La saga dei luoghi comuni [sulle percentuali degli avvalentesi dell’Insegnamento della religione cattolica nella scuola/IdR], di Gian Paolo Bortone

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /01 /2017 - 16:40 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito Il resto è commento https://ilrestoecommento.wordpress.com/2016/10/29/la-saga-dei-luoghi-comuni/ un articolo di Gian Paolo Bortone. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Educazione e scuola.

Il Centro culturale Gli scritti (8/11/2016)

Ho un mio personale calendario: riesco a capire in che periodo dell’anno stiamo a seconda delle polemiche che ritualmente sono presenti sui giornali o sui media in generale. Per esempio, ogni anno, puntualmente, come se fosse un episodio improvviso e non preventivabile, i giornali ci fanno sapere che fa freddo. In maniera simmetrica, ovviamente, poi ci faranno sapere che fa caldo, ma proprio tanto caldo. E io sono contento perché so che è arrivata l’estate: d’altronde chi lo direbbe mai che d’estate fa caldo? Ad un certo punto dell’anno, vedrete, che il problema più urgente che la nostra intellighenzia politico – giornalaia dovrà risolvere sarà l’importanza del presepe. Capisco che inizia l’anno scolastico quando d’improvviso, ogni anno, si ritorna a parlare dell’importanza del latino. Ci sono undici mesi all’anno in cui del latino, del liceo classico e della licealità in genere non interessa a nessuno (ma poi, perché questa discriminazione nei confronti del greco? Che v’ha fatto il greco che non lo prendete in considerazione?), ma quando arriva metà settembre viene fuori l’esimio pedagogista e intellettuale che è dentro di noi (in precedenza debitamente seppellito sotto poderosi studi dal titolo Fenomenologia del trattore in tangenziale; Scie kimike e dialettica trascendentale; Se proprio dobbiamo vaccinare qualcuno, iniziamo con i vegani; I-phone per lei; risvoltino per lui. Teoria e pratica dell’emancipazione femminile) per cui d’improvviso «semo tutti latinisti», «‘sto latinorum è vecchio», «ma che stamo ancora a rosa rosae?».

Adesso so con certezza che ottobre sta finendo e inizia novembre perché puntualmente L’Espresso (in reltà c’è alternanza: un anno l’Espresso, un anno la Repubblica) ha pubblicato il suo articolo sull’ora di religione che non serve a nessuno. I toni sono apocalittici e solenni, come si conviene al tema. E ricalcano la presentazione che pretende di essere oggettiva di questo servizio televisivo.

Secondo il giornalista, infatti, c’è una piccola e silenziosa rivoluzione che si sta realizzando le cui dimensioni sono chiare quanto i numeri da cui è sancita: in 20 anni (dal 1998) siamo passati niente di meno che dal 6,6% al 12,2% di alunni che scelgono di non fare religione. Nelle scuole superiori, addirittura, non frequenta il 18,4% degli studenti con oscillazioni significative tra gli istituti professionali che sono al 23,1% e i licei che sono incredibilmente sottomedia (ma come si permettono? È evidente che questa media in controtendenza con il dato nazionale è direttamente collegata al discorso sull’inutilità del latino!) con il 15,6%.

Questi dati “allarmanti” richiedono una riflessione.

I numeri (l’ideologia dell’oggettività della rappresentazione quantitativa) oggi sono un moloch intoccabile. Sembra che la verità sia tutta nei numeri. Eppure essi sono solo un elemento descrittivo di una realtà veramente più complessa. Un esempio? Prendiamo la percentuale indicata dall’articolo, il 18,4% di non avvalentesi nelle superiori. Che significa? Significa che l’81,6% di studenti frequenta l’ora di religione. Qual è il numero più significativo? Posso sbagliarmi. Di matematica notoriamente non c’ho mai capito nulla. Però, di fronte all’allettante e libera scelta di entrare un’ora dopo, o uscire un’ora prima da scuola o essere muniti di un cartellino e uscire dalla scuola per non fare nulla, l’81,6% dei ragazzi sceglie di restare in classe a sorbirsi questa pericolosa, superstiziosa e pallosa ora di religione. Proviamo a tradurre questa percentuale. In una classe composta da 25 alunni, il 18,4% dei non avvalentesi significa un numero che va tra i 4 e i 5. Su 25 ragazzi, 20 restano in classe e 5 (arrotondando per eccesso) fanno altro. Io non capisco niente di matematica, ma così, a naso, mi verrebbe di fare una considerazione diametralmente opposta a quella dell’articolo. Se rendessimo facoltative Matematica, Italiano, Storia, Fisica, Chimica siamo sicuri che la soglia di frequenza sarebbe superiore a quella di Religione?

I numeri, da soli, non dicono tutto. Parliamo del mio caso. Quest’anno gli studenti delle mie classi sono 419. Di essi, 101 non si avvalgono dell’insegnamento della religione (per una percentuale di avvalentesi del 75,9%. A margine, nei tre anni precedenti la percentuale è stata: 2013/2014: 58,8%; 2014/2015: 60,8%; 2015/2016: 68,3%). Di questi 101 ragazzi una decina, pur avendo scelto di non fare religione, rimangono in classe (per pigrizia o per distrazione a suo tempo non hanno fatto presente in segreteria che avrebbero voluto fare religione). Ufficialmente, 3 ragazzi faranno materia alternativa; 36 ragazzi hanno scelto lo studio individuale; 62 entrata posticipata, uscita dalla classe o anticipata. Quindi, ben oltre il 60% dei ragazzi che non fa religione, semplicemente non fa scuola, ma sceglie di fare un’ora in meno alla settimana. Il che significa che se fai la scelta di rimanere (anche per studiare, sia chiaro) devi avere una forte motivazione.

