«Che cos’ha fatto il partito socialista per essere, verso la donna, meno ingannatore delle religioni, meno prete dei preti?». Anna Kuliscioff contro Filippo Turati e tutta la sinistra che si rifiutò di lottare, nel 1910 per il suffragio femminile, per paura che le donne votassero per i conservatori, per i liberali o per i cattolici. Sarà don Luigi Sturzo nel 1917 a far schierare per primo il nascente Partito Popolare per il voto alle donne, mentre solo dopo la scissione di Livorno giungerà alle stesse posizioni anche il Partito Comunista

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /03 /2019 - 09:28 am | Permalink
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    Filippo Turati e Anna Kuliscioff sono il secondo 
(con la barba) e la terza (con il cappello) da
sinistra fra le persone sedute, qui nella foto
del Congresso Socialista del 1908 

N.B. de Gli scritti
In nessun manuale di storia delle superiori è reperibile il fatto che il Partito socialista (che rappresentava allora in Italia tutto il mondo marxista, non essendo ancora nato il Partito Comunista) si rifiutò di appoggiare il voto alle donne ad inizio novecento: il primo partito che inserì il suffragio femminile nel suo programma fu, invece, il Partito Popolare di don Luigi Sturzo.
Se si leggono i documenti della polemica che nel 1910 oppose Filippo Turati, allora leader marxista del Partito, e Anna Kuliscioff, anch’essa marxista e sua compagna, emerge con chiarezza assoluta il rifiuto della sinistra di quegli anni di impegnarsi il suffragio femminile.
La Kuliscioff che lo difende e lo vorrebbe vedere inserito nel programma del Partito sui sente rinfacciare da Turati che le donne non sono ancora mature per la lotta operaia. La Kuliscioff gli risponde che non sono maturi, invece, i leader marxisti, poiché nessuna voce si è levata dalla parte dei membri maschi del Partito Socialista a sostenere le sue lotte in favore del suffragio femminile.
Le brevi note che seguono su Linda Malnati mostrano come il diniego opposto dal Partito socialista alle donne marxiste di schierarsi per il suffragio femminile giunse fino all’intimazione di abbandonare le battaglie femministe, pena l’espulsione dal partito.
La questione è interessante per due motivi. Innanzitutto perché rivela la tendenziosità di tutte quelle pubblicazioni che, affrontando la questione dell’emancipazione femminile, ne attribuiscono la responsabilità solo a gruppi altri, siano essi conservatori, liberali o cattolici, tacendo delle responsabilità marxiste in merito.
Ma è interessante ancor più perché rivela la natura del Partito socialista di allora che, teso com’era al raggiungimento dell’affermazione del proletariato a qualsiasi costo, non esitava a mettere in secondo piano altri diritti che maturavano nel corpo sociale. La precedenza doveva essere data a quella che sarebbe poi stata chiamata la “dittatura del proletariato”, delle altre legittime esigenze ci si sarebbe occupati solo in quanto compatibili con tale primato.
L’ultimo articolo che pubblichiamo, a firma di Giulia Galeotti, storica cattolica ed esperta dell’evoluzione della questione femminile, è interessante sia perché ha il coraggio di mettere in rilievo l’importanza della figura di Sturzo, ma anche perché tace della novità della posizione del prete siciliano rispetto al mondo socialista e marxista, tale è l’abitudine a non mettere mai in rilievo il contesto culturale più ampio e a incentrarsi solo sulle questioni interne al mondo cattolico, quasi che esso rappresentasse a priori l’arretratezza e fosse sufficiente descriverlo a tinte fosche a prescindere da analoghe posizioni della sinistra di allora.
D’altro canto, il motivo del rifiuto del coinvolgimento delle donne nel voto da parte del pensiero maschile marxista di allora emerge chiaramente da tutti gli interventi del carteggio: permettere alle donne di vitare avrebbe indebolito il consenso del Partito Socialista perché la maggior parte delle donne non lo avrebbero votato e avrebbero indirizzato le loro eventuali preferenze elettorali verso altri partiti.
Solo dopo il Congresso di Livorno del 1921 che dette origine al Partito Comunista, il mondo marxista italiano inserì anche il suffragio femminile nel proprio programma di azione.
Per approfondimenti, cfr. la sezione Novecento.

Il Centro culturale Gli scritti (8/3/2019)

1/ I documenti della polemica fra Filippo Turati ed Anna Kuliscioff sul voto alle donne

I testi che seguono, pubblicati in IL VOTO ALLE DONNE. POLEMICA IN FAMIGLIA (per la propaganda del suffragio universale in Italia), MILANO Uffici della Critica Sociale, Portici Galleria – 23, 1910, Centesimi 20, sono stati da noi ripresi dal sito  http://www.fondazioneannakuliscioff.it/resources/Pubblicazione/___fc5c9c9fb5534142b324d0bcac7fd2c1_/anna-kuliscioff-scritti.pdf, dalle pp. 139 ss.

1/ [L’EPISTOLA INCRIMINATA. Contro il voto alle donne perché darebbe forza all’elettorato conservatore e cattolico e non a quello socialista], di Filippo Turati

Dall’Avanti! del 25 marzo 1910

Spettabile Comitato Nazionale

Pro suffragio femminile

ROMA Cotesto on. Comitato ci chiede se, nella richiesta del suffragio universale, il Partito socialista implichi quella altresì del suffragio femminile. La domanda, in questi termini, appare oziosa; tant’è che la stessa lettera, che l’ha formulata, vi dava tosto adeguata risposta, rammentandoci la unanime approvazione, che coronò la mozione di Anna Kuliscioff nel nostro ultimo Congresso nazionale a Firenze.

E, in realtà, niuno dubiterà seriamente che un partito, il quale si propone tutte le emancipazioni umane, e che primo chiamò le donne lavoratrici a tutte le battaglie della lotta e della organizzazione economica, possa mai aver in animo di escluderle dal possesso di quell’arme politica, che è fra i più validi strumenti e fra le migliori salvaguardie delle conquiste di classe.

Ma, forse, la cortese domanda intendeva piuttosto invitarci a precisare quale importanza si attribuisca da noi al suffragio femminile in questa precisa ora della storia in Italia, e se da noi vi si annetta un carattere, a così dire, pregiudiziale, per il quale, cioè, il suffragio universale maschile dovrebbe essere respinto, o reputato cosa trascurabile, se scompagnato dalla conquista contemporanea del suffragio femminile.

Sebbene su questo punto nessuno dei nostri Congressi si sia formalmente pronunciato, crediamo di poter interpretare il pensiero del partito, in conformità alle tendenze generali di esso. Il partito socialista non rivendica il diritto di suffragio per tutti, in ossequio a un astratto principio di diritto naturale, da valere ugualmente in tutti i luoghi e in tutti i momenti della storia. Per noi questa, come tutte le altre conquiste congeneri, non ha effettivo valore, se non in quanto sia essenzialmente conquista proletaria; e cioè in quanto corrisponda a dati bisogni economici del proletariato e a uno stato ben determinato della coscienza di classe proletaria.

È perciò che il suffragio universale – anche mascolino – pur trovandosi elencato fra i desiderata generali del partito, non ci fornì tema di una veramente intensa e continua agitazione, finché l’attività della classe lavoratrice italiana venne assorbita dal compito, più urgente e preliminare, di creare e consolidare le proprie organizzazioni fondamentali, e finché parve che notevoli progressi politici – anche nell’interesse proletario – si potessero ancora raggiungere, mercè il diritto di voto, limitato sulle basi della vigente legislazione elettorale.

Fu soprattutto la esperienza della stasi, cui da vari anni sembra condannata la vita politica e parlamentare italiana, dominata dall’incubo del problema meridionale; fu cotesta esperienza che determinò il partito socialista a polarizzare più intensamente le sue forze verso la estensione del diritto di suffragio agli stessi analfabeti, ravvisando in ciò un mezzo di rompere le clientele in cui si cristallizza, in tanta parte d’Italia – e, di riflesso, stagna e si corrompe in seno al Parlamento – la vita politica, e uno strumento adatto a risolvere più prontamente quel doloroso e vergognoso problema dell’analfabetismo e della incultura, la cui soluzione sembra altrimenti imprigionata nell’ironia di un circolo vizioso quasi senza uscita.

