Il Rapporto Caritas sulle povertà a Roma 2018: un punto di vista. Sintesi ufficiale del rapporto: «L’impoverimento progressivo generale avviene in una società fatta di monadi, di solitudine: 3 milioni di italiani dichiarano di non avere alcuna relazione esterna alla famiglia. Le persone senza dimora superano in Italia le 50.000 unità. A Roma il numero delle imprese che hanno chiuso negli ultimi 5 anni è pari a 16.000 unità. La città impoverisce e invecchia a vista d’occhio. Quanto ai giovani che non studiano né lavorano (i cosiddetti NEET) negli ultimi 10 anni sono aumentati del 68,3 %. La prima tra le difficoltà registrate dai Centri d’ascolto fa riferimento a fragilità lavorative. Sono molto più numerosi tra gli utenti i celibi/ nubili, conviventi, separati e divorziati (60%) rispetto ai coniugati. La crisi della famiglia ha avuto un effetto destrutturante, anzi devastante, dal punto di vista dell’equilibrio individuale e sociale. La percentuale più elevata nel consumo di bevande alcoliche si riscontra tra gli adolescenti di 16-17 anni e tra gli ultra 65enni. Il capitale culturale e formativo delle persone è uno dei più efficaci baluardi che le difende dal perdersi in qualche dipendenza. La bassa percentuale di coniugati evidenzia la funzione protettiva del matrimonio. Lo stesso vale per il lavoro: gli occupati a tempo indeterminato sono una percentuale bassa tra alcolisti e tossicodipendenti. Nelle famiglie della Capitale più si fanno figli e più si è poveri. I minori migranti che risultano irreperibili al giugno 2018 sono complessivamente 4.677»

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 18 /01 /2019 - 15:04 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la sintesi del Rapporto Caritas Roma 2018, pubblicata il 15/1/2019 sul sito www.caritasroma.it. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Nord-sud del mondo.

Il Centro culturale Gli scritti (20/1/2019)

1. Povertà in crescita

Le “antenne” della Caritas di Roma sparse su tutto il territorio romano rivelano che la povertà a Roma sta aumentando. I 145 centri d’ascolto parrocchiali e i tre Centri d’ascolto diocesani, grazie alla loro vicinanza concreta al territorio e alle persone bisognose, scattano una foto “ad alta definizione” delle povertà a Roma, che, pur in presenza di alcuni segnali in controtendenza, restano drammatiche e anzi si aggravano.

In un anno la Caritas di Roma ha dato ascolto a 21.149 persone in stato di bisogno attraverso la sua rete di 50 opere-segno, anche grazie alla sollecitudine e disponibilità dei suoi operatori, degli oltre 4000 volontari e 6000 giovani di 62 istituti scolastici, e soprattutto dei 145 centri d’ascolto distribuiti sul territorio romano presso le parrocchie e dei 3 centri d’ascolto diocesani.

La condizione romana riflette la situazione italiana, caratterizzata da una profonda disuguaglianza sociale, fortemente percepita dalla popolazione. Secondo un’indagine dell’Oxfam Italia del 2017, il 61 % degli italiani ritiene che le diseguaglianze siano nettamente cresciute negli ultimi anni. Ma non si tratta solo di percezione negativa e di disfattismo; secondo misure scientifiche affidabili, il grado di diseguaglianza del nostro Paese è effettivamente parecchio superiore a quello registrato dalla media europea. Nella graduatoria che misura la diseguaglianza sociale dei 28 Paesi europei l’Italia ottiene il non lusinghiero risultato di posizionarsi tra i primi 8 paesi in graduatoria per diseguaglianza, cinque posizioni sopra la media. Molte fonti denunciano l’allargamento della forbice sociale che può essere esemplificata in molti modi: per la lista Forbes la ricchezza dei primi 14 miliardari italiani equivale alla ricchezza netta detenuta dal 30% della popolazione più povera. Anche la recente indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie conferma la crescita della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e l’aumento degli individui a rischio povertà (coloro che possiedono solo il 60 % del reddito mediano della popolazione). Essi rappresentano il 23%, un dato molto alto.

