Il martirio di Pietro a Roma e una visita alla basilica di San Pietro in Vaticano. File audio di una lezione di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /02 /2017 - 23:46 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito il file audio della lezione tenuta da Andrea Lonardo presso la chiesa di Santo Stefano degli Abissini e della successva visita della basilica di San Pietro tenuta il 3/12/2016 in occasione del Corso di storia della Chiesa rivolto ai catechisti di Roma.  Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, cfr. la sezione Roma e le sue basiliche. Al link www.giubileovirtualtour.it il tour virtuale della basilica con la voce di don Andrea. Qui i testi del Giubileo Virtual Tour scritti da Andrea Lonardo

Il Centro culturale Gli scritti (12/2/2017)

Download 20161208_sanpietro.mp3.

Riproducendo "20161208 sanpietro".

Download
(Per salvare il File: Click con il tasto destro del mouse -> Salva Link Come)

I DUE VIDEO CON LA RICOSTRUZIONE VIRTUALE DELLA TOMBA DI PIETRO E LA STORIA DELLA BASILICA

ANTOLOGIA DI TESTI UTILIZZATA NEL CORSO DELL'INCONTRO

Il martirio di Pietro – Andrea Lonardo – Presso Santo Stefano degli Abissini

www.gliscritti.it Canale YouTube Catechisti Roma

Il problema

- romanzetto di Dan Brown: Cristo tradito da Pietro

frattura originaria secondo autori consimili fin dalle origini (torniamo alla riflessione su Paolo e Gesù)

cfr. apocrifo, “nascosto”: cosa significa? Si può leggere utilmente A. Lonardo, Chi ha nascosto gli apocrifi? (su www.gliscritti.it http://www.gliscritti.it/blog/pivot/entry.php?id=144 e consultare tutta la sezione sugli apocrifi de Gli scritti)

La dichiarazione di ammissione del carattere “apocrifo”del Codice:
«Rimasto solo, Jacques Saunière tornò a osservare la saracinesca d’acciaio. Era in trappola; per riaprire la porta occorrevano almeno venti minuti. Prima che qualcuno facesse in tempo ad arrivare a lui, sarebbe morto. Eppure, la paura che adesso l’attanagliava era assai superiore a quella della morte. “Devo trasmettere il segreto”.
Alzandosi in piedi a fatica, richiamò alla mente tre fratelli assassinati. Pensò alle generazioni venute prima di loro, alla missione affidata a tutt’e quattro.
Un’ininterrotta catena di conoscenze”
.
E all’improvviso, adesso, nonostante tutte le precauzioni e le misure di sicurezza, Jacques Saunière era il solo legame rimasto, l’unico guardiano di uno dei più terribili segreti mai esistiti.
Rabbrividendo, si rizzò in piedi.
Devo trovare un modo…”
Era intrappolato all’interno della Grande Galleria ed esisteva solo una persona al mondo a cui passare la fiaccola. Saunière guardò le pareti della sua ricchissima prigione. La collezione dei più famosi dipinti del mondo pareva sorridergli come un gruppo di vecchi amici.
Stringendo i denti per il dolore, fece appello a tutte le sue forze e capacità. Sapeva che il compito disperato che lo attendeva avrebbe richiesto fino all’ultimo istante di quel poco di vita che ancora gli rimaneva».

Cfr. Dal Codice da Vinci di Dan Brown ad una più rispettosa lettura iconografica del Cenacolo di Leonardo nel Refettorio di S.Maria delle Grazie a Milano, di Andrea Lonardo

«Sono queste le parole segrete che Gesù, il vivente, ha proferito e Didimo Giuda Tommaso ha messo in iscritto»: così comincia il Vangelo copto di Tommaso, probabilmente il più antico degli apocrifi, databile intorno al 150 d.C., composto quindi un cinquantennio dopo il completamento della scrittura dei testi neotestamentari e distante ben cento anni dal primo scritto accertato dell’epistolario paolino, la prima lettera ai Tessalonicesi, che risale agli anni 50/52.
Gli fa eco il Vangelo apocrifo di Giuda, recentemente lanciato sul mercato con una operazione mass-mediale di ampie proporzioni, che così recita: «Spiegazione segreta della rivelazione che Gesù rese conversando con Giuda per una settimana, tre giorni prima di celebrare la Pasqua», ma troviamo espressioni analoghe nel Vangelo dell’atleta Tommaso - «Sono queste le parole segrete che il Salvatore ha detto a Giuda Tommaso e che io stesso, Matteo, ho messo per iscritto» - o ancora nell’Apocrifo di Giovanni che dice: «Questi misteri nascosti egli [il Salvatore] li rivelò in un silenzio (…) e li insegnò a Giovanni, il quale vi prestò attenzione».

«Gesù rispose al sommo sacerdote: ‘Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto’ (Gv18,20-21)»

1/ Il luogo: una storia e non un mito. L’obelisco il “testimone”

- immaginare! L’obelisco, testimone reale, unico ancora visibile: cancellare tutto ciò che oggi si vede: circo

da Tacito, Annales 15,44,2-5
«Né interventi umani, né largizioni del principe, né sacrifici agli dei riuscivano a soffocare le voce infamante che l'incendio fosse stato comandato [da Nerone stesso]. Allora, per mettere a tacere ogni diceria, Nerone dichiarò colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati coloro che il volgo chiamava Crestiani, odiosi per le loro nefandezze. Essi prendevano nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio; repressa per breve tempo, quella funesta superstizione ora riprendeva forza non soltanto in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche nell’urbe, in cui tutte le atrocità e le vergogne confluiscono da ogni parte e trovano seguaci. Furono dunque arrestati dapprima coloro che confessavano, poi, sulle rivelazioni di questi, altri in grande numero furono condannati non tanto come incendiari quanto come odiatori del genere umano. E alle morti furono aggiunti i ludibri, come il rivestirli delle pelli di belve per farli dilaniare dai cani o, affissi a delle croci e bruciati quando era calato il giorno, venivano accesi come fiaccole notturne. Nerone aveva offerto i suoi giardini per tali spettacoli e dava dei giochi nel circo ora mescolandosi alla plebe vestito da auriga, ora stando ritto sul cocchio».

Colosseo e altri luoghi simili, la vergogna di Roma, lo “schifo” di Roma. La crocifissione per coloro che non avevano la “cittadinanza romana”

La realtà della croce (a differenza del Corano, cfr. Sura IV, cfr. I musulmani di fronte al mistero della croce: rifiuto o incomprensione?, di M. Borrmans su www.gliscritti.it )

Cefa e Petros, mai nomi propri prima di Gesù Cristo (come anche il nome Francesco)… Tu sei Pietro e su questa pietra… chiesa-ekklesia - Pietro in tutto il NT: in Gv (si ferma prima!); in Paolo (Galati): Pietro e gli altri ritenuti le colonne 

Ignazio di Antiochia Ai Romani, Roma che presiede nella carità agape delle Chiese

Clemente che scrive ai Corinzi (95 o 96)

Ireneo di Lione Adversus Haereses: basta essere d’accordo con la Chiesa di Roma

- Lo stesso per i “12”… cfr. le 12 scansioni della facciata (colonne e pilastri), con le 12 statue a coronamento… cfr. il capitolo 12, come i 12 figli di Giacobbe… un popolo (cfr. Lonardo, Il Dio con noi, San Paolo, 2015)

- qui Pietro è certamente morto e certamente è stato sepolto

Plastico della Roma costantiniana per il Museo della Civiltà Romana dell’EUR

La necropoli Vaticana, riscoperta durante la II guerra mondiale negli scavi fatti fare da Pio XII

Cfr. etimologia del termine “martire” e “testimone”

Pietro martire (termine greco) testimone (termine latino)… cfr. etimologia

Paolo VI
Sì Roma ho amato, nel continuo assillo di meditarne e di comprenderne il trascendente segreto; incapace certamente di penetrarlo e di viverlo, ma appassionato sempre, come ancora lo sono, di scoprire come e perché Cristo è romano.

T.S. Eliot, Assassinio nella cattedrale
Dove un santo ha abitato, dove un martire ha dato il suo sangue per il sangue di Cristo, il suolo diventa santo e il suo essere santo non sarà mai perduto, nemmeno se lo calpestano gli eserciti, nemmeno se arriveranno i turisti a visitarlo con le guide.

2/ Ciò che è evidente a Roma e che non è solo un fatto passato, bensì vivo

Nello spazio

Un solo uomo che è ascoltato da 1 miliardo e 300 milioni di persone!

Molto di più: che è ascoltato da tutti, anche dagli uomini delle altre religioni, anche da chi non crede!

