L’America Latina, luogo dell’incontro tra le civiltà inca e maya ed il cristianesimo dei colonizzatori spagnoli, di Franco Cardini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /03 /2010 - 23:35 pm | Permalink
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Riprendiamo dal numero del febbraio 2010, de Luoghi dell’infinito, Mensile di Avvenire, pp. 24-33 un articolo di Franco Cardini apparso con il titolo originario “La spada e il Vangelo da Cortés a Guadalupe. Non solo conquista: gli eredi delle civiltà inca e maya portano con sé un patrimonio culturale frutto dell’incontro con la religione e le tradizioni dei colonizzatori spagnoli”. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (11/3/2010)

Molti sono i dubbi che ancora avvolgono la fondazione del santuario di Nostra Signora di Guadalupe, presso Città del Messico, e la collina di Tepeyac sulla quale sorge, e che prima della conquista spagnola era sede di un tempio della dea Tonatzín, la "venerata Madre" degli aztechi.

C'è chi osserva - con ragione - che molti santuari mariani del nostro Mediterraneo sorgono là dove, prima della vittoria del cristianesimo sui culti pagani, si trovavano templi dedicati alla Magna Mater Cibele, alla Virgo Diana, alla Pothnia Theron Afrodite, alla Basilissa Theon Hera, a Iside Stella Maris. Sincretismo, grida con scandalo qualche bell'anima. Acculturazione, replicano gli antropologi.

Nell’area andina la Vergine Maria viene abitualmente identificata, nel mondo dei contadini e dei montanari, con la Pachamama, la "Madre Terra". L’eliminazione delle chiese dedicate alla Madonna è un "vanto" dei missionari delle sette protestanti che, negli ultimi trent’anni - ambiguamente sostenuti dalla lobby della United Fruits, dai gorillas come il tristo generale Rios Montt e dalla Cia -, sono riusciti a convertire la metà dei contadini guatemaltechi fino ad allora cattolici e, come sottolinea la Christian Coalition, "seguaci di residuali culti sincretistici tra paganesimo e superstizione cattolica".

A Cuzco, assolata antica capitale del Perù, a 3.476 metri d'altezza, ogni anno si celebra la festa del Corpus Domini, qui dedicata anche alla patrona locale, sant' Anna. La processione che si snoda per le strade mostra una formidabile commistione di abiti, arredi e simboli barocchi e quechua, ovvero incaici. A Cuzco, al pari di Guadalupe, basta guardarsi intorno per rendersi conto di essere circondati da indios discendenti degli aztechi e dei quechua.

Attenzione: qui non c'è nulla della paccottiglia per turisti delle riserve indiane statunitensi. A Cuzco si celebra, né più né meno, la festa dell'Inti Raimi, il sole incaico che si riflette negli ostensori raggianti dell’oreficeria barocca spagnola e che è assolutamente il Christus Sol dell'impero romano e cristiano: nel quale tuttavia gli eredi dell’Inca si riconoscono al punto che i loro maggiorenti portano ancora con fierezza le corone adorne degli amaru, i serpenti rituali dell’antico culto.

Guadalupe e Cuzco sono solo due esempi di un’ “'acculturazione pagano-cattolica” che non ha nulla a che fare con il sincretismo. Con tale secondo termine s'intende la commistione di credenze di culti: non v’è dubbio, ad esempio, che nel voodoo haitiano o nell'umbanda brasiliana si presentino forme sincretistiche affascinanti ma religiosamente parlando pericolose, nelle quali angeli e santi cristiani vengono mischiati con le divinità africane degli ex-schiavi. A Guadalupe, sotto la tilma (mantello) d'agave e il volto brunito d'una ragazza azteca, quella che si venera non è la dea Tonatzín, bensì con certezza la Vergine Maria, e non c'è campesino che lo ignori. E a Cuzco l'lnti Raimi della tradizione incaica è Gesù di Nazareth, morto e risorto, Re e Giudice.

La guatemalteca Rigoberta Mençhu ci va da anni ripetendo che gli spagnoli hanno rubato l'anima agli indios. Potremmo risponderle, con i versi di Pablo Neruda - insospettabile di tenerezza nei confronti dei conquistadores e della Chiesa -, facendole notare come lei stessa, tessendo le lodi dell' antico e pacifico popolo amerindo precolombiano e formulando le sue durissime accuse contro gli invasori, si esprima a suo agio nella loro lingua: e non perché abbia dimenticato l'idioma materno, ma perché sente quella lingua profondamente connaturata al suo essere.

