamo abitare in un corpo perché siamo spirito che abita in un corpo, e dobbiamo amarlo questo corpo. Il cuore del cristianesimo è la santità dei nostri corpi».

Anche la preghiera per noi europei, dalla Riforma in poi, è diventata un atto puramente mentale. «Invece dobbiamo pregare con un’esuberanza fisica».

«La gran parte dei cristiani un tempo pregava con il corpo, per esempio san Domenico, fondatore del mio ordine, aveva nove modi di pregare col corpo. Anche Francesco d’Assisi diceva che tutto si può esprimere con il corpo ma noi oggi invece ci sediamo a un banco da soli, sembriamo un sacco di patate, non riusciamo più ad esprimere la spontaneità della nostra fede! Per pregare bene dobbiamo chiedere ai fratelli e sorelle africani di venirci a insegnare come si prega anche con il corpo».