1/ Unorthodox: il coraggio di Esty, un film tutto israeliano da non perdere, di Giovanni Quer 2/ Fuga da New York, la sposa infelice cerca la libertà. 'Unorthodox', un film da non perdere, di Natalia Aspesi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /04 /2020 - 23:06 pm | Permalink
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1/ Unorthodox: il coraggio di Esty, un film tutto israeliano da non perdere, di Giovanni Quer

Riprendiamo dal sito Informazione corretta una recensione di Giovanni Quer (Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv) pubblicata il 2/3/2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Ebraismo e, in particolare, Haredim e modernità: una nuova crisi, di Giovanni Quer, Oltre Meah Shearim. I mille volti dell’ebraismo religioso (a cura di Giorgio Bernardelli) e 1/ Il popolo ebraico è fortemente plurale, ecco la sua composizione, di Ugo Volli 2/ Israele, le tante facce dell’ebraismo. Un dossier della rivista francescana Terrasanta sugli ebrei religiosi di oggi tra stereotipi e realtà, di Giorgio Bernardelli. Sul tema suggeriamo anche il duro film di Amos Gitai, Kadosh.

Il Centro culturale Gli scritti (13/4/2020)

La serie TV “Unorthodox” racconta la storia di Esty, una ragazza nata nella comunità hassidica Satmar a New York, che dopo il matrimonio lascia il marito per raggiungere la madre a Berlino, dove vuole intraprendere gli studi di musica.

I quattro episodi hanno messo in pellicola il libro di Deborah Feldman, uscita dalla comunità Satmar per stabilirsi a Berlino. Esty ha 18 anni quando sposa Yanky, dopo averlo incontrato poche volte. Al primo incontro lo aveva avvertito (in yiddish): “‘kh bin anders” (sono diversa) e Yanky si era entusiasmato, pur non aspettandosi che quella diversità le avrebbe reso impossibile una vita hassidica.

La comunità Satmar è tra le più importanti negli Stati Uniti, fondata a inizio del XX secolo da Rav Yoel Teitelbaum (in quella che oggi è Satu Mare, in Romania e allora era Ungheria), e conosciuta per l’intransigente anti-sionismo e le rigorose norme sociali che preservano abbigliamento distintivo, modestia e isolamento.

Stabilitasi negli Stati Uniti dopo la Shoah, la comunità Satmar è prevalentemente costituita da sopravvissuti, e tra i principi sociali più importanti c’è la maternità. “Stiamo cercando si ricostruire i sei milioni, quelli morti nella Shoah” dice Esty a una persona che incontra a Berlino, dove ha raggiunto la madre, che aveva lasciato la comunità qualche hanno dopo la sua nascita. L’ombra della Shoah è presente in diversi temi: la nonna sopravvissuta che piange la famiglia perduta, il rapporto con Berlino della seconda e terza generazione dei sopravvissuti, e la memoria dei giovani tedeschi.

La storia di Esty a Berlino si intervalla con il passato più lontano e più recente tra i hassidim a New York. Esty si sente costantemente soffocata: da bambina prende lezioni di piano in segreto, poi tenta di vivere la vita che la aspetta, piange quando le radono i capelli dopo il matrimonio, volendo esser felice, vuole essere una brava moglie con un marito insicuro e una suocera imponente, è sopraffatta dalla pressione di mettere al mondo un bambino.

Esty è diversa e in un atto di estremo coraggio fugge, abbandonando l’unica vita che conosce, per assaporare la sua voglia di esser libera. In una scena emozionante, Esty si immerge in acqua, ancora vestita con calze gonne e camicione: togliendosi la parrucca si abbandona a quella libertà che è il solo richiamo della musica.

Le emozioni della nuova vita a Berlino, dove Esty conosce un gruppo di studenti del conservatorio, non sono né accusa né critica alla vita hassidica. Una sua nuova amica le chiede perché è scappata, e lei risponde “detto così mi sembrava di vivere che in una prigione” e di nuovo incalzata dalle domande risponde semplicemente che non era tagliata per quella vita, i cui lati positivi sono però ben raccontati.

La gioia dei rituali, il calore della famiglia, la solidarietà hanno un prezzo che alcuni non riescono a pagare: stare alle regole, camminare su un sentiero prescritto senza deviare mai. Il marito Yanky non capisce, prima vuole il divorzio, poi va a Berlino in missione per riportare Esty a casa, accompagnato dal cugino, altra figura travagliata che aveva abbandonato la comunità, invischiandosi in loschi giri.