Cfr. quando si dice: ma non hanno un’autorità che parli a nome di tutti (es. Islam: cosa vuol dire oggi jihad?)

Papa Francesco, ascoltato perché è papa

Potere immenso, eppure solo spirituale

Questione dell’ortodossia: cesaropapismo (il vero volto di Costantino!)

Re e regina nel ME: unzione sacra

Un potere che libera, cfr. Cina!

Nel tempo

Da 2000 anni

Alla morte di un papa non si sa chi è il successore, si sa solo che se ne fa un altro

si potrebbe dire che è la “democrazia” più antica!

Scandalo che abbraccia la concretezza della Chiesa tutta

Tassello di un’affermazione scandalosa

L’uomo non basta a se stesso

Luna/sole debolezza, polvere

La fede non si trova da se stessi!

Perché la mediazione? Qualsiasi altra struttura non andrebbe bene comunque

Un segno umano per incontrare il divino

Nella scienza ognuno può trovare una legge in qualsiasi segno (Es. Darwin Wallace - Darwin non ateo!)

Non così nella fede: un segno legato all’origine

Fede: donna con croce e calice

Principio personale e comunitario

Cfr. Il concerto Radu Mihaileanu solista direttore orchestra!

Pietro e Paolo e Andrea!

Nell’amore non c’è opposizione

5 gennaio 1964, nella Delegazione apostolica di Gerusalemme

Atenagora: ... positiva, perché ho fiducia in Vostra Santità. Io vedo Lei, La vedo, senza adularLa, negli Atti degli Apostoli. La vedo nelle lettere di san Paolo di cui porta il nome; La vedo qui, sì, la vedo in...

Paolo VI: Le parlo da fratello: sappia ch’io ho la stessa fiducia in Lei.

concilio di Mosca 1917: patriarca Tichon
Nel 1721 lo Zar Pietro I° il Grande alla morte del Patriarca Adriano abolisce l’istituto del Patriarcato e lo sostituisce con l’organismo del S. Sinodo presieduto da un suo rappresentante laico. Il Concilio di Mosca del 1917 restaura il Patriarcato nel governo della Chiesa Russa eleggendo il Patriarca Tichon. Alla sua morte il Governo sovietico non permette l’elezione di un nuovo Primate, fino al settembre del 1943 quando viene consentita l’elezione del Patriarca Sergio, al quale succede il patriarca Alessio I, il patriarca Pimen, e l’attuale Patriarca Alessio II.

Scelta del “qui”, scelta di Roma… ciò che è degli apostoli si perpetua, resta valido e bello!

Ap roma è la prostituta, l’emblema della missione

Cristo a Paolo: il nome di Roma!

Il “qui”, lo scandalo… perché Abramo? Perché Israele?

Dogma in Chesterton: perché è un fatto!

Avignone, perché sempre Roma?

- c’è una storia della salvezza, ma c’è anche una geografia della salvezza… Pietro (e Paolo) a Roma

Cfr. Paolo a Roma cosciente di un debito, di A. Lonardo (su www.gliscritti.it)

Decisivo anche a livello laico nella storia di Roma, d’Italia, d’Europa del mondo

I due estremi:

A/ Potere necessario

L’imperatore è tale fino almeno alla caduta di Ravenna 751… cfr 663 Costante II… ma assedio arabo-musulmano (giungerà a Roma anche 2 volte nell’846 e le Mura Leonine di Passetto di Castello sono mura anti-arabe!)… già Leone Magno contro Attila (452 a Mantova)

Questo salvò l’indipendenza teologica! 651 deportazione di Martino I, poi la crisi iconoclasta! 726-730 (I periodo)

Lorenzo Valla canonico lateranense… la donatio costantiniana non motivo, ma espressione di consapevolezza!

B/ Risorgimento! Cfr. Cardia! Storia più dolce Pio IX Dio benedica l’Italia 1848… non c’è altra capitale che Roma… d’altro canto il papa non può essere semplicemente un suddito! Cfr. I guerra mondiale

Cavour è talmente consapevole del ruolo dei cattolici che afferma in Senato il 9 aprile 1861 che “in Italia il partito liberale è più cattolico che in qualunque altro paese d’Europa”, aggiunge quasi profeticamente che quando si giungerà all’accordo con la Chiesa “i fautori della Chiesa, o meglio, quelli che chiamerò il partito cattolico, avranno il sopravvento, ed io mi rassegno fin d’ora a finire la mia carriera sui banchi dell’opposizione”.

Si spiegano meglio, in questa lungimirante interpretazione, anche quei conflitti minori e assai singolari che caratterizzano i rapporti con la Chiesa nel 1850-60, come quello per il quale fu imposto al clero di cantare nelle Chiese un solenne Te Deum per celebrare l’anniversario dello Statuto albertino quando l’Italia è sul punto di essere unita.

Con piena lucidità, Crispi dice in Parlamento nel 1864: “la Chiesa Romana è cattolica, cioè universale. Questa condizione, che è una forza per lei, è un danno per noi. Essa per la sua indole universale bisogna che viva da sé, che non si assoggetti ad alcuna potestà temporale (…). Il Pontefice romano, qual è oggi costituito, non può divenire cittadino di un grande Stato, discendendo dal trono su cui lo venera tutta la cattolicità. Bisogna che sia principe e signore a casa sua, a nessuno secondo. D’altra parte il Re d’Italia non può sedere accanto a un monarca a lui superiore”.

Giovanni Spadolini: “Il merito storico di Pio IX, dal punto di vista cattolico, è di aver compreso che la causa del papato poteva essere salvata soltanto sul piano universalistico, sul piano della fede, e che nessuna combinazione diplomatica sarebbe riuscita a evitare il particolarismo degli Stati, a scongiurare il trionfo delle nazionalità, a prevenire il successivo definirsi e differenziarsi dei blocchi”.

«Ci pare di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima». Allocuzione di Pio XI in occasione dei Patti Lateranensi

Altare della Confessione

Pietro venne sepolto in una piccola piazzola con una semplice tomba a terra probabilmente perché l’infuriare della persecuzioni non permise di fare diversamente. Le due scale che sono dinanzi all’altare scendono fino al livello della sepoltura.

La tomba di Pietro venne scoperta nel corso della II guerra mondiale quando Pio XII fece eseguire dei lavori nelle Grotte Vaticane per sistemare la tomba di papa Pio XI, suo predecessore. Venne alla luce la necropoli che stai nuovamente vedendo nell’animazione e che fu in uso fino alla costruzione della basilica di Costantino. Gli archeologi scavarono fino a raggiungere una piazzola, che chiamarono Campo P – avevano numerato tutte le sepolture scoperte a partire dalla lettera A.

In quella piazzola c’era l’umile tomba di Pietro indicata solo da una semplice nicchia sul muro. Tutte le costruzioni successive vennero erette per sottolineare nei secoli la presenza di quella tomba così semplice e così importante.

Intorno all’anno 160 venne costruita sulla tomba una piccola edicola, con due colonnine, per renderla più riconoscibile. Questa evidenza archeologica concorda con le parole di uno storico antico, Eusebio di Cesarea, che racconta che «un uomo della Chiesa di nome Gaio, vissuto a Roma al tempo del vescovo Zefirino» (cioè tra il 199 e il 217) lasciò scritto: «Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli. Se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa». Per questa testimonianza letteraria l’edicola venne chiamata dagli archeologi «trofeo di Gaio». L’edicola dimostra che, intorno all’anno 200, i cristiani di Roma conoscevano bene l’ubicazione del sepolcro: era trascorso troppo poco tempo dal martirio perché se ne potesse perdere la memoria.

Nel 250 circa venne innalzato un muro a fianco dell’edicola che venne subito ricoperto da una selva di graffiti, nei quali ricorre continuamente il nome di Pietro, segno della venerazione e della preghiera di intercessione a lui rivolta.

È il motivo per cui nelle Grotte il mosaico con il Cristo non è al centro ma è spostato a sinistra, perché la Nicchia dei Palli include anche il Muro dei graffiti.

60 anni più tardi, dopo aver decretato la libertà di culto per i cristiani nell’anno 313, l’imperatore Costantino decise di costruire sopra l’edicola una basilica. La costruzione della basilica dovette superare sia l’ostacolo della pendenza del colle Vaticano, che venne spianato in quel punto, sia l’ostacolo della legge che tutelava le sepolture. Il superamento di questi ostacoli dimostra che tutti ranno convinti che proprio lì era il sepolcro di Pietro e che la basilica non poteva essere costruita altrove. Un altare venne eretto sulla tomba ai tempi di papa Gregorio Magno (590-604). Un nuovo altare inglobò il precedente nel basso medioevo al tempo di papa Callisto II (1119-1124). Nel frattempo il livello del terreno era salito quindi, quando in età rinascimentale si decise la costruzione della nuova basilica, quella attuale, un nuovo altare venne costruito sopra i precedenti, nel 1594, da papa Clemente VIII, negli stessi anni nei quali veniva completata la cupola. Infine Bernini nel 1626 costruì il baldacchino.

