I bambini sottratti. Gli operatori: «Ecco perché credemmo ai deliri di Bibbiano». [Revocati i domiciliari non per presunta innocenza, ma perché ormai le prove sono acquisite e non c’è più il rischio che possano essere inquinate], di Lucia Bellaspiga

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /01 /2020 - 14:16 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 28/12/2019 un articolo di Lucia Bellaspiga. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Magistratura e malavita.

Il Centro culturale Gli scritti (5/1/2020)

La fiaccolata tenutasi dopo le rivelazioni dell'inchiesta
'Angeli e demoni', relativa ad un presunto giro di affidi illeciti,
Bibbiano, 20 luglio 2019 (Reggio Emilia)
- ANSA/STEFANO ROSSI

«La Anghinolfi e Monopoli ci raccontavano che esisteva una rete potentissima di pedofili, ai quali i genitori vendevano i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Ai bambini sottratti quindi alle famiglie venivano poi attribuiti «racconti di omicidi di altri bambini, episodi di cannibalismo e rituali satanici. Racconti che a noi vennero riferiti sia da Monopoli che dalla Bolognini (la moglie di Claudio Foti, fondatore della onlus Hänsel e Gretel, ndr). Monopoli si mostrava spaventato e faceva spaventare anche noi operatori... ».

È un quadro allucinante quello che emerge nero su bianco nell’ordinanza con cui il 21 dicembre il giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi ha revocato gli arresti domiciliari a due tra i principali indagati nell’inchiesta 'Angeli e Demoni', l’ex capo dei servizi sociali della Val d’Enza Federica Anghinolfi e l’assistente sociale Francesco Monopoli. Apparentemente una buona notizia per i due indagati, in realtà un boomerang, che riporta con dovizia di particolari le deposizioni di psicologi e assistenti sociali della Val d’Enza, rimarcando nei due indagati «l’esistenza di un programma criminoso» finalizzato a inventare «abusi in realtà mai avvenuti».

Anghinolfi, Monopoli e i loro complici avrebbero infatti convinto gli operatori dell’esistenza «di una rete di pedofili in Val d’Enza collegata alla nota e presunta vicenda dei Diavoli della Bassa Modenese, che andava a tutti i costi 'smascherata' anche a costo di falsità in atti pubblici, simulazioni, frodi processuali e depistaggi».

Bibbiano come la Bassa Modenese

Bibbiano come Finale Emilia o Mirandola, dunque... Un parallelismo subito saltato agli occhi di noi giornalisti di Avvenire che già vent’anni fa ci occupammo dell’inchiesta sulla Bassa Modenese, finita con 16 bambini tolti alle famiglie e mai più tornati a casa, nemmeno dopo l’assoluzione dei genitori. Anche lì la Hänsel e Gretel. Anche lì genitori che avrebbero venduto i figli a una fantomatica cupola di pedofili potenti. Anche lì decine di piccoli 'assassinati', secondo i bimbi interrogati dagli psicologi e dai servizi sociali della Val d’Enza. Anche lì 'riti satanici'.

E poi cimiteri, boschi, camion, sangue... (tenete a mente questi elementi). Un parallelismo però fino ad oggi negato con veemenza da chi sostiene che il 'caso Bibbiano' non esista. Ma ora dagli interrogatori in Val d’Enza emerge che a collegare i due casi emiliani erano proprio gli indagati. Ecco qualche stralcio: «La Bolognini diceva che in Val d’Enza vi erano degli elementi in comune con i casi dei pedofili della Bassa Modenese », dice Cinzia Magnarelli, assistente sociale, spiegando così perché era stata costretta a falsificare le relazioni sui genitori dei bambini. «La Anghinolfi riteneva che tale rete di pedofili fosse collegata a quella dei Diavoli della Bassa Modenese», conferma l’ex comandante della Polizia municipale, Cristina Caggiati.