Non basta dire, quindi, che c’è gente che non si avvale di religione. Piuttosto, occorrerebbe dire che c’è molta gente che, potendo scegliere, non si avvale della scuola. Ed è una cosa che colleghi e genitori conoscono benissimo: ogni volta che si convoca un consiglio di classe, inizia una litania di lamentele nei confronti di ragazzi che non sono interessati, non studiano e fanno altro durante la lezione. Così come ogni volta i docenti devono affrontare le solite domande: «ma a che serve studiare Dante? Ma a che serve la storia? Ma una volta apprese le operazioni utili per tutti i giorni, a che serve sta matematica?». L’elenco, tristemente lungo, è allora la spia di qualcosa di più profondo, ossia della tecnicizzazione della scuola. Ha senso solo quello che può essere utile. Il resto non ha senso.

I numeri, infatti, non solo non dicono tutto. Spesso non dicono niente. L’ora di religione è uno dei campi in cui si sta giocando una partita politica importante. E non la classica storia dell’ingerenza della chiesa cattolica sullo stato italiano (che è una meravigliosa foglia di fico dietro la quale si può fare tutto quello che vuole, tanto nessuno se ne accorgerà. Il nemico brutto, sporco e cattivo, infatti, c’è già e sono la Chiesa italiana, i suoi cardinali che abitano in attici esclusivi e i preti dalla dubbia identità sessuale, ma certamente pedofili). È la partita della trasformazione della scuola italiana a misura di esigenze tecnocratiche ed economiche, tutt’altro che liberali, e che si fondono in maniera naturale con tutte quelle politiche che, negli ultimi vent’anni, hanno mirato al sistematico smantellamento dello stato sociale, del mondo del lavoro, della sanità. Legge 170, alternanza scuola-lavoro, piano di formazione obbligatoria dei docenti italiani, sperimentazioni didattiche spericolate (flipped classroom senza equilibrio e, tra l’altro, senza strumentazione), insistenza sulla scuola delle competenze (che però non solo quelle disciplinari, ma competenze ad cazzum per utilizzare un latinismo… poi uno dice che il latino è inutile) marginalizzazione delle discipline umanistiche (filosofia, storia, letteratura, storia dell’arte e religione) e tecnicizzazione delle discipline scientifiche, eliminazione del Diritto (giusto per dire: chi facendo il saputello e l’alternativo sostiene che bisogna fare educazione civica dà semplicemente fiato alla bocca, parlando senza cognizione di causa e senza conoscere dove sta andando la scuola italiana) sono tutti segnali di una volontà pervicace di eliminare la dimensione critica ed emancipativa della cultura su cui si fonda la scuola, e della scuola pubblica in particolare. Non si va a scuola solo per imparare qualcosa, ma perché, proprio negli anni della formazione personale, la crescita non sia ridotta semplicemente a quella fisica e biologica, ma sia integrata, in tutte le sue dimensioni (affettiva, intellettuale, emotiva e, perché no?, intendendoci previamente sul significato, spirituale). E devono imparare che essere autonomi e pensare con la propria testa non significa essere cialtroni. La scuola mira alla formazione di un pensiero critico che possa permettere al ragazzo di farsi carico del bagaglio tecnico e culturale in cui sono immersi e poterlo poi declinare rispetto alla sua vita e alla vita civile, culturale e politica in cui è inserito. Ma questo pensiero critico ha a che fare con l’impegno, la serietà (da non scambiare per la tristezza musona), la fedeltà ai propri impegni, l’autenticità (per esempio, credo che questo sia uno dei problemi dei nostri ragazzi. Non sono autentici. Oltre che omologati acriticamente a quello che passa il convento della società, fanno fatica ad essere sinceri: con se stessi, prima di tutto, ma anche con l’altro. Per cui: non ho fatto i compiti, ma li ho fatti; ho detto una cazzata, ma non l’ho detta; il prof ha ragione, ma anche no). Questo compito si scontra innanzitutto con la semplificazione, con la disneyficazione secondo la felice espressione di un docente italiano che vive negli Stati Uniti, della società contemporanea che tende a mantenere il ragazzo in una logica binaria (a favore o contro) senza analitica, riducendo le sue capacità espressiva a semplici fonemi estemporanei (Un esempio: lezione di italiano sulla biodiversità in una classe quarta di un liceo delle scienze applicate. Che cos’è la biodiversità? chiede il docente. Risposta di uno studente: «… le api…». Di fronte all’incoraggiamento del docente a dare corpo ed espressione alla semplice parola, anche lui è piombato nel mutismo da cui erano affetti già tutti gli altri compagni, nella convinzione, però, di aver dato una risposta corretta e di aver subito un’ingiustizia da parte del prof). Scriveva don Milani: «ogni parola non imparata oggi, è un calcio in culo domani». In un periodo dominato da una surreale discussione ideologica sul referendum costituzionale, la vera resistenza si gioca sui tavoli dell’istruzione, del lavoro, delle politiche economiche. L’annuale attacco all’ora di religione non è solo ideologico, ma è un’aggressione ad un’idea di scuola che si vuole cambiare, iniziando da quell’elemento che, nonostante i numeri, viene fatto passare per l’anello debole della catena. È solo questione di tempo. Si inizia con la religione, ma prima o poi toccherà anche agli altri.

PS: Se per l’Espresso, la perdita del 6% dell’avvalenza in 20 anni è una piccola e silenziosa rivoluzione che dice l’inutilità dell’insegnamento della religione a scuola, cosa significa, invece, il crollo del 36,30% (dati Audipress) dei propri lettori registrato tra il 2007 e il 2015?