“Al Jazeera non può offrire una bella immagine di una realtà brutta”. La giornalista di punta Khadija Benguenna: “Il mondo arabo è nel caos, il problema sono i paesi che hanno finanziato le contro-rivoluzioni arabe per il timore di rivolte popolari”. Un’intervista di Karima Moual

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /07 /2017 - 22:43 pm | Permalink
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Riprendiamo da La Stampa del 15/7/2017 un articolo di Karima Moual. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Islam.

Il Centro culturale Gli scritti (16/7/2017)

Khadija Benguenna, giornalista di Al Jazeera

Khadija Benguenna, è una delle giornaliste di punta di ad Al Jazeera. Una vera star dell’informazione, con oltre 10 milioni di seguaci sui social media e un attivismo senza precedenti su tutte le questioni calde che riguardano il mondo arabo. Dall’Algeria, paese di origine lasciato con la guerra degli anni 90, alla Svizzera e poi a Doha, è stata fin da subito uno dei pilastri su cui si è retta Al Jazeera negli ultimi 20 anni. 

Khadija Benguenna, dall’Algeria a Doha il salto, anche culturale, è grande. Ha avuto difficoltà?  

Al Jazeera è stata la mia prima esperienza professionale in un paese arabo della diaspora, e certo mi spaventavano l’assenza di democrazia nel mondo arabo e la mancanza di accettazione dell’opinione altrui quando non coincide con quella ufficiale. Ma l’esperienza è riuscita grazie alla leadership qatarina, in grado di garantire una vasta area di libertà nonché l’investimento necessario per il successo del progetto, insieme all’arrivo di molti giornalisti professionisti e reporter provenienti dalla BBC. 

In un mondo dove l’informazione è in crisi di credibilità, come si fa a diventare un punto di riferimento?  

La crisi di credibilità nei media è spesso causata dalla loro eccessiva politicizzazione. I media egiziani, per esempio, non sono liberi - basta ricordate il caso Regeni. Noi di Al Jazeera cerchiamo di adottare gli standard di accuratezza, imparzialità e obiettività e ci occupiamo con attenzione dei social media. Ammettiamo tuttavia di cadere in alcuni errori a causa del caos in cui viviamo nel mondo arabo. Non è possibile mantenere l’imparzialità, l’accuratezza e i criteri oggettivi al 100% nella situazione attuale, ma siamo vigili perché quello che vogliamo dare alla gente è la verità. Per questo non è strano che io legga nel notiziario un comunicato di Amnesty International che condanna lo Stato del Qatar, o che io rivolga una domanda che può risultare fastidiosa a un esponente qatarino. Per noi questa è la normalità, per altri canali arabi no

Lei conduce “Ma waraa al khabar (ciò che si nasconde dietro alla notizia), uno dei programmi di punta dell’emittente. E allora rivolgo a lei la stessa domanda: cosa si nasconde dietro l’assedio al Qatar e alla richiesta di chiudere Al Jazeera?  

Il tentativo di mettere a tacere la voce del popolo per far sì che i regimi repressivi e le dittature continuino a depredare le risorse delle persone, senza alcun controllo. Al Jazeera preoccupa e infastidisce perché parla con la lingua del popolo e non dei regimi.  

In diversi paesi arabi, gli studi di Al Jazeera sono stati chiusi. Perché siete passati da grande canale di informazione del mondo arabo a minaccia per la stabilità dell’area?  

La vera ragione dietro la chiusura di al-Jazeera e la persecuzione dei suoi giornalisti è quello di impedire loro di rivelare la verità alla gente e continuare a mentire all’opinione pubblica. Ci sono paesi come l’Egitto dove diversi colleghi sono stati perseguitati con l’accusa di appartenere all’organizzazione dei fratelli musulmani – penso ad esempio a Peter Greste, un nostro giornalista imprigionato per tre anni in Egitto con l’accusa di appartenere alla Fratellanza pur essendo cristiano, australiano e del tutto estraneo alla Fratellanza.  

Voi non sbagliate mai?  