Da questo punto di vista, l’aggiunta contemporanea del suffragio femminile al maschile non avrebbe, a senso nostro, alcuna influenza immediatamente benefica, per la quale le due rivendicazioni non possano – se la legge di gradualità lo consigli – disgiungersi nel tempo; e ciò per effetto della ancor così pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili, il cui artificiale irrompere nell’arringo politico rinforzerebbe probabilmente, per un dato periodo, quelle correnti conservatrici, che già in altri tempi, sperandone benefizi sicuri, si mostrarono propense – in Italia ed altrove – anche al suffragio universale limitato ai maschi.

Indubbiamente, secondo noi, il suffragio universale femminile dovrà integrare, a non lungo intervallo, il suffragio universale maschile. L’uno è il naturale e necessario complemento dell’altro. L’evoluzione economica, che attira nel campo del lavoro sociale sempre maggiori masse femminili, bisognose quanto e più delle masse maschili di difesa economica e politica, conduce di necessità a cotesto risultato. Ben presto sarà interesse sentito dal proletariato maschile avere solidare accanto a sé il proletariato femminile, non solo nelle lotte economiche, ma ben anche sul terreno delle competizioni politiche. Ogni affermazione in questo senso, ogni lavoro di concreta preparazione morale, che le avanguardie femminili tenteranno, voglion esser quindi salutati come opportuni.

Ma entrambi gli scopi saranno tanto più presto e sicuramente raggiunti, e tanto minori delusioni saranno da temere, quanto più, nel frattempo, le masse proletarie femminili, sotto lo stimolo, appunto, dei bisogni e della coscienza di classe, sviluppata dalla propaganda, avranno acquistata – nelle lotte economiche e nelle lotte di partito – una loro indipendente e vigile coscienza socialista. Così come già avviene – sia pure per gradi e lentamente – nel proletariato maschile.

Questo intesero, ad esempio, le donne lavoratrici di Germania, le quali – pur lottando per l’estensione del voto, nei vari Stati, a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso – provvidero al tempo stesso a rinforzare mirabilmente le loro organizzazioni nel campo delle lotte economiche, spesero una vivissima attività nella propaganda socialista fra le donne, e, adoperandosi, senza riserve – mano mano che la questione venne posta – ad aiutare intanto la conquista del voto universale maschile, diedero prova di saper educare in sé quell’elevato senso politico, che non solo affretterà la conquista anche del suffragio femminile, ma che offrirà alla democrazia politica ed economica la necessaria guarentigia che l’arme conquistata non sarà per ritorcersi contro l’interesse del proletariato, insieme maschile e femminile.

È nostro avviso che in questo senso dovrebbero lavorare i Comitati femminili, che si propongono la conquista del suffragio, non come ossequio a un’astrazione metafisica, ma nell’interesse attuale e concreto del progresso democratico e sociale. Una campagna pel suffragio femminile, che si rivolgesse indistintamente a tutti i partiti e rimanesse avulsa dalle competizioni concrete, politiche e di classe, peccherebbe, secondo noi, di contraddizione insanabile e sarebbe condannata alla sterilità.

In ogni caso, un’azione eventualmente diretta alla conquista del suffragio femminile mantenuto sulle ristrette basi attuali o rispondente a determinati requisiti di capacità e di censo, non prometterebbe che un inutile duplicato numerico del corpo elettorale, più probabilmente, anzi, un peggioramento dell’attuale regime, e un arresto di sviluppo nell’evoluzione democratica e sociale; non potrebbe quindi, noi crediamo, aspirare all’aiuto del partito socialista, mentre dovrebbe più logicamente richiederlo – per le ragioni su accennate – ai partiti conservatori, e particolarmente al partito clericale, che è di essi la più spiccata e caratteristica espressione. Coi più cordiali ossequi

per incarico del Comitato centrale socialista pel suffragio universale

devotissimo FILIPPO TURATI

Roma, 22 marzo 1910

2/ SUFFRAGIO UNIVERSALE?, di Anna Kuliscioff

(Dalla Critica Sociale, 16 marzo – 1° aprile 1910)

Ho letto e riletto, nell’Avanti!,la risposta del Comitato centrale socialista pel suffragio universale al Comitato nazionale pro suffragio femminile, e sono a chiedermi ancora – (molti altri, suppongo, si saranno chiesti con me): - perché mai, per una dichiarazione così semplice, hanno speso tante parole?

“Come socialisti – bastava rispondere – è ovvio che siamo per il voto esteso alle donne; ma, come partito d’azione, non possiamo troppo complicare le cose; le donne abbiano pazienza (non è questa una delle maggiori virtù ch’esse dividono con altri non meno preziosi animali?) e verrà anche per loro il momento che i socialisti non temeranno di compromettere la propria serietà propugnando il voto femminile!”

Senonchè il Comitato socialista, o per riluttanza a rispondere così crudamente alle signore interpellanti, o perché il dovere di coerenza coi principi socialisti e il voto del Congresso di Firenze, che unanime approvò la mozione per il voto alle donne, lo ponessero in imbarazzo, pensò di trarsi d’impaccio con una scappatoia: e inventò la questione, che nessuno gli aveva proposta, se dovesse o non dovesse assegnarsi, alla simultanea estensione del voto ad entrambi i sessi, carattere assoluto di pregiudiziale.

Il quesito era molto più semplice: - nel vostro suffragio universale, che estende anche ai maschi analfabeti il diritto di voto, le donne sono escluse o sono comprese? Or qui, per conciliare i principi e la loro negazione, ecco che si affermano, bensì, tutte le ragioni che, nella civiltà moderna, militano pel diritto delle donne al voto politico e amministrativo; ma il veleno (nella coda avrebbe dato troppo nell’occhio) si annida nel bel mezzo della lettera, ed eccolo qui: “L’aggiunta contemporanea del suffragio femminile al maschile non avrebbe, a senso nostro, alcuna influenza immediatamente benefica, per la quale le due rivendicazioni non possano – se la legge di gradualità lo consigli – disgiungersi nel tempo.”

Ossia: promessa a iosa per un avvenire remoto; ma, intanto, il suffragio femminile danneggerebbe. L’agitazione, per la conquista dell’arme politica più poderosa per la difesa del proletariato, che è composto indistintamente di lavoratori e di lavoratrici, sia dunque limitata, per intanto, a favore dei primi.

Le lavoratrici aspettino quel turno, che alla legge di gradualità piacerà di assegnar loro. Non altrimenti suol rispondere un Presidente del Consiglio dei ministri, che si degni di accettare la presa in considerazione di una mozione per il voto alla donna, la quale egli ben sa che andrà a dormire negli archivi.

Qual è dunque il motivo per cui la rappresentanza politica del nostro partito socialista ha preso un atteggiamento così singolare anche in confronto agli altri partiti socialisti? Invero, il Congresso internazionale di Zurigo (1893), su proposta dei socialisti austriaci, già allora impegnati nell’epica loro lotta pel suffragio universale, votava la necessità di promuovere in tutti i paesi, dove non esiste, un’agitazione attiva per il suffragio universale “senza distinzione di sesso”, perché la lotta per l’emancipazione economica del proletariato – uomini e donne – è essenzialmente una lotta politica, e sulla conquista della forza politica reale si fonda l’ascensione del proletariato verso l’avvenire redentore. A Colonia, nello stesso anno, la Democrazia socialista germanica votata una risoluzione analoga, a favore del suffragio universale per le singole Diete, del diritto elettorale a 21 anni, del sistema proporzionale e del voto alle donne.

Nel ’95 un battagliero opuscolo di Bebel, - “La democrazia socialista e il suffragio universale, con speciali considerazioni sul diritto delle donne al voto e sul sistema proporzionale” – alla borghesia e al filisteismo tedesco, che considerano la causa del voto femminile come un vaneggiamento di menti inferme, dimostrava, con una poderosa argomentazione, nutrita di fatti, di logica, di sano idealismo, come il suffragio femminile – che solo il partito socialista reclama ne’ suoi programmi – ha per sé l’avvenire, e un avvenire assai meno lontano che non si pensi.

In Austria tutta la propaganda per il suffragio universale – opuscoli e giornali – durante più di un ventennio, è diretta “agli uomini e alle donne del lavoro”, le quali ultime rispondono con entusiasmo inatteso. E lo stesso avvenne in Finlandia, dove i diritti politici delle donne sono già conquistati; - in Belgio fin dal primo periodo della Internazionale; - in Danimarca, dove, dopo che il Congresso di Stoccarda del 907 ebbe invitato i socialisti dei paesi a suffragio universale maschile a promuoverne l’estensione alle donne, quei socialisti presentarono, nell’ottobre dell’anno medesimo, un apposito progetto di legge al Parlamento.

