“Il buon governo” di Ambrogio Lorenzetti: quando l’arte insegna alla politica, di Mariella Carlotti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /11 /2019 - 23:27 pm | Permalink
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Riprendiamo dal web la trascrizione della relazione tenuta da Mariella Carlotti il 27/8/2010 al Meeting di Rimini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Arte e fede.

Il Centro culturale Gli scritti (29/5/2017)

[…] Sono andata a cercare nella tradizione culturale italiana un esempio che documentasse il bene comune. Immediatamente ho pensato agli affreschi del Buon Governo, anche perché da tanto tempo desideravo studiarli. Questi affreschi nascono per decorare una sala che ospitava le riunioni di un governo, il Governo dei Nove, che guida Siena tra il 1287 e il 1355. Un governo che era fatto da nove persone elette ogni due mesi senza possibilità di rinnovo del mandato.

Quindi era sostanzialmente una forma di governo che garantiva un ricambio e una partecipazione al potere di tutta la città. Questo governo, che è il governo che ancora oggi connota Siena, è il Governo che porta a termine il Duomo, è il Governo che realizza la Piazza del Campo, che ancora oggi ha nove spicchi. Questo Governo nel 1309 traduce in volgare la Costituzione di Siena. È il primo Governo al mondo che si dà una costituzione nella lingua del popolo.

È il Governo che costruisce il Palazzo Pubblico di Siena, sulle cui pareti vengono raccontati i principali momenti della storia di Siena e soprattutto viene affrescato quello che questa città si dava come valore, come scopo della convivenza civile.

All’interno del Palazzo Pubblico ci sono due sale fondamentali, la sala del Consiglio Generale di Siena e la Sala del Governo, quella affrescata appunto da Lorenzetti. Nel parlare degli affreschi del Lorenzetti, preferisco partire dalla Maestà, perché questi affreschi del Lorenzetti spesso sono stati letti da certa cultura di sinistra anche in senso anticattolico, come se in questi affreschi ci fosse per la prima volta una pittura totalmente laica e un’immagine di socialità non riferita alla fede, ma a beni comuni condivisi, a valori comuni condivisi.

Chi fa questa lettura deve fare tre operazioni abbastanza sporche. La prima: deve dimenticarsi che la sala attigua alla Sala dei Nove è la Sala del Mappamondo, su cui campeggia la Grande Maestà di Simone Martini. In questo dipinto, di circa settanta metri quadri di dimensione, al centro c’è Maria, Regina di Siena dalla Battaglia di Montaperti del 1260, che tiene in braccio il Bambino Gesù, che tiene un cartiglio, su cui c’è la frase con cui inizia il Libro della Sapienza: “Amate la giustizia voi che governate le terra”. Maria rivolge alla città, in qualità di regina della città, un discorso politico, in cui ringraziando i Santi che le offrono preghiere e gli angeli che le offrono fiori, lei richiama in terzina dantesca, usata per la prima volta fuori della Divina Commedia - e siamo nel 1315, quindi Dante è ancora vivo - i governanti di Siena, gli amministratori di Siena, chi sedeva nel Consiglio Generale della città, a due cose, che lei dice avere supremamente a cuore: il bene comune e la giustizia. Sono questi per lei i fondamenti della convivenza civile. Questi due temi sono ripresi da Ambrogio Lorenzetti nella Sala dei Nove, dove lui, con una complessa affrescatura, svolge questi due temi. Il primo modo con cui si dà una falsa interpretazione di questi affreschi è non tener presente il nesso con la Maestà.

La seconda operazione sporca è nel nome, perché Affreschi del Buon Governo li ha chiamati l’Illuminismo: nel Medioevo erano gli Affreschi della Pace e della Guerra o gli Affreschi del Bene Comune, e indicare una cosa con un nome piuttosto che un altro è già un’interpretazione.

La terza: su questi affreschi, Ambrogio Lorenzetti, forse intuendo la cattiveria dei tempi che sarebbero venuti, ha scritto una canzone di sessantadue versi in sei strofe che puntualmente descrive quello che lui va dipingendo, anche perché questi affreschi furono una ulteriore traduzione in immagini di quello che era stato scritto nella Costituzione. Su queste pareti ci sono queste sei strofe che commentano le sei parti dell’affresco e se non si leggono queste iscrizioni si può rischiare di dare interpretazioni non giuste di quello che Lorenzetti ha dipinto.

