La Pinacoteca di Bologna ha sede nell’antico noviziato dei Gesuiti che fu depredato all’arrivo delle truppe rivoluzionarie francesi inviate dal Direttorio ed è composta in massima parte dalle opere sottratte con la violenza (circa 1000 tele ed opere diverse) alle chiese e ai conventi fra il 1797 e il 1810

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /03 /2017 - 14:35 pm | Permalink
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1/ Dal sito della Pinacoteca Nazionale di Bologna 

Riprendiamo dal sito della Pinacoteca Nazionale di Bologna http://www.pinacotecabologna.beniculturali.it/  due brani. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Sulle Gallerie dell’Accademia di Venezia e la Pinacoteca di Brera, nate anch’esse dai furti dell’esercito rivoluzionario francese e poi dalle ruberie napoleoniche cfr. anche:

Il Centro culturale Gli scritti (19/3/2017)

Estasi di santa Cecilia tra i santi Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maddalena (1514 – 1516), oggi nella Pinacoteca Comunale di Bologna, ma originariamente nella chiesa di San Giovanni in monte a Bologna. L’opera era stata commissionata dalla nobile bolognese Elena Duglioli Dall’Olio. Venne requisita dai rivoluzionari francesi che soppressero il monastero dei canonici lateranensi annesso alla chiesa, adibendolo a tribunale e carcere a partire dal 1797. L’estasi di santa Cecilia poté tornare a Bologna solo dopo la restaurazione nel 1815. I rivoluzionari francesi ritenevano Raffaello, così come la scuola emiliana dei Carracci e di Guido Reni, la perfezione pittorica, come emulazione del periodo classico, e trasportarono a Parigi quasi tutte le opere di tali autori. La repubblica rivoluzionaria francese non amava invece Caravaggio, perché ritenuto poco classico. La chiesa di San Giovanni in Monte è quella nella quale si esibì Mozart nel 1770, aiutato da padre Martini, francescano, sacerdote e musicologo, cui venne intitolato il Conservatorio di Bologna.

La Pinacoteca Nazionale di Bologna, assieme all’Accademia di Belle Arti, è ospitata negli spazi dell’ex noviziato gesuitico e chiesa di Sant’Ignazio, costruiti tra il 1728 e il 1735 su progetto dell’architetto bolognese Alfonso Torreggiani. Dopo l’ingresso delle truppe napoleoniche a Bologna, nel 1796, e la soppressione degli ordini religiosi, l’Accademia Clementina, con il nuovo nome di Accademia di Belle Arti, iniziò a raccogliere numerosi beni provenienti dagli enti soppressi; la necessità di spazi più ampi portò nel 1803 al trasferimento da Palazzo Poggi, divenuto sede dell’Università, al vicino complesso di Sant’Ignazio.

Nel vano dello scalone da cui si accede alle sale espositive, frutto della sistemazione dell’edificio e adattamento alle funzioni di museo realizzati nel corso degli anni Sessanta del secolo scorso sotto la direzione dell’architetto Leone Pancaldi, in origine si trovava la cappella del convento. A ricordare l’originaria destinazione dell’ambiente sulla volta del soffitto è ancora visibile l’affresco raffigurante la Gloria di sant’Ignazio, il santo fondatore della Compagnia di Gesù, del pittore gesuita Giuseppe Barbieri, seguace di Andrea Pozzo.

Nel cortile interno vi è la cisterna in arenaria realizzata da Francesco Morandi detto il Terribilia nel 1587 e trasferita nel 1886 dal Giardino dei Semplici del Palazzo Comunale, in occasione dei lavori di costruzione dell’attuale Sala Borsa.

[…]

Il museo nasce nel 1808 come quadreria dell’Accademia di Belle Arti, l’istituto d’istruzione sorto dalle ceneri della settecentesca Accademia Clementina. Il suo nucleo più antico proviene dall’Istituto delle Scienze, per dono di Francesco  Zambeccari nel 1762. Esso venne arricchito dalla straordinaria raccolta di quasi mille dipinti che, in età napoleonica, furono il frutto delle soppressioni di chiese e conventi compiute fra 1797 e 1810.

Negli spazi di quello che era stato il noviziato gesuitico di S. Ignazio riformulato fra 1726 e 1732 dall’architetto Alfonso Torreggiani - la Pinacoteca conobbe per tutto l’Ottocento incrementi di sale e di opere, sia per acquisti che per le nuove soppressioni attuate dal nuovo stato unitario nel 1866. Vi furono anche nuovi lasciti, come il secondo massiccio nucleo Zambeccari che giunse al museo nel 1883, un anno dopo la sua emancipazione dall’Accademia.

L’attuale percorso espositivo si deve all’architetto Leone Pancaldi, sotto la guida del soprintendente Cesare Gnudi. In questa occasione fu ricavato l’attuale scalone di accesso, nello spazio dell’antica cappella detta del Noviziato, affrescata da Giuseppe Barbieri con la Gloria di sant’Ignazio, dove in passato i giovani venivano accolti nell’Ordine gesuitico. Al piano superiore il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, ricco di migliaia di pezzi, è celebre soprattutto per l’importante raccolta di stampe, formata principalmente sui doni del papa bolognese Benedetto XIV Lambertini (1751 e 1756).