Perché dunque tanto savio e prudente, in confronto, il nostro Comitato? Non potendo sospettarlo né di minore convinzione socialista, né di spirito di giustizia meno acceso, né di uno scetticismo, sull’utilità del suffragio universale, che spiegherebbe la tendenza a diminuirne la portata – non mi resta che una spiegazione: e cioè che esso si sia lasciato dominare dalla illusione, che noi siamo già alla vigilia della conquista del suffragio per i maschi analfabeti; onde l’interesse, per non comprometterne il successo, di fare un passo alla volta, in ossequio alla legge della gradualità.

Or questa – mi diano venia dell’irriverenza gli ottimi amici personali e di partito che conto nel Comitato – mi sembra una ingenuità addirittura colossale. Come immaginare il suffragio universale a breve scadenza, se la propaganda nel paese, oggi che scriviamo, si è a mala pena e debolmente iniziata? Forse l’averne fatto una “pregiudiziale” spiegherà l’incredibile prodigio?!

In Francia, il suffragio universale, sbocciato dalla Convenzione, passa attraverso le barricate della monarchia di luglio del 1830 e i giorni sanguinosi del ’48, per trionfare nel ’52 con Napoleone III, che ha bisogno del plebiscito dei contadini per proclamarsi imperatore. In Germania lo introduce Bismarck per l’unificazione dell’Impero; ma una lunga propaganda lassalliana è diretta a insegnarne il buon uso al proletariato. L’agitazione per il suffragio universale per le singole Diete dura da ormai 17 anni, e solo ora è forse alla vigilia del successo, dacchè quel proletariato, pur così legalitario per tradizione, sa affrontare anche le baionette e fa le sue domeniche rosse a Francoforte e a Berlino. In Belgio è dal 1830 che si succedono i periodi rivoluzionari per la conquista del suffragio universale. Nel 1848, nei primordi della Internazionale prima del ’70, nell’85 agli inizi del Parti Ouvrier, nel ’90 e fino agli ultimi scioperi generali, l’agitazione ha riprese e convulsioni periodiche, ma la conquista è sempre di là da venire. E chi non ricorda, in Austria, nell’ultimo ventennio, la propaganda infaticabile, i primi maggio solenni dei centri industriali, le formidabili manifestazioni di Vienna innanzi al Parlamento e alla Reggia?

E sono questi i paesi dove, per lo sviluppo industriale, per le rivoluzioni già trionfate, per un cumulo di coefficienti, il trionfo del suffragio doveva esser più facile. L’Italia – dovesse anche avere più propizi i fati politici – non si sottrarrà però alla legge comune. Solo una propaganda instancabile, proseguita per anni, forse non scevra, nell’Italia meridionale, anche di conflitti dolorosi, potrà suscitare l’esercito dei privi del voto, determinati a conquistarlo per difendere con esso i loro interessi di classe.

E perché, allora, dal reclutamento escludere le donne? Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivalgono, almeno, al servizio militare la funzione e il sacrificio materno, che danno i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo, forse son pagati dai soli maschi? Quale degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbe invocarsi ugualmente per il femminile?

Domandate ai socialisti belgi ed austriaci se l’aiuto delle lavoratrici, nella loro campagna pel suffragio, non ebbe “alcuna influenza benefica immediata”! Vi risponderanno che proprio nelle donne trovarono i più coraggiosi entusiasmi e le maggiori abnegazioni. Così fu che, in Austria, allorchè quel proletariato fu presso alla vittoria, le donne che avevano lottato strenuamente, con già per competizione di sesso o in vista di un lusso politico, ma per urgenti interessi di classe, non accamparono egoistiche pregiudiziali, considerarono la vittoria come vittoria comune, liete dell’arme procurata ai compagni, sicure di non essere più tardi dimenticate.

Il voto è la difesa del lavoro, e il lavoro non ha sesso. I pericoli del suffragio universale, se pericoli annida – né sarebbero maggiori di quelli d’ogni altra libertà – anch’essi sono comuni ad ambo i sessi e non hanno che un solo correttivo: l’educazione che nasce dall’esperienza del diritto esercitato.

Se il suffragio universale servì al dispotismo di un Bonaparte, alle velleità dominatrici di un Boulanger, non servì meno, quando fu più illuminato, a difendere e consolidare la libertà e la repubblica, meglio d’ogni guardia nazionale. Ben vero che l’elemento femminile, oppresso dalla insufficienza dei salari e dal peso immane delle faccende domestiche, che ne assorbe anche le ore e i giorni di riposo, non può accorrere, quanto il maschile – e il fenomeno è comune a tutti i paesi – nelle organizzazioni economiche del proletariato.

Ma è questa una ragione di più per chiamarlo alla conquista del diritto politico, che ridesti, in queste ultime fra gli oppressi, la coscienza di classe, la coscienza di donna, di madre, di cittadina. Per sé, che han più bisogno di difesa, e per la causa comune. In Prussia, mentre scrivo, la democrazia socialista porge un grandioso esempio di solidarietà, non dimenticando mai, negli appelli alla “santa battaglia” per le rivendicazioni politiche, le donne lavoratrici. La lotta è formidabile, tutte le forze proletarie sono necessarie, se si vuole davvero la vittoria. Perché dunque i socialisti italiani – ed essi soli – saranno così prodighi, da regalarne la metà alla classe nemica?

ANNA KULISCIOFF

3/ “La parola è all’imputato!”, di Filippo Turati

La parola è all’imputato!” E l’imputato è qui in carne ed ossa. Perché, se il pensiero fondamentale della risposta al Comitato femminile fu concordato coi colleghi – e poteva esprimersi con la sobrietà, se non proprio con le parole, con cui il mio Pubblico Ministero lo ha qui sopra riassunto – lo svolgimento, le righe incriminate, tutto ciò, insomma, che nel documento corpo di reato potè dar luogo a una polemica, appartiene esclusivamente a chi l’ha scritto, sottoscritto e, da sé solo, a pieni voti collaudato. Me me adsum – dunque - qui feci; in me, adirate e adorate compagne, convertite ferrum! Non vi sono altri responsabili. L’infamia è d’un solo. Il quale osserva subito questo: se la replica di Anna Kuliscioff, anziché essere di una donna, la cui fede e le cui battaglie son note, fosse venuta dal Comitato del suffragio femminile, che si trincerò nel più eloquente silenzio; se tale replica potesse apparire l’espressione dei sentimenti e dei propositi di un gran numero di donne, e di donne italiane; lo scrivente, fossero anche le staffilate, sul suo groppone socialista, state cento volte più fiere, si compiacerebbe altamente di averle provocate.

Perocchè – in cotesto caso – esse significherebbero che le ragioni, per le quali dell’immediata – non si dimentichi mai questo aggettivo – ammissione delle donne italiane al suffragio il partito socialista non saprebbe, crediamo, essere entusiasta; quelle ragioni avrebbero perduto buona parte del loro valore. E significherebbero quell’avvento della femminilità lavoratrice in grande massa nel movimento di classe, che è uno dei più fervidi dei nostri desideri ed auspici.

Ma la parola di Anna Kuliscioff, congiunta al silenzio delle altre, non dà se non la riprova di ciò che pur troppo non ignoravamo. Le donne italiane, novecentonovantanove su mille – ossia in una proporzione dieci volte almeno superiore a quella degli uomini – sono assentii dal movimento politico, e assenti, anche più, da ogni movimento di classe.

La colpa? Delle donne stesse, degli uomini, di quel che si vuole: inutile, qui, ricercarla. Il fatto è questo, e il fatto rimane. Né si vede che i Comitati, che si erigono a interpreti e a guide del movimento femminile, lavorino – con precisi propositi – nelle direttive e agli intenti, coloriti e illustrati nella femminile, e virile, requisitoria pubblicata qui sopra.