Il rabbino li ha mandati a riprendersi una giovane ragazza smarrita, con la genuina preoccupazione che la sua anima sia in pericolo e che possa smarrirsi per sempre. L’eccellente direzione ha ricostituito in maniera fedele sia il vestiario sia i riti. Gli shtreymel, i grandi cappelli di pelliccia che gli uomini indossano nei giorni di festa, i lunghi caftani, e i cernecchi che scendono lungo i lati della testa. I turbanti e le parrucche con un piccolo cappellino che indossano le donne. In una scena si intravede una cucina tappezzata di carta argentata per Pesach, in un altra le gioiose danze durante il matrimonio.

Tutti parlano yiddish, inframezzato a inglese americano. Esty sorride quando sente parlare tedesco riconoscendo molte parole dallo yiddish, mentre la madre vuole parlare solo inglese, Senza lasciarsi andare all’apologetica critica anti-hassidica, di moda tra i liberal, Unorthodox racconta la storia di una ragazza introversa e mite che ha una sola passione nella vita, la musica, che la aiuta ad abbandonare una vita di oppressione in una comunità che non odia e per cui non ha rancore, abbracciando una nuova vita di cui nulla conosce.

La figura minuta e dolce dell’attrice, Shira Haas, israeliana, ha conquistato la regista del film, così come Amit Rahav, suo marito nel film, anche israeliano, perduto tra la certezza del suo mondo comunitario e l’amore per la moglie, come Jeff Wilbusch, che interpreta il cugino Moshe, ed è l’unico madrelingua yiddish del cast.

Le scene tra Yanky e Esty sono tra le più emozionanti e difficili, compresa l’estasi di Yanky dopo aver consumato il matrimonio e la rassegnazione di Esty che ne ha solo sofferto, la pacifica malinconia di Esty dopo l’abbandono della comunità e la disperazione di Yanky che non sa cosa fare di quel “‘kh bin anders” (sono diversa). Un film targato Netflix, in edizione italiana ben curata.

2/ Fuga da New York, la sposa infelice cerca la libertà. 'Unorthodox', un film da non perdere, di Natalia Aspesi

Riprendiamo da La repubblica del 12/4/2020 una recensione di Natalia Aspesi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Ebraismo e, in particolare, Haredim e modernità: una nuova crisi, di Giovanni Quer, Oltre Meah Shearim. I mille volti dell’ebraismo religioso (a cura di Giorgio Bernardelli) e 1/ Il popolo ebraico è fortemente plurale, ecco la sua composizione, di Ugo Volli 2/ Israele, le tante facce dell’ebraismo. Un dossier della rivista francescana Terrasanta sugli ebrei religiosi di oggi tra stereotipi e realtà, di Giorgio Bernardelli. Sul tema suggeriamo anche il duro film di Amos Gitai, Kadosh.

Il Centro culturale Gli scritti (13/4/2020)

La festa era stata di rumorosa allegria, donne da una parte a ondeggiare felici nei loro turbanti, gli uomini dall'altra, coi loro colbacchi di visone, le lunghe barbe ricciute, e i lunghi boccoli (payot) ai lati della faccia a ballare e cantare a squarcia gola: la bella sposa bambina, 17 anni, nel sontuoso abito di pizzo bianco, il giovane sposo timido ed emozionato, incapace di guardarla: ore e ore di gioia, di attesa, e lei al centro di tutto.

Poi finalmente a casa soli, lei, lui, sconosciuti, spaventati, muti, uniti non per fare l'amore ma per compiere un obbligo fecondo, fare un figlio, tanti figli, per ridare al mondo il loro popolo annientato. Lei entra per prima nella camera nuziale, due lettini a distanza, si distende sul suo, chiusa nella lunga casta camicia da notte, in attesa. Lui in bagno si spoglia e si ricopre delle fitte vesti rituali, si china sulla sposa, si distende su di lei: sono ambedue vergini e non sanno nulla, emozioni indecifrabili, desideri colpevoli, terrore.

Le teste non si sfiorano, i baci non esistono, le carezze proibite, non un abbaglio di nudo, quel silenzio affannato. Ma lei non ce la fa: quella penetrazione faticata e triste le fa troppo male, la rifiuta: e lo farà per quasi un anno.