Del resto secondo l’Istat, nel 2017 in Italia è cresciuta l’incidenza delle persone sia in condizione di povertà assoluta sia in condizioni di povertà relativa. Per la povertà assoluta si passa da 4 milioni 742mila a 5 milioni e 58mila (un italiano su 12) equivalenti a 1 milione e 778mila famiglie; per la povertà relativa si passa da 8 milioni e 465mila a 9 milioni e 368mila equivalenti a 3 milioni e 171mila famiglie residenti. Sono dati agghiaccianti.

Anziani, minori, giovani e le cosiddette (dall’ISTAT) “famiglie tradizionali della provincia” sono i gruppi sociali che stanno impoverendo maggiormente. Secondo Oxfam a metà 2017 il 20 % più ricco degli italiani deteneva oltre il 66 % della ricchezza nazionale.

A questo proposito nel 2018 l’Unione europea delle cooperative registra un dato che rappresenta una sorta di spread del disagio: l’incidenza della povertà in Italia tra gli over 65 è quasi 4 volte superiore rispetto a quella della Germania.

Uno dei problemi principali è dato dalla difficoltà di entrare e permanere nel mercato del lavoro. E la numerosità della famiglia continua ad essere un efficiente fattore predittivo del disagio sociale. Va precisato che non si parla solo della “questione meridionale”, anche se è il Sud ad accusare maggiormente il processo di impoverimento. Gli individui a rischio povertà sono però raddoppiati al Nord Italia in 10 anni. E quest’impoverimento progressivo generale avviene in una società fatta di monadi, di solitudine: secondo l’Istat 3 milioni di italiani dichiarano di non avere alcuna relazione esterna alla famiglia. E dunque in caso di bisogno, non hanno nessuno a cui chiedere aiuto e cui appoggiarsi.

Secondo l’ultima stima FioPSD le persone senza dimora superano in Italia le 50.000 unità.

Roma riproduce sofferenze e diseguaglianze, amplificandole ancora di più, ed è possibile tastare il polso di questo disagio. Del resto il suo tessuto economico mostra crepe importanti. Una cifra che si presta a una lettura articolata, ma che comunque segna un impressionante dato negativo, riguarda le imprese: secondo Unioncamere il numero delle imprese che hanno chiuso negli ultimi 5 anni rilevati è pari a 16.000 unità.

A Roma il reddito individuale imponibile medio si distribuisce in maniera profondamente diseguale: si va dai 40.530 euro del II Municipio ai 17.053 euro del VI Municipio (dunque meno della metà rispetto al primo municipio in classifica). Nel complesso meno del 2% (1,8) denuncia un reddito di oltre 100.000 euro l’anno, mentre il 51,3% possiede un reddito fino a 15.000. euro. La città impoverisce e invecchia a vista d’occhio: in ogni municipio, si registrano circa 10.000 persone over 65 che non raggiungono il reddito di 11.000 euro, per un totale complessivo di 146.941 abitanti: un’intera grande città fatta di anziani che vivono di stenti dentro una grande metropoli contemporanea.

Sta aumentando il disagio delle famiglie apparentemente “normali”. Sono aumentate in 10 anni del 47,8 % le famiglie con un solo occupato e senza ritirati dal lavoro (dove manca perciò l’ammortizzatore sociale della pensione di un nonno o di una nonna). E sono 92.790 le famiglie di senza occupati, senza ritirati dal lavoro e con almeno un elemento disponibile al lavoro. L’ufficio statistico di Roma Capitale stima ad oltre 125.000 i nuclei familiari con minori e un reddito sotto i 25.000 euro con punte nel V (12.162), nel VI (16.729) e nel X municipio (11.367).