E allora, parliamo pure di libertà che corregge sé stessa, di educazione che sorge dall’esercizio del diritto, auguriamo e speriamo che, allorquando – e ne conveniamo, non sarà così tosto – il suffragio universale sia per venir conquistato, le cose, anche un po’ per opera nostra, siano profondamente mutate; ma, oggi come oggi, la prospettiva della facoltà, data a tutte le donne italiane, di partecipare al suffragio politico, non è precisamente fatta per acquistare a questo simpatie – negli ambienti socialisti e democratici – né per animarne la propaganda e per affrettarne la vittoria.

***

Ciò premesso, è da aggiungere che mai, allo scrivente o ai colleghi del Comitato, non saltò in mente di “escludere” le donne – le lavoratrici soprattutto – sia dall’estensione del suffragio, sia dalla campagna per conquistarlo, nella quale le invochiamo anzi, col più sincero desiderio, come collaboratrici di inestimabile efficacia suggestiva.

Se una diffidenza potè trapelare da quella lettera, è soltanto verso quel certo femminismo elettorale, che guarda alla conquista del voto come a un nuovo privilegio, che rinforzerebbe, coll’aggiunta del voto femminile su basi limitate, il dominio intellettuale ed economico della borghesia; o, anche se a questo non pensa, agisce in realtà come non avesse altra mira.

È nostra – ci sia perdonata! – la triplice risposta che demmo a un referendum femminile, pubblicato vari anni fa, circa i tre motivi che rendessero propensi od avversi all’introduzione, anche immediata, anche universale, del voto femminile. A tutte e tre quelle domande noi rispondemmo (e non certo per fare un bisticcio) questa sola frase: Si, perché la donna è un uomo.

E, se toccasse a noi di formulare alla Camera, per conto del Gruppo socialista, il disegno di legge del suffragio universale, nessun dubbio che le donne vi sarebbero incluse formalmente ed esplicitamente – ad evitare le eleganti discussioni fra i giuristi e le Corti, che seguirono, e seppellirono, il ricorso di Bice Sacchi sulla base della legge vigente.

Ma tutto ciò, e il ricordo e l’esempio di tutti i voti di Congresso e di tutti i partiti socialisti della terra, come pure quello delle ammirevoli lavoratrici dell’Austria (ci scappò scritto, in quella lettera, “ della Germania”, ma è alle austriache per l’appunto che soprattutto pensavamo), le quali – col loro pratico riconoscimento della necessaria gradualità ci sembrano piuttosto recar presidi alla nostra tesi che non all’accusa che ci vien mossa; tutto ciò, diciamo, non distrugge il fatto, di intuizione elementare, che, fin quando il movimento femminile pel suffragio resti limitato a una specie di sport signorile, e non sia volto a suscitare nelle masse lavoratrici femminili la coscienza dell’interesse di classe che la conquista del suffragio munirebbe di valide difese, tale movimento – agli occhi almeno del socialismo e del proletariato – apparirà condannato alla sterilità più assoluta, e la conquista del voto universale – in qualunque ora della storia sembri diventare imminente – apparirà meno urgente nel suo aspetto muliebre che nel suo aspetto maschile.

Il dire questo, o anche gridarlo sui tetti – non ne spaccia alla mia severa denunziatrice – può risultare più utile, come stimolo, al progresso del movimento femminile democratico e proletario, che non sia il comodo e più galante sorvolare sulla questione; sotto il silenzio rimanendo intatte le ragioni profonde, che fanno del suffragio femminile, ancora oggi, a troppi occhi, in Italia, un’incognita pericolosa, e quindi un incaglio e una cagione di ritardo, tanto al trionfo di se stesso, quanto a quello della estensione, uni o plurisessuale, del suffragio politico.

FILIPPO TURATI

4/ SUFFRAGIO UNIVERSALE A SCARTAMENTO RIDOTTO, di Anna Kuliscioff

(Dalla Critica Sociale, 16 aprile 1910)

………o idealismo umano,

affogati……………

CARDUCCI

La mia replica sarà breve. Non è piacevole, lo confesso, sopra una questione di sostanza e che sta molto a cuore, dissentire da chi ci fu compagno di lotta e di lavoro, in una vita comune di un quarto di secolo, con perfetta solidarietà, e, per un ventennio, anche su questa Rivista. E avrei ben volentieri rinunziato a questa polemica in famiglia, se Turati, qui, non fosse stato l’interprete fedele dei nostri compagni più autorevoli, del Partito, del Gruppo parlamentare, del Comitato pel suffragio universale. Ma allora le smentite e le confutazioni sarebbero venute da altri: l’ortodossia del Partito, geloso delle sue tradizioni novatrici e rivoluzionarie, avrebbe condannata l’eresia individuale.

Ma una qualsiasi reazione si attende invano; e, per temeraria che appaia questa mia insurrezione, ad armi impari, contro tutte le “autorità costituite” del socialismo italiano, …………….à la guerre comme à la guerre, e proseguiamo il dibattito!

Alla mia “requisitoria” contro l’illogicità e il filisteismo della misoginia elettorale dei socialisti, Turati insorge protestando che giammai, né a lui né al Comitato, passò per la mente di escludere le donne, sia dall’estensione del suffragio (malgrado la “nessuna influenza immediatamente benefica” di codesta “aggiunta contemporanea”), sia dalla campagna per conquistarlo.

Nessun dubbio che, in una proposta di legge, che venisse dal Gruppo, le donne sarebbero formalmente e esplicitamente contemplate. E, nella agitazione, le si invocano, “col più sincero desiderio, come collaboratrici di inestimabile efficacia suggestiva”. Alleluja! Dovrei sentirmi fiera di così completa ed inattesa vittoria!

Senonchè le vittorie troppo facili e pronte non sono che illusioni, destinate a vivere ce que vivent les roses– e mi basta porre mente alle considerazioni “di contorno” per averne qui la riprova. L’accessorio distrugge il principale; la cornice il quadro! Infatti, “le ragioni, per le quali, della immediata(non si dimentichi, per carità, l’aggettivo!) ammissione delle donne al suffragio, il partito socialista non saprebbe essere entusiasta” sono rimaste inconfutate – e, “oggi come oggi, la prospettiva della facoltà, data a tutte le donne italiane, di partecipare al suffragio politico, non è precisamente fatta per acquistare a questo simpatie negli ambienti socialisti (?) e democratici (!), né per animarne la propaganda e per affrontarne la vittoria”.

Siete dunque ancora convinti di trovarvi in possesso della bacchetta magica, che vi conquisterebbe, oggi come oggi, il suffragio per gli analfabeti, se l’immediata ammissione delle donne non fosse là, a riempire di sgomento i socialisti e gli affini? E allora – perché, di grazia, invocate la immediata partecipazione delle donne lavoratrici alla campagna di conquista e le includerete immediatamente nel vostro disegno di legge? Ma, ahimè! la bacchetta magica, ecco che ritorna nel suo regno: nel regno delle favole.

Turati non disconviene che la conquista del suffragio universale esigerà, per esempio, un po’ più di una stagione….. e il famoso aggettivo (non dimenticarlo mai, per carità!) perde allora un tantino del suo valore.

Non essendo da sperare il miracolo di immediate vittorie, anche le immediate prudenze possono lasciarsi in riposo. Vediamo tuttavia le ragioni che le avevano suscitate e consigliate. “Le donne italiane, novecentonovantanove su mille – dice Turati, che deve averle contate – sono assenti dalla politica”; e gli assenti hanno torto. Su 9 milioni di uomini maggiorenni, quanti – ci si dica in cortesia – partecipano effettivamente alla vita politica? Data la percentuale media del 44% di analfabeti, gli elettori inscritti dovrebbero ammontare almeno a 4 milioni e mezzo: sono a malapena 3 milioni, e di questi la metà diserta le urne.

Questa assenza, però, di cinque sesti degli uomini, quasi tutti appartenenti al proletariato industriale od agricolo, non vi è affatto di ostacolo a chiedere l’universalizzazione del suffragio universale. “Ma l’assenteismo delle donne è dieci volte superiore……” – Ah! Si dimentica, semplicemente, che i maschi possiedono, più o meno, da secoli, i diritti politici (salvo non curarsene affatto); mentre leggi, costumi, tradizioni, secolari ingiustizie congiurarono sempre a fare delle donne delle perpetue minorenni e delle interdette insanabili. – Ebbene, io vado più in là: concedo che tutte le donne siano delle assenti: sarà una ragione di non chiamarle? o non piuttosto dovrebbe essere del contrario? Chi vi dice che, una volta chiamate, non accorrerebbero?