Si viene a recitare il Credo, vi si celebrano i Sacramenti (i simboli dell’Eucarestia e del Battesimo)

- lo svilimento del “mestiere” di guida che è invece compito altissimo di presentare i valori essenziali di un mondo, di una civiltà, di una storia

es. L’arte come “propaganda”, il barocco come propaganda

Fu papa Urbano VIII ad incaricare il Bernini, allora 26enne, di erigere un grande baldacchino sopra l’altare della Confessione, a sottolineare la centralità della celebrazione eucaristica secondo il dettato tridentino: fu la prima commissione affidata all’artista per San Pietro, cui seguiranno poi il colonnato che hai già visitato ed, infine, la Cattedra che intravedi nell’abside della basilica. Bernini riuscì a dare un’illusione di leggerezza al baldacchino. Voleva che assomigliasse a quei baldacchini che si usano per le processioni eucaristiche, quando quattro persone lo portano al di sopra del sacerdote che regge l’ostensorio con l’ostia consacrata, perché chi si recava in San Pietro percepisse subito l’importanza della presenza eucaristica del Signore. Nei decenni successivi al Concilio di Trento, seguito alla Riforma protestante, la spiritualità cattolica volle, infatti, sottolineare in diversi modi la grandezza dell’eucarestia. Un grande studioso dell’età barocca, Maurizio Calvesi ha scritto di quest’opera: «Al ciborio e al tabernacolo tradizionali, strutture architettoniche fisse, egli sostituisce l’idea di un baldacchino concepito come se fosse fatto di legno o di stoffa, cioè come un elemento trasportabile e mobile. Questo grande dispositivo non è eretto, ma posato sulla tomba dell’Apostolo; ha l’aria di essere stato trasportato a braccia e lasciato lì al termine di un’immaginaria processione».

Il genio di Bernini è evidente se si pensa che le sole colonne sono alte 11 metri circa, quindi come un palazzo di quasi 4 piani. Fu necessario utilizzare il bronzo per dare l’idea di una stoffa che lo copra.

Il baldacchino cela anche i simboli dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia.

Per quel che riguarda il Battesimo, si possono vedere sui quattro basamenti di marmo le fasi di un parto, in un divertissement barocco: un volto di donna, la Chiesa madre che battezza e partorisce alla fede, è nascosto nell’emblema del papa Barberini, Urbano VIII, caratterizzato da tre api che è come se coprissero i seni della donna e il pube. In sette fasi, a partire dal basamento a sinistra della confessione, è espressa la progressione delle doglie fino all’ultima figura, l’ottava, che è quella del bambino appena nato, sorridente.

La torsione delle quattro colonne vuole richiamare, invece, non solo la forma delle antiche colonne dell’altare di Gregorio Magno, il secondo eretto sulla tomba – le colonne originarie sono state utilizzate nei pilastri che sostengono la cupola e puoi vederle in alto. La forma tortile delle colonne vuole richiamare soprattutto i tralci della vite, come simbolo eucaristico.

Guardando attraverso le colonne del baldacchino puoi vedere già l’abside di San Pietro con la Cattedra, che fu l’ultima realizzazione di Bernini per la basilica.

L’architettura nella quale è inserito il baldacchino non è del Maderno, ma venne già realizzata nel rinascimento. Dei quattro pilastri, per quanto poi modificati,  è autore Donato Bramante. Se visiterai i Musei Vaticani li ritroverai come sfondo della famosa Scuola di Atene di Raffaello, che li dipinse mentre venivano eretti e la cupola ancora non esisteva. Gli uomini del rinascimento non capivano più l’arte paleocristiana e medioevale e così non erano in grado di apprezzare l’antica basilica di San Pietro costruita sotto Costantino. Inoltre, tale basilica era ormai fatiscente ed in alcuni punti a rischio di crolli, come attesta Leon Battista Alberti, che fu anche prete e parroco, oltre ad essere architetto. Si pensò all’inizio di lasciare intatta la navata della basilica ricostruendo solo il presbiterio e a Bernardo Rossellino, l’architetto di Pienza, a metà del quattrocento, venne chiesto di costruire un nuovo coro che egli lasciò però incompiuto all’altezza di 7 metri. Papa Giulio aveva anche lui intenzione di ricostruire solo il coro della basilica e di porre lì la sua tomba, invitando Michelangelo a realizzarla in maniera da porla dove è ora la Cattedra del Bernini. Ma Bramante, desideroso di realizzare una grande opera, convinse Giulio II a rinunciare all’idea di costruire solo l’abside e la tomba, per abbattere l’intera basilica medioevale e ricostruirla in forme rinascimentali. Michelangelo si allontanò da Roma adirato perché Bramante gli aveva così sottratto la possibilità di realizzare il sepolcro del papa e Giulio II dovette cercarlo nel nord Italia e lo convinse a tornare a Roma, solamente con la promessa di realizzare invece della tomba la volta della Cappella Sistina con le storie della Genesi. Michelangelo, che amò sempre papa Giulio II, riuscì infine, molti anni dopo la morte del papa, a realizzare la sua tomba, il famoso Mosè che è a San Pietro in Vincoli. Bramante, dal canto suo, ottenuta l’autorizzazione di Giulio II, iniziò la demolizione della vecchia San Pietro e la costruzione dei quattro grandi pilastri angolari che puoi vedere intorno a te. Viste col senno di poi, furono scelte cariche di frutti.

Al Bernini venne poi chiesto di sistemare i quattro pilastri perché accogliessero le principali reliquie della basilica. In basso puoi vedere le statue, realizzate successivamente, che illustrano le reliquie stesse che erano invece custodite sui balconcini in alto, per la costruzione dei quali vennero riutilizzate le colonne tortili del tempo di papa Gregorio Magno, alle quali si ispirò Bernini per il baldacchino. Puoi vedere dinanzi a te il pilastro della Santa Croce con la statua dell’imperatrice Elena che fece ritrovare a Gerusalemme il luogo della sepoltura di Cristo e le reliquie della croce, facendo costruire poi il Santo Sepolcro.

Proseguendo in senso antiorario trovi il pilastro della Veronica che custodiva il lino ritenuto il velo posto da una donna sul volto di Gesù durante la via crucis.

Segue il pilastro di Sant’Andrea con le reliquie del primo apostolo chiamato da Gesù e la statua con la caratteristica croce decussata, a forma di x: le reliquie vennero salvate a Patrasso dalla devastazione turca e poi ridonate in tempi recenti da Paolo VI agli ortodossi.

Infine trovi il pilastro di San Longino, il centurione che trafisse il costato di Gesù e trovò la fede contemplandolo crocifisso – la reliquia della sacra lancia fu donata al papa dal sultano turco di Costantinopoli, oggi Istanbul -, mentre la statua di San Longino è del Bernini stesso.

Cattedra

«Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”» (Mt 16,16).

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).

W. Trilling: «Le espressioni “legare e sciogliere” derivano dal linguaggio rabbinico, e significano che uno ha l’autorità di dichiarare giusta o falsa una dottrina. Un secondo significato riguarda l’autorità di escludere qualcuno dalla comunità o di accoglierlo in essa».

Da qui il simbolo delle chiavi

G.K. Chesterton: «Il cristiano è né più né meno che una persona con una chiave, quella chiave che poteva aprire la prigione del mondo intero, e far vedere la salvezza. Una chiave non è materia di astrazioni: nel senso che una chiave non è materia di ragionamento. Essa o è adatta alla serratura, oppure non è. Nella chiave portata dal cristiano c’era una cosa che era semplice. Apriva la porta. Perché la fede cristiana fu accettata, ed è accettata? Perché corrisponde alla serratura; perché corrisponde alla vita. Siamo cristiani non perché adoriamo una chiave, ma perché abbiamo varcato una porta; e abbiamo sentito lo squillo di tromba della libertà sulla terra dei viventi».

