La Fase 2. Questioni liturgiche. Prime note, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /05 /2020 - 00:17 am | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Liturgia e Catechesi e annuncio.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2020)

***Scelgo di scrivere cose a lungo pensate nel momento in cui è in atto l'importante discussione CEI-Governo. Ciò – lo dichiaro apertamente – mi permette di sorvolare su tale questione ed, invece, puntare su ciò che mi sembra comunque importante nel tempo della Fase 2 che pronostico lungo, pur sperando di sbagliarmi.

Seguiranno ulteriori note liturgiche: queste prime non vogliono assolutamente essere esaustive. Intendono, invece, porre all’attenzione, in vista di un dibattito più ampio, ciò che può altrimenti restare in ombra sui social e sui media.

1/ Santa Chiara patrona della televisione, papa Francesco e fratel Charles de Foucauld che celebrava solo nel Sahara

Premetto una questione spesso ignota a chi si occupa di Francesco d’Assisi. Santa Chiara, nel 1252, un anno prima di morire – aveva allora 58 anni – pur essendo molto amata, venne lasciata sola nella notte di Natale, poiché le sorelle corsero tutte alla celebrazione della liturgia eucaristica della Porziuncola (l'ho imparato perché sono stato vice-parroco nella parrocchia di Santa Chiara in Roma!).

Pregò ed ottenne di “vedere” e udire miracolosamente la messa celebrata dai frati a Santa Maria degli angeli, nonostante le consorelle l’avessero dimenticata poiché, malata, non poteva ormai più muoversi (fu Pio XII a dichiararla patrona della televisione nel 1958 con il breve apostolico Clarius explendescit).

Ogni ripresa televisiva è virtuale, ben prima delle dirette in streaming e la televisione è stata affidata a Chiara, la minore, sorella di Francesco d’Assisi.

Papa Francesco, nella sua sapienza, ha scelto ben prima del coronavirus, fin dall’inizio del suo pontificato, di affidare alla messa quotidiana del mattino un ruolo di evangelizzazione. Le sue omelie del mattino, mai scritte da segretari come sono invece moltissimi dei suoi discorsi, sgorgano dal profondo del suo animo e raggiungono i cuori. Moltissime testate in tutto il mondo, di sinistra, di destra e di centro, ne riprendono i passaggi principali: proprio al servizio dell’omelia ripresa in diretta o in differita egli ha voluto affidare il compito di proclamare ciò che a lui, in quanto successore di Pietro, sta più a cuore.

In tempi di coronavirus tale servizio è stato solo accentuato e sono moltissime le persone che iniziano la giornata partecipando alla messa dalla Cappella Santa Marta o la guardano in differita subito dopo.
Testimonianza e intuizione che debbono fare riflettere.

Si noti bene. In entrambi i casi, nel medioevo e oggi a San Pietro, non si tratta di virtualità, ma di realtà trasmessa virtualmente. L’eucarestia è necessaria alla terra anche se non tutti potessero mangiarne.

Questa è la fede della chiesa che la offre anche per chi è in cielo non ancora santo e la offre per i vivi in terra. Mi torna spesso in mente l’esperienza di fratel Charles de Foucauld che celebrava nel Sahara proprio perché voleva che ci fosse lì l’eucarestia, sapendo che era l’unico prete presente in quei luoghi e Cristo era così presente tramite la sua celebrazione. Scrive, infatti:

«Nostro Signore ha fretta. La sua vita nascosta di Nazareth, così povera, meschina e raccolta, non è imitata. Lo scopo di ogni vita umana, dovrebbe essere l'adorazione della Santa Ostia. Il Sahara, otto o dieci volte più esteso della Francia, è più popolato di quel che si creda, e possiede tredici sacerdoti. Nell'interno del Marocco, grande come la Francia è popolato da circa otto o dieci milioni di uomini, non c'è nemmeno un sacerdote, non c'è un solo Tabernacolo né un altare» (da http://www.clerus.org/…/200…/12-2/CHARLESDEFOUCAULD.rtf.html).

Aveva avuto la dispensa, allora necessaria, per poter celebrare senza nemmeno un ministrante (che era allora indispensabile per le celebrazioni). Ma non era solo, l’intera chiesa celeste e terrestre era con lui ed egli intercedeva realmente per l’intero Sahara.