Esse non difendono i loro diritti; troppe li ignorano; troppe sono misoneiste, passive, mancipie del clero. Ma che cosa ha fatto finora il partito socialista – il solo che, sorto contro tutte le ingiustizie, a difesa di tutto il proletariato, abbia inscritto nei suoi vessilli l’uguaglianza economica, politica, giuridica dei due sessi – che cosa ha fatto per suscitare negli animi dei lavoratori il senso e la pratica di un dovere nuovo, più alto, più umano, nei rapporti delle loro sorelle di lavoro e di stenti, doppiamente oppresse, doppiamente indifese, e altrettanto degne, quanto essi, di possedere i fondamentali diritti del cittadino?

E – poiché lamenta nella donna quel penchant religioso, che dissimula, in fondo, l’incosciente anelito ad un riscatto, almeno fantastico, dalla schiavitù delle bestie da lavoro, verso la idealizzazione della maternità, simboleggiata nel dolce rito di Maria, verso una sospirata “fusione di anime” , che le nozze religiose sembrano promettere per un istante, sotto gli auspici del mistero, e che la dura vita smentisce – il partito socialista, la cui fede dovrebbe quelle mistiche idealità tradurre dal cielo sulla terra, dalla fantasia nella realtà, e la maternità porre davvero sugli altari della vita, e la fusione delle anime realizzare nella quotidiana comunione delle lotte, dei diritti, delle difese, delle redenzioni; che cos’ha fatto – il partito socialista – per essere, verso la donna, meno ingannatore delle religioni, meno prete dei preti?

Ma qui Turati mi interrompe con un lieve sorriso canzonatorio, che vorrebbe dire: - tutto ciò è sacrosanto, ma, “oggi come oggi”, le donne sono quello che sono. Inutile indagare di chi la colpa. Il fatto rimane. E non lo distruggono il ricordo e l’esempio di tutti i voti di Congresso, di tutti i partiti socialisti della terra. Facciamo pure buon mercato dei Congressi e dei partiti socialisti, se così vi piace.

Ma Turati non può non ricordare la esperienza nostra, i nostri tentativi, la nostra propaganda, a lungo esercitata, nel proletariato femminile; tutto quel lavoro che, se poi si arenò (e ne vedremo le cagioni), bastò però a dimostrare come il risveglio delle donne lavoratrici crescesse in ragione diretta della nostra azione, idealisticamente socialista, esercitata in mezzo a loro. Erano migliaia, nel ’96, nel ’97, e, più tardi, nel ‘901, le operaie delle più diverse industrie, che accorrevano alle nostre conferenze ed entravano, allora, nelle organizzazioni. Né mancò la partecipazione alle battaglie politiche.

Per le elezioni del ’97 la Federazione socialista milanese diffondeva, a diecine di migliaia di esemplari, un opuscolo, diretto esclusivamente alle donne, compilato dal Gruppo socialista femminile, e le lavoratrici intervennero con ardore di neofite, cooperando ai primi trionfi dello stesso Turati nel 5° Collegio di Milano.

E l’agitazione per la legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli non fu opera delle donne socialiste e soprattutto operaie? Ci vollero ben quattro Congressi (i resoconti son là) perché la loro assidua insistenza persuadesse al fine, nel 1900, l’apatia mascolina del partito a propugnare la vitale riforma, presentando quel disegno di legge, preparato dal Gruppo socialista delle donne milanesi, che doveva approdare, attenuato, dopo i cento Comizi popolari, nella legge attualmente in vigore.

Si scatenò la raffica del ’98. Il partito, subendo la necessità indeclinabile dell’ora, fu costretto, per debellare prima la reazione e quindi per consolidare la libertà, a polarizzarsi verso altre mete, persuadendo e proseguendo l’unione elettorale dei partiti popolari; e le donne, che non sono elettrici, vennero (questa è la verità) lasciate in disparte. Non furono più viste, alla soglia dei seggi elettorali, le giovani lavoratrici, cinte della simbolica fascia colore di fiamma, fiammeggianti di entusiasmo esse stesse……..

Ma quella scomparsa dimostrò soltanto, e dimostra, che il socialismo aveva, ed ha, smarrito gran parte del suo fascino ideale e morale. E non v’è da esserne lieti! E così l’assenteismo, la incapacità politica, l’ignoranza e la soggezione al clero, questi argomenti onde si fanno forti i socialisti contro il voto alle donne, oh! non sono essi davvero che li hanno inventati! Sono gli argomenti che, in Germania, prima del ’60, gli Junker, i nobiluomini campagnoli, più di recente in Austria la grassa e grossa borghesia, ripetevano a perdifiato contro il suffragio universale maschile; li ripeteranno ugualmente i nostri feudatari meridionali, quando verrà la sua ora. Lo stesso Bebel confessa che, ancora nel 1863, egli era ostile al voto universale maschile, per queste stesse ragioni: eletto deputato nel 1867 dal suffragio universale, si convinse del suo errore, come si convinsero tanti altri con lui e dopo di lui; così, conquistato il voto alle donne, le conversazioni del senno di poi crescerebbero all’infinito.

Ma io veggo già Turati, che, attenuando tutte le riserve del partito socialista, si trincera sempre più dietro la “legge di gradualità”, a cui “le ammirevoli” lavoratrici dell’Austria avrebbero – egli crede – fatto così encomiabile omaggio. Ma, anche qui, è un errore madornale. In Austria, il partito e le donne socialiste accettarono bensì il solo suffragio maschile; lo accettarono come un acconto, non perché avessero accampata la necessità di siffatta gradualità sin dagli inizi della lotta. Scacciate dalle prime trincee, le classi privilegiate, repugnanti ormai da adoperare i fucili e le mitragliatrici, pensarono di ridurre il danno a metà, escludendo dalla vittoria le donne, la cui missione esse avevano tradizionalmente simboleggiato nelle famose tre K: kinder, Kirche, Küche (bambini, chiesa, cucina).

Socialisti e socialiste, d’accordo, trovarono utile non giocare il tutto pel tutto, contentarsi, per il momento, della trincea conquistata, e accettarono la transazione. Ecco dunque sfuggite a Turati anche le “ammirevoli” lavoratrici dell’Austria. Che cosa più gli rimane?

Rimane a me di spezzare una lancia in difesa del Comitato nazionale pel suffragio femminile. Perché, in verità, non mi riesce di spiegarmi tanta rigidità di partito di classe, di fronte al movimento femminile non proletario, mentre, nei rapporti coi partiti politici borghesi, i socialisti hanno smussato così generosamente gli spigoli della loro classica intransigenza delle origini. Dacchè – e per delle ottime ragioni, che qui non discuto – le tendenze affinistiche bloccarde o popolariste presero il disopra nel partito – fino ad abbracciare, al di là della più rosea democrazia, il liberalismo delle “sante memorie” e del “panteismo sociale” – quando mai il partito socialista accampò la pretesa di poter lavorare con uomini di altri partiti e di altre classi, soltanto a patto…. che diventino socialisti e prendano il battesimo nelle pure acque proletarie?

Forse che le donne di qualunque ceto – professioniste, impiegate, insegnanti, commercianti, direttrici di industrie – non hanno tutte le ragioni del mondo di reclamare per sé i diritti di cui godono gli uomini? O potrebbero venir loro contesi, solo perché la loro bandiera fosse moderata o clericale? Se i socialisti si sentissero convinti fautori di un suffragio universale autentico, e non a scartamento ridotto, saluterebbero con viva soddisfazione anche le suffragiste non proletarie, come un coefficiente efficace all’auspicata vittoria.

Solo si riserberebbero di combattere quella qualunque proposta di legge, che intendesse limitare il voto ad alcune categorie femminili privilegiate. E ciò, non perché i diritti politici e amministrativi, per le donne non proletarie, rappresentino una specie di sporto di snobismo politico. Ma perché le donne – al di là della solidarietà di sesso – appartengono anch’esse alle varie classi sociali, e il voto femminile, limitato alle sole classi superiori, si risolverebbe in un voto plurimo, concesso alle classi antagoniste al proletariato, ed equivarrebbe a una vera restrizione del voto proletario. Ed è proprio contro questo pericolo che il partito socialista disarma incautamente e completamente se stesso, quando accampa le accennate riserve circa la immediata estensione del voto universale alle donne.

