Il cinquecentenario della nascita di Giovanni Calvino: per conoscere la figura del riformatore di Ginevra

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /07 /2009 - 16:43 pm | Permalink
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Quando si cerca di valutare l’opera di Giovanni Calvino, l’attenzione si sofferma abitualmente sulla persecuzione degli eretici compiuta dal riformatore francese a Ginevra – sono noti, fra gli altri, i casi di Miguel Servet, Valentino Gentile, Sébastien Castellion, Jérome Bolsec, Jacques Gruet, o delle “centinaia di povere donne (spesso procuratrici di aborti), che Calvino ha fatto bruciare” (Franco Cardini su La stampa del 3 luglio 2009) – oppure sulla riforma da lui propugnata volta a trasformare la città in un luogo dove una certa morale governasse la vita pubblica, attraverso il controllo degli eventi privati e familiari, fino all’abolizione di ogni svago lascivo e, persino, del gioco delle carte.
Due recenti articoli pubblicati da L’Osservatore Romano, nel cinquecentesimo anniversario della nascita di Calvino, cercano di allargare lo sguardo per far meglio conoscere il riformatore ginevrino.
Il Centro culturale Gli scritti (30/72009)



A cinquecento anni dalla nascita di Giovanni Calvino. L'uomo di fronte all'incomprensibile volontà divina
di Jean-Blaise Fellay


Anticipiamo ampi stralci di uno degli articoli che saranno pubblicati nel prossimo numero de "La Civiltà Cattolica".


Non si comprende nulla del XVI secolo europeo, se si trascura l'incredibile passione religiosa che animava tutti i gruppi religiosi, protestanti, cattolici, eretici di ogni tipo. I polemisti cattolici avevano torto nel denunciare problematiche troppo umane nell'opera di Calvino. Ciò che lo appassiona è Dio, la sua gloria e la sua grandezza: Soli Deo gloria. Tale convinzione costituisce la grandezza e insieme la problematica del calvinismo.

La teologia del XV secolo si sforza di sottolineare la potenza assoluta di Dio e la sua sovrana libertà. Al contrario, la condizione umana è segnata dal tragico. La peste nera, che, nei suoi attacchi regolari, può portar via la metà della popolazione di una città o di un villaggio, conferisce alla pietà una dimensione funebre. Si moltiplicano le danze dei morti, le cappelle funerarie, le messe per i defunti.

Questa tensione non risparmia i religiosi. Nel suo convento degli eremiti di sant'Agostino, a Erfurt in Germania, fratel Martin Lutero ne è tormentato, nonostante una vita molto austera. Ne è liberato in occasione di un'esperienza spirituale nella quale comprende tutta la portata di una parola di san Paolo nella Lettera ai romani: l'uomo è salvato soltanto dalla Fede, non dalle opere (cfr. 3, 28). La Fede, cioè avere fiducia nella misericordia divina, è tutto ciò che viene chiesto all'uomo di fare e tutto ciò che egli può realizzare.

Questo inizio del XVI secolo è dominato dalla teologia agostiniana e dalla lettura che Lutero fa della Lettera ai romani di san Paolo. Dopo il peccato di Adamo l'uomo è completamente corrotto ed è incapace di qualunque azione meritoria; soltanto la grazia può salvarlo. Credere nella misericordia divina e nell'azione esclusiva di Dio: questa è la Fede, questo è il Vangelo per Martin Lutero. Si è detto che il primo Lutero si domandava: come posso essere salvato? Zwingli, parroco di città, si inquietava: come riformare la mia parrocchia? E Calvino, giurista di formazione, e che non è mai stato prete, si diceva: come realizzare una città cristiana? È ciò a cui intende dedicarsi. "Prima del mio arrivo a Ginevra - dice sul letto di morte - non c'era alcuna riforma, si predicava appena un po'. (...) Non basta che ogni cittadino sia cristiano, ma bisogna che anche lo Stato lo diventi". Calvino organizza il controllo della città: una professione di fede che tutti gli abitanti devono sottoscrivere, e il concistoro, nel quale siedono pastori e magistrati. Essi sorvegliano l'ortodossia religiosa, le abitudini, i divertimenti e le forme di pietà degli abitanti. Ginevra diventa una città-Chiesa, dedita al servizio e alla gloria di Dio, un centro internazionale di esportazione ideologica.