2/ La confessione e la comunione pasquali

È tradizione antichissima che a tutti i cristiani sia donato - e chiesto – di confessarsi a Pasqua, al punto che il Codice di Diritto Canonico lo prescrive (CJC 920). Il Diritto Canonico precisa anche che tale disposizione non riguarda il giorno stesso della Pasqua, ma l’intero tempo di Pasqua, per cui ogni credente si confessa e partecipa della Comunione almeno nel tempo che va da Pasqua a Pentecoste.

Anche quando le chiese saranno riaperte per la messa, è ragionevole pensare che molti credenti, soprattutto nelle regioni più infestate ma non solo, non vi si recheranno.

Ebbene non sarebbe il caso di proporre la possibilità di riceve l’assoluzione con una liturgia comunitaria celebrata all’aperto e senza confessione auricolare, con l’impegno di confessarsi poi non appena la pandemia avrà smesso di essere pericolosa e, la successiva settimana, dare la Comunione individualmente, sempre in un luogo all’aperto, a tutti? (su tale possibilità, cfr. CCC 1483).

Lo sguardo di un pastore è sempre quello del grande gregge: come poter donare – e chiedere – a tutti di ricevere la Riconciliazione e la Comunione frutti della Pasqua anche se hanno paura del contagio - ed in alcune regioni una paura più che fondata, al punto che escono di casa per la spesa, come mi ha detto una persona lombarda, una volta ogni 20 giorni, a differenza del centro e del sud della penisola.

3/ La Comunione dei malati di Covid 19 in isolamento negli Ospedali

Si potrebbe invitare gli infermieri e i medici disposti a presentarsi al cappellano ospedaliero per ricevere da lui, in via eccezionale, la possibilità di portare la Comunione a chi rischia di morire, nell’impossibilità che il cappellano stesso si rechi al capezzale per le norme di sicurezza? Potrebbero essere preparati a segnare almeno con la croce tutti i malati nei reparti dove non è permesso né ai parenti, né al cappellano di entrare, a condizione che i parenti siano consenzienti?

Quale preparazione, anche se rapida, si potrebbe pensare per gli infermieri e i medici per incoraggiarli e aiutare a comprendere loro l’altissimo compito che possono svolgere offrendo il Viatico ai malati?

Che consolazione sarebbe sapere di tale benedizione per i cari di coloro che muoiono e che giovamento per la salvezza eterna degli stessi.

Su questa linea è molto bella la testimonianza del vescovo Ricciardi, responsabile per la Pastorale della Salute a Roma, che così ha scritto in una lettera ai medici e infermieri:

«Da vescovo ti chiedo, se ti capita di essere accanto ad un moribondo – se il cappellano è impedito ad entrare in reparto o non può essere raggiunto per telefono – di pregare tu per quella persona, di farle un segno di croce, anche da lontano, e di affidarla a Dio».

Una lettera del vescovo di Brescia, che già abbiamo citato, si è rivolta con espressioni simili agli operatori della sanità.

Infermieri e medici credenti potrebbero, pur non essendo Ministri della Comunione, avere il permesso, previa benedizione del cappellano, di dare la Comunione e portarla con loro nei reparti (si chiama benedizione ad actum; anche io fui inviato in un campo estivo a 18 anni dal mio vice-parroco a portare la comunione ad un amico che si era ammalato ed era in albergo, mentre noi del gruppo giovanile eravamo in tenda).

4/ Quali forme “miste” di liturgia reale abbiamo vissuto, in presenza di quella “virtuale”? Come proseguire con forme “miste” anche in Fase 2?

La liturgia vissuta in Fase 1 non è stata meramente in streaming o virtuale. Nelle famiglie si sono radunate vere e proprie comunità composte da marito, moglie e figli, da nonni e genitori, da studenti fuori sede che “dialogavano” con la liturgia celebrata dai parroci nelle parrocchie.

Non era una sola persona, ma comunità di credenti che dalle case interagivano con la liturgia. Lo si è accentuato quando sono stati compiuti dei veri e propri riti nelle case, come l’Adorazione della Croce, l’accensione dei lumi per la Professione di fede nella Veglia Pasquale, ma anche la Lavanda dei piedi il Giovedì Santo, che ha visto tante famiglie compierla all’interno della stessa liturgia.