2/ Dal desiderio di salvare i dipinti della tradizione bolognese tipica dello Stato pontificia nel settecento, all’alienazione dei beni durante la dominazione dei rivoluzionari francesi

Riprendiamo da R. D’Amico, La Pinacoteca Nazionale di Bologna, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 1983, pp. 3-5 e 6 due brani che trattano della storia della Pinacoteca di Bologna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. 

Il Centro culturale Gli scritti (19/3/2017)

N.B. Il testo della proff.ssa Rosalba D’Amico presenta in sintesi l’intenzione pre-rivoluzionaria dello Stato pontificio di salvare le opere della tradizione bolognese ed emiliana a pubblica utilità e, all’opposto, la violenta politica del Direttorio che da Parigi richiese le migliori opere presenti in Bologna, lasciando alla deriva le altre opere sottratte, finché si decise poi di riparare ai danni commessi con l’istituzione della Pinacoteca, tornando cioè, di fatto, alla politica pontifica, ma con un numero di opere infinitamente maggiore per le depredazioni commesse. Di tutto questo periodo resta un simbolo la Santa Cecilia di Raffaello, vergogna storica e gloria artistica della Pinacoteca.


L'ex-chiesa del noviziato dei gesuiti trasformato nella Pinacoteca di Bologna dalle depredazioni francesi

[pp. 3-5]

La nascita a Bologna dell'Accademia Clementina, branca dell'Istituto delle Scienze destinata fin dal secondo decennio del '700 alla tutela del ricchissimo patrimonio artistico locale, è il primo risultato di una verifica storica che sanziona il definitivo riconoscimento della scuola pittorica bolognese, sulla scorta dell'appassionata difesa del Malvasia. Questi, sia nelle "Pitture di Bologna" del 1686, la celebre guida frequentemente ristampata nel '700, che nella "Felsina pittrice", aveva offerto una puntuale e sensibile lettura dell'arte emiliana dalle origini al grande momento barocco, e un panorama ancora insostituibile della consistenza pittorica del patrimonio cittadino; egli, specie nel secondo lavoro, dà rilievo non solo alle opere di proprietà pubblica, soprattutto ecclesiastica, ma anche alle numerosissime collezioni private che costituivano, anche presso i viaggiatori stranieri, il vanto di Bologna.

La dispersione di molte testimonianze conservate in case o palazzi, in molti casi documentata anche nel "secolo dei lumi", e le difficoltà e i disagi di una coscienza conservativa che non riusciva spesso a preservare nemmeno le opere di pertinenza pubblica, incentivò i primi progetti volti alla fondazione di un Istituto pubblico, centro di tutela e raccolta dei tesori artistici presenti nel territorio urbano.

Secondo la testimonianza di Luigi Crespi (1769) un primo tentativo in questo senso aveva avuto come protagonista l'illuminato cardinale Prospero Lambertini (che sarebbe divenuto papa col nome di Benedetto XIV) in epoca pressoché contemporanea alle norme di legge, di grande rigore politico e culturale, da lui emanate circa "la estrazione e la vendita, la distrazione e rimozione delle pitture, disegni intagli ecc.". L'applicazione pratica di queste norme fu purtroppo frequentemente elusa, e rimasero numerosi i casi di vendita abusiva, quando non crebbero di numero; si arrivò cosi al rapido depauperamento di un tessuto che, ancora alla metà del '700, all'epoca di Marcello Oretti, manteneva una sua ben individuabile compattezza.

Proprio alla volontà di difenderne lo spessore originario e alla identificazione dell'Accademia Clementina come unico luogo esistente deputato a tale scopo si deve la prima acquisizione pubblica di dipinti, nucleo di fondazione dell'attuale Pinacoteca. Tra il 1762 e il 1763 il nobile bolognese Francesco Zambeccari cedette infatti all'Accademia undici opere, otto delle quali, già sugli altari di S. Maria Maddalena in via Galliera, erano da lui state recuperate sul mercato antiquario presso il mercante-abate Branchetta in seguito alla vendita abusiva occasionata dai restauri della chiesa. Tra queste sono state sicuramente identificate la "Deposizione" della cappella Spagnoli, ora attribuita a Niccolò Pisano, la "Madonna e Santi" del Bagnacavallo, e l'''Adorazione dei Magi" di Amico Aspertini.

Ad anni di poco precedenti (1755-56) risaliva la donazione all'Istituto delle Scienze da parte del cardinale Lambertini della collezione di incisioni appartenuta nel '600 al pittore di tradizione reniana Pier Francesco Cavazza, e ceduta al futuro papa nel secolo successivo dal conte Girolamo Bolognetti: la raccolta, da questi notevolmente arricchita, divenne, dopo la sua morte, il primo e più consistente nucleo del futuro Gabinetto delle Stampe.

