I figli hanno bisogno della nostra vecchiaia. Nel film Gli sdraiati c’è la confusione della mia generazione, nata negli anni ‘50 del Novecento. Vorremmo essere buoni padri, buoni figli, bravi colleghi, giovani eterni. Ma non è possibile, di Beppe Severgnini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /12 /2017 - 21:59 pm | Permalink
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Riprendiamo dal Corriere della Sera del 2/12/2017 un articolo di Beppe Severgnini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Vedi anche la sezione Cinema.

Il Centro culturale Gli scritti (4/12/2017)

«Se qualcuno ti assicura che l’adolescenza di tuo figlio sarà una passeggiata, schiaffeggialo subito». Mi è tornata in mente questa frase un po’ brutale, proveniente un libro o da un film che non ricordo, mentre guardavo Gli sdraiati di Francesca Archibugi, tratto - anzi, ispirato - dal racconto di Michele Serra.

È la storia di un ragazzo che sa rendersi irritante e di un padre che non si rende conto d’essere confuso. Il primo ha diciassette anni; il secondo, un’età tra i cinquanta e i sessanta. Il figlio Tito è interpretato da un esordiente, Gaddo Bacchini, studente del liceo classico Manzoni di Milano. Il padre Giorgio, conduttore televisivo, da Claudio Bisio, meno scherzoso del solito (quindi, più credibile). C’è anche un nonno, taxista di grande cuore e poca cultura, intepretato da un ispirato Cochi Ponzoni, che si muove nella Milano notturna come Berlusconi nelle convention e Salvini in televisione.

Buon film, senza cedimenti. Soltanto lontano parente del libro, però. Nel racconto di Michele Serra l’irritazione quotidiana sfocia nella catarsi finale (la passeggiata al Colle della Nasca). Nel film entrano nuovi personaggi, elementi, incidenti. Ma così dev’essere: regista e sceneggiatori (la stessa Archibugi con Francesco Piccolo) devono sentirsi liberi di essere fedeli o infedeli. La trasposizione cinematografica è un incontro, non un matrimonio.

Conta il risultato, e con Gli sdraiati è stato raggiunto. C’è Milano, bella e sensuale qual è. C’è la fatica dei giovanissimi. E c’è la confusione della mia generazione, nata negli anni ‘50 del Novecento. Vorremmo essere buoni padri, buoni figli, bravi colleghi, giovani eterni. Ma non è possibile. I nostri ragazzi hanno bisogno della nostra vecchiaia. Ecco perché la figura del nonno materno, nel film, è formidabile. Va d’accordo con gli adolescenti perché sa dargli forza offrendo la propria debolezza.

P.S. Alla fine della proiezione, al cinema Ducale di Milano, c’è stato il dibattito tra il pubblico. Era quarant’anni che non partecipavo a un momento del genere. Negli anni ‘70 spesso mi dileguavo durante i titoli di coda, approfittando del buio. Venerdì sera sono rimasto, insieme a venti persone che non conoscevo, commosso dalla motivazione degli improvvisati organizzatori: «Vorremmo discuterne, ma non su Facebook». Torna l’antiquariato verbale, ed è una buona notizia.

© Corriere della Sera RIPRODUZIONE RISERVATA