Confrontando con ciò che è accaduto negli Stati Uniti ai nativi, se ne deduce che i conquistatori spagnoli hanno certo imposto il loro idioma, ma non hanno mai preteso di "rubare l'anima" sottraendo agli indios le loro lingue originarie (com'è accaduto ai nativi americani). E questo perché, almeno nella Mesoamerica, la conquista non è stata accompagnata dal genocidio.

È fuor di dubbio che milioni di indios siano morti, nei primi cento anni, a causa delle fatiche sopportate nel lavoro forzato minerario e del contagio delle malattie di cui gli iberici erano portatori. Ma il carattere generalizzato del meticciato presente tra Messico e Bolivia dimostra che mai le autorità spagnole pensarono di ricorrere al sistematico sterminio. Questo avvenne, è vero, nell'Ottocento tra Argentina e Cile, ma ne fu responsabile il ceto dirigente delle borghesie criollas - quei sudamericani d'origine iberica ribelli alle leggi della corona spagnola garantiste nei confronti degli indigeni - desiderose di adeguarsi alla politica statunitense.

Non c'è dubbio che la conquista ispano-portoghese dell'America meridionale sia coincisa con l'avvio di un lungo periodo di schiavizzazione e di stragi. Ma gli ingredienti fondamentali di una politica di massacro, per poterla definire genocida, sono la sistematicità e l'intenzionalità. Va riconosciuto che ciò non accadde nei vicereami che la corona di Spagna stabilì nel Nuovo Mondo all'indomani della conquista del Messico da parte di Hernan Cortés, tra 1519 e 1521, e del Perù da parte del più feroce Francisco Pizarro, tra 1531 e 1534, mentre tra 1535 e 1537 Almagro sottometteva la Bolivia, tra 1535 e 1538 Quesada conquistava la Colombia, nel 1544 Orellana esplorava il Rio delle Amazzoni e tra 1540 e 1554 Valdivia giungeva in Cile.

Insieme con Cortés c'erano veterani delle "guerre more" dell'Andalusia della fine del Quattrocento: e non c'è dubbio che tra i rudi conquistadores spirasse una specie di “vento di crociata”. Quando Cortés dovette assistere, a Tenochtitlan (Città del Messico) al sacrificio di migliaia di indios prigionieri di guerra degli aztechi, che venivano squartati e ai quali veniva strappato il cuore ancora palpitante, il duro ma generoso cavaliere si convinse di assistere a una cerimonia demoniaca. E si può comprendere come intervenisse per porvi fine.

Cortés vinse la sua guerra contro gli aztechi militarizzando indios che, come i vicini tlaxlaltechi, odiavano i loro oppressori. Ma, a parte gli stermini cui si dettero i conquistadores, la corona di Spagna e i suoi funzionari applicarono letteralmente il principio enunziato col trattato di Tordesillas del 1494, che fissava a 370 miglia a ovest delle Azzorre la linea verticale di demarcazione tra gli imperi spagnolo (a ovest) e portoghese (a est): “A Dio le anime, al re la terra”. Da allora conquistadores e missionari - soprattutto francescani e domenicani, poi gesuiti - procedettero di pari passo, per quanto spesso in disaccordo.

In un primo tempo gli indios furono ridotti in schiavitù, per quanto fosse nato tra dotti e teologi un dibattito sulla legittimità di togliere ai popoli pagani la libertà e gli averi: cosa che la filosofia di Tommaso d'Aquino negava con decisione, in quanto l'una e gli altri appartenevano al diritto naturale.

Già dal terzo decennio del XVI secolo il Paese venne diviso in encomiendas, cioè in concessioni (in origine vitalizie) di territori a conquistadores e nobili o imprenditori provenienti dalla Spagna con il diritto di esigere tributi e prestazioni di lavoro che, in pratica, coincidevano con la schiavizzazione, a fronte dell' obbligo di provvedere alla “difesa” e all'evangelizzazione.

Le cifre sui massacri e i decessi "naturali" parlano di molti milioni, ma si tratta di fonti poco attendibili. Certo è che, se l'ampiezza del fenomeno ci sfugge, la sua gravità è lampante. Del resto fin dal 1510 si era cominciato a importare schiavi dall' Africa per ovviare al diradarsi della popolazione india.