Questa è forse la scena più dura, ma non la sola, di Unorthodox, la nuova miniserie Netfiix in quattro puntate di massimo successo, ispirata all'autobiografia dallo stesso titolo, un bestseller non ancora pubblicato in italiano: è uscito nel 2012, l'autrice è Deborah Feldman che oggi ha 34 anni, nata e vissuta sino al 2006 a Brooklyn nell'immenso distretto popolare di Williamsburg dove convivono italoamericani, sudamericani e soprattutto ebrei Satmar hassidim, ultraortodossi diversi da quelli israeliani, tanto da essere antisionisti, da rifiutare l'esistenza di Israele: sul milione e 100mila ebrei di New York sono circa 80mila, completamente isolati dal resto della città, asserragliati in un quartiere che si sta imborghesendo minacciando la segregazione Satmar.

La miniserie e il libro da cui è tratta sono un racconto spietato di un modo di vivere che fuori dai confini della comunità (che gli americani chiamano setta) appare certamente incomprensibile.

Col consenso di Feldman la storia è stata riscritta nella parte berlinese, in una Berlino assolata e lucente, la realizzazione è tutta femminile, l'americana Arma Winger e le tedesche Alexa Karolinski e Maria Schrader. Come è femminile l'angosciante documentario One of us (Netflix) di Heidi Ewing e Rachel Grady, sulla fuga di una madre di sette figli e di altre persone dalla New York ultraortodossa.

La protagonista di Unorthodox si chiama Esty (come Esty Weinstein, che dopo aver scritto il romanzo Esaudisco il suo volere, fuggita dalla famiglia Hassidim israeliana, si è uccisa), fugge dal marito, dalla comunità e dagli Stati Uniti e arriva a Berlino, dove vive la madre che l'ha abbandonata molto piccola, la città dove c'è il più grande cimitero ebraico del mondo con 100 mila tombe, nel cuore del paese dove la sua gente, i suoi trisnonni, sono stati massacrati: per affrontare una vita ignota, in uno spazio di libertà e quindi di pericolo senza limiti, sola tra giovani incontrati per caso, ebrei e non ebrei, che subito l'accolgono in amicizia.

A Brooklyn Esty viveva con la nonna, padre ubriacone assente: abitini accollati e lunghi, monacali e color fango, calze spesse, niente tacchi, niente trucco ovvio, proibito il canto femminile che induce gli uomini al peccato, niente televisione, pc, iPhone, strumenti del diavolo, se non per gli affari, mai preso un autobus, mai vista Manhattan, sola lingua l'yiddish, proibite le biblioteche con testi in inglese (eppure lei riesce a leggere di nascosto il diabolico Piccole donne!).

La gelida zia le combina il matrimonio senza chiederle il parere, e da quel momento, dopo quella fiabesca cerimonia, dopo quella notte spaventosa, ogni speranza, ogni sogno, ogni desiderio, svanisce. Il mondo Satinar era l'Ungheria, i sopravvissuti allo sterminio sono arrivati a New York, decisi a non integrarsi mai e gli uomini con le grandi barbe continuano a tramandarsi le antiche tradizioni religiose, le leggi, l'alimentazione, l'abbigliamento, studiano i libri sacri proibiti alle donne, puniscono, decidono, eppure la miniserie racconta una storia di oppressione da parte delle donne: la madre del futuro sposo che la sceglie guardandola al supermercato e che diventata suocera comanda il figlio a bacchetta, si intrufola nella loro vita sessuale, la minaccia perché dopo un anno di matrimonio non è ancora incinta; è una orribile donna quella che sorveglia i suoi bagni rituali, è una donna vile l'untuosa signora che la prepara ai doveri matrimoniali di cui lei nulla immagina: "Hai due buchi, tu ti metti sotto e lui sopra, solo il venerdì sera se no dormite divisi, prima della penetrazione pensa al profumo delle rose fresche, se continua a farti male ti do questi oggetti di vario formato e li usi".

Lo ha detto anche la Feldman in una intervista, "Gli uomini Satmar dettano legge, ma sono le donne a servirsene". Bellissime canzoni, armonioso yiddish sottotitolato, attori eccezionali, belli e bravi, tutti ebrei, israeliani e tedeschi, protagonista Shira Haas, 25 anni, già vista nella divertente serie sempre ad ambiente ortodosso Shtisel (Netflix), col corpo di bambina e quando finalmente getta via la parrucca, di rigore per le ortodosse sposate, la sua testa implume bionda è il segno della sua commovente rinascita. Sulle rive del lago il ragazzo tedesco con cui ha fatto l'amore le indica la villa dove nel 1941 fu firmata la soluzione finale. "E tu ci fai il bagno?". "Perché no, un lago è un lago".