Le stamperie, numerose, pubblicano Bibbie e opere teologiche. L'accademia forma pastori per tutta l'Europa: si pensi a un migliaio di studenti di teologia in una città di circa quindicimila abitanti. "Mandatemi del legno, e io vi manderò delle frecce", dice il riformatore alle Chiese della diaspora. Ciò procura a Ginevra un grande prestigio e suscita ammirazioni ed esecrazioni.

Al di là dell'importanza attribuita alla collaborazione tra la Chiesa e lo Stato, la principale caratteristica del calvinismo è la teologia della doppia predestinazione. Ancor prima della creazione del mondo, Dio ha predestinato una maggioranza di uomini alla dannazione e una minoranza alla salvezza. Tutto ciò contribuisce alla sua gloria, poiché si mostra sommamente giusto punendo il peccato dei cattivi e sommamente misericordioso salvando gli eletti.

Parzialità urtante? Nell'Institution chrétienne Calvino risponde a chi gli obietta: "Perché Dio si sdegna contro le sue creature che non lo hanno provocato con alcuna offesa, poiché perdere e rovinare chi gli pare si addice più alla crudeltà di un tiranno che alla rettitudine di un giudice. Sembra dunque che gli uomini abbiano buoni motivi per lamentarsi di Dio se, per suo volere e senza loro colpa, sono predestinati alla morte eterna". La sua risposta a questa interpretazione è semplice: Dio non fa nulla di ingiusto, poiché la sua volontà è la regola suprema di ogni giustizia. È temerario interrogarsi sulle cause della volontà di Dio, "visto che essa è, e a buon diritto deve essere, la causa di tutte le cose che si fanno, (...) poiché la volontà di Dio è talmente la regola suprema e sovrana di giustizia, che tutto ciò che egli vuole bisogna tenerlo per giusto, poiché lo vuole lui". È l'espressione della libertà totale e sovrana della volontà divina, anche rispetto alle concezioni umane del bene e del male.

Questa teologia suscita riserve nelle Chiese sorelle e indignazione anche a Ginevra. Jérôme Bolsec, un ex-carmelitano passato alla Riforma, aderisce a questa dottrina. Arrestato, è scacciato dalla città nel 1551. Le autorità, con una decisione del Consiglio del 9 novembre 1552, dichiarano l'Institution chrétienne e il suo autore riferimento ufficiale della città.

Sébastien Castellion, già amico di Calvino, prefetto del collegio, si ribella a sua volta: "Quale uomo vorrebbe generare figli per distruggerli? Se voi che siete cattivi inorridite davanti a questa intenzione, quale empietà è attribuirla a Dio (...) Un Dio buono non può aver creato né con l'odio né per l'odio". Deve rifugiarsi a Basilea, dove è perseguitato dalla tenace esecrazione di Calvino.

Il riformatore, da parte sua, considera la predestinazione come una dottrina "consolante". Bisogna dire che la vede dal punto di vista degli eletti; quando predica sull'argomento, dice "noi". E si può capire che questa immagine di un Dio implacabile verso gli altri e attento ai suoi fedeli infiamma una comunità e le dà una particolare capacità di resistenza.

La dottrina della predestinazione diventa il cuore del calvinismo ortodosso. Dal sinodo di Dordrecht (1618) al Consensus helveticus (1674), la dottrina non fa che consolidarsi. Il capovolgimento ha inizio con il XVIII secolo. La compagnia dei pastori giudica allora che non bisogna più predicare su queste materie "oscure e difficili". Il Consensus è abolito nel 1706, e si rinuncia a chiedere ai pastori di sottoscrivere la professione di fede obbligatoria prima di salire sul pulpito (1725). È la fine delle professioni di fede ufficiali nella Chiesa protestante di Ginevra.

Era iniziata l'epoca dei Lumi, e il Dio della predestinazione acquista un volto di parzialità e di arbitrio intollerabili. Tre anni più tardi (1728), Jean-Jacques Rousseau fugge dalla città, poi si converte al cattolicesimo e sviluppa un'antropologia che rifiuta il peccato originale e difende la bontà originaria dell'essere umano. In una spiritualità naturalista e insieme evangelica, vede in Gesù un modello di umanità. Il male viene dalla società e dalla civiltà. Bisogna ascoltare la coscienza personale, luogo di espressione del divino. Essa sola apre la via alla virtù e alla felicità. Kant vede in Rousseau il Newton della morale: ha capovolto la teologia come Newton ha sconvolto la fisica. Si congratula con l'autore de La professione di fede del vicario savoiardo per la presentazione di un Dio che "preferisce infinitamente l'uomo di buona volontà all'eletto".

