Dieci tesi sul kamikaze, di Cristina Cenci e Enrico Pozzi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /05 /2017 - 22:13 pm | Permalink
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Riprendiamo dalla rivista Il Corpo, Anno XI, n. 12, nuova serie, maggio 2005, pp. 1-15, un articolo di Cristina Cenci e Enrico Pozzi (link all’articolo in PDF, accessibile dopo registrazione: http://www.ilcorpo.com/pdf/ed82c7f0760702d5f042de1bf8d02d06.pdf; link al sito della rivista Il Corpo: http://www.ilcorpo.com/). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli cfr. le sezioni Per la pace contro la guerra, Del morireIslam.

Il Centro culturale Gli scritti (7/5/2017)

I. Definizione del kamikaze

Nella sua forma pura, il kamikaze è colui che, in nome del proprio gruppo, distrugge un nemico distruggendosi.

Il k. non è il pazzo: non agisce in base ad una logica individuale, ma in quanto membro di un gruppo. Il pazzo talvolta si distrugge per distruggere, ma lo fa secondo una sua dinamica psicologica, e non come consapevole strumento del proprio gruppo. Il k. può anche essere clinicamente 'pazzo', ma questa sua 'pazzia' privata è solo un eventuale facilitatore del suo atto. La sua pazzia di k. sta nel modo in cui appartiene al suo gruppo: è una pazzia sociale, da folie à plusieurs,che lo rende diafano al gruppo cui appartiene da morirne.

Il k. non è l'eroe. Il comportamento eroico implica la probabilità della morte, ma non la sua necessità. La probabilità può essere molto elevata e quasi certa, ma questo scarto anche infinitesimo protegge la natura eroica del gesto. L'eroe non assume la propria morte come costitutiva del proprio eroismo, ma come un rischio. Non va a morire per distruggere il nemico, va a distruggere il nemico e forse per questo dovrà morire. Non si suicida per uccidere, ma viene ucciso mentre uccide. La sua morte eroica è non lo strumento ma la conseguenza della sua azione. Questa contingenza della propria morte preserva l'umanità dell'eroe, intesa come barlume di speranza e desiderio di vita. Contemporaneamente, l'eroe che non muore condensa la potenza di chi è stato vicino a morire ma è sopravvissuto. Questa potenza lo scioglie dal vincolo sociale e lo trasforma in un fattore di minaccia e disordine per il suo stesso gruppo (meglio un caduto che un reduce).

Come l'eroe, il k. si pensa e viene pensato al servizio di una entità trascendente: un valore assoluto, un dio, un Progetto, la Storia, un Popolo, il gruppo stesso, un'idea, un capo. Al contrario dell'eroe, il k. non è minaccioso per il proprio gruppo perché porta per definizione l'aureola riposante del martire.

II. Il kamikaze disintegra se stesso per integrare il proprio gruppo

Il kamikaze si manifesta quando il gruppo si sente vicino al crollo e un Nemico totale non basta più a garantirgli coesione e identità. I k. nipponici vengono inventati quando diventa imminente l'eventualità di una invasione della madre patria. I k. palestinesi intensificano gli attacchi suicidi quando le due intifada perdono tensione, oppure quando il processo di pace rischia di togliere al Noi il dono coesivo della guerra e del Nemico. La funzione dichiarata del k. è duplice: infliggere un danno militare, aggredire con il terrore il vincolo sociale che tiene insieme il gruppo avversario. Ma il danno militare è irrilevante - nessun uso massiccio di k. ha mai modificato il corso di un conflitto o di una battaglia - e la forza disgregante del terrore rinsalda spesso la compattezza del gruppo che dovrebbe frantumare.

Rimane la funzione latente: il k. si disintegra per proteggere il proprio gruppo dalla percezione del proprio possibile crollo. Solo un gruppo straordinariamente potente può impadronirsi di un individuo al punto di farlo rinunciare alla propria vita per il gruppo stesso. Reciprocamente, se un membro di un gruppo rinuncia alla propria vita per un obiettivo stabilito dal gruppo, non è forse questa la verifica della compattezza e potenza del gruppo? Ogni k. rende visibile al suo gruppo l'allucinazione della propria totalità sociale perfetta. Ogni morte di k. diventa una epifania del vincolo sociale trionfante, e si vuole la cura del panico anomico del Noi. Ogni corpo di k. che si dissolve esplodendo conferma paradossalmente il «cristallo di gruppo» [Canetti 1982] che teme di non essere più tale.

