La denuncia di suor Bonetti. «Ecco come la politica si è fatta complice della tratta», di Nello Scavo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /02 /2020 - 00:08 am | Permalink
- Tag usati: , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo da Avvenire del 17/12/2019 un articolo di Nello Scavo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Le nuove schiavitù.

Il Centro culturale Gli scritti (2/2/2020)

Slavesnomore.it

«Dicono di voler combattere i trafficanti, di voler sconfiggere i boss della tratta e i clan della mafia nigeriana. Ma con le loro leggi e le loro politiche sono diventati complici del commercio di esseri umani». Se potesse suor Eugenia Bonetti lo direbbe «a chi di dovere». Solo che da anni «non abbiamo più contatti con le istituzioni. In passato ci ascoltavano, ci convocavano, ci chiedevano perfino consigli».

Ora non più. Anche di questo hanno discusso ieri i componenti di “Slaves no more”, l’organizzazione che si batte al grido di 'mai più schiavi', presieduta proprio da suor Bonetti, missionaria della Consolata, che da anni mette sul campo progetti in collaborazione con Caritas Italiana e finanziati dalla Conferenza episcopale italiana.

Il bilancio del 2019 che volge al termine è tra i peggiori. «Le mafie italiane e quella nigeriana – spiega suor Eugenia – sono in affari insieme. Dove non arriva l’una, interviene l’altra. E viceversa». Una joint-venture criminale che ha nello sfruttamento delle donne, spesso minorenni, una redditizia voce di bilancio. Le nuove norme sulla 'sicurezza', del resto, sono il migliore alleato dei contrabbandieri di carne umana. Specialmente quella delle donne da gettare sulle strade giorno e notte. «Il sistema di accoglienza e inclusione è stato di fatto smantellato. In passato – ricorda la religiosa – riuscivamo a lavorare con le istituzioni statali e, ad esempio, le autorità nigeriane. Così si potevano programmare e finanziare i rimpatri assistiti».

Una volta tornate nei Paesi d’origine le vittime della tratta venivano seguite dai missionari sul posto e aiutate a costruire nuovi percorsi di vita. Chi restava in Italia e veniva sottratto al gioco delle “maman” poteva invece contare su piani d’accoglienza che accompagnavano alla piena indipendenza. Soprattutto grazie alle piccole comunità di accoglienza. Se il primo governo Conte ha assestato un colpo mortale a queste buone pratiche, che fra l’altro incentivavano le donne che denunciavano le reti di sfruttatori, l’attuale esecutivo «non ha ancora avviato quel cambio di passo che ci aspettavamo per il bene delle ragazze e anche per la sicurezza del Paese».

Il giro d’affari è colossale. Secondo diverse stime elaborate sulla base dei dati Istat, il fatturato della schiavitù sessuale si aggira intorno ai 4 miliardi di euro all’anno.

I 'clienti' sono non meno di 3 milioni, in larghissima parte italiani. «E pensare che parliamo di Paese cristiano - rincara suor Eugenia Bonetti – quando poi non solo si lasciano prosperare le mafie, ma poco si dice degli uomini che abusano di queste ragazze».

Nei giorni scorsi sono arrivate in Vaticano decine di giuriste africane, tra cui molte donne magistrato, convocate dall’Accademia vaticana delle Scienze sociali.

Proprio qui è emersa un’altra emergenza. Una frontiera che vede i sistemi normativi internazionali ancora inadeguati. «Il numero dei trapianti nel mondo è bassissimo: meno di 200 mila l’anno. Ma la domanda è in costante crescita. Questo fa sì – ha spiegato Gabriella Marino, della Pontificia Accademia delle Scienze – che una persona disperata, in bilico tra la vita e la morte, avendo i soldi sufficienti per potersi organizzare con un trapianto al di fuori del sistema legale, metta in moto questo meccanismo, con la complicità di medici corrotti». A rischiare la vita per pochi soldi è «una persona che, in genere, spinta dall’estrema povertà e pensando di non avere altre possibilità, propone in vendita i suoi organi».