Né è fantastica o arrischiata la previsione che l’attuale Presidente del Consiglio – chi non ricorda il bouquet dei più bei fiori della sua eloquenza magnifica, offerto alle signore delle tribune di Montecitorio, quando si discusse la petizione delle donne italiane pel suffragio? – possa presentare un disegno di legge pel voto limitato a talune categorie di donne cittadine.

Con quali armi insorgerete a combatterlo? Per contenere il voto alla grande maggioranza delle donne, l’on. Luzzati si farà forte dei vostri stessi sofismi; e, in nome dell’armonia delle classi, della fratellanza di tutte le donne, e della “legge di gradualità” per l’appunto, chiederà che lo sperimento si cominci dalle donne più capaci. Ricorderà allora, ed a ragione, il Congresso femminile di Roma di or sono due anni, dove un migliaio di rappresentanti femminili dimostrò di saper trattare, con idee larghissime, le questioni più complesse della vita moderna; evocherà forse (se non temerà gli strilli del Gruppo clericale!) il voto per la scuola laica ……, e chiederà perché, a donne come la Labriola, la Dobelli, la Spalletti, la Pasolini e tante altre, non si possano aprire le porte del Parlamento….[1].

E il Gruppo socialista avrà un bel protestare e tempestare: ferito dalle armi che la sua improntitudine ha offerto agli avversari, vedrà il voto plurimo trionfare, favorito sia dall’interesse delle classi conservatrici, sia dalla crânerie politica e dall’amabile scetticismo, che dominano, in Italia, l’ambiente parlamentare. E, se questo, che pare un sogno, si avverasse……….. à quelque chose malheur est bon, e gli apostoli convinti del suffragio universale non ne avrebbero forse ragione di rammarico. Toccato nella sua corda più sensibile, la corda elettorale, il partito socialista si farebbe allora sul serio banditore del suffragio universale – non più confinato in qualche ordine del giorno, o evocato come semplice espediente parlamentare – e vorrebbe allora, immediatamente, per le donne lavoratrici tutte quante, l’arme già concessa, come privilegio di classe, alle donne della borghesia.

La propaganda pel suffragio universale, calda di convinzione, fervida di fede nell’avvenire – diretta ai contadini, schiacciati dal medioevale giogo delle camorre meridionali e del vandeismo settentrionale – alle donne, doppiamente martiri, della loro miseria e dell’egoismo mascolino – una propaganda, cui è giocoforza, per trionfare, metter in luce le infinite ingiustizie che opprimono i più reietti, i più dimenticati, i più sfruttati – una cosiffatta propaganda è la sola che possa infondere una nuova giovinezza al nostro partito.

Il partito socialista in Italia soffre di vecchiezza precoce. Qualche cosa s’è inaridito, alle sue fonti, e quello, che doveva essere torrente impetuoso, minaccia di assottigliarsi a rigagnolo pigro, sboccante nei paduli di Montecitorio. Perciò i giovani non vengono a lui e cercano altre vie; quelli che ci vengono ancora, e, in mancanza di contenuto idealistico più alto, si danno alla propaganda anticlericale la più volgare, che urta il sentimento delle masse e che le allontana, troverebbero – in una forte agitazione pel suffragio veramente universale, senza restrizioni – un aere ossigenato pei loro polmoni morali, un alimento alla loro avidità di espansione e di lavoro; rifluirebbero allora essi, numerosi ed ardenti, nelle nostre file, e ci renderebbero la vita.

Se anche, nella critica ai vecchi commilitoni, saranno talvolta ingiusti, eccessivi, misconoscenti, poco importa, anzi non importa affatto; purchè siano salutare correttivo alla saggezza e alla prudenza dell’età critica – ohimè! non l’hanno le sole donne! – degli uomini politici. Un’ultima parola, e questa, ed è di preghiera, alle compagne socialiste. Partecipino esse – poche o molte che siano – dappertutto, alla solennità dell’imminente primo maggio; vi sostengano, dovunque, il diritto anche delle donne alla conquista del voto; si preparino a intervenire numerose al prossimo Congresso socialista, per rivendicarvi lo stesso diritto. Confido che voci giovani e forti avranno ben maggiore efficacia della mia voce – infiacchita dal grigio tramonto!

ANNA KULISCIOFF

5/ Ancora Filippo Turati

Chi, prima ancora di me, avrebbe diritto di protestare contro questa nuova requisitoria, è proprio il mito somarello, dell’Intermezzo carducciano, la cui malinconica riflessione sulla decadenza dell’umano idealismo fu incisa, come epigrafe, in testa allo scritto che precede.

Mi sia lecito – come compagno di sesso e di battiture – interpretarne il pensiero. - Si, è vero – raglierebbe, se potesse, l’asino dell’ortolano, che in verità sarebbe un poco sorpreso di vedersi trasformato in un così fervente femminista. – Io ho mandato l’idealismo umano ad affogarsi, e, nella mia asinina rozzezza, gli indicavo anche il sito: quel sito che voi, signora, per gentile senso di decenza, vi fate scrupolo di nominare. Si, io mandai l’idealismo umano ad immolarsi sull’ara, chiamiamola così, della dea cloacina. Ma il caso, che mi strappò quella interiezione, era un tantino diverso. Io sono – proseguirebbe – come ogni somaro che si rispetta, un perfetto analfabeta, e, quando ragliavo così, nessuno ancora sognava che agli analfabeti pari miei dovesse estendersi il diritto di voto. Sono dunque perfettamente consapevole della mia somaraggine.

Ma, in verità, voi mi avete fatto diventare ………più asino del vero. Quand’io ragliavo quella bestemmia, ricordate ciò che m’era toccato di vedere e di udire? Carducci ve l’ha pur raccontato. Era lo spettacolo osceno di un poeta ubriaco, che, ostentando ai passanti la fetente ulcera del suo cuore, vomitava sulla pubblica strada “vino, tabe, elegie”, in onta al preciso disposto dei regolamenti municipali. Vi pare che calzi il paragone colla lettera e coll’articolo di Filippo Turati? No, neppure il ricordo delle dolci somarelle dei miei anni giovanili mi avrebbe mai spinto a cosiffatta eresia? Ed ora, riabilitato il quadrupede, veniamo al cristiano. E dico subito che, se l’ingratitudine non fosse femmina, della suscitata polemica le suffragiste – più di chiunque – dovrebbero essermi riconoscenti.

Ecco infatti che, per effetto di quella lettera, che mi fa testa di turco a tanti strali, la questione del voto femminile, ch’io avrei trattato con insufficiente rispetto, viene sul proscenio, sbuca dall’oscurità, si vendica dei sorrisi ai quali sembrava condannata. Salutem ex inimicis! Dovrebbero ripetere le donne che san di latino. E non solo sopra queste colonne.

Nell’Avanti! del 1° aprile – la data non include malizia – prima la dott. Bice Sacchi, dalla colonna delle “varietà”, mi scaglia tutto un arsenale di piccole ma contundenti armi femminili, accusandomi, con tutta la corte socialista mascolina, di gretto utilitarismo, di sottile ipocrisia e di terrore verde del ridicolo.

Nell’Alleanza di Pavia, accorre a rinforzo la signora Carmela Baricelli, sospettandomi di dubitare, con un certo Concilio ecumenico, che anche la donna abbia un’anima. E altre, altrove, rincalzano, che non tutte ricordo. Così la polemica dilaga e il mio supposto boicottaggio è miseramente fallito!

Non me ne dolgo; e rispondo subito alla Kuliscioff (a fortiori avrò risposto alle altre, più femministe e suffragiste e meno socialiste) che, anzi, vivissimamente me ne compiaccio. Se, movendo alle Indie, avrò, come Colombo, scoperto l’America; se, cercando la formula dell’oro, avrò inventato la chimica, come gli alchimisti; se, constatando e deplorando l’assenza delle donne dalla politica, avrò contribuito a suscitarne la presenza; …. mi assalgano pure tutti i dardi della dialettica femminile, io solo – se altri non comincia – batterò le mani a me stesso.

Soltanto, mi si consenta di soggiungere che la lettera, tanto discussa, non meritava – in sé e nella sua modestia – tutta questa discussione. E, innanzi tutto, tutti gli argomenti che si desumono dal diritto della donna, di qualunque classe, fede, razza o colore, a conquistare, accanto all’uomo, la cittadinanza politica – dall’utilità che tale conquista recherà, col tempo, al progresso civile e democratico – tutti questi argomenti sono spesi a vuoto. La mia lettera non soltanto non contestava tutto ciò, ma lo affermava senza la menoma ambage.