Ciò che chiamiamo k. è la parte visibile di un sacrificio di rifondazione del sociale. Tutte le componenti del sacrificio sono presenti. La vittima dell'offerta votiva (il k.) è scelta tra gli esemplari più pregiati. Dei 63 k. palestinesi esplosi tra il 1993 e il 2001, tutti tra i 18 e i 38 anni, «nessuno [...] presentava il profilo tipico della personalità suicida. Nessuno era privo di istruzione, disperatamente povero, semplice di spirito o depresso. Molti appartenevano alle classi medie e, salvo i fuggiaschi, avevano lavori retribuiti. Due erano figli di milionari. Tutti sembravano membri assolutamente normali delle loro famiglie. Educati e seri, le loro comunità li consideravano giovani-modello» [Hassan 2001]. Il sacrificante è il gruppo stesso, e coincide formalmente con il sacrificatore (chi compie materialmente il sacrificio); e il destinatario non è forse in modo evidente allah?

Ad uno sguardo più attento il modello perde chiarezza. Il sacerdote sacrificatore che uccide la vittima coincide concretamente con la vittima stessa. Se allah è figura durkheimiana della totalità sociale, il destinatario del sacrificio è il gruppo stesso e coincide con il sacrificante. Il suicidio-omicidio dell'offerta votiva riporta le vittime dentro la logica sociale del Noi, che regna incontrastato sulla scena. La macchina sociologica del sacrificio si risolve nell'obiettivo per cui è nata: ripristinare la maestà del vincolo sociale e riconsacrare il gruppo. Attraverso la propria esplosione, il k. implode in se stesso il sociale indebolito, e gli consente di allucinarsi nuovamente come ente perfetto.

Il k. è sacro, perché sociologicamente sacro deve tornare ad essere il gruppo che egli condensa ed è. Il k. gode perciò del culto sociale dei santi. A condizione che la vittima primaria desideri spontaneamente e volontariamente la propria morte. Solo questa obbedienza che desidera spontaneamente ciò a cui obbedisce permette al gruppo di trarre profitto dal suo k. Tutte le rappresentazioni sociali dei propri k. si affannano a proclamare e dimostrare che a) sono dei volontari la cui scelta è esente da qualsiasi coercizione o calcolo utilitaristico, b) il gruppo produce una eccedenza di k., cioè una eccedenza di forza coesiva del sociale. Inversamente, tutti i tentativi di sconsacrare il k. e di togliergli la potenza della macchina sacrificale mirano a mostrare che il k. non è un volontario, viene plagiato o comprato alla sua famiglia, emerge solo dalle aree sociali più marginali e meno integrate, è malato, è disperato, è pazzo.

III. Il kamikaze si disintegra per disintegrare il nemico

Sul palcoscenico rituale dove recita, il kamikaze non dona solo se stesso. La sua morte trasforma l'uccisione del nemico in dono al gruppo e celebra il massacro come offerta votiva che riscatta e salva. Il k. libera la comunità dal suo male interno - l'impotenza e l'anomia - proiettato sul nemico esterno e distrutto insieme ad esso. Contemporaneamente, sacrificando se stesso per sacrificare l'Altro, il k. bonifica il sacrilegio proprio di ogni uccisione: può fare strage di 'innocenti' senza colpa per sé e per la comunità sacrificante. Uccide, e purifica l'atto di uccidere.

Il processo che fa esplodere il k. tra i nemici segue i riti propri della vittima sacrificale. La preparazione finale comprende tutti gli elementi costitutivi del rito d'ingresso nel sacrificio: la separazione, l'isolamento, l'inversione giorno-notte, l'uso litanico-allucinatorio della preghiera intensa, le tecniche corporee dell'estasi (intesa come ecstasis:uscita dell'Io dal corpo) quali il digiuno e la privazione di sonno; l'exemplum.Altrettanto tipici iriti di uscita: la gestione sociale del morto, l'esorcizzazione della sua possibile invidia verso chi vive, la 'festa' nella sua casa, la felicità assolutoria di chi poteva aver sofferto per quella morte (madri, padri, ecc.), la disseminazione del morto nel corpo sociale del gruppo attraverso il sistema delle reliquie, la sua iscrizione nel tempo e nella memoria collettiva (i calendari dei k., le immagini, la toponomastica), il suo aggancio forte al sistema simbolico-religioso del gruppo.

La logica sacrificale e del dono trasforma il k. in una potenza distruttiva totale, senza i vincoli e i limiti dell'azione di guerra e della divisa. Il k. è invincibile, perché prima ancora di morire è già morto, è un morto vivente. La «decisione anticipatrice della morte» lo proietta nell'eternità di chi, morto come individuo, vive come icona sacrificale del gruppo da rifondare. «Esplosione sacra» nel lessico palestinese,ilk. agisce la forza esplosiva del sociale per donare al gruppo l'annientamento del nemico, e non semplicemente la sua 'sconfitta'. È un'arma di distruzione di massa: in nome del sociale, pratica la dissoluzione sacrificale dell'Io per uccidere il sociale del nemico, e non solo Io-nemici. Nel processo di selezione dei k. palestinesi, viene scartato chi è motivato da un desiderio di vendetta individuale. L'obiettivo non è l'assassinio politico o militare, ma l'annichilimento dell'Altro come gruppo portatore del Male. Il k. deve morire uccidendo il maggior numero di persone possibili senza distinzione di responsabilità e di funzioni. L'uccisione di donne e bambini non è un'eccezione o un errore, è il culmine dell'efficacia dell'azione del martire: l'uccisione del futuro dell'Altro, della sua possibilità di sopravvivenza come comunità.