- il “magistero” nella Chiesa, guidato dallo Spirito Santo

L’abside, come in ogni basilica cristiana, rappresenta l’irrompere di Dio nella storia dell’uomo (e, quindi, anche la meta celeste della storia umana. La luce di Cristo permette alla storia di uscire dalla confusione.
Bernini realizzò la grande “macchina devozionale” - così la chiamano alcuni storici dell’arte - circa trent’anni dopo il baldacchino, tra il 1656 e il 1666. L’opera è come un gigantesco reliquiario, che conteneva al suo interno un’antica cattedra, sulla quale la tradizione vuole si sia seduto lo stesso Pietro per insegnare il Vangelo di Gesù.
La cattedra è sorretta da quattro statue raffiguranti due Padri della Chiesa d’occidente - sant’Ambrogio e sant’Agostino - e due della Chiesa d’oriente - sant’Atanasio e san Giovanni Crisostomo  -, a simboleggiare che la fede è una e che i Padri della Chiesa hanno tutti confessato che Gesù affidò a Pietro e ai suoi successori le chiavi della Chiesa, mentre i vescovi di Roma, dal canto loro, hanno sempre riconosciuto il ministero degli altri vescovi e della tradizione.
La cattedra che simbolizza il ministero papale è illuminata dalla venuta dello Spirito Santo rappresentato, in forma di colomba, al centro della vetrata di alabastro.
Il grandioso reliquiario va apprezzato anche nella prospettiva del baldacchino. Non è un caso che un disegno autografo del Bernini mostri la Cattedra vista attraverso le colonne del baldacchino, rivelando così come l’artista guardasse ai due monumenti come a un tutto unico.

Dietro il pilastro di Sant’Elena è la tomba a terra con i corpi dei due papi della famiglia della Rovere, Sisto IV e Giulio II – Giulio II fu l’iniziatore della nuova basilica di San Pietro che sostituì, come già sai, quella costantiniana. Il Mosè di Michelangelo è la tomba che lo scultore terminò solo molti anni dopo per onorare Giulio II, papa che molto lo aveva amato e che lui molto amava.
Alla sinistra del monumento alla Cattedra del Bernini si trova la tomba di papa Urbano VIII, della famiglia Barberini, colui che chiese allo scultore di realizzare il baldacchino. Sotto la statua del papa si vede lo scheletro della morte emergere e scrivere il nome del papa per indicare che il tempo della sua vita terrena è finito. Le tre api che rappresentano lo stemma dei Barberini volano disperse e non più legate le une alle altre, sgomente per il sopraggiungere della morte.
In posizione simmetrica, alla destra della cattedra, il papa volle che fosse sistemata la preesistente tomba di papa Paolo III, il papa che ebbe il merito di convocare nel 1545 il Concilio di Trento e quello di commissionare a Michelangelo il Giudizio universale, affidandogli poi anche la direzione della fabbrica di San Pietro perché innalzasse la cupola. Michelangelo, che aveva allora più di 70 anni, iniziò la progettazione della Cupola senza volere alcun compenso perché desiderava compiere tale opera solo per la gloria di Dio.

La situazione di fede e teologia è oggi in Europa contrassegnata ampiamente da senso di stanchezza nei confronti della Chiesa. La contrapposizione «Gesù sì, Chiesa no» sembra essere tipica del pensiero di una intera generazione. Non giova molto, di contro a questa affermazione, voler poi mettere in luce anche gli aspetti positivi della Chiesa e la sua inseparabilità da Gesù. Per comprendere il reale bisogno di fede del nostro tempo bisogna andare più a fondo.

Infatti dietro l'ampiamente diffusa contrapposizione tra Gesù e la Chiesa si nasconde ultimamente un problema cristologico. La vera e propria contrapposizione a cui ci dobbiamo opporre non viene espressa dalla formula «Gesù sì, Chiesa no»; dovrebbe piuttosto venir descritta con la frase «Gesù sì, Cristo no» oppure «Gesù sì, Figlio di Dio no».

C'è oggi una vera e propria moda di Gesù con le più diverse accentuazioni: Gesù nei film, Gesù nelle opere rock, Gesù come parola-chiave di opzioni politiche contestatrici. Tutti questi fenomeni esprimono forme di entusiasmo e passione religiosa, che vorrebbero appoggiarsi alla misteriosa e affascinante figura di Gesù e alla sua forza interiore, ma allo stesso tempo non vogliono sapere nulla di ciò che di Gesù dice la fede della Chiesa e, a suo fondamento, la fede degli evangelisti.

Gesù appare come uno degli «uomini determinanti», come ha detto Karl Jaspers. Ciò che di lui colpisce è la sua dimensione umana. La confessione di fede per cui egli è il Figlio unigenito di Dio sembra solo allontanarlo da noi, collocarlo in ambiti inavvicinabili e irreali, e sottoporlo allo stesso tempo all'amministrazione da parte del potere ecclesiastico.

La separazione tra Gesù e Cristo è allo stesso tempo la separazione tra Gesù e la Chiesa. Cristo lo si lascia alla Chiesa, sembra opera sua. Mentre lo si spinge da parte, si spera così di guadagnare Gesù e con ciò una nuova forma di libertà, di «redenzione».

Se dunque la vera e propria crisi sta nella cristologia e non nella ecclesiologia, bisogna allora chiederci: Perché è così? Quali sono le radici di questa separazione tra Gesù e Cristo, di cui del resto tratta approfonditamente già la prima lettera di Giovanni, che parla più volte di coloro che dicono che Gesù non è il Cristo (2,22; 4,3), ove la lettera mette alla pari i titoli «Cristo» e «Figlio di Dio» (2,22 e 23; 4,15 e 5,1)?

Giovanni chiama poi coloro che negano che Gesù sia Cristo «anticristi». Forse è questa, in fondo, l'origine del termine «anticristo»: essere contrari a Gesù come Cristo, non attribuirgli più il titolo di Cristo.

Ma interroghiamoci circa i motivi di questa presa di posizione nel presente. Ce ne sono ovviamente molti. Un primo, non molto appariscente, ma assai efficace, sta nella costruzione di un «Gesù storico» dietro al Gesù dei Vangeli. Esso viene distillato secondo i parametri della cosiddetta visione del mondo contemporanea, e della forma di storiografia ispirata dall'illuminismo, la quale parte dalle fonti e si rivolta poi contro le fonti stesse. C'è il presupposto secondo cui nella storia può accadere solo ciò che fondamentalmente è sempre accaduto. Il presupposto secondo cui il contesto causale normale non viene mai interrotto, e che perciò non è sto­rico ciò che va a urtare contro queste leggi a noi note.

Così il Gesù dei Vangeli non può essere il Gesù reale. Bisogna trovarne uno nuovo, dal quale deve venir tolto tutto ciò che è comprensibile solo a partire da Dio. Il principio di costruzione in base a cui questo Gesù deve venir edificato esclude perciò da Lui il divino, alla maniera illuministica: questo Gesù storico può essere solo un non-Cristo, un non-Figlio. Così all'uomo d'oggi, che nella sua lettura della Bibbia si affida alla guida di questo tipo di interpretazione, parla non più il Gesù dei Vangeli, ma quello degli illuministi, un Gesù «illuminato».

Con ciò crolla da sé anche la Chiesa. Essa può essere soltanto un'organizzazione fatta da uomini, che con maggiore o minore destrezza, con maggiore o minore cordialità nei confronti degli uomini cerca di servirsi di questo Gesù.

Naturalmente crollano poi anche i sacramenti. Come potrebbe esserci una presenza reale di questo «Gesù storico» nella Eucaristia? Ciò che resta sono segni della edificazione della comunità, rituali che tengono assieme la comunità e la stimolano all'azione nel mondo. È divenuto chiaro che dietro questo depotenziamento di Gesù, rappresentato nella parola-chiave «Gesù storico», ci sta una decisione di fondo filosofica, che si può riassumere nella parola-chiave «moderna immagine del mondo». Dovremmo ritornarci sopra più avanti. Dapprima però bisogna prendere in considerazione un secondo punto di partenza per la separazione tra Gesù e Cristo. Se finora abbiamo parlato di una determinata forma di visione del mondo, dobbiamo ora porci davanti agli occhi una nuova forma di esperienza dell'esistenza, o forse più esattamente di definizione dell'esistenza. Diciamolo molto semplicemente: l'uomo d'oggi non comprende più la dottrina cristiana della redenzione. […] Redenzione viene sostituita da liberazione nel senso dell'epoca moderna. Una liberazione che può venir compresa più in termini politici collettivi o più in termini psicologici individuali, e che si collega anche volentieri con il mito del progresso. Questo Gesù non ci ha liberati, ma può essere un'immagine guida di come la redenzione, cioè la liberazione può essere realizzata. Se però non c'è più da comunicare nessuna redenzione già donata, ma si possono dare solamente istruzioni per la nostra autoredenzione, allora la Chiesa nel senso della tradizione è di nuovo qualcosa che non sussiste, anzi, è uno scandalo. Essa non reca allora in sé nessuna piena potestà.