La questione era altra, e assai più modesta. Sarebbe utile – si chiedeva – propugnare, colla stessa tonalità, le due cause, esigerne la risoluzione simultanea, fare di questa simultaneità una specie di pregiudiziale? E rispondevo – modestamente – di no. Mi impegnerei di dimostrare che, su questo punto, che è il vero, siamo tutti – e tutte – d’accordo.

Ma, allora, che rimarrebbe più della nostra polemica? Senonchè Anna Kuliscioff mi ghermisce nei “contorni”, mi inchioda sugli incisi, mi mortifica sulle parole. Soprattutto le duole ch’io abbia scritto che, della immediata immissione delle donne, di tutte le donne italiane, nell’esercito elettorale, l’urgenza non può essere sentita dai socialisti. E mi coglie in contraddizione. Perché, allora, le includereste nel disegno di legge? E perché le invocate collaboratrici nella propaganda? Un amico nostro, che lavorò un tempo per il socialismo, seriamente e senza clamore, e che oggi un lungo malanno affligge e sequestra (vadano a lui, di passaggio, gli auguri delle antiche amicizie!), diceva un giorno, alludendo alla nostra contraddittrice, questo motto arguto: che il partito socialista italiano non possedeva in realtà che un solo vero uomo politico; soltanto il solo uomo politico del socialismo italiano, era … una donna – ed una russa per giunta!

Ma il ragionamento, stavolta, di Anna Kuliscioff non onora, mi sembra, la logica ….. degli uomini politici italiani. Infatti, la contraddizione vi sarebbe se io avessi negato mai alle donne il diritto o la capacità elettorale in linea di principio. Ma quando si è scritto tutto l’opposto!... E appunto, poiché il progetto socialista – per le ragioni stesse sulle quali la Kuliscioff s’è tanto indugiata – non potrebbe essere, oggi, che affermazione di principio, destinata a effettuarsi per gradi – e la capacità si acquista, fra l’altro, col volerla acquistare – la contraddizione, che mi si rimprovera, non solo non esiste – ma esisterebbe nel caso inverso: quando, per l’immaturità di molte donne (un difetto, ahimè, da cui si guarisce tanto presto!), le escludessimo dal nostro progetto, o dalla battaglia che lo farà trionfare.

Comunque: questioni di questo genere non è il ragionamento che le risolva; le risolvono i fatti. Vengano le donne, sospinte dai loro bisogni economici e morali, numerose e fervide nell’arringo politico; e conquisteranno il diritto. Esse avranno vinto. Ma noi – questo è il bello! – avremo vinto con loro. Soltanto, poiché è pacifico che questo non potrà che essere il secondo passo, e il suffragio universale maschile dovrà aver preceduto; a quello si arriverò tanto più presto, quanto più libera e piana, per compiere il primo, ci saremo conservata la via.

È la tattica di Orazio contro i Curazi: abbattere il nemico con arte, alla spicciolata. Quando scatterà l’ora della prima vittoria? Qui è il fondo, chi ben guardi, e qui è la chiave del dissenso. Per la Kuliscioff, anche questa metà è estremamente ardua e lontana. Per noi – nasce quest’ottimismo dalla consuetudine realistica di lotte per fini più immediati? o è accorgimento inconsapevole, diretto a suscitare e mantenere più vivaci entusiasmi? – per noi, nell’ambiente italiano, se sapremo manovrare, potrebbe essere, quella prima mèta, molto più prossima. E decideranno gli eventi.

Da notare: se il suffragio universale maschile dovesse, in Italia, o per nostra ignavia o per ostilità insuperabile di circostanze, tardare parecchi decenni, per lento che sia il progresso dell’alfabetismo (e oggi, all’infuori dell’azione del Governo, molti nuovi coefficienti lo sollecitano: citiamo, per tutti, l’emigrazione alle Americhe), esso basterebbe a condurvici colla legge vigente. Non sarebbe più il suffragio universale quale oggi lo concepiamo e pei fini che oggi da noi gli sono proposti. Di battaglia e di conquista non sarebbe più da parlare. Quanto alla virtù rinnovatrice, che una forte agitazione pel suffragio spiegherebbe sulle energie del nostro partito, vi sottoscrivo con due mani. E non mi preoccupano troppo i pericoli, che Anna Kuliscioff affaccia, di conquiste femminili parziali e conservatrici. Bene è averli prospettati: ma non per rassegnarci fin d’ora a doverli subire. Con tutti i suoi possibili e in gran parte inevitabili errori, il socialismo proletario italiano, che già seppe rintuzzare le offese alla libertà, non tollererà restrizioni statutarie indirette, non subirà “voti plurimi” - neppure dissimulati sotto le rose galanti di concessioni di sesso. Questo rimanga stabilito. Purchè, s’intende, per troppo ringiovanirsi, non sacrifichi a mistici miraggi la maturità di consiglio propria agli adulti – ricordi che ogni giorno ha il suo compito – e che, senza l’oggi, non può spuntare il domani.

FILIPPO TURATI

6/ PER CONCHIUDERE, di Anna Kuliscioff

Sorvolo alle minuzie. Confido che il partito socialista finirà per convincersi che le sue riserve circa il voto alle donne, escludendole di fatto dall’agitazione pel suffragio universale, tornerebbero tutte a suo danno. Non mi appello ai “sommi principi”, alle “alte idealità”; rimango sul terreno del concreto e del contingente, che s’impone a tutti gli altri partiti socialisti del mondo.

L ’industrialismo, che, rivoluzionando tutta la vecchia vita sociale, spinse il proletariato a costituirsi e ad agire come partito politico di classe; strappando la donna al focolare, come elemento più docile allo sfruttamento, e lanciandola nella concorrenza contro l’uomo, creò le cause profonde della solidarietà fra i due sessi delle classi più sfruttate, per la difesa comune della loro vita, dei loro diritti, della loro discendenza. Anche in Italia le lavoratrici – lo esemplificava assai bene Romelia Troise nell’Avanti!,16 aprile – si moltiplicano rapidissimamente.

Sono già quasi 6 milioni, senza tener conto delle donne della media e minore borghesia, più spremute spesso e angustiate delle stesse operaie. Allontanare – colla doccia fredda dei piccoli opportunismi politici – questa massa di energie e di entusiasmi dal combattimento economico e politico, significherebbe ritardare le conquiste anche soltanto maschili.

Oh! le riserve opportunistiche, le avanzeranno a suo tempo - non temete – le classi dominanti, nel loro proprio interesse; non c’è bisogno che siamo noi a suggerirgliele. Di più: solo il movimento delle donne proletarie impedirà l’estensione del voto alle sole privilegiate. In Inghilterra, questo stava già, dopo ripetute prove, per trionfare in Parlamento, e il relativo bill, vittorioso alle prime due letture, cadeva, nella terza, per pochissimi voti; quando l’irrompere nella lotta delle tessitrici in zoccoli del Lancashire e dei milioni di lavoratrici di tutte le industrie (manifestavano a Trafalgar Square 20 mila donne della borghesia e in Hyde park 150 mila proletarie) infranse i rosei calcoli del femminismo elettorale borghese.

Probabilmente, almeno in Prussia, dove regna ancora il voto per classi, le Fraurechtlerinnen avrebbero già la vittoria, se il socialismo tedesco non avesse, da gran tempo, chiamato a raccolta il proletariato femminile. Eppure, quando, venti anni fa, la geniale e coraggiosa Klara Zetkin iniziava, nel partito, l’organizzazione delle proletarie, non mancarono, come in Italia, i sorrisi, le ironie, il boicottaggio della stampa socialista.

Ma l’energia di quelle donne, corroborata dall’aiuto di Bebel – la più completa personalità di socialista e di uomo – ebbe ben presto ragione del filisteismo maschile, anche socialista. Due anni or sono, il Congresso di Lipsia constatava la meravigliosa fioritura delle organizzazioni femminili, economiche e politiche. Abolita, nel 1908, la legge che precludeva le società politiche alle donne, queste ascendevano, nel partito, da 29 mila a 62 mila (9382 nella sola Berlino); nelle organizzazioni economiche intanto, dall’892 al ‘908, erano salite dall’1,8 al 7,6% del proletariato organizzato. La Gleichheit, con 77.000 abbonate, diventava una delle migliori fonti di reddito pel partito, mentre un foglio volante di propaganda più popolare per le madri e le giovinette superava il milione e ¼ di tiratura.