IV. Purezza e pericolo del kamikaze

La logica sacrificale esige una vittima pura, figura di una comunità perfetta.

Nella rappresentazione mitizzata, il kamikaze è puro in quanto membro ideale del gruppo: è giovane, sano, osservante delle regole e dei valori della collettività, religioso. Il k. non può essere un mercenario, un deviante, uno straniero, un pazzo o un malato.

La morte del k. puro diventa un atto di purificazione. A differenza dell'eroe, protagonista di azioni straordinarie contro nemici straordinari, il k., come il serial killer, è un assassino nomotetico: non mira ad uccidere individui specifici e singolari ma ad annientare una classe di individui sulla base di uno stigma sociale a priori (gli Israeliani, gli Americani, i Russi). La morte k. consacra le classificazioni sociali e identitarie (amico/nemico; noi/loro; dentro/fuori) sottraendole alla storia, al caso, alle scelte e alle emozioni individuali.

Per il gruppo nemico, il k. è impuro, cioè mostruoso, perché si colloca al di fuori della proprietà presunta di qualsiasi cosa vivente: il desiderio di sopravvivere. Ma è impuro anche perché si fa uguale a noi per distruggerci. Il k. è tanto più efficace quanto più si confonde con il nemico nei suoi spazi e quanto più gli è vicino nell'esplosione: ironico cultore dell'intimità. È però raro che questa intimità possa essere solo brutale. L'aereo proiettato contro le Torri o il camion lanciato contro un bersaglio protetto non hanno il problema di sedurre le vittime alla vicinanza. Ma nella maggior parte dei casi, le situazioni sorvegliate in cui il k. deve agire gli impongono di cercare una prossimità neutra o addirittura amichevole. La mimesi sta al cuore del suo progetto. Per avvicinarsi quanto più possibile, il k. dovrà rendersi simile a coloro cui si avvicina. Si vestirà come loro, imiterà i loro segni di appartenenza, verrà scelto tra coloro che più somigliano per qualche motivo alle vittime, o tra coloro che per qualche motivo appartengono in realtà quasi allo stesso gruppo delle vittime, salvo odiarle. I ceceni dell'assalto alla scuola di Beslan venivano dai villaggi di frontiera con l'Ossenia: caucasici sempre, e quasi osseni. Semiti indistinguibili dai molti semiti che vivono in Israele, i k. palestinesi vengono scelti «in modo da nuotare come un pesce nell'acqua del nemico» (pamphlet di Hamas): corpi, volti, abbigliamenti, atteggiamenti, comportamenti e segni di riconoscimento sociale omologhi alle vittime da colpire, anche se contraddicono i codici dell'integralismo islamico (la studentessa k. vestita all'americana).

Il k. è costretto al paradosso costitutivo del contatto. Si può vedere senza esser visti, udire senza essere uditi, odorare senza essere odorati, ma non si può toccare senza essere toccati da ciò che si tocca. C'è nel contatto una irrimediabile reciprocità che espone il k. al pericolo di percepire il nemico come un individuo, e non più come figura di un gruppo da annientare. L'intimità con la vittima ne rafforza la rappresentazione come concetto puro, irraggiungibile alla tentazione dell'empatia; simmetricamente, il k. deve essere anche per questa ragione il più puro rappresentante del suo gruppo. Per annientare il nemico ed eliminare ogni forma di ibridazione deve compiere un atto di métissage estremo: morire confondendosi con l'alterità che è chiamato ad eliminare. La morte che produce è la misura e verifica della sua purezza. Se muore e basta o se non muore, è un impuro: ha toccato il nemico e ne ha assorbito lo stigma, da martire rischia di diventare traditore.

V. Antieconomia e terrore del kamikaze

Il kamikaze è l'anti homo æconomicus per eccellenza, se per homo æconomicus si intende l'individuo guidato da un principio di autoregolazione che lo spinge a massimizzare i benefici e a minimizzare rischi e sprechi.

La dissipazione di sé colloca il k. al di fuori del calcolo economico e gli regala il moltiplicatore terrorizzante dell'irrazionalità. Il k. non ha i limiti usuali dell'azione economicamente orientata allo scopo, poiché non misura le sue decisioni secondo una logica di utilità o di costi/benefici. Sciolto dal vincolo della vita, il k. è invisibile per la razionalità strategica: può arrivare ovunque e in qualsiasi momento. È impossibile il calcolo strategico rispetto a chi non calcola, a chi non assume la propria sopravvivenza come un limite tendenziale del proprio agire. Il k. si impegna a fare proprio ciò che tutti gli altri cercano di evitare: morire. Lo spreco illimitato di se stesso rende il k. inaccessibile alla previsione e alla difesa e in questo risiede buona parte della sua capacità di produrre terrore.