Con questa premessa il potere della Chiesa è qualcosa di puramente rivendicato. Invece di questo essa dovrebbe diventare un luogo di «libertà» in senso psicologico oppure politico. Dovrebbe essere lo spazio dei nostri sogni che si augurano una vita liberata. Essa non può rinviare a nulla di ultraterreno, ma deve affermarsi invece nella mia esperienza come istanza liberante in termini intramondani. Ogni aspetto non liberato della mia esistenza, ogni insoddisfazione nei miei confronti e nei confronti degli altri ricadono su di essa.

- esiste un “magistero”, esiste una “cattedra” dove non si insegna se stessi, anzi dove è vietato insegnare se stessi, bensì si insegna il Vangelo, l’opera di Dio

Benedetto XVI nella presa di possesso della Cattedra di San Giovanni in Laterano, il 7 maggio 2005
Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici [...] Questa potestà di insegnamento spaventa tanti uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo [...]
La Cattedra è - diciamolo ancora una volta - simbolo della potestà di insegnamento, che è una potestà di obbedienza e di servizio, affinché la Parola di Dio - la sua verità! - possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada.

Navata

- quello che avviene nella tua parrocchia, nella Comunione di tuo nipote, nel funerale di tuo nonno, dipende da qui!

Il transetto destro. Il Concilio Vaticano I

Il transetto destro della basilica è detto anche Crociera dei santi Processo e Martiniano le cui reliquie sono custodite sotto l’altare centrale. Sono i 2 martiri che san Pietro avrebbe convertito e battezzato mentre era imprigionato nel Carcere Mamertino, prima di essere martirizzato nel Circo Vaticano. In questo ambiente si svolse il Concilio Vaticano I, che vide riuniti circa 700 vescovi subito prima della presa di Roma avvenuta nel 1870. Il Concilio definì l’infallibilità papale, dichiarando però chiaramente che il papa non è infallibile in ogni sua parola, bensì solo quando parla ex cathedra, cioè quando impegna tutta la sua autorità di successore degli apostoli in una definizione dogmatica. Dal momento della definizione dell’infallibilità i papi hanno impegnato solo una volta la loro infallibilità e, precisamente con papa Pio XII nella proclamazione del dogma dell’Assunzione della Vergine Maria nel 1950.

La seconda importante definizione dogmatica che venne affermata dal Concilio Vaticano I è la grandezza della ragione, ritenuta talmente buona dall’avere la capacità di giungere alla certezza dell’esistenza di Dio con le proprie capacità, anche se – affermò il Concilio – solo la rivelazione ci permette di conoscere pienamente il volto di Dio e la sua misericordia.

Sulle pareti laterali dell’abside con la Cattedra vedi, invece, i nomi dei vescovi presenti al momento della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria da parte di Pio IX nel 1854, pochi anni prima del Concilio Vaticano I: Maria è l’Immacolata Concezione, è nata cioè senza che le sia stato trasmesso il peccato originale ed ha vissuto senza mai peccare, pienamente donna senza peccato, perché il peccato non appartiene alla natura dell’uomo, ma è invece una mancanza dell’essere pienamente uomini e donne

- la devozione alla statua di Pietro, “simbolo” del pellegrinaggio, come l’abbraccio al señor Santiago a Campostela

La statua bronzea di san Pietro, la cui antichità è visibile a tutti, nel particolare conosciutissimo del piede consumato dalla devozione dei fedeli. L’origine dell’opera è molto discussa. Alcuni pensano ad un’opera paleo-cristiana (IV-VI sec.), altri ad un manufatto di età gotica. La maggioranza si orienta a comporre le due tesi, proponendo che possa essere un’opera medioevale, forse di Arnolfo di Cambio, ma che volle ispirarsi coscientemente ad un modello antico. Seduto su di una cattedra marmorea san Pietro è vestito con un pallio filosofico: sia la cattedra che la veste dicono che egli insegna, ma insegna non una filosofia umana, bensì la sapienza che viene da Dio. Con la mano sinistra tiene le chiavi e con la destra benedice.

Immaginiamo qui i santi del passato, sant’Agostino, sant’Ignazio di Loyola e san Filippo Neri. San Francesco d’Assisi pregò qui in silenzio dinanzi alla tomba di Pietro. Così i santi più recenti, da san Giovanni Bosco a santa Teresa di Lisieux, venuta dal papa per chiedere di poter entrare in clausura quando ancora era minorenne, a madre Teresa di Calcutta. Qui è venuto a pregare anche Lutero, quando era ancora sacerdote e monaco agostiniano. Qui possiamo immaginare Dante, Petrarca e Boccaccio e tanti scrittori con loro. Sono venuti qui a pregare Beato Angelico e Masaccio, Michelangelo e Caravaggio e tanti artisti e pittori. Ma anche tanti scienziati, come Galileo Galilei, Gregor Mendel, fondatore della genetica, e Georges Edouard Lemaître, il prete astrofisico che per primo ipotizzò il Big bang. Qui sono venuti Mozart, allora adolescente, Haendel e tantissimi musicisti. Sono venuti qui Tolkien e Chesterton.
De Amicis, l’autore del libro Cuore, scrisse che subito dopo la presa di Roma vennero qui anche i soldati che avevano aperto la breccia di Porta Pia e qui si inginocchiavano e pregavano. Ma, soprattutto, qui sono venuti tanti semplici cristiani e tanti pellegrini in cerca di Dio. Chissà quanti nostri antenati, senza che lo sappiamo, sono stati qui e qui hanno chiesto la forza di amare la loro famiglia e di lavorare con passione per il bene comune, qui hanno professato la loro fede e ricevuto il perdono.

La navata centrale venne realizzata ai primi del seicento, dall’architetto barocco Carlo Maderno il quale prolungò la pianta centrale di Michelangelo perché nella basilica era necessaria una navata. In effetti la basilica di San Pietro è lunga più di 186 metri e, a terra, si vedono le indicazioni della lunghezza di altre 26 chiese famosissime che sono più piccole di San Pietro, come St. Paul Cathedral a Londra o il Duomo di Milano o Notre Dame a Parigi.

L’ampiezza di San Pietro, come già quella della piazza, non nasce da desideri di grandezza. I banchi del concilio erano ai due lati della navata. Vi sedettero quasi 3000 vescovi, tutti  insieme (alcuni banchi sono stati conservati e si possono tuttora vedere nella vicina chiesa dei santi Michele e Magno). Sotto il Baldacchino del Bernini era la Cattedra papale e il tavolo del Consiglio di Presidenza, dove sedettero Papa Giovanni XXIII e papa Paolo VI.

Su questi banchi sedettero, fra i tanti, l’allora arcivescovo di Cracovia Wojtyla, mentre l’allora giovane professore J. Ratzinger partecipò al Concilio come teologo del cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia. Tutto ciò che avviene oggi nelle parrocchie del mondo dipende, in qualche modo, dalle decisioni che vennero prese durante il Concilio Vaticano II.

Portico

Il mosaico della Navicella è stato pensato come l’ultima immagine che deve avere negli occhi chi torna alla sua casa, come l’ultimo ricordo che il pellegrino deve avere negli occhi.

È all’interno del portico dinanzi al portone centrale di San Pietro, visibile a chi esce e non a chi entra. Anche se molto rovinato dal tempo è importantissimo per il suo significato storico e simbolico. Lo realizzò Giotto nel 1300, anno del primo Giubileo, nel corso della sua permanenza romana. Gli studiosi di storia dell’arte stanno modificando le antiche teorie che vedevano in Firenze il sorgere del nuovo modo di dipingere. Infatti, è evidente che i grandi artisti dell’epoca si ritrovarono a Roma e nel cantiere della basilica di San Francesco ad Assisi voluta dai papi.

Il mosaico era posto nell’antico quadriportico dell’antica basilica di San Pietro eretta da Costantino ed era posto di modo che il pellegrino che tornava a casa la vedesse come ultima immagine della sua visita in San Pietro. Santa Caterina da Siena si fermava sempre dinanzi a questa immagine, ogni volta che si recava a piedi in basilica per chiedere a Dio che concedesse al papa di tornare in Roma dall’esilio avignonese. Quando venne abbattuto il quadriportico ed al suo posto costruito l’attuale portico barocco, si decise di conservare questa immagine così famosa, anche se il suo distacco e la sua ricostruzione ha comportato che il mosaico sia stato manomesso stilisticamente rispetto all’originale giottesco.