“Sono donne diverse dalle nostre”: mormoreranno gli scettici. – Le borghesie dei vari paesi non hanno mai ragionato diversamente, a proposito dei loro socialisti e dei loro proletari! – Quello intanto è il più numeroso, il più completo dei partiti socialisti, forse il più prossimo al trionfo.

Ma esso – o socialisti italiani – non si è dimezzato con le sue medesime mani. Il partito socialista italiano non deve, non può, rinunziare ad aumentare le forze proletarie. Il reclutamento contemporaneo, per la conquista del suffragio universale, degli uomini e delle donne del lavoro, non nasconde alcuna ingrata sorpresa, e sarà, ne ho ferma fede, ricco di vantaggi incalcolabili, economici e politici, per tutto il proletariato. – All’opera dunque!

ANNA KULISCIOFF

2/ MALNATI, Linda (da MALNATI, Linda, di Emma Scaramuzza - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 68 (2007)

Riprendiamo sul nostro sito alcuni brani dalla voce MALNATI, Linda, di Emma Scaramuzza - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 68 (2007), disponibile on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (8/3/2019)

La questione del suffragio femminile fu quella che più di ogni altra mise alla prova la sua fedeltà al partito socialista e all'unità delle forze democratiche. Il contrasto tra il punto di vista della maggioranza dei dirigenti socialisti e quello della M. era netto: gli uni negavano la rilevanza politica e l'opportunità del suffragio femminile, l'altra ne faceva il caposaldo dell'emancipazione e di ogni altra conquista femminile, il banco di prova del progresso civile del Paese. All'indomani della proposta Mirabelli alla Camera (1904) che lasciava sperare nell'estensione del voto alle donne, la M. fu una fra le prime a mobilitarsi per la costituzione di comitati pro suffragio e la formazione di un comitato nazionale di coordinamento. Nonostante la delusione per l'indifferenza del suo partito nei confronti del dibattito sul voto, a differenza di altre compagne, scelse di rimanere al suo posto accettando l'incarico di organizzare, insieme con M. Cabrini e M. Goja, il coordinamento della propaganda socialista tra le donne. Contemporaneamente mantenne aperto il dialogo con le altre componenti del femminismo milanese, sia con le "borghesi", sia con le cattoliche, senza mai rinunciare a sostenere le proprie idee.

[…]

Negli anni successivi, quando il partito socialista si mostrò più attento alla questione femminile e meno avverso al suffragio, la M. sembrò smussare la radicalità delle sue posizioni, al punto da dichiararsi "socialista non femminista" (Avanti!, 19 ott. 1911). Fu però un accordo di breve durata, che rischiò di fallire nel 1913, quando la M. sottoscrisse insieme con la Clerici un documento della Società pro suffragio che dichiarava la conquista del voto il fine e non il mezzo dell'azione politica femminile. Minacciata di espulsione se non avesse rotto il rapporto con l'associazione, accettò l'ultimatum, seppure a malincuore.

3/ Quel rivoluzionario punto del programma. Per Sturzo il voto alle donne costituiva un necessario passaggio democratico, di Giulia Galeotti

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 23/1/2019 un articolo di Giulia Galeotti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (8/3/2019)

«Quelli che temono che il suffragio femminile possa danneggiare e turbare la compagine della famiglia, hanno una inesatta visione delle salutari e forti reazioni della natura»: è il 14 ottobre del 1917 quando Luigi Sturzo prende una posizione netta con un articolo uscito sul «Corriere d’Italia». Dalle parole ai fatti: meno di due anni dopo, fondando il Partito popolare italiano, Sturzo inserirà — al punto 10 — il voto alle donne nel programma costitutivo.

Una scelta e un’argomentazione non certo usuali per il tempo. Sul piano teorico, infatti, l’opposizione netta e trasversale all’allargamento del suffragio era fondata sull’idea che l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica fosse intrinsecamente legata alla loro soggezione nella sfera privata: in quanto destinate fisiologicamente, socialmente e giuridicamente alla casa e alla famiglia, la loro uscita nell’agorá, avrebbe minacciato l’ordine sociale e politico esistente. Non stupisce dunque che in Italia, prima della fine della grande guerra, fossero stati solo tre i progetti di legge presentati in materia: due (1867 e 1877) a firma dell’outsider Salvatore Morelli (ribattezzato ironicamente il «deputato delle donne») e uno (1904) del repubblicano Roberto Mirabelli. Tutti conclusi in nulla di fatto.

La posizione di Sturzo, del resto, era nuova non solo per la politica italiana, ma anche per la Chiesa. Le sue idee, infatti, ribaltavano completamente le parole di Pio X che ancora nel 1905 affermava «non elettrici, non deputatesse, perché è ancora troppa la confusione che fanno gli uomini in Parlamento. La donna non deve votare ma votarsi ad una alta idealità di bene umano (...) Dio ci guardi dal femminismo politico».

Invece il Partito popolare era favorevole al suffragio femminile, in quanto ritenuto un necessario passaggio democratico. Inoltre, con una scelta molto significativa e di rottura per l’epoca, aveva inserito una donna nel suo Consiglio nazionale: si trattava di Giuseppina Novi Scanni, napoletana di origine ma romana di adozione, esponente del sindacalismo femminile cattolico (e futura promotrice della Democrazia cristiana).

Don Sturzo, infatti, convinto come era che il voto alle donne non avrebbe danneggiato la famiglia, non solo considerava l’allargamento del voto amministrativo e politico «una conseguenza logica di una partecipazione extra-familiare alla vita sociale e agli interessi collettivi», ma soprattutto lo inseriva in una «concezione dinamica» della democrazia, vedendolo come «fattore complessivo di educazione civile».

C’è, in questa scelta rivoluzionaria, la consapevolezza di rappresentare una novità politica e culturale capace di trasformare e dare voce alle esperienze sociali e civili del mondo cattolico.

Dietro l’apertura, però, c’era anche — è importante ricordarlo — l’impegno delle donne cattoliche per sensibilizzare alla questione tutti i cattolici. Pensiamo all’attività di tante giovani, per lo più maestre o impegnate nell’organizzazione delle operaie, come Angelina Dotti, Adelaide Coari e Pierina Corbetta.

Ovviamente con la nascita del Partito popolare non scompariranno all’interno del variegato mondo cattolico forti chiusure contro la partecipazione politica femminile. Anzi. L’apertura al suffragio muliebre gioca, ad esempio, un ruolo centrale nell’attacco che «La Civiltà Cattolica» muove al programma del partito di Sturzo nel 1919: premesso che la ricerca della paternità e il voto elettorale alle donne costituiscono «punti indiscutibili espressi dal partito, ma per lo meno discutibili secondo le dottrine cattoliche, perciò da non imporsi alle coscienze dei cattolici», quello che deve essere chiaro è che il suffragio femminile, tutt’altro che un diritto o una prova di democrazia, è «una necessità sociale, per opporre i voti supposti conservatori delle donne ai voti generalmente sovversivi dei socialisti, degli anarchici o di altri siffatti partiti estremi. Tale è la condizione angosciosa della società contemporanea: simile al colmo di una crisi nell’infermità, sospinge ai rimedii più risoluti ed estremi, ancorché pericolosi. Ma non perciò li fa desiderabili in se stessi, molto meno un ideale di progresso».

Come noto, comunque, ancora una volta tutto si risolverà in nulla, e il fascismo farà il resto. Se il voto le donne italiane lo otterranno solo grazie al famoso decreto n. 23 del 31 gennaio 1945, ribattezzato “De Gasperi - Togliatti”, resta che, al di là di tante altre valutazioni, grazie a quel sacerdote di Caltagirone il segretario della Democrazia cristiana poté vantare una chiara tradizione cattolica in questo senso.

Note al testo

[1] Un articolo, a pro’ di questa tesi, del Saraceno nella Vita– che, se non è l’Anna D’Amico del pensiero del Gabinetto, come pretende il Giornale d’Italia, certo sta in intimi rapporti con alcuni degli attuali Ministri – sembra suffragare la mia non temeraria previsione.