La situazione si rivelò ben presto insostenibile, per quanto molti membri della Chiesa spagnola divenuti prelati nelle colonie d’oltreoceano, per complicità o per vigliaccheria, tacessero. A denunziarla fu il missionario domenicano Bartolomé de Las Casas, nato a Siviglia nel 1474, che nel 1516 il cardinale Francisco de Cisneros aveva nominato "Protettore degli indios". In seguito alle sue denunzie, riassunte nel trattato Brevísima relación de la destrucción de las Indias, tra il 1542 e il 1545 l'imperatore Carlo V promulgò le Nuevas Leyes in base alle quali gli indios venivano dichiarati liberi vassalli della corona e s'istituivano aree protette nelle quali avrebbero potuto insediarsi con sicurezza (le reducciones).

Nel 1544 De Las Casas fu nominato vescovo di Chiapa, tra Messico e Guatemala, e come tale difese con coraggio i diritti dei nativi. Minacciato e perseguitato dagli encomenderos, fu costretto a tornare in Spagna, da dove continuò ad agire con energia fino alla scomparsa, nel 1566. L’imperatore lo ascoltava con grande attenzione: le violenze che De Las Casas denunziò andarono a costituire la materia prima della leyenda negra sulla ferocia del dominio spagnolo. Peccato solo che non sia mai esistito un De Las Casas protestante, che raccontasse cose raccapriccianti sulle violenze colonialistiche dei cristiani riformati inglesi e olandesi, dall'America all'Australia.

Molti furono i missionari che s'impegnarono nella distruzione delle tradizioni “pagane” degli indios; ma vi fu anche chi, come padre Cristóbal de Molina con il suo volume Fábulas y ritos de los Incas (1574), fece al contrario opera antropologica, contribuendo alla conservazione e allo studio delle tradizioni indigene.

Vanno altresì ricordati i domenicani Francisco de Vitoria e Domingo de Soto e i gesuiti Luis de Molina e Francisco Suárez, che con profonda dottrina tanto teologica quanto giuridica ebbero il coraggio di contrastare le pretese della monarchia di Spagna e del Pontefice, tese ad affermare il diritto al “potere universale” delle massime autorità cattoliche, e contrapporre loro con forza le ragioni del “diritto naturale” degli indigeni alla libertà sociale e politica nonché alla proprietà economica.

Tra XVI e XVIII secolo l’America meridionale fu territorio di tensione e di scontro tra funzionari della corona e missionari da una parte, che proteggevano i nativi, e gli encomenderos e gli imprenditori crillos dall’altra, che li angariavano e li riducevano in schiavitù. Nel 1609 Filippo II di Spagna concesse alla Compagnia di Gesù il diritto di riunire gli indios guaranì in Paraguay nonché tra Brasile e Argentina settentrionale.

Nacquero le reducciones, che si presentarono come piccole città-modello, organizzate secondo criteri che ricordano quelli proposti nella Città del Sole di Tommaso Campanella. Nel 1634 le missioni così gestite erano già 38, e raggruppavano 50 mila persone. Contro di esse si accanirono gruppi di avventurieri armati provenienti dalla città portoghese di Sao Paulo, i cosiddetti bandeirantes: ma gli indios, armati e istruiti dalla Compagnia di Gesù, li sconfissero ripetutamente.

La situazione cambiò nel 1750, quando col Trattato di Madrid l'area delle reducciones passò sotto la sovranità portoghese. Il ministro illuminista marchese di Pombal, convinto protettore degli schiavisti che gli assicuravano crescita di ricchezza e di produzione e sostenuto da speculatori europei, riuscì ad avere ragione della resistenza india e nel 1759 cacciò dalla regione i gesuiti.

Gli episodi sudamericani furono parte integrante della campagna di calunnia organizzata in tutta Europa dai governi "illuminati" contro i gesuiti, che condusse alla loro espulsione da molti Stati e infine alla soppressione della Compagnia, decretata nel 1773 da papa Clemente XIV. Voltaire, che aveva speculato acquistando cedole azionarie a sostegno della spedizione militare portoghese filoschiavista, non esitò a calunniare nel suo Candide i "reazionari" e "oscurantisti" gesuiti: le sue calunnie furono due secoli dopo riprese alla lettera nel racconto Il barone rampante di Italo Calvino, lettura che professori democratici amano propinare ai ragazzi del liceo. È così che, ancor oggi, s'insegna la storia.

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