Vediamo cosa dicono questi affreschi. Innanzitutto, il primo affresco è quello sulla parete nord, dove Lorenzetti ha messo la sua firma, scrivendo: “Ambrogio Lorenzetti qui dipinse da ambo le parti”. Le parti della sala sono tre, e infatti lui si sta riferendo alla tematica.

Tematicamente la sala è divisa - diciamolo come l’ha detto l’Illuminismo - in Buon Governo e Mal Governo, o Bene Comune e Bene Proprio, come io preferisco chiamarli. Su questa parete si comincia a leggere l’affresco dalla figura che campeggia sulla parte sinistra: è la Giustizia, rappresentata come una donna vestita di rosso sopra cui c’è la stessa frase con cui inizia la Maestà: “Amate la giustizia voi che governate la terra”.

La Giustizia sta guardando oltre sé, sta guardando la Sapienza di Dio che ha in mano una bilancia: lei ha la bilancia, non la Giustizia. Sui due piatti della bilancia si vedono le due dimensioni fondamentali della giustizia: sul piatto a sinistra, la giustizia distributiva, quella che dà le pene ai rei e premia i giusti. Sul piatto a destra, l’altro aspetto della giustizia, quella che stabilisce le giuste regole per il commercio, e infatti c’è l’angelo che dà le unità di misura ai mercanti.

Dai due piatti della bilancia scendono due corde che si annodano nella mano sinistra di questa bellissima donna che siede ai piedi della Giustizia. È la Concordia, a cui Lorenzetti dà un’interpretazione etimologica vera: l’unità dei cuori. È colei che mette insieme le corde, in senso proprio musicale, all’origine della sinfonia sociale. L’anno scorso avevamo portato all’attenzione del popolo del Meeting le formelle del campanile di Giotto: anche nelle formelle del campanile la politica è sotto la musica, perché il compito della politica dovrebbe essere quello di realizzare l’armonia sociale, traducendo così nei rapporti l’armonia dell’essere che è la musica.

La corda che la Concordia ha nella mano - la Concordia è rappresentata con una pialla sulle ginocchia, perché il suo compito è quello di rimuovere le asperità sociali - passa nelle mani dei ventiquattro cittadini che si legano, che accettano di legarsi liberamente: questo è il popolo di Siena, questo è un popolo. Un popolo è un insieme di persone legate liberamente dalla concordia alla giustizia.

E la corda che passa attraverso loro arriva nelle mani della figura che campeggia nella parte destra dell’affresco. Questa figura è chiaramente il Comune di Siena: è vestito di bianco e di nero, i colori della balzana senese, ha intorno alla testa quattro lettere, “CSCV”, Comune di Siena Città della Vergine, perché la Madonna è regina della città e per lei a Siena si fa tutto, dal Palio in giù. Essa ha lo scudo in cui è ancora leggibile lo stemma di Siena, che è la Vergine Maria col Bambino, circondata dalla frase: “Conservi la Vergine l’Antica Siena che lei stessa rende bella”. Ai piedi c’è la lupa con i gemelli Aschio e Senio, figli di Remo, scappati da Roma e ritenuti mitici fondatori di Siena. Quindi, questa figura è certamente il Comune di Siena. L’iscrizione, che commenta l’affresco che poi leggeremo, chiama questa figura Bene Comune. Qui scrivendo il libro mi ero arenata perché non capivo se questa figura fosse il comune di Siena o il bene comune.

È stata questa domanda che mi ha permesso di conoscere il professor Grossi, perché sono andata a trovarlo, anche perché siamo vicini di casa a Firenze, e ho posto a lui questa domanda. Sono rimasta molto colpita dalla risposta che lui mi ha dato, che ho sentito come chiave di lettura di tutta l’affrescatura di questa sala. Lui mi ha detto che questa era una domanda moderna. Perché per un uomo del Medioevo, per un uomo che credeva nel mistero dell’incarnazione, cioè che Dio si fosse fatto carne, non esisteva un valore se non in una forma; per questo il Bene Comune è il Comune. Mentre per noi moderni i valori sono idee astratte e le forme sono istituzioni burocratiche.