A differenza del pazzo, il k. non è mai solo. Il terrore non finisce con la sua morte. In quanto vittima di una comunità sacrificante, fa parte di un'armata di morti-viventi («martire vivente» nell'apologia palestinese) pronta ad immolarsi e ad immolare. In Palestina, la comunità 'spreca' i suoi membri in una sorta di potlatch sacrificale in cui le famiglie che possono esibire più k. sono quelle che ottengono più prestigio e riconoscimento.

Costretto spesso a mimetizzarsi con il nemico per massimizzare la sua potenza distruttiva, il k. è portatore di un disordine cognitivo che rischia di paralizzare la vita quotidiana della comunità nemica. Il k. è un alien che può nascondersi in ognuno dei passeggeri del mio autobus o dei clienti del mio bar. Questa semplice possibilità stravolge in diffidenza e terrore ogni socialità. Bomba in carne e ossa, non può essere rilevato da radar o fiutato da cani [Carra 2003]. Non può essere ucciso perché nel momento stesso in cui diventa k. è già morto. Difficile prevenirlo, perché non si sa dove e quando colpirà. Impossibile riconoscerlo perché è invisibile: non ha uno stigma che lo identifichi. La ricerca impaurita di qualche segno di riconoscimento certo genera proprio ciò che il k. desidera: una caccia al nemico nascosto distruttiva per il vincolo sociale della comunità attaccata. Restano altre due strade, altrettanto tragiche: rispondere alla minaccia di annientamento con l'annientamento della comunità di appartenenza del k., sprofondando nell'omogeneo del massacro; erigere un muro che separi Noi da Loro; ma spesso Loro abitano nel Noi e non possono essere isolati senza disgregare Noi.

VI. La carriera del kamikaze

Dal punto di vista del gruppo, la logica sacrificale non è però una logica anti-utilitaristica [Caillé 1989, p. 165 e ss.]. Il sacrificio deve portare benefici alla comunità sacrificante. Solo dissipatore, il kamikaze sarebbe un pazzo isolato. La strategia e la razionalità economica sono parte integrante nell'organizzazione della morte k. Non si diventa k. solo sulla base di uno slancio di fede e di una vocazione. La vocazione viene incanalata in una carriera, in un percorso guidato da comportamenti codificati e ritualizzati, da regole, da obiettivi. Non basta voler morire in nome di Dio, del Popolo, della Patria. Bisogna farlo col minimo rischio di non morire e con il massimo di efficacia della propria morte. Il calcolo economico costi-benefici ritorna nel calcolo delle vittime.

Il k. giapponese faceva parte di reparti speciali, i k. palestinesi sono inseriti in unità di preghiera e addestramento e talvolta trascorrono anni prima che passino all'azione [Hassan 2001]. Il reclutamento inizia già nelle scuole. In Palestina, il k. ideale è un giovane maschio, non sposato, con le caratteristiche di personalità più adatte a controllare paura e ansia, e tratti fisici che facilitino la mimetizzazione. Si cerca anche di evitare che il potenziale k. sia l'unica fonte di reddito per la famiglia o abbia già altri fratelli coinvolti. Una settimana prima dell'operazione gli aspiranti sono sottoposti a stretta sorveglianza per individuare qualsiasi segnale di dubbio. L'utilità, se non l'interesse, passa attraverso le famiglie dei martiri, che acquistano prestigio e il diritto a forme di risarcimento (nel caso dei k. palestinesi, un'indennità che va dai tremila ai cinquemila dollari: Hassan 2001).

La morte del k. è inoltre un'arma di distruzione di massa particolarmente economica, a tecnologia elementare, e facile da assemblare una volta reclutato il volontario. L'economicità è aumentata dal fatto che spesso l'offerta supera la domanda. Oltre l'indennità, il costo di ogni singola operazione è intorno ai 150 dollari [Hassan 2001]. Secondo i suoi organizzatori, la strage di Beslan è stata un eccellente investimento: solo 6.000 $ di costi vivi.

La logica utilitaristica e razionalmente orientata allo scopo non contraddice la dissipazione e il registro sacrificale, piuttosto lo rafforza nella celebrazione della comunità e dei suoi successi. Più si uccide uccidendosi, più si consacra la potenza e forza del gruppo.

VII. Tempo/Spazio del kamikaze

Il tempo del kamikaze è l'istante (dell'esplosione). Prima di quell'istante, il k. non lo è ancora. Solo in quell'istante diventa il k. che aspirava ad essere senza poter esser certo di riuscirvi. Dopo, il tempo per lui non esiste più. «Tel qu'en lui-meme enfin l'Eternité le change».Il k. agisce la logica dell'istante. Il gesto che condensa la sua identità non è un semplice momento breve, un attimo sull'asse del tempo. È, come ogni istante, un punctum che si svincola dal tempo, che non ha passato o futuro, e che non può pensarsi come presente. Nell'istante dell'esplosione il tempo implode e il k. dona a se stesso e al suo gruppo l'allucinazione di un possibile nuovo inizio, una potenziale riscrittura dell'ordine della realtà. Il big bang dell'individuo smaglia la trama temporale di quello che per lui e il suo gruppo è il mondo. Il caos artificialmente ripristinato genera la palingenesi di un nuovo cosmo nel cosmo altrimenti immobile.