L’immagine realizzata da Giotto mostra la barca con gli apostoli che sono in grave pericolo per una tempesta, rappresentata dai venti che soffiano in alto. Gesù, ritto in piedi e sereno, camminando sulle acque invita addirittura Pietro a camminare sulle acque. Quando egli, preso dalla paura, comincia ad affondare, gli annuncia che deve avere fede (Mt 14,22-36) e placa la tempesta. L’episodio ha sempre insegnato ai credenti che, nelle tempeste della vita, la navicella della Chiesa procede sicura perché Cristo è con lei. A sinistra un pescatore ricorda che gli apostoli sono, pur nelle difficoltà, pescatori di uomini. In alto si vede l’intercessione dei santi. In basso a destra compare il busto del cardinale Stefaneschi che commissionò il mosaico. Anche la nostra vita, sballottata dalle onde e dai venti, è accompagnata dalla presenza del Signore. Noi restiamo deboli e fragili. La vita della Chiesa e la nostra vita – dicevano i Padri della Chiesa – è simile alla luna che non ha una luce propria, ma è fatta solo di terra e sassi. Ma se Cristo, che è simile al sole, illumina la nostra vita ecco che noi, come la luna, diventiamo splendenti e capaci di illuminare le tempeste della vita, non per le nostre forze, ma per la sua grazia.

da Joseph Ratzinger, Perché sono ancora nella Chiesa, Queriniana, Brescia, 1972, pp. 51-71
[…] un esempio, con il quale i Padri nutrirono la loro meditazione sul mondo e sulla Chiesa. Essi spiegarono che nel mondo materiale la luna è l'immagine di ciò che la Chiesa rappresenta per la salvezza nel mondo spirituale. 
Nella sua fugacità e nella sua rinascita la luna rappresenta il mondo terreno degli uomini, questo mondo che è continuamente condizionato dal bisogno di ricevere e che trae la propria fecondità non da se stesso, ma dal sole; rappresenta lo stesso essere umano, quale si esprime nella figura della donna, che concepisce ed è feconda in forza del seme che riceve. I Padri hanno applicato il simbolismo della luna alla Chiesa soprattutto per due ragioni: per il rapporto luna-donna (madre) e per il fatto che la luna non ha luce propria, ma la riceve dal sole, senza del quale essa sarebbe completamente buia. La luna risplende, ma la sua luce non è sua, bensì di un altro. È tenebre e nello stesso tempo luce; pur essendo di per sé buia, dona splendore in virtù di un altro di cui riflette la luce. Proprio per questo essa simboleggia la Chiesa, la quale pure risplende, anche se di per sé è buia; non è luminosa in virtù della propria luce, ma del vero sole, Gesù Cristo, cosicché, pur essendo soltanto terra (anche la luna non è che un'altra terra), è ugualmente in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio - «la luna narra il mistero di Cristo» (Ambrogio, Exameron IV 8,23). 
Tuttavia in questa nostra epoca di viaggi lunari viene spontaneo approfondire questo paragone, che, confrontando la concezione fisica con quella simbolica, mette meglio in evidenza la nostra situazione specifica rispetto alla realtà della Chiesa. La sonda lunare e l'astronauta scoprono la luna soltanto come landa rocciosa e desertica, come montagne e come sabbia, non come luce. E in effetti essa è in se stessa soltanto deserto, sabbia e rocce. E tuttavia, per merito di altri ed in funzione di altri ancora, essa è pure luce e tale rimane anche nell'epoca dei voli spaziali. È dunque ciò, che in se stessa non è. Pur appartenendo ad altri, questa realtà è anche sua. Esiste una verità fisica ed una simbolico-poetica, una non elimina l'altra. Ciò non è forse un'immagine esatta della Chiesa? Chi la esplora e la scava con la sonda spaziale scopre soltanto deserto, sabbia e terra, le debolezze dell'uomo, la polvere, i deserti e le altezze della sua storia. Tutto ciò è suo, ma non rappresenta ancora la sua realtà specifica. Il fatto decisivo è che essa, pur essendo soltanto sabbia e sassi, è anche luce in forza di un altro, del Signore: ciò che non è suo, è veramente suo e la qualifica più di qualsiasi altra cosa, anzi la sua caratteristica è proprio quella di non valere per se stessa, ma solo per ciò che in essa non è suo, di esistere in qualcosa che le è al di fuori, di avere una luce, che pur non essendo sua, costituisce tutta la sua essenza. Essa è ‘luna' - mysterium lunae - e come tale interessa i credenti perché proprio così esige una costante scelta spirituale. 

Il papa è anche terra: cfr. sedia stercoraria a San Giovanni,il nome della sedia si ispirava a un versetto del primo libro di Samuele, secondo il quale il Signore «solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia (de stercore) rialza il povero, per farli sedere con i nobili e assegnare loro un trono di gloria» (1 Sam 2,8).

- Porta del Filarete dell’antica basilica con il Concilio di Ferrara-Firenze e le scritte in armeno (e, sul retro la firma con i collaboratori del Filarete)

- la Porta della morte di Giacomo Manzù (con la rappresentazione del Concilio sul retro)

Piazza

Anonimo, Critica al progetto berniniano di piazza San Pietro in forma umana 
(con controprogetto). Disegno a matita, 1657-1659, Biblioteca Apostolica Vaticana (cat. 85)

- lo stesso per la navata del Maderno: non è “funzionale” - cioè è “impossibile” - una basilica di San Pietro senza navata… cfr. la basilica nel giorno delle ordinazioni sacerdotali, cfr. la basilica durante il Vaticano II

Cfr. ambiguità della mostra Petros eni. Pietro è qui del 2007, per il cinquecentenario della posa della prima pietra: ultima sezione “La devozione all’apostolo Pietro” con l’abito di San Francesco d’Assisi e una lettera di Madre Teresa di Calcutta alla Congregazione dei religiosi

da P. Portoghesi, Concordia discors, in Bernini, Borromini, Pietro da Cortona, Marcello Fagiolo e Paolo Portoghesi (edd.), Electa, Milano, 2006, p. 24 
"Borromini in architettura, Bernini in scultura, Pietro da Cortona in pittura, il Cavalier Marino in poesia sono la peste del gusto; peste che ha appestato gran numero d'artisti". Così Francesco Milizia, agli albori del Neoclassicismo, bollava d'infamia quel momento storico che aveva dato alla cultura romana, intorno alla metà del Seicento una nuova centralità rispetto alla cultura europea. Si ripeteva così quella damnatio memoriae che tre secoli prima la cultura umanistica aveva decretato nei confronti del Gotico e di tutta l'arte medievale. Questo bisogno di demonizzare il passato per distaccarsene sembra da allora essere diventato un dovere nella cultura occidentale

- il luogo dell’elezione: la sistina, il conclave (cum clave, per impedire l’intromissione dei laici… alcuni dei papati più difficili sono stati determinati dall’intervento dei laici nelle elezioni, come, ad es. nel cosiddetto “secolo di ferro”, il X secolo)

- far rivivere l’elezione: la fumata, la stanza delle lacrime, la preghiera, l’Habemus papam… come la città vive l’elezione cfr. esperienza personale mia e di mio fratello)

- la piazza barocca: non un’esagerazione

Alessandro VII scrisse che il colonnato voleva ricordare due braccia che «accolgono i cattolici per confermarli nella fede, gli eretici per riunirli alla Chiesa, gli infedeli per illuminarli» (BAV, Chig. II 22, f. 109v, cit. in Morello, Intorno a Bernini. Studi e documenti).

Nomi dei santi

Il rifacimento di San Pietro e la Cupola

Sono giustamente famose le parole di Leon Battista Alberti - che era sacerdote e che, come molti altri sacerdoti dell’epoca, pagava un altro prete che celebrasse le messe nella propria parrocchia di Gangalandi per potersi dedicare più liberamente al lavoro di architetto – il quale, ammirando per la prima volta, la nuova cupola del Brunelleschi, si chiedeva:

«Chi mai sì duro o sì invido che non lo­dasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e' cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e' popoli toscani, fatta senza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto?»

Nelle sue parole riecheggia la consapevolezza dell’umanesimo cristiano che non solo è possibile uguagliare gli antichi del periodo classico, ma che ci è dato di superarli nell’ingegno e nell’arte, poiché ciò che noi oggi possiamo appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto.

Fu proprio Leon Battista Alberti, come scrive T. Verdon in La basilica di San Pietro. I papi e gli artisti, Mondadori, Milano, 2005, «a insistere sulla necessità di intervenire sulla basilica costantiniana, chiamando l'attenzione dei contemporanei all’inclinazione sviluppatasi nei muri della navata maggiore, fuori piombo di oltre un metro. Questo fatto, insieme alla scelta di un collaboratore dell'Al­berti, Bernardo Rossellino, come progettista conferma la matrice fiorentina dell'idea (del resto intuibile, considerati i legami personali e culturali tra Niccolò V e Firenze)».