Questa figura, che è il Comune, ma che da qui in poi chiamerò Bene Comune, è sormontato da tre figure che sono le Virtù Teologali, Fede, Speranza e, al centro, la Carità, di cui la politica è la suprema attuazione. Accanto al Bene Comune siedono sei allegorie delle Virtù operative del bene comune: Giustizia, Temperanza, Fortezza e Prudenza, che sono le Virtù Cardinali, a cui Ambrogio Lorenzetti aggiunge un’altra figura che è la Magnanimità. Perché ci vuole grande magnanimità per desiderare il bene comune superando gli interessi meschini. La sesta figura che lui aggiunge è bellissima, sdraiata sulle armi che pure calpesta, al centro dell’affresco, perché è il cuore del desiderio del uomo: è la Pace, perfettamente equidistante da Giustizia e Bene Comune di cui è figlia.

In un angolo dell’ affresco c’è un gruppo di delinquenti, legato perché questa è una città che funziona, una città in cui il popolo è liberamente legato nella concordia al bene comune e in cui chi invece cerca il male viene legato. Questo è riassunto nell’iscrizione che c’è sotto: “Questa santa virtù (la giustizia) laddove regge induce ad unità gli animi molti e questi a ciò ricolti un bel comun per lor signor si fanno”. Il Bene Comune per governare il suo stato non deve distogliere lo sguardo dalle virtù che ha intorno. Se lo farà, nascerà uno stato a cui si pagheranno con gioia anche le tasse. Per questo con trionfo a lui si danno censi, tributi e signorie di terre e da questo stato nasce un mondo senza guerre, in pace, e un mondo dominato da ogni effetto buono.

È il mondo che Lorenzetti dipinge sulla parete orientale della sala, la parete dove sorge il sole e si vede una città e una campagna. Qui voi vedete una città bellissima, ma non è una città ideale come quelle del Rinascimento, è una città reale. È proprio Siena: si vede in alto a sinistra il duomo di Siena, si vedono i palazzi come li voleva il Costituto del 1309, che prevedeva anche le regole per il decoro urbano e istituiva addirittura gli Ufficiali sopra le bellezze, cioè i vigili urbani della bellezza, che andavano in giro ad osservare che tutto fosse in ordine e fosse bello.

In questa città, che ha tutti i tratti di Siena, si lavora in ogni angolo, è una città in crescita, dove i muratori stanno edificando e in ogni angolo della città si lavora; si vedono i mestieri legati alla tessitura, la bottega del commerciante di generi alimentari, la bottega del calzolaio dove si lavora, un’aula universitaria. L’università esisteva a Siena fin dal secolo precedente, dal XIII secolo. È una città dove ci si sposa: c’è una donna vestita di rosso (il colore delle spose medievali) che va a nozze e dietro di lei si intravedono dei bambini e degli uomini che giocano.

La festa di questa città è sintetizzata dalla danza in primo piano delle figure allegoriche, che forse sono anche un omaggio al Governo dei Nove, perché sono nove figure danzanti più un musicante. Questa armonia, questa vita dolce e riposata, come dice l’iscrizione, domina anche la campagna.

Non stiamo parlando di cose che sono sopra le nuvole, perché la ricchezza di Siena è ancora legata al fatto che milioni di persone vengono a visitare questa città e passano le loro vacanze sulle colline senesi o nella maremma senese; la bellezza che è nata da questa concordia si è stampata sui campi e sui muri. Certo anche Dio ha fatto qualcosina, ma di più i senesi.

In questa campagna si distinguono facilmente tre fasce: la fascia dei paesaggi - si vedono tutti i paesaggi senesi. C’è il Chianti con le vigne e i castelli; le crete senesi, il massiccio dell’Amiata e la maremma sino al porto di Talamone, che era il porto da cui Siena aspettava quello che non venne mai.