Certo, anche noi facciamo errori. Li abbiamo fatti, e non solo lo ammettiamo, ma lavoriamo per correggerli. Non bisogna però dimenticare che l’attuale situazione araba è molto complicata e il caos che regna nella regione non ha precedenti nella storia, soprattutto dopo il successo delle rivoluzioni. Il problema dunque, non è in Al Jazeera che cerca, dentro questo caos, di aderire agli standard di lavoro internazionali, ma semmai dei paesi che hanno finanziato il colpo di stato in Egitto, quello in Libia con Khalifa Belqasim Haftar e le contro-rivoluzioni nei paesi arabi. Questi sono gli stessi paesi che impediscono ad Al Jazeera di lavorare sul suo territorio, come ad esempio gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita-

I vostri detrattori vi accusano di divulgare fakenews, dalle fosse comuni in Libia alle piazze delle primavere arabe troppo sopravvalutate. Come risponde a queste accuse?  

Al Jazeera non falsifica fatti e non fabbrica notizie ma piuttosto è sempre rimasta vicino alla gente e la piazza araba. Il problema è che la piazza araba è divisa al suo interno a causa delle contro-rivoluzioni finanziate da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, che temono rivolte popolari. Per questo i regimi autoritari arabi fanno l’impossibile per demonizzare Al Jazeera e minare la sua reputazione. In realtà Al Jazeera è lo specchio della realtà araba e la realtà araba, purtroppo, è brutta e tragica, dobbiamo ammetterlo. Al Jazeera non può offrire una bella immagine di una realtà brutta

Cosa risponde a chi la accusa di aver messo il velo in omaggio alla rete della Fratellanza?

Ho indossato l’hijab spontaneamente, l’ho deciso quando mi stavo preparando per eseguire l’Hajj alla Mecca. Al Jazeera non ha interferito, anche se forse sono stati contenti perché era un modo per bilanciare: nessun’altra giornalista è velata, ma il nostro pubblico è composto anche di donne, la metà delle quali indossa il velo. Mi viene da ridere quando mi dicono: tutti voi di Al Jazeera siete dei fratelli musulmani. Io non lo sono, lo dimostrano i video su YouTube, e le mie interviste tra i quali vi è una durissima con Morsi, ancora prima del suo isolamento.  

C’è Al Jazeera in inglese e Al Jazeera in arabo. Come mai sono così diverse?  

Perché il pubblico è differente. Per esempio, per il pubblico inglese la questione palestinese non è così rilevante come per il pubblico arabo, che la considera fondamentale. Ma succede anche in altre tv, come la sezione araba e la sezione francese di France24. 

Dopo questo attacco da parte di diversi paesi arabi, come cambierà Al Jazeera?  

Al Jazeera non cambierà. Continuerà a mantenere la sua professionalità qualsiasi cosa accada. La crisi non ci influenzerà, lo prova il fatto che ospitiamo nei nostri programmi anche relatori che si oppongono e attaccano la politica del Qatar. Se accendete Al Jazeera vedrete ospiti provenienti da diversi paesi, gli stessi che vorrebbero vederci chiusi, come Arabia Saudita, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti. Ospiti che difendono il regime di Al Sisi sono presenti tutti i giorni nei nostri tg e programmi e noi dialoghiamo con loro con professionalità e rispetto, mentre non vediamo alcun relatore dal Qatar nei canali di questi paesi. Questa è la differenza tra Al Jazeera e le altre tv arabe

Che consiglio da alle giovani donne che vogliono diventare giornaliste?  

Quello di irrompere in tutti i campi giornalistici. Non solo sedersi elegantemente su una comoda poltrona con trucco, sotto l’aria condizionata all’interno di uno studio, ma coprire le guerre e arrivare nelle aree di tensione. Consiglierei inoltre di sfidare l’ambiente maschile, che controlla l’industria dei media nel mondo arabo, dove gli uomini dominano le posizioni di leadership. Al Jazeera ha cercato di cambiare questa realtà quando ha scelto alcune donne per assumersi responsabilità, come AJ+, programma gestito da una donna palestinese, Dima Khatib. Ma ci sono anche molte giornaliste che lavorano nel settore delle guerre, con la corrispondenza in Palestina, in Yemen e in Iraq, dove abbiamo perso anche una collega.