Sulla scorta di questi due significativi eventi alcuni collezionisti illuminati decisero di offrire a pubblico godimento opere di loro proprietà. A tale riguardo sono significative donazioni come quella del principe dell'Accademia Gregorio Casali, che offrì il suo "Autoritratto" dipinto da Mauro Gandolfi, o quella di padre Urbano Savorgnan della Madonna di Galliera, che legò tra l'altro alla Clementina sei tavolette trecentesche di Andrea di Bartolo e Simone de' Crocefissi, dimostrando un gusto evoluto, indirizzato, sulla scorta del Malvasia, alla rivalutazione dei cosiddetti "primitivi".

Ma la cessione di maggiore rilievo si deve a Giacomo Zambeccari, appartenente ad un altro ramo della famiglia di Francesco. Nel suo testamento del 1788 il marchese Giacomo destinava alla Accademia la sua raccolta di oltre 400 dipinti, "perché rimanesse per sempre unita e conservata a decoro del nome Zambeccari e della città di Bologna, e a vantaggio e diletto degli studiosi di belle arti e del pubblico". Sintomo della scarsa comprensione cui andavano incontro iniziative del genere malgrado la sensibilizzazione di una pur ristretta élite culturale, è il clamoroso ritardo con cui la collezione, già protetta da vincolo fidecommissario, fu acquisita dalla Pinacoteca. Infatti solo nel 1884, dopo un secolo di diatribe e dispersioni, che per fortuna ne intaccarono solo in piccola parte la consistenza pur privandolo di opere famose come il "Carlo V" di Tiziano, il gruppo di dipinti Zambeccari, ultima sopravvivenza del decantato patrimonio privato bolognese, pervenne alla oramai costituita Pinacoteca. Nell'insieme della raccolta giunta fino a noi sono una quarantina le opere databili ad epoca "primitiva", sintomo di un legame ideale del raccoglitore con le più avanzate tendenze del '700: ma il nucleo di maggior consistenza è quello che, sulla scorta di una tradizione ormai riconosciuta, raccoglie opere di autori del grande Seicento emiliano, come Guido Reni o i Carracci. Malgrado la provenienza soprattutto locale delle opere, dovuta alla predominanza di tale scelta culturale, l'origine geografica del patrimonio è varia: sono infatti rappresentate con interessanti esempi la cultura veneta, genovese, napoletana, lombarda, fiamminga.

* * *

Alla fine del '700 la politica napoleonica, con la soppressione di chiese e conventi, ripropose in modo drammatico ed urgente il problema della tutela: dove conservare infatti le numerosissime testimonianze pittoriche sottratte ai luoghi di culto chiusi, demoliti o destinati ad altra funzione?

31 dipinti tra i più significativi come la S. Cecilia di Raffaello per S. Giovanni in Monte vennero spediti a Parigi già nel 1798: sintomo ulteriore dell'interesse tradizionalmente attribuito in Francia alla scuola bolognese fin dal '600, quando la città era una delle mete predilette del "viaggio in Italia". Solo a partire dal 30 dicembre 1815, a restaurazione avvenuta, molti dei dipinti requisiti tornarono al luogo di origine.

Ma più significativo era stato fin dall'inizio delle soppressioni il problema del ricco e complesso patrimonio rimasto a Bologna. Basti considerare che la tempesta napoleonica aveva investito, nel solo territorio urbano, oltre alle chiese, ben 99 conventi maschili e femminili, 29 residenze dei mestieri, numerose opere educative ed assistenziali.

La situazione aveva imposto una pronta soluzione del problema, accelerando i tempi di fondazione del nuovo Istituto. Raccolti in un primo momento presso il convento di S. Vitale, i dipinti di provenienza chiesastica furono definitivamente sistemati, dopo la fondazione dell'Accademia di Belle Arti, erede della soppressa Clementina (8 settembre 1802), nella Pinacoteca annessa. La sede, come per la maggior parte degli Enti e Istituzioni pubbliche di origine napoleonica, fu stabilita in un ex convento, quello gesuita di S. Ignazio nel Borgo della Paglia, ora via Belle Arti. L'apertura ufficiale ebbe luogo il 20 settembre 1803.

[p. 6]

La funzione di luogo destinato a pubblica conservazione, che fu alla base della sua nascita, continuò ad essere riconosciuta durante la restaurazione: infatti, anche dopo la riapertura di molti edifici di culto e di alcuni Istituti assistenziali, le opere d'arte prelevate da Napoleone non vennero che raramente restituite al luogo di origine; più spesso furono sostituite da copie, come dimostrano casi illustri come quello della pala di Guido Reni per S. Maria della Pietà o quello della S. Cecilia di Raffaello per S. Giovanni in Monte, entrambe in Galleria, mentre al loro posto Clemente Alberi eseguì le rispettive riproduzioni.