L'ucronia dell'istante in cui il mondo esplode sottrae il k. al tempo in quanto condizione della morte. Estatico fuori dal tempo, il k. è anche esentato dalla morte. Via via che si avvicina l'istante della possibile esplosione di sé, egli entra in una dimensione liminare atemporale in cui è vivo e morto insieme. Già morto eppure vivo, non può più morire. La sua immortalità di individuo integralmente assorbito nel vincolo sociale esprime l'immortalità sociologica del sociale stesso, indifferente alla morte di un singolo individuo. Lo zombie come figura del rapporto tra l'individuo e il gruppo ipercoeso trova nel k. la sua variante più aggressiva. L'irrilevanza dell'individuo per il sociale che si vuole credere forte diventa la sua immortalità quando muore per uccidere il nemico contro il quale il proprio gruppo esiste.

Lo spazio del k. è l'intimità. La sua efficacia aumenta quanto più è vicino a coloro che vuole distruggere. L'intimità esige l'avvicinamento, che quasi sempre è un attraversamento. Il k. parte dall'origine - il territorio psicologico e spaziale del Noi - e si avvicina al Nemico percorrendo uno spazio liminale dalle caratteristiche singolari.

Terra di nessuno, anche se è ancora il territorio del proprio gruppo, perché in questo spazio l'aspirante k. si spoglia metro dopo metro di ciò che rimane della sua identità individuale, e assume sempre più quella di semplice protesi del Noi che lo manda a morire per uccidere.

Ancora terra di nessuno, perché spesso la presenza organizzata delle propaggini del nemico nello spazio del nostro gruppo - le sue spie, le sue strumentazioni di sorveglianza, i traditori - costringe il quasi-k. a rendersi invisibile a tutti, compresi coloro che apparentemente sono i suoi fratelli per i quali va a morire. Un atteggiamento necessario e crescente di segreto, sospetto, cautela, silenzio, mascheramento e negazione della propria identità si sostituisce alla fiducia, alla fides sociale. Il morituro vive un paradosso quasi insostenibile: essere sempre più isolato e solo proprio quando va ad incarnare e agire la forza piena del vincolo sociale cui appartiene totalmente.

Terra di mezzo, nella quale lo spazio si organizza in un crescendo di tensione e di pregnanza verso il passaggio di una soglia: frontiera, barriera, confine, linea d'ombra, inizio di un'area sorvegliata, raggio d'azione della contraerea nemica, inizio di un'altra lingua; ovvero tutto ciò che in modo concreto o immateriale stabilisce l'ingresso nello spazio di ciò che va distrutto, e che è contemporaneamente spazio dell'Io e del nemico.

Una volta esploso, il k. vive nel post mortem il destino dei due corpi del re: il suo body natural è impuro perché è diventato un corpo misto con il nemico. Come tale viene confinato in terre di nessuno, in cimiteri senza recinti e senza lapidi, senza Noi. Il body politic è stato già salvato dal gruppo nell'icona del martire.

VIII. Psicologia del kamikaze

Il kamikaze si uccide per uccidere. Suicida, spegne definitivamente il mondo per se stesso. Omicida, cancella il mondo per il maggior numero possibile di altri. Chi uccide se stesso sa che il mondo gli sopravvive. Chi uccide altri sa che egli non si spegne insieme alle loro vite e al loro mondo. Il suicida-omicida sintetizza questi due opposti e ne moltiplica le valenze. Il suo gesto-ossimoro non distrugge un mondo, o l'Altro,ma il mondo. Il k. è pervaso dalla rappresentazione di una fine del mondo di cui egli è l'onnipotente demiurgo. Questa fine del mondo diventa l'unica retribuzione adeguata della propria fine. Solo la dissipatio humani generis ripaga a sufficienza la propria dissipazione.

Purtroppo, il k. si uccide e uccide per presunto amore del/dal proprio gruppo. Non può abbandonarsi interamente all'odio apocalittico perché in teoria a) sta agendo per salvare e far trionfare il Noi, e dunque per 'salvare' il proprio gruppo, b) muore perché il proprio gruppo lo ama. Mentre delira di annientare il mondo intero con la propria morte, deve pensare che sta annientando solo una parte del mondo, il Nemico. Come ogni morituro, il k. si trova a dover affrontare il fantasma del sopravvissuto che egli invidia e odia a morte mentre muore pensando di amarlo e perché ne è amato a morte.