Niccolò V, poi, su suggerimento dell’Alberti, incaricò Bernardo Rossellino del nuovo progetto. Egli iniziò la costruzione di un nuovo coro esternamente alla basilica, che ingrandisse e sostituisse il transetto della basilica costantiniana. Il desiderio del papa era che Roma avesse una basilica più grande di quella di Santa Maria del Fiore in Firenze. Il papa chiamò anche Beato Angelico, Piero della Francesca, Signorelli per lavorare nei nuovi palazzi vaticani per il giubileo del 1450-  tutti i loro affreschi sono distrutti, tranne quelli con le storie di San Lorenzo e Santo Stefano dipinti dal Beato Angelico.

Ma il Rossellino riuscì a realizzare solo un primo alzato del nuovo coro, di circa sette metri di altezza. I muri da lui eretti, e poi abbandonati, per alcuni decenni staranno lì a ricordare il progetto della nuova basilica, finché Giulio II non vi metterà mano risolutamente.

Cfr. H. Bredekamp, La fabbrica di San Pietro. Il principio della distruzione produttiva, Einaudi, Torino, 2005 e i diversi contributi di C. Frommel (ad esempio, San Pietro da Niccolo V al modello di Sangallo, in Petros eni. Pietro è qui, Roma, 2006, pp. 31-77)

-Il Mosè di Michelangelo e la "tragedia della sepoltura": la tomba di Giulio II e le sue vicende, dalla basilica di San Pietro in Vaticano a San Pietro in Vincoli, di Andrea Lonardo (su www.gliscritti.it)

(l’assurda tesi di Antonio Forcellino, pure grandissimo restauratore)

Su Michelangelo, cfr. anche A. Lonardo, Dove si eleggono i papi. Guida ai Musei Vaticani, EDB, Bologna, 2015

- Michelangelo lavora al Giudizio fino al 1541 (fino a 66 anni), lavora alla tomba di Giulio II (il Mosè) fino al 1545 (fino a 70 anni) , lavora alla Cappella Paolina fino al 1550 (fino a 75 anni), lavora alla Cupola di San Pietro, come responsabile della Fabbrica di San Pietro fino al 1564 (fino a 89 anni), non volendo compenso per quest’ultima opera (suo è il tiburio)

Appendici

La Pietà di Michelangelo

Nella prima cappella a destra è conservata un’opera che non si può mancare di contemplare, la Pietà di Michelangelo. Purtroppo è protetta da un vetro da quando un folle la colpì più volte nel 1972. Venne restaurata da Cesare Brandi, il grande teorico del restauro che, in questo caso, venne meno ai suoi principi di non riscostruire un opera danneggiata, per cui essa ci appare perfetta così come era in origine. È la prima delle tre realizzate da Michelangelo che scolpì poi le incompiute Pietà Bandini, ora a Firenze, e Pietà Rondanini, ora a Milano. Nella Bandini volle probabilmente autoritrarsi, mentre alla Rondanini lavorò fino agli ultimi giorni della vita, segno che sentiva il tema come decisivo per la sua vita. Michelangelo scolpì giovanissimo la Pietà Vaticana, quando aveva solo 24 anni, nel 1499. È impressionante contemplare di cosa sia capace anche un giovane. La pietà che hai dinanzi è l’unica opera firmata dal maestro che scolpì il suo nome sulla cintola della Madonna. Gli venne ordinata per una cappella della vecchia San Pietro che era affidata alla nazione francese, tramite la mediazione di un banchiere fiorentino, Jacopo Galli, che lo presentò a Roma, ai tempi di papa Alessandro VI Borgia.
Il termine Pietà è la chiave di lettura dell’opera. Essa rappresenta la sera del venerdì santo – le immagini simili erano chiamate anticamente anche Madonne del vespro, cioè della sera. Michelangelo immagina un episodio di cui non c’è esplicita menzione nei Vangeli e precisamente che la Madonna abbia voluto prendere sulle sue ginocchia ed abbracciare il suo Figlio un’ultima volta prima della sepoltura. Il termine pietà si riferisce, quindi, certamente ai sentimenti di Maria verso il suo figlio. Michelangelo l’ha scolpita più giovane del figlio suo, dichiarando che l’aveva fatto perché chi vive nella grazia divina conserva tutta la propria bellezza. Il Condivi – biografo del Buonarroti – ci tramanda queste parole dello scultore, in risposta alla domanda sulla giovane età della Vergine della Pietà:

«Non sai tu che le donne caste molto più fresche si mantengono che le non caste? Anzi ti vo dir di più, che tal freschezza e fior di gioventù, oltre che per natural via in lei si mantenesse, è anco credibile che per divin’opera fosse aiutato a comprobare al mondo la verginità e purità perpetua della Madre».

Maria, in effetti, pur nel dolore, è scolpita in un atteggiamento di grande dolcezza, di profondo amore e contemplazione verso il figlio suo. Ma Pietà è, ancor più, la morte stessa per amore del Cristo. Michelangelo scolpì il Cristo levigando la pietra, in maniera da renderla estremamente luminosa. Ormai la fatica del figlio è finita, manca solo la resurrezione. Egli, nella sua pietà verso noi uomini, non si è tirato indietro fino a morire per il perdono dei nostri peccati. Il corpo, scolpito in ogni particolare, nelle articolazioni, nei nervi, nei tendini, nelle vene ed arterie è bellissimo. Michelangelo doveva contemplare nell’opera che aveva realizzato la bellezza di Cristo, ma anche la dignità che quella morte conferisce ad ogni uomo.
Nel Giudizio universale rappresentò nuovamente il Cristo nudo, questa volta in affresco, perché alla fine della storia ognuno vedrà ormai Dio senza più veli e dipinse un’architettura fatta di soli corpi nudi perché l’uomo nel giudizio sarà ormai davanti a Dio nella nudità dei propri peccati, eppure amato e perdonato per la Pietà di Cristo per noi.

La tomba di Giovanni Paolo II

Nella Cappella che segue quella in cui è posta la Pietà si venera il sepolcro di san Giovanni Paolo II.

Da arcivescovo propose al Concilio l’espressione: «Solo nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo». È vero: solo dinanzi al Cristo possiamo portare le gioie ed i dolori più grandi e scoprire che egli li abbraccia. La sua testimonianza cambiò le persone le società - il Muro di Berlino crollò a motivo della sua opera. Ricordò che non c’è pace senza giustizia e che cercare la pace vuol dire rispondere alle attese dei poveri. Ma ricordò anche che non c’è giustizia senza perdono e che se i popoli non sono disposti ad avere misericordi verso chi ha commesso ingiustizie, sempre di nuovo la guerra sorgerà ad infestare la terra. La vecchiaia e la malattia lo resero ancora più vicino a tutti. Ora prega per noi.

La tomba di Giovanni XXIII

Sul retro del pilastro di San Longino si trova la tomba di san Giovanni XXIII. Fu lui ad accogliere l’ispirazione del Concilio Vaticano II, riprendendo un’espressione di Gesù che era stata  a lungo dimenticata, quella di scrutare quei segni dei tempi, quei segni della storia, attraverso i quali vediamo Dio all’opera nei cuori e nelle scelte degli uomini. Così disse Giovanni XXIII: «Facciamo nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere i segni dei tempi, crediamo di scoprire, in mezzo a tante tenebre, numerosi segnali che ci infondono speranza sui destini della chiesa e dell’umanità».

Nella Cappella Gregoriana, sull’altare che ha come pala la Madonna del soccorso è il sepolcro di uno dei padri della Cappadocia, san Gregorio di Nazianzo, vissuto nel IV secolo, le cui reliquie giunsero a Roma dopo molte traversie. Proprio il Concilio voluto da papa Giovanni ha portato alla riscoperta dei Padri della Chiesa. Per percepire solo qualcosa di questo grande maestro voglio leggerti una sua brevissima riflessione: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita».

Tomba di Paolo VI nelle Grotte

Nelle Grotte vaticane sono sepolti molti pontefici. In una semplice tomba a terra è la sepoltura di papa Paolo VI che aiutò la Chiesa a riscoprire come la fede non sia contraria alla scienza e alla modernità, ma anzi risponda al desiderio più profondo dell’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra non averne bisogno. Paolo VI spinse la Chiesa a comprendere che uno dei drammi più grandi del nostro tempo è la frattura fra il Vangelo e le culture, invitando a riscoprire che fare vera cultura è espressione di carità, ma insegnando anche che «l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni».

La fede del papa emerse poi in occasione del rapimento dell’onorevole Aldo Moro, quando decise di scrivere una pubblica lettera agli uomini delle Brigate Rosse.