C’è la fascia mediana, la fascia delle attività produttive, e qui vediamo tanti particolari: si vedono i contadini che mietono o che trebbiano il grano; si vede l’allevamento degli animali o il lavoro nelle vigne.

Nella fascia più bassa c’è la via Francigena che esce da Porta Romana e su questa via si vedono delle scene bellissime, come questa della famigliola che torna dalla città con la madre che sgrida i bambini o il ponte con il fiume e il mulino, oppure le persone che escono dalla città per andare a caccia, mentre alcuni cacciano già con le balestre in mezzo alla vigna.

Su tutto questo mondo domina una figura, una bellissima figura alata, uno dei primi nudi della pittura medioevale, che è la Securitas, la Sicurezza, che tiene in mano un impiccato e un cartiglio. Sul cartiglio c’è l’ultimo frutto di questo mondo dominato dal bene comune: una vita senza paura. Nel cartiglio è scritto: “Senza paura ogn’om franco cammini e lavorando semini ciascuno mentre che tal comune manterrà questa donna (la sicurezza) in signoria che ha levato ai rei ogni balia”. È un mondo bellissimo, su questa parete orientale, dove sorge il sole, c’è una porta. Da questa porta si vede sullo sfondo la parete orientale della sala attigua con la Maestà di Simone Martini: la bellezza di questa città è l’anticipo sulla terra del destino di felicità che ci attende, cioè il Paradiso.

Molto diverso è quello che c’è nella parete opposta. La parete dove muore il sole, la parete occidentale. Qui troviamo l’allegoria del Bene Proprio, che è il contrario del Bene Comune, come lo chiama nell’iscrizione Ambrogio Lorenzetti. Vediamo che cosa c’è in questa allegoria del Bene Proprio. Mentre in quella del Bene Comune la Giustizia legava nella concordia i cittadini, qui la Giustizia è un personaggio femminile, legato e piangente tra i due piatti della bilancia spezzati: non c’è più popolo, ci sono dei ragazzini che prendono in giro la Giustizia, come dice l’iscrizione: “laddove sta legata la iustitia nessuno al ben comun giammai s’accorda”. Quando la Giustizia è legata, nessuno è teso al Bene Comune e allora nasce l’istituzione opposta al comune. Come dal bene nasce il comune, dal Bene Proprio, che non è il proprio bene, nasce la tirannide. […] La tirannide non è necessariamente una dittatura violenta. Dante dice nella Divina Commedia che i nostri comuni sono pieni di tiranni. La tirannia è laddove il potere è usato per il Bene Proprio, cioè la politica è usata per la politica e non per il bene comune. Questa è la tirannia di cui erano piene anche le città del Trecento.

Sopra la Tirannia sono le sue tre attitudini peccaminose: Avarizia, Superbia e Vana Gloria e intorno a lei siedono sei vizi operativi. I suoi sei vizi operativi sono, da sinistra: Crudeltà, Inganno, Frode, Collera, Divisione e, ultima, la figura nera, la Guerra. La Tirannide ha un pugnale in mano e nell’altra ha una coppa sporca di sangue. Il metodo è la violenza e lo scopo è la ricchezza a qualsiasi costo.

Quando la politica non è carità, non è un’applicazione della carità, non può soddisfare l’animo perché l’uomo non è fatto per star bene, è fatto per voler bene e quando non vuol bene, sta male. Allora deve compensare questo potere con un'altra cosa che è sempre l’amica dei tiranni. Questa tirannide poggia i suoi piedi su una brutta bestia: è la Lussuria, che è la grande compensatrice dell’uomo che vive la politica non come carità.

Dalla Tirannide nascono degli effetti sulla città e sulla campagna, perché, dice l’iscrizione, dov’è tirannia: “è gran sospetto, guerre, rapine, tradimenti e inganni…”. Infatti si vede una città desolata dove tutto cade a pezzi e dove l’unico che lavora è l’armaiolo, colui che forgia le armi. Dove le donne sono vestite di rosso ma per essere violentate, rapite e violentate, e dove l’uomo giace assassinato.