La sua via d'uscita da questo viluppo psicologico sta nel negare a sua volta la propria morte. Da tempo morto vivente, sa che una cosa non esclude l'altra. Ciò che per gli altri è una alternativa necessaria, per lui è una riuscita sintesi degli opposti. Lo soccorre in questo la nostra impossibilità a rappresentarci mentalmente non tanto il morire quanto l'essere morti. Nelle sue Considerazioni attuali sulla guerra e la morte,Freud (1916) aveva colto en passant questo limite cognitivo dell'essere umano e lo aveva usato per spiegare la costanza della guerra nella nostra specie: poiché la morte è impensabile (come si fa a pensare il niente?), l'unico modo per potersela rappresentare è quella di infliggerla. Nel suicida il paradosso è più acuto: si uccide per infliggere a se stesso un esito - la morte, il niente - che non può pensare. Grazie a dio, se è un k. uccide anche altri. Grazie a dio, pensa di non morire. Vivrà nel rimorso e/o amore degli altri, nella memoria organizzata del proprio gruppo, nel sistema delle reliquie, nel paradiso di allah, nel corpo mistico del mikado. Vivrà - così si illude - incistato nella immortalità del vincolo sociale del suo gruppo, e delle sue emanazioni simboliche e cognitive, dei e re compresi. Morto viventein quella figura concreta dell'eterno e del mondo che è il sociale. (Durkheim dixit).

IX. Il corpo del kamikaze

Gli assassini tecnologici governano a distanza armi intelligenti. Costretto al contatto e al suicidio, il kamikaze si risolve funzionalmente nel proprio corpo. Questo corpo non è il semplice tramite tra un atto mentale e un bottone da premere. Esso è il k., inerisce alla sua essenza. Impossibile pensare il k. senza rappresentarsi non la sua morte - che è banale -, ma l'annichilimento del suo corpo. Nella gerarchia di perfezione dei k., è il destino del corpo che sancisce il livello. Il k. imperfetto si limita a morire, senza perdere o perdendo appena l'integrità del suo corpo: i morti ceceni sulle poltrone del teatro di Mosca. Il k. perfetto annienta il proprio corpo nell'atto di uccidere: lo disintegra contro la nave nemica, lo dissolve nel camioncino carico di TNT. Allo stesso modo, allucina di disintegrare il corpo del Nemico, riducendolo a niente. Per questo motivo la forma perfetta del k. è l'esplosione.

L'esplosione è la figura della potenza attualizzata - cosa c'è di più potente dell'esplodere? - ma anche dell'ascesi intramondana. Il corpo che esplode subisce una trasmutazione radicale: da solido diventa gassoso. Perde materialità tangibile, assume la inafferrabilità, invisibilità, impalpabilità dell'aria. Ormai meta-fisico, diventa spirito, si realizza come anima. «Vento divino», per l'appunto. Gas, il corpo del k. perde i confini del corpo umano. Non è più prigioniero della pelle e della res extensa.Illimitato, è ovunque e da nessuna parte. Senza centro, investe di se stesso potenzialmente l'intera realtà: «le vent souffle où il veut».Senza tempo - quale immaginario cognitivo attribuirebbe mai temperalità a un gas? -, è tecnicamente immortale. Il k. ripete tramite il proprio corpo, in forma cruenta, la negazione della morte che cerca chi si fa cremare: cenere e gas che potrebbe andare in ogni luogo. In quanto corpo esploso, è onnipotente, e conferisce eternità pervasiva al frammento di sociale che incarna.

Questa trasformazione spirituale del corpo del k. genera effetti paradossali. Per il k. perfetto, la propria esplosione non annichilisce solo se stesso ma anche i corpi dei nemici. In questo modo il corpo-aria del k. porta a compimento materiale la rappresentazione estrema della vittoria del proprio gruppo sul gruppo da distruggere: il nemico viene annesso, inglobato e dissolto nel Noi. Cessa di esistere tramite la sua assimilazione concreta nel corpo sociale che lo distrugge. Perde la sua identità, risolta nella identità di chi lo distrugge. Ma questa confusione di corpi è reciproca. Il corpo esploso del k. non ha più barriere di pelle che lo proteggano dai corpi che ha disintegrato. Assume in sé i corpi-aria dei nemici distrutti perché non può fare altrimenti. L'intimità necessaria al suo successo di k. lo espone al contagio che nessuna intimità può evitare. L'esplosione crea un corpo sincretico collettivo, costituito dalla confusione indiscernibile di corpi del Noi e del Nemico: sincizio impuro, che neanche la sacralità dell’autosacrificio del k. riesce a bonificare efficacemente. Se potesse osservarsi da morto, il k. scoprirebbe quanto ormai è irrimediabilmente ambiguo, non districabile dalle sue vittime.