Ma, soprattutto, Paolo VI fu colui che guidò il Concilio Vaticano II. Esso è noto a tutti per le sue ricadute immediate, come la liturgia nelle diverse lingue parlate o l’invito ad accostarsi con fiducia al testo dei Vangeli. Ma la sua novità è più profonda. Basti pensare alle parole del documento sulla rivelazione, la Dei Verbum, “Piacque a Dio rivelare se stesso”, scritte per presentare la fede all’uomo moderno. Dio si rivela personalmente, cioè non ci rivela dei dogmi o dei comandamenti, non ci porge un libro che ci parli di Lui, bensì si fa uomo per parlare come ad amici, come un amico apre all’altro il segreto del proprio cuore.

La novità del cristianesimo è che Dio è talmente onnipotente da volersi fare bambino pur di venire in mezzo agli uomini. La Parola di Dio non è più un Libro, bensì il Figlio fattosi carne. La Sacra Scrittura è certamente Parola di Dio, ma sempre sottoposta alla pienezza della Parola divina che è la carne di Gesù. Poiché la Parola piena di Dio è il suo Figlio, ecco che nella fede cristiana la Bibbia che ci racconta del Cristo e la Chiesa che ci offre il Cristo stesso vivente nell’Eucarestia, non possono essere separate. Se, come dice il Concilio, l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo, è vero contemporaneamente che la comunione con Cristo ci viene data non dalla lettura biblica, ma dalla liturgia nella quale incontriamo, come gli apostoli 2000 anni fa, il Cristo vivente che ci offre il suo corpo, come afferma la Sacrosanctum Concilum, il documento conciliare sulla liturgia.  Questa visione della fede, che sottolinea la rivelazione personale di Dio, si completa nella Lumen gentium, che presenta la Chiesa popolo di Dio come segno e sacramento di Dio nel mondo, e nella Gaudium et spes che riconosce l’identità più profonda della persona nell’essere creata ad immagine e somiglianza di Dio e per questo dotata di dignità incancellabile.

Tomba di Giovanni Paolo I

Anche Giovanni Paolo I è sepolto nelle Grotte. Il suo pontificato durò solo 33 giorni e la sua morte ricorda a tutti quanto è oneroso il peso del pontificato – il suo cuore non resse alla responsabilità – e quanto la nostra vita è nelle mani di Dio che può chiamarci ad incontrarlo in ogni momento. Per tutti è il “papa del sorriso” perché riuscì nel suo breve pontificato a mostrare la serenità che viene dal Vangelo. Spiegò una volta che si possono vivere gli stessi evento in modi completamente diversi come avviene a «due alpinisti […] scalano una roccia: il primo, perché è di moda; il secondo, per passione. Sentiteli al ritorno: “Cosa ho veduto? – dice il primo. – Oh! Nulla di speciale: quattro corde, quattro alberi, dei torrenti, dei prati, un cantoncino di cielo e nient’altro!”. E sbadiglia. Dice il secondo: “Cosa ho veduto? Non lo dimenticherò mai più! Rocce, poi ancora rocce, e prati e torrenti e azzurro e sole e cose meravigliose!”. E mentre parla pare che tali meraviglie gli ridano ancora nello sguardo e nell’anima. Così il catechista: non basta che dica, ma, dicendo, deve invogliare, appassionare e trascinare».

Tomba di Pio XI

Nelle Grotte è anche la tomba di papa Pio XI che visse i tempi durissimi del fascismo e ancor più del nazismo e del comunismo sovietico, morendo poco prima dell’inizio della II guerra mondiale, mentre stava lottando contro la dottrina nazista. Proprio per il crescente pericolo dei regimi totalitari formulò chiaramente il principio di sussidiarietà, uno dei principio chiave della dottrina sociale della Chiesa, affermando che non è lecito «togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società». Ad esempio, poiché spetta alla famiglia il compito di educare i figli e la famiglia stessa è in grado di farlo meglio perché con maggior amore rispetto allo stato, è un grave danno che lo stato avochi a sé il compito educativo e lo sottragga ai genitori. Così lo stato non può relativizzare l’azione dei sindacati, delle comunità cristiane e così via: deve invece riconoscere di essere, in quanto stato, sussidiario alla società civile che preesiste a lui.

Mura dell’antica basilica costantiniana

Nel risalire al livello della basilica è interessante notare le fondamenta dell’antica basilica costantiniana che l’imperatore realizzò livellando il Colle Vaticano, livellando le zone più alte ed innalzando quelle più in basso, con grande dispendio di fondi, per rispettare il luogo della sepoltura di Pietro e renderlo il cuore della basilica.

Il transetto e la navata di sinistra

Dirigendoti a sinistra dell’altare della Confessione è come se riattraversassi a ritroso la via Cornelia per raggiungere la zona dove sorgeva il Circo Vaticano che vide la morte di Pietro. Un’antica tradizione vuole che Pietro sia stato martirizzato dove ora sorge uno degli altari del transetto che ha come pala il mosaico con la Crocifissione di Pietro a testa in giù, da un famoso dipinto di Guido Reni. A fianco dell’altare venne sepolto nel cinquecento il musicista Pierluigi da Palestrina.

All’esterno del transetto, invece, in fondo a destra, puoi vedere l’altare che custodisce il corpo di papa Leone Magno. Nell’altorilievo seicentesco dello scultore Algardi il papa affronta Attila, re degli unni: già nel V secolo il papa era l’unica autorità capace di arrestare le devastazioni dei barbari.

Avvicinandoti al transetto, puoi vedere il monumento a papa Alessandro VII scolpito dal Bernini all’età di 80 anni – Alessandro VII è il papa che gli commissionò il Colonnato, la Cattedra e la Scala regia. Bernini ritrae il papa che prega in ginocchio, mentre in basso emerge lo scheletro della morte che gli mostra la clessidra, indicando così che si è compiuto il tempo della sua vita.

Se ti è possibile, ti invito a visitare il Museo del Tesoro della Basilica, che è, invece, a sinistra del transetto. Potrai ammirarvi una delle colonne tortili che ornavano la Confessione ai tempi di Gregorio Magno, il Gallo, simbolo del tradimento di Pietro, che era posto nel punto più alto della basilica costantiniana, la tomba di Sisto IV realizzata in età umanistica da Antonio Pollaiolo che ritrasse il papa morto circondato dalle virtù teologali ma anche dalle diverse arti, come la musica, la filosofia, l’aritmetica, ad indicare l’importanza dello studio per l’età umanistica. Potrai ammirare, infine, il sarcofago di Giunio Basso, prefetto di Romamorto nel 359 dopo Cristo, con magnifiche storie bibliche: un’iscrizione del sarcofago ricorda che Giunio Basso morì neofita, cioè, appena battezzato.

Procedendo verso l’uscita trovi poi l’altare che custodisce il corpo di papa Gregorio Magno. Anche lui fu prefetto di Roma, ma lasciò tale altissima carica per farsi monaco. Eletto papa, si ritrovò nuovamente alla guida della città, allora attaccata dai longobardi. La sua decisione di inviare presso gli angli sant’Agostino di Canterbury con 40 monaci cambiò la storia della Gran Bretagna, determinando la conversione al cristianesimo delle isole inglesi.

A fianco della tomba di san Gregorio Magno è il monumento a Pio VII che venne umiliato da Napoleone, come già il suo predecessore Pio VI. Quando, però, Napoleone cadde in disgrazia, Pio VII fu l’unico ad essergli vicino nel suo esilio a Sant’Elena, accogliendo, fra l’altro, la madre ed i parenti dell’imperatore a Roma, quando vennero espulsi dalla Francia.

Nella Cappella del Coro, proseguendo ancora verso l’uscita, è custodita la tomba di san Giovanni Crisostomo.

Più avanti ancora si trova la tomba di papa Pio X. Un bassorilievo bronzeo posto poco prima della tomba ricorda il suo decreto che concedeva ai bambini di ricevere la Comunione, allora riservata a chi era almeno adolescente: il papa difese così la grandezza spirituale dei bambini. Nel bassorilievo, attraverso il simbolo di una Bibbia aperta che viene letta, si ricorda anche che san Pio X fu il fondatore del Pontifico Istituto Biblico. 

Dall’altro lato della tomba di Pio X è quella della regina Maria Clementina Sobieski, nipote del Sobieski re di Polonia che liberò Vienna dall’assedio turco del 1683, scongiurando il pericolo della scomparsa dell’Europa. Prima della Sobieski altre due donne erano state già sepolte in basilica: Matilde di Canossa e la regina Cristina di Svezia che, in età barocca, si fece da luterana cattolica e dovette perciò abdicare al trono. Sono sepolte entrambe nella navate destra della basilica. A fianco della tomba della Sobieski è il suo sposo, il re di Inghilterra e Scozia Giacomo III Stuart, in un monumento scolpito dal giovane Canova.