Nessuno oserebbe ancora parlare di servo arbitrio, di grazia invincibile, di predestinazione eterna, e soprattutto della disuguaglianza più radicale che ci sia, quella che separa gli eletti dai dannati: una differenza irrevocabile, eterna e voluta da Dio. Questa presa di distanza riguarda anche i riformati svizzeri. Nell'Encyclopédie d'Yverdon (1770-1780) Elie Bertrand scrive a proposito dei calvinisti: "Senza dubbio Calvino è per loro un dottore rispettabile (...), ma non è affatto un dottore infallibile né un maestro da seguire senza esame". Questa idea di libero esame e di tolleranza assume, in molti teologi riformati, il valore di un dogma centrale. Così Samuel Vincent (1787-1837) dichiara: "Il fondo del protestantesimo è il Vangelo; la sua forma è la libertà di esame".

A Ginevra stessa Jean-Jacques Caton Chenevière (1783-1871), professore all'Accademia, sostiene il dogma della Trinità, la divinità di Cristo, l'idea di redenzione, ma rifiuta, nei suoi Essais théologiques, il peccato originale e la predestinazione. Vuole una religione conforme alla ragione, nega la legittimità delle professioni di fede e si sforza di dimostrare che esse sono il contrario dello spirito protestante, che è quello del libero esame. Di fatto, l'evoluzione dei tempi ha corroso i princìpi di base posti da Lutero: la sola Fede, a cui si sono aggiunti le professioni di Fede, lo Stato confessionale e la sua spada, la sola grazia; poi il moralismo, il pietismo, il metodismo, l'evangelismo; il solo Cristo, poi le Chiese di Stato, le alleanze politiche e militari, la sola Bibbia, poi le scuole di interpretazione, lo scientismo, lo storicismo.

Il cuore del protestantesimo diventa il rifiuto di una mentalità caratterizzata da autorità e tradizione, identificata con il cattolicesimo, per diventare l'arte di giudicare e di criticare con tutti i mezzi della scienza e della ragione. È il programma del protestantesimo liberale, ma naturalmente non è del tutto quello di Calvino. Di fatto, il regno dell'esegesi storico-critica ha gravemente colpito l'autorità magisteriale della Bibbia. Il testo non è che il testimone di posizioni storicamente datate, in un libro che non è che la raccolta di opere disparate, con teologie a volte contraddittorie.

Nonostante gli sforzi dei biografi come Doumergue o Merle d'Aubigné, la distanza dalle tesi calviniste ha continuato a crescere. Si attribuiscono a Calvino valori più o meno anacronistici, come un orientamento verso la democrazia, il capitalismo o la libertà di coscienza. Sarebbe meglio prenderlo com'è, inserito nel suo secolo, con una concezione estremamente forte dell'onnipotenza divina e la capacità di sopportarne l'odiosità.

Uno dei temi fondamentali della predicazione di Gesù è quello dei piccoli, dei poveri e dei perseguitati come amici di Dio. Per Maurice Zundel la povertà divina è al cuore della teologia: essa traccia i limiti che si dà volontariamente l'amore del Padre nella sua relazione con la fragilità umana. È una spiritualità che ha ispirato santi contemporanei, come Madre Teresa, l'Abbé Pierre, suor Emmanuelle. Ma non mescoliamo troppo le epoche, facciamo le nostre scelte teologiche e non riscriviamo la storia.


(©L'Osservatore Romano - 7 febbraio 209)


Il riformatore che disincarnò l'Incarnazione, di Alain Besançon
Nella Pléiade le opere di Calvino a cinquecento anni dalla nascita



Pochi francesi hanno lasciato un'impronta duratura, visibile e riconosciuta sulla faccia della terra. Non penso a quelli che hanno lanciato una moda intellettuale e artistica, perché ce ne sono molti. E neppure a quelli che fanno parte dei classici dell'umanità, come Montaigne, Pascal, Balzac, Cézanne e molti altri.