Il corpo-aria presenta un secondo problema: non può essere sepolto, perché è res sine materia,e c'è il rischio che si seppelliscano e celebrino pezzi di nemico con lui. I riti sociali di gestione del morto - e dell'odio invidioso dei vivi che i vivi gli attribuiscono - esigono un cadavere o qualche suo pezzo (vedi il Milite Ignoto). Ma il k. perfetto non ha più neanche pezzi, spesso non ha neanche luoghi di morte, ed è confuso con il Nemico. Di qui i surrogati del corpo morto che il gruppo deve inventarsi per consentire l'elaborazione sociale di quella morte. Diventa fondamentale la costruzione preventiva del sistema delle reliquie, che devono rappresentare il corpo ormai inimmaginabile del k. dissolto: i video, le foto, le voci registrate, gli oggetti personali. Si organizzano e amministrano i cenotafi e i riti dove i senza-corpo e senza-luogo ritrovano lo spazio, il tempo e il contenitore finzionale, la pelle surrogata, del nulla informe e ambiguo che sono divenuti: il tempio-cenotafio giapponese, i viaggi a gettare petali di ciliegio nell'oceano indistinto.

X. La donna kamikaze

Mentre l'uomo kamikaze è il più intelligente, il più devoto, il più forte, il più puro tra gli eletti, la donna sembra essere la più impura: deve riscattare se stessa o la propria famiglia da una colpa o deve vendicare un marito o un figlio ucciso. Il 27 gennaio 2002, Wafa Idris è la prima donna palestinese a farsi esplodere in un'azione k. Ha una biografia difficile: è stata ripudiata dal marito perché dichiarata sterile dopo aver partorito prematuramente un bambino morto, e non può più risposarsi. Una donna sterile è una donna incompleta, una donna inutile, incapace di fornire combattenti contro Israele, incapace di riprodurre il gruppo [Victor 2004].

Escluse per l'uomo, le ragioni e le motivazioni personali giustificano e rendono possibile la donna k. Per l'uomo si tratta di una vocazione e di una carriera, per la donna spesso di un'espiazione. Solo la morte ne consacra l'uguaglianza attraverso lo statuto di martire, ma non del tutto. Mentre il martire uomo regala al gruppo la purezza del confine identitario noi/loro, la donna k. purifica il gruppo in primo luogo da se stessa e dalla minaccia di cui è portatrice. La differenza è scritta nella razionalità economica dell'organizzazione: le famiglie delle donne k. palestinesi ricevono una somma nettamente inferiore a quella degli uomini. La rivendicazione di una pari opportunità della morte k. da parte delle donne rischia di diventare distruttiva per il gruppo. Il paradosso della donna k. è che distruggendo l'altro minaccia il futuro del proprio gruppo, della sua riproduzione. La donna k. porta alle estreme conseguenze il dispositivo sacrificale: rischia di condensare sacrificante, vittima e sacrificatore in una logica di distruzione che fa saltare il confine noi/loro. Per uccidere l'altro, la donna k. rischia di uccidere la possibilità di esistenza del suo stesso gruppo. Per poter essere gravida di esplosivo, la donna k. deve perciò essere sterile o 'colpevole'.

Impura per il proprio gruppo, la donna k. lo è anche per il nemico: è il k. più insidioso perché il meno riconoscibile - sembra piena di vita e invece è imbottita di tritolo - e il più difficile da rappresentare. Suscita il panico sociale della madre che uccide il figlio, un panico che non è riscattato neanche dal suicidio. Anche sul versante nemico non c'è pari opportunità per la morte della donna k.: l'unico modo di arginare il terrore cognitivo e emotivo di cui è portatrice è pensarla vittima di uomini, picchiata, drogata, in sintesi, costretta a violare se stessa e la sua natura.

Nota

Malgrado la sua visibilità mediatica e il suo 'scandalo' umano, il fenomeno dei kamikaze ha generato un'attenzione superficiale, pochi studi seri, e una grande quantità di informazioni spesso poco attendibili. Questo vale per i k. contemporanei, ma anche per i k. 'storici', ad es. quelli giapponesi che hanno dato il nome-marchio a questo comportamento estremo.