Anche a Bibbiano, come vent'anni fa nel Modenese, «gli abusi sessuali rituali ci vennero dati per certi», fatti passare per veri attraverso «certificati medici indiscutibili», come racconta la consulente tecnica d’ufficio presso il Tribunale dei minori di Bologna, Anna Maria Capponcelli. Prove in realtà inesistenti e fasulle.

Purché i giudici non sappiano!

Perché il piano funzionasse, era fondamentale che magistrati, Carabinieri e Polizia ne fossero all’oscuro. Ma come indurre psicologi e assistenti sociali all’omertà? Sostenendo che della cosiddetta rete facevano parte «giudici e forze dell’ordine ». Guai quindi a informarli. Da parte di Monopoli e Anghinolfi «la richiesta di silenzio era imperativa». Un’altra deposizione: «Ritenevano che la rete era composta da magistrati, ecclesiastici, carabinieri e poliziotti». Di nuovo sacerdoti, come nella Bassa Modenese, dove ben sette furono coinvolti, poi risultati innocenti (solo don Giorgio Govoni non fece in tempo ad avere giustizia perché morì di crepacuore durante il processo di primo grado).

Il piccolo Tommy

Dall’ordinanza del gip si scopre un particolare agghiacciante: per terrorizzare gli operatori e convincerli dell’esistenza della potente cupola, la Anghinolfi disse loro che «anche il piccolo Tommaso Onofri potesse essere stato vittima della citata rete». Tutti ricordano Tommy, 17 mesi, rapito dal suo seggiolone e ucciso a Casalbaroncolo (Parma) il 2 marzo 2006. Nessun mistero: sta scontando l’ergastolo il muratore Mario Alessi, condannato con i suoi complici Antonella Conserva e Salvatore Raimondi. Eppure la Anghinolfi in varie chat imputa l’assassinio di Tommy alla fantomatica rete di ricchi professionisti, usandone la tragedia proprio per la sua alta valenza emotiva. 

Tra deliri e imposizioni

La simbologia utilizzata dalla moglie di Foti, Nadia Bolognini, «si rifaceva alla presenza del bosco, delle maschere, dei camionisti e del sangue». Impressionanti di nuovo le analogie con i deliri inventati nella Bassa Modenese, dove tra l’altro don Giorgio Govoni venne accusato di trasportare sul suo camion i cadaveri di numerosi bimbi decapitati (in realtà mai esistiti) e di gettarli nel Panaro. Della Anghinolfi emerge spesso la «assoluta mancanza di equilibrio e autocontrollo»: «Con toni militari e aggressivi – testimonia il vigile urbano Fernando Rocchi – ci urlò di procedere immediatamente all’arresto» del padre di un bambino. «La persona da calmare, più che l’uomo, era la Anghinolfi, che sembrava aver perso il senno. 'Voi siete la mia polizia municipale e vi ordino di arrestarlo', gridò quando le spiegammo che non vi era nessun presupposto a procedere». Grazie a «elementi di prova solidi», la fase delle indagini è conclusa.

Domiciliari revocati perché prove già solide

Perché, di fronte a un quadro accusatorio tanto grave, il gip Luca Ramponi, su richiesta del pm Valentina Salvi ha disposto la revoca dei domiciliari cui Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli erano sottoposti dallo scorso 27 giugno? Perché di fronte a una «gravità indiziaria ormai cristallizzata in elementi di prova solidi» non c’è più pericolo che possano inquinare le prove.

In sostituzione, «deve ritenersi adeguata la sola sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio e dalla professione di assistente sociale», spiega l’ordinanza del giudice Ramponi, perché invece «il pericolo che reiterino il reato» c’è, ed è legato allo svolgimento delle loro funzioni. Per entrambi, dunque, sono state disposte «misure interdittive di 12 mesi», periodo sufficiente per ottenere «una cesura netta rispetto alla attività deviata di cui sono emersi i gravi indizi».

Per un anno divieto di esercitare del tutto la professione, dunque. Così si evita «la possibilità per gli indagati di ricostruire quel ruolo pubblico che altrimenti conferirebbe nuovamente una qualche parvenza di autorevolezza e potrebbe rinfocolare in loro il perseguimento degli scopi criminosi».