Penso solo a quanti hanno spinto una parte dell'umanità europea a deviare dal suo cammino storico abituale, che hanno avuto la forza di imprimerle un'altra direzione. Non ne vedo che due: Rousseau, senza dubbio, che ha rimodellato il XIX secolo, e anche il XX, ma ancora di più Calvino (10 luglio 1509 - 27 maggio 1564). Proprio perché era straordinario, non c'era finora nella collezione più apprezzata dei classici francesi un volume di Calvino. L'opera completa di Rousseau è stata pubblicata da tempo. Lutero ha già un volume. Ecco dunque finalmente Calvino nella Pléiade (Calvin, Oeuvres, édition établie par Francis Higman et Bernard Roussel, Paris, Gallimard, 2009, pagine 1432, euro 45).

Si è potuto sostenere che senza Calvino la riforma luterana sarebbe rimasta una questione tedesca e a lungo andare avrebbe potuto essere riassorbita. Dopo tutto l'offensiva cattolica, all'inizio del XVII secolo aveva già ristabilito la gerarchia nei porti del Baltico, appena prima della fulminea controffensiva svedese, sovvenzionata da Richelieu. Ci furono riavvicinamenti per tutto il XVII secolo. Bossuet e Leibniz li sognavano, Bach non aveva problemi a mettere in musica messe. Nulla di simile con i calvinisti, severamente separati, come da un muro.

Fu piuttosto sotto la forma calvinista che sotto quella luterana che la Riforma avanzò in Polonia e in Ungheria. In Francia il partito calvinista arrivò quasi a impadronirsi dello Stato monarchico, e anche dopo la notte di San Bartolomeo, che lo decapitò, poté ancora sostenere trent'anni di guerra e non fu mai eliminato.

La forza del calvinismo sta nell'avere diffuso il suo modello di cristianesimo nelle aree più progredite, l'Olanda, la parte più dinamica dell'Inghilterra, la Scozia, e infine, e soprattutto, gli Stati Uniti. In Olanda, mi diceva un collega che vi ha vissuto a lungo e che ha ascoltato dal Nunzio questa battuta, il paesaggio religioso oggi è diviso tra i calvinisti protestanti, i calvinisti cattolici, i calvinisti ebrei, i calvinisti liberi pensatori. Tanto è profonda l'impronta lasciata dal riformatore francese.

Non entrerò nell'immensa letteratura a lui dedicata. Tutt'al più vorrei sfatare alcuni pregiudizi comuni. Data la violenza delle polemiche rivolte contro di lui, non è inutile affermare che Calvino è un cristiano. Egli aderisce pienamente ai simboli di Nicea e di Costantinopoli. Professa di credere nella Chiesa una, santa, cattolica (preferisce dire universale) e apostolica. Crede nella Trinità, al peccato originale e a quello attuale, alla salvezza attraverso Gesù Cristo. Sebbene non voglia che si preghi la Madre di Dio, la onora e crede fermamente alla sua verginità perpetua. Mantiene due sacramenti, il Battesimo e la Cena. Contrariamente a ciò che a volte si dice, crede nella presenza reale, anche se non ammette la concezione cattolica della transustanziazione.

In materia dogmatica, Calvino, di una generazione più giovane di Lutero, è un luterano, puro e semplice. A Strasburgo, in ambito riformato, dove ha acquisito le sue convinzioni definitive, ha aderito pienamente, e senza nulla cambiare, ai due principi della giustificazione per fede, (sola fide, sola gratia) e della sovranità della Bibbia (sola scriptura). Sono due principi che il concilio di Trento, troppo tardi, purtroppo, poiché la rottura era già avvenuta, ha riconosciuto che potevano essere accolti nell'ortodossia.

Se vi è un punto a partire dal quale si percepisce meglio che Calvino si discosta dalla tradizione cattolica, e va persino più lontano di Lutero, è il suo iconoclasmo determinato che non immaginava potesse essere alla radice di una divergenza grave. Non sopportava il coacervo di tutto quello che si era accumulato nelle chiese del suo tempo, immagini troppo venerate, reliquie dubbie, nelle quali vedeva non senza ragione una ricaduta nell'idolatria. Ma facendo profonda pulizia nei templi, e, nello stesso tempo, tagliando nel folto delle tradizioni dogmatiche, espellendo il vasto magma delle devozioni popolari, non credo che si sia reso conto di alterare il dogma dell'Incarnazione, che, tuttavia, non cessava di professare in modo sincero. Lo spingeva verso l'astrazione, lo estenuava. Lo intellettualizzava. Disincarnava l'Incarnazione.