Per i giovani sono tempi difficilissimi: la disoccupazione è aumentata visibilmente per tutte le fasce d’età di circa 10 punti percentuali; praticamente un quarto dei giovani romani (18-29 anni) risulta disoccupato. Inoltre anche la stessa occupazione va esaminata in controluce: il lavoro atipico che si caratterizza per la presenza di contratti a termine o di collaborazione coinvolge il 51,6 % dei giovani tra i 25 e i 39 anni. Oltre la metà dei giovani romani dunque non ha la possibilità di fare progetti a lungo termine e pianificare una famiglia. Quanto ai giovani che non studiano né lavorano, né sono in formazione (i cosiddetti NEET) negli ultimi 10 anni sono aumentati del 68,3 % raggiungendo la cifra di 134.556. Ma cosa si nasconde dietro questa sigla misteriosa, chi sono in realtà i NEET? I centri d’ascolto della Caritas di Roma rivelano: sono spesso giovani mortificati da un iter scolastico fallimentare e da un mercato del lavoro che ha come unica certezza l’instabilità.

Inoltre sempre dai Centri d’ascolto viene l’informazione che riguarda l’ereditarietà dell’esclusione sociale: spesso i poveri più giovani sono figli di famiglie travolte da spaventose posizioni debitorie, relative a canoni di locazione non pagati o bollette delle utenze saldate in maniera discontinua; essi accettano più facilmente lavori in nero per fermare atti di pignoramento che diverrebbero esecutivi in presenza di un reddito certificato. Inoltre la situazione debitoria dei genitori finisce col deprimere in partenza sogni e desideri di mobilità sociale, sempre per timore di espropri, inducendo i figli a lasciare presto gli studi per contribuire al bilancio familiare accettando solo lavori in nero.

2. Le persone che si rivolgono ai Centri d’ascolto della Caritas di Roma

Gli utenti che si rivolgono alla Caritas non sono numeri: sono persone con una sensibilità spesso ferita, oltraggiata dalle vicende della vita. Rivolgersi alla Caritas per la prima volta non è certo un passo semplice: farlo significa aver maturato una consapevolezza particolare rispetto alle problematiche della propria vita e la consapevolezza di aver esaurito tutte le proprie risorse materiali, psicologiche e affettive.

Non è infrequente tra le persone che si rivolgono alla Caritas registrare atteggiamenti di ritrosia, un non volersi far identificare sui temi della povertà; quest’atteggiamento riguarda in particolare i nuovi poveri che resistono all’idea di posizionarsi tra i “perdenti”. Un pudore che non va interpretato solo come segno di malessere, ma anche come una difesa comprensibile e fisiologica da parte soprattutto dei nuovi poveri, che magari fino al mese prima conducevano una vita decorosa e oggi si trovano a “fronteggiare a mani nude il drago della miseria”.

La maggior parte (15.046 nell’ultimo anno) si rivolge ai Centri d’ascolto diocesani (Cda), ma anche i centri attivi presso le parrocchie raccolgono il malessere di migliaia di persone: nel corso dell‘ultimo anno diverse migliaia di persone (per la precisione 6.103). Ai centri parrocchiali si rivolgono maggiormente donne, mentre in quelli diocesani sono prevalentemente uomini. Nei centri diocesani quasi il 60 % degli utenti sono extraUE, mentre nei centri parrocchiali oltre il 50 % sono cittadini italiani. Sono prevalenti giovani immigrati nei centri diocesani, per lo più africani; nelle parrocchie invece la maggior percentuale di utenti presenta un’età maggiore di 45 anni e sono di nazionalità italiana.

La presenza di italiani giovani che si rivolgono ai Cda e sono ospitati nei centri d’accoglienza è da mettere in relazione con la già citata crisi occupazionale, mentre per quelli stranieri il loro arrivo è da mettere in relazione a un percorso migratorio. E questo percorso migratorio, se da una parte è legato a caratteristiche del nostro Paese è da rapportare anche a molti diversi fattori, come ad esempio, i conflitti nelle zone del mondo di provenienza.