Diverse parrocchie sono riuscite tramite Zoom, a far leggere in diretta lettori da casa, di modo che la loro voce proclamante risuonasse sia nell’aula liturgica, sia nelle diverse case collegate tramite i social (conosco personalmente il caso di Sant’Ippolito a Roma).

Gli stessi canti sono stati realizzati, da tali parrocchie, in diretta, anche se a distanza, da musicisti e cantori nelle case, che raggiungevano con la loro voce “in reale diretta” il luogo in cui si celebrava l’eucarestia.

Noi stessi abbiamo sperimentato la celebrazione di quella preghiera che è comunitaria per eccellenza e cioè la liturgia delle ore, con i salmi recitati a due cori, l’uno costituito dai sacerdoti in parrocchia e l’altro dalle voci delle case che all’unisono, anche se senza potersi ascoltare reciprocamente, ripetevano a strofe alterne i versi.

Cosa conservare della Fase 1 e come anzi accentuare tale interazione oltre la Settimana Santa, soprattutto nelle zone più colpite, così come nelle zone che potrebbero essere maggiormente colpite in futuro?

5/ I luoghi della celebrazione

Inoltre, se si vuole facilitare la presenza di fedeli, nella Fase 2, è evidente che una celebrazione all’aperto, ove possibile, rende più sicura la celebrazione, rispetto ad un ambiente chiuso che deve contenere per un’ora intera i suoi partecipanti.

6/ La specificità unica dell’eucarestia, rispetto a qualsivoglia altro raduno assembleare

Non si deve, comunque, dimenticare che la delicatezza della questione eucaristica in tempi di coronavirus ha una sua evidente ragione nell’incredibile avvenimento della liturgia stessa. Merita ricordarlo non tanto per avere elementi per risolvere la questione, ma almeno per comprendere in via di annunzio quanto sia meravigliosa e unica la celebrazione cristiana.

In essa non si tratta solo di “ascoltare” la Parola! Chi, in questi giorni, insiste sul fatto che basterebbe ascoltare la Parola, oltre a non sapere cosa dice da un punto di vista teologico e spirituale, rinnega la sua stessa voce quando gridava che ai separati era necessaria la Comunione sacramentale. Se fosse vero che è sufficiente la Parola, ma allora perché si dovrebbe dare la Comunione?

Il problema “meraviglioso” è che la liturgia cristiana (e solo essa) prevede che un unico – non tanto il sacerdote, ma il Cristo che agisce in lui – possa e debba dare la comunione a tutti, debba letteralmente “dar da mangiare” a tutti.

Già la vicinanza che si attua nella liturgia è assolutamente stupefacente. Non esiste alcun altra forma di rito laico nel quale ci si sieda ogni settimana l’uno a fianco dell’altro, senza nemmeno conoscersi, e si compiano gesti e dicano parole a così poca distanza.

Non esiste celebrazione laica settimanale – i concerti sono eventi annuali e gli stadi almeno d’estate cessano di essere agìti – nella quale si sia “fratelli”, pur non conoscendo gli uni i nomi degli altri.

Ma, nell’eucarestia, c’è molto di più: c’è il mangiare lo stesso pane e, per di più, offerto dallo stesso sacerdote, il Cristo, che a tutti “dà da mangiare”.

Ecco la difficoltà non tanto dello stare seduti a distanza, ma del dover “prendere” dello stesso pane.

Qualsiasi "strumento" si utilizzi, a partire dalle stesse mani, a meno che non si cambi "strumento" per ogni diverso fedele, implica che i successivi si avvicinino a quel pane attraverso quello "strumento" che ha avvicinato le mani del fedele che lo hanno preceduto.

Ripeto: mi interessa sottolineare questo non tanto per risolvere la complessa questione della celebrazione in tempo di pandemia, ma per dire la meravigliosa novità del sacramento donatoci da Gesù: esso non ha eguali nella storia dell’uomo e di ciò bisognerebbe esser coscienti.

Non esiste altro come l’eucarestia nella sua sostanza, come nelle sue forme.