Nell'Istituzione cristiana, lo espone more geometrico. S'inseriva così nella grande corrente dell'individualizzazione del rapporto con Dio, sorta all'inizio del XIV secolo, e che non ha smesso di affermarsi fino a oggi. Individualismo, rapporto personale, autonomo, con Dio, la società, lo Stato, la Legge: è con tutta la modernità che Calvino era anticipatamente in sintonia. E pure con la razionalizzazione, sebbene vi fosse in lui anche un'alta ispirazione mistica (cfr. C.A. Keller, Calvin mystique, 2001). Da parte mia credo che questa sia molto forte, sebbene Calvino diffidi di essa e la nasconda il più possibile. Io la percepisco persino in Kant.

Lutero era stato incapace di fondare una vera Chiesa. Ne aveva affidato la guida ai principi. Nella sua speranza di far nascere una cristianità più pura e più perfetta di quella con la quale rompeva, riteneva che il principe cristiano avrebbe potuto esserne il "vescovo naturale". Calvino non condivide questa illusione. Egli fonda un sistema ecclesiale compenetrato nella società civile e allo stesso tempo sufficientemente indipendente, sottoposto da un lato al magistrato legittimo, ma dall'altro, capace di tenerlo a distanza e di influenzarlo. L'organizzazione calvinista è una creazione geniale. Essa è capace di adattarsi alla monarchia, spingendola verso l'accettazione della rappresentanza; al patriziato delle città moderne, il suo ambito favorito; alle repubbliche aristocratiche; alle repubbliche democratiche. Resiste agilmente a tutti i cambiamenti e le rivoluzioni della modernità. La sua superiorità storica - voglio dire la sua efficacia - è patente, paragonata alla rigidità autoritaria del mondo luterano. E naturalmente paragonata all'immensa, alla complessa, all'antica organizzazione cattolica, così difficile da muovere.

Nella dottrina calvinista c'è un punto celebre, la predestinazione. Suppone che Dio assegni liberamente ogni uomo alla salvezza o alla condanna, ancor prima del peccato originale che lo ha radicalmente corrotto e che gli fa meritare, con tutti gli altri, in piena giustizia, la dannazione eterna. Dottrina che Calvino stesso giudicava "dura". Ma bisogna intenderla, da parte del cristiano che vi aderisce, come un affidarsi con totale fiducia a Dio. Come una pienezza dell'abbandono alla provvidenza divina. Di modo che, una volta compiuto questo passo supremo dell'atto di fede, il fedele sente e sa di far parte dei predestinati alla salvezza.

Superata questa prova, che si può paragonare a quella di Abramo al momento di sacrificare suo figlio, il calvinista si sente in possesso della sua salvezza. È ormai tranquillo. Può e deve occuparsi della santificazione del mondo alla quale è chiamato, con un sentimento di riconoscenza dovuta e fervente a quel Dio che l'ha salvato gratuitamente. È un'occupazione a tempo pieno che non lascia troppo spazio all'arte e alla speculazione.

Lutero confondeva la giustificazione e la santificazione, Calvino le distingue e le ordina l'una all'altra. La dottrina della predestinazione supralapsaria ("precedente la caduta") è stata ormai abbandonata dalla maggior parte delle comunità della tradizione calvinista, ma non da tutte. La confortante certitudo salutis è sempre lì.

Ritorniamo ora all'edizione che ci propone la Pléiade. Nella bibliografia noto che la sola edizione completa delle opere di Calvino è quella pubblicata in Germania fra il 1863 e il 1990, in non meno di 52 volumi. I grandi riformatori non scioperavano. Un'altra edizione è in corso dal 1992 presso Droz. Le edizioni scelte in francese non hanno l'aria di essere numerose, e neppure abbondanti.