Sul piano teorico, rimane essenziale e insuperato Le suicide di E. Durkheim [Paris 1897]. Non si può capire il kamikaze come azione sociale senza partire dalle pagine sul suicidio altruista come modalità antianomica del suicidio, che serve ad affermare e rendere visibile la realtà (o la speranza...) della coesione del proprio gruppo. Utile, anche se franzosamente leziosa, la riflessione di G. Bataille sulle funzioni sociali e le logiche psicosociali della dissipazione e dello spreco: in questo caso lo spreco di se stessi [La notion de dépense,Paris 1966]. Ben più utile il M. Mauss dello Essai sur le don [«L'Année sociologique», 1925; poi in Sociologie et anthropologie,Paris 1950], che in questo caso esige la lettura parallela di H. Hubert, M. Mauss, Essai sur la nature et la fonction du sacrifice [«L'Année sociologique», 1899,2]. A chi vuole soffrire con le chiose e le sciatterie teoriche degli epigoni, sempre nani sulle spalle dei giganti, consigliamo vivamente la lettura di A. Caillé [Critique de la raison utilitaire,Paris 1989], e magari anche qualche altro volume del M.A.U.S.S. Ai sopravvissuti potrà servire la lettura delle ancora fresche pagine di E. Canetti sul «cristallo di gruppo» e sul sopravvissuto in Massa e potere [Milano 1982]. Poiché il kamikaze rientra evidentemente nella logica del potlatch e del «consumo vistoso», vale la pena tornare a leggere il Th. Veblen di Teoria della classe agiata [Torino 1971; ed. or. 1899]. Spesso ciechi alla dimensione sociale della distruzione di se stessi, gli studi sulla psicologia del suicidio sono in questo caso per larga parte inutili. Il k. appartiene d'altra parte alla logica del suicidio collettivo: su questo purtroppo non c'è molto da leggere, salvo l'indagine di chi scrive sul suicidio di massa del People's Temple nella giungla della Guyana (E. Pozzi. Il carisma malato. Il People's Temple e il suicidio collettivo di Jonestown,Napoli 1992]. La natura intrinsecamente psicotica delle basi psicologiche del vincolo sociale è al centro della costruzione individuale e collettiva del k.: su questo possiamo solo rinviare al mai abbastanza letto S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io [«Opere», 1977, v. IX, ed. or. 1921, in particolare il capitolo sulla identificazione], e al di poco meno letto E. Pozzi, Il sociale come folie à plusieurs [«Il Corpo», 1/1993; www.ilcorporivista.it]. Sulla impossibilità a simbolizzare la morte come causa della guerra e del tentativo di distruggere altri esseri viventi, va letto lo splendido scritto breve di S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte [«Opere», 1977, v. VIII; ed. orig. 1916].

Ad un livello storico, nel mare di ciarpame si distingue E. Ohnuki-Tierney, La vera storia dei kamikaze giapponesi [Bruno Mondadori, Milano, 2004; traduzione per fortuna rivista da S. Bertelli). Il lettore italiano viene però esposto ad un inganno: il titolo, diverso da quello inglese, nasconde il fatto che buona parte del volume è una ammorbante (per chi scrive) ricostruzione del tema simbolico dei «fiori di ciliegio». Per fortuna poi c'è anche qualche capitolo che riguarda i kamikaze giapponesi, con un buon uso di alcuni diari. Rimane il dubbio che i giovani di cui non ci sono giunti diari o lettere avessero un profilo assai diverso da coloro sui quali la Ohnuki costruisce il suo ritratto del k.

Le fonti sui k. degli ultimi anni sono numerosissime, e per larga parte inutili.Senza nessuna pretesa di esaustività, segnaliamo quelle che abbiamo usato perché le abbiamo ritenute più attendibili e/o stimolanti: S. Atran, Genesis of suicide terrorism,«Science», 7 marzo 2003, Val. 299, n. 5612; L. Carra, Gli uomini bomba,«Diario», 4 aprile 2003; N. Hassan, An Arsenal of Belieuers. Talking to the "human bombs",«The New Yorker», 19 novembre 2001; S. EI Sebaie, L'altra metà del Jihad,«Aljazira.it», 6 luglio 2004; M. Forti, Le mille fidanzate di Allah,«Il manifesto», 3 settembre 2004; B. Victor, Equality in Death,«The Observer», 25 aprile 2004.

Va sottolineato l'atteggiamento contraddittorio dei media verso i kamikaze. Da un lato sembra prevalere il politically correct della condanna delle azioni, del sacrifico umano fanatico e della logica del terrore. Dall'altro, una sottile vena di eroicità pervade le ricostruzioni e le valutazioni. In fondo il kamikaze viene legittimato dal suo sacrificio assoluto, trasformato in una quasi prova di verità della causa per la quale si immola. Articoli e titoli sono intrisi di una mitologia romantica che si esprime in un lessico, in un sistema di tropi e in configurazioni di exempla degni di un bovarismo in politichese. Su questo tema si è costituito un gruppo di lavoro che applicherà alle rappresentazioni massmediali del kamikaze gli strumenti dell'analisi testuale computerizzata. Questo come primo passo verso lo studio dell'immaginario sociale sul kamikaze e sulla sua valenza di 'verità'.

Enrico Pozzi insegna Psicologia sociale a Roma, è psicoanalista (SPI) e dirige un Istituto di ricerche e comunicazione strategica. Ha appena terminato un saggio sul delitto di Cogne (Morire in Paradiso,«Psiche» 1/2005, n. monografico su L'immaginario sociale). Con l'Osservatorio Corpo&Società (Castello di Rocca Sinibalda) si occupa di una serie di progetti sulla corporeità.

Cristina Cenci, antropologa, si è occupata di regalità sacra e dei rituali politici dell'Italia repubblicana. Dirige un laboratorio di ricerca etnografica applicata alle aziende, alle istituzioni e alla comunicazione. Ha pubblicato saggi sulla festa del 25 aprile e sui riti aziendali. Cura il progetto BodyScape dell'Osservatorio Corpo&Società.