Da questa città escono solo soldati che devastano la campagna e su tutto domina la figura tetra che è l’opposto della sicurezza: la Paura, che tiene un cartiglio su cui si legge: “per volere il bene proprio in questa terra, sommessa è la giustizia a tirannia onde per questa via non passa alcun senza dubbio di morte”. Si ruba ovunque fuori e dentro delle porte e questo è il mondo che nasce dal Bene Proprio.

Carrón, all’assemblea nazionale della CdO, a novembre, ha definito l’individualismo come il bene proprio, e ne ha indicato l’effetto nell’ “homo homini lupus”. Non è andato molto lontano da Lorenzetti. Quando abbiamo pensato alla mostra del Meeting, e anche quando stavo pensando il libro, avevo un magone di finire il libro così. Pensavo che un libro così avesse due grandi limiti. Primo: metteva alla gogna i politici, mentre il problema è più vasto, è il problema del popolo. Perché, come diceva Churchill, in un paese democratico in Parlamento siedono, per un 10% gli uomini migliori del paese, per un 10% i peggiori delinquenti del paese, ma per l’80% siedono gli uomini che sono come il paese, perciò il problema non è solo dei politici, il problema è di tutti noi, è della nostra responsabilità personale.

La seconda preoccupazione che avevo era che non volevo fare una mostra e un libro che alimentassero il moralismo, perché di questo non ce n’è veramente bisogno. Basta già Repubblica! Mentre raccontavo questo mio cruccio ad un amico senese, mi ha detto (eravamo dentro la Sala dei Nove): “Non capisco bene la tua preoccupazione”. Gli risposi che la mia preoccupazione era capire in quale parte dell’animo umano, in quale parte di me, nascesse questa tensione al bene comune. In che modo io posso collaborare alla bellezza di questa città e non al suo sfascio?

Son rimasta colpita che questo mio amico mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere una cosa e andando, mi avrebbe raccontato una storia. È la storia che ho messo alla fine del libro e che abbiamo messo alla fine della mostra. La storia è questa. A Siena, fino alla Seconda Guerra Mondiale, nella Basilica dell’Osservanza, c’era un bellissimo crocifisso ligneo dipinto, trecentesco, che pendeva sopra l’altare, di cui si ignorava l’autore e la data.

Il 23 gennaio del ’44 gli americani bombardarono Siena e le bombe risparmiarono la città dentro le mura ma bombardarono pesantemente la periferia, dove c’è la Basilica dell’Osservanza. Alcune bombe caddero su questa basilica e la ridussero in macerie. Il crocefisso che era dentro questa chiesa andò perduto. Il giorno dopo, un frate si avventurò fra le macerie e con grande sorpresa trovò tra le macerie della chiesa la testa di questo crocifisso, una testa bellissima che potete vedere al padiglione 5. Raccolse questa testa che gli si aprì tra le mani: dentro era cava e dentro c’era una pergamena con su una preghiera.

In questa preghiera c’era il nome dell’artista che aveva fatto il crocifisso, Lando di Pietro, grande architetto e orafo della Siena del Trecento. C’è scritta anche la data: gennaio 1337, lo stesso anno in cui Ambrogio Lorenzetti dipingeva gli affreschi del Buon Governo. Soprattutto in questo cartiglio c’è scritta una preghiera bellissima, in cui Lando affida a Cristo, alla Madonna e ai Santi, dopo aver chiesto per lui misericordia, il suo destino, quello di sua moglie e dei suoi figli e quello di tutta l’umana generazione.

Quando ho visto questo crocifisso con questo cartiglio, ho pensato che volevo finire il libro così. Questo manufatto appartiene allo stesso momento degli affreschi di Ambrogio Lorenzetti: la bellezza della città che il Governo dei Nove ha costruito realmente e che Ambrogio Lorenzetti ha dipinto sulle pareti della Sala dei Nove, aveva una radice, e questa radice era un uomo, degli uomini, che nascondevano ciò che amavano, che nascondevano questo loro dialogo con Dio in quel che facevano. Che dentro a quello che facevano nascondevano, per dirla con il Meeting, il desiderio di cose grandi. È da questi uomini che è nata Siena: credo che anche da questi uomini sia nato il Meeting e la Compagnia delle Opere.