Una decisione meraviglia. Non si trova nella Pléiade il testo più classico di Calvino, l'Istituzione della religione cristiana, né quello del 1536 in latino - Calvino ha ventisei anni - e neppure quello del 1541 in francese. Calvino rielaborò la propria opera fino alla sua morte. Le edizioni correnti che ci si può procurare oggi, e che non sono critiche, si fondano su quella del 1560. Se la Pléiade non ha ritenuto utile pubblicare il compendium canonico del pensiero calvinista, è, suppongo, perché lo si può trovare facilmente altrove. Non include neppure un altro testo fondamentale, ossia il Catechismo detto di Ginevra, pubblicato in francese nel 1542. Il volume, forse il più raro che ho fra le mani, è stato pubblicato in Sud Africa, dove si è conservato il calvinismo più rigoroso.

L'interesse degli editori, Francis Higman e Bernard Roussel, non sembra centrato sulla teologia di Calvino, ma sulla sua persona, il suo pensiero, la sua vita, il suo stile. La loro prefazione è un modello di concisione e di precisione. Essi hanno trovato il modo di risolvere in poche righe il problema lasciato da Max Weber. Offrono una interpretazione convincente sulla natura del regime ginevrino, non così teocratico come si crede, visto che i magistrati civili mantenevano il controllo. Sulla presunta "cattiveria" di Calvino. Sulla lingua e sulla grafia, adottata in questa edizione. Trung Tran dà tutte le spiegazioni necessarie. Le note abbondanti, erudite, necessarie, occupano un terzo del volume.

La materia è suddivisa così. Je n'ai pas cherché à plaire ("Non ho cercato di piacere") riunisce le prime lettere di Calvino (a Louis du Tillet, e in particolare a Sadoleto) che danno un'idea della sua formazione e del suo carattere dalla sua nascita in Piccardia ai suoi studi di diritto all'università di Orléans. Segue una selezione di commenti biblici. Calvino ha commentato instancabilmente le Scritture. Pronunciava circa 250 sermoni all'anno, che duravano ognuno un'ora abbondante e che sono per la maggior parte spiegazioni bibliche. Sulla dottrina: l'Istituzione e il Catechismo sono sostituiti da altri testi, come il Piccolo trattato della santa Cena, la Dichiarazione per mantenere la vera fede, la Breve risoluzione sui sacramenti.

Calvino ha lottato su tutti i fronti. Contro i papisti, soprattutto, ma anche contro i "nicodemiti" (quelli che cercavano un compromesso con Roma) e contro i battisti. La fede battista è quella che viene chiamata "riforma radicale", quella che fa a meno di un'organizzazione ad ampio raggio d'azione e di pastori regolarmente ordinati. I battisti furono oggetto nel secolo della Riforma di una caccia spietata a cui parteciparono protestanti e cattolici. Nonostante questi massacri spaventosi, li ritroviamo oggi in piena forma negli Stati Uniti, dove il loro numero supera di gran lunga quello di tutte le altre denominazioni protestanti, calvinisti compresi. Hanno conservato vive la logica e l'essenza dello spirito calvinista.

Il volume termina con gli ultimi scritti testamentari di Calvino. Come si sa, volle essere seppellito in modo così discreto e semplice che non si sa dove si trovi esattamente la sua tomba nel cimitero di Ginevra. Come Mosè.

Lo studio sulla lingua di Calvino occupa un grande spazio in questo volume. A buon diritto. L'ho praticata un po'. Ho fatto un po' fatica a entrarvi, ma poi sono stato affascinato da questa lingua marmorea, atemporale. Eccone i principi, da Calvino stesso esposti nel suo Trattato contro gli anabattisti: "Esporre e dedurre le materie distintamente e con un certo ordine, chiarire un punto dopo l'altro. Soppesare bene e guardare da vicino le frasi della scrittura per estrarne il senso vero e naturale. Servirsi di una semplicità e rotondità di parola che non sia lontana dal linguaggio comune. Io cerco di disporre in ordine ciò che dico, al fine di permetterne una più chiara e più facile comprensione". Era una novità. All'epoca, tutti ammiravano lo stile di Calvino, il suo "miele", anche se, per i cattolici, era un miele "avvelenato". Quello che mi colpisce è che il programma retorico di Calvino precede e annuncia il programma metodologico di Cartesio. Siamo nello stesso clima di pensiero.

Un clima francese abbastanza tipico, o piuttosto uno dei climi francesi. Rousseau, l'altro autore decisivo, è di un altro clima.


(©L'Osservatore Romano 3 luglio 2009)