Presso i Cda della Caritas si cerca di mantenere viva nei giovani la convinzione che il destino non sia immutabile: insieme a questa speranza gli operatori tentano di accrescere il loro senso di responsabilità, affinché non finiscano per lasciare che gli eventi decidano per loro. La dimensione psicologica nell’incontro con le persone bisognose è importantissima: il fatto stesso di rivolgersi alla Caritas ha a che fare con l’accettazione di un grave fallimento, così come, per quanto riguarda gli stranieri, va considerato che spesso hanno sulle spalle esperienze terribili e sono affetti da sindromi post-traumatiche da stress (un quadro di disturbi molto dolorosi e invalidanti).

Del resto, i bambini e gli adolescenti che vivono in situazioni di emergenza umanitaria, quali guerre, conflitti sociali e catastrofi naturali rappresentano un terzo dei ragazzi non scolarizzati a livello mondiale(dati UNESCO-UNICEF-2018). Il 52% dei bambini ha abbandonato o non ha mai frequentato la scuola primaria (cioè oltre 63 milioni di bambini).

2.1 Il bisogno di essere ascoltati

Le persone che si rivolgono alla Caritas hanno spesso più di un bisogno da esprimere, rispetto al quale cercano conforto e soluzioni. “Essere ascoltati” è, subito dopo il cibo, la richiesta più impellente delle persone che chiedono aiuto, perché è la solitudine, la mancanza di relazioni umane, il non essere considerati degni di attenzione, la cosa che più lamentano. Tra i bisogni principali svetta la questione del reddito inadeguato, dunque la povertà materiale che registra quasi l’80% delle risposte (79,6 %). Ma sono presenti anche isolamento, precarietà abitativa, gestione economica inadeguata, fragilità psicologica, malattie fisiche, bassa scolarità, conflittualità familiare, malattie psichiatriche, disinformazione e disorientamento rispetto ai propri diritti esigibili, disabilità. Per questo oggi si è orientati a non considerare la povertà un fatto puramente economico, ma un problema multidimensionale in cui coesistono problemi legati al tenore di vita (disponibilità dei viveri, acqua potabile, igiene, elettricità, abitazione, risorse), problemi legati all’istruzione (pochi anni d’istruzione, frequenza scolastica discontinua), problemi della salute (nutrizione, mortalità infantile) ed anche altri.

2.2 La criticità della salute mentale

I bisogni sanitari rilevati dai Cda della Caritas di Roma sono legati proprio alla condizione di povertà, alle esperienze di sofferenza, ai percorsi migratori. Quasi il 20% degli utenti dei Cda diocesani della Caritas presenta problemi di natura psichiatrica; nel 43% dei casi necessita di una visita medica generale, il 30,7% di una visita specialistica e un altro 30,7% di farmaci; il 19,1% di accertamenti diagnostico strumentali e sierologici il 6 % di monitoraggio della gravidanza, il 3,2% di analisi di routine, l’1,2% di assistenza per lo svolgimento delle attività quotidiane

Le sofferenze di natura psichiatrica (un problema fortemente sottovalutato) sono spesso direttamente connesse al disagio sociale. È il lavoro (la sua assenza o precarietà) che incide fortemente sull’identità e l’autopercezione della persona in termini di valore e di riconoscimento sociale. Ecco perché la crisi occupazionale produce forme di cronicizzazione o slatentizzazione del disagio mentale.

Il Cda diocesano per persone straniere, su un totale di 151 persone seguite nel corso del 2017 ha riscontrato in quasi l’80% sintomatologia di tipo depressivo, in quasi il 30% dei casi con caratteristiche post traumatiche e sono soprattutto giovani.

La depressione è il disturbo mentale più diffuso nel nostro Paese, le ultime stime del 2018 dell’Istat parlano di 2,8 milioni di persone che soffrono di questo disturbo in Italia, pari al 5,4 % dell’intera popolazione sopra i 15 anni. Nel Lazio, secondo le rilevazioni PASSI Lazio, il 42 % delle persone con sintomi di depressione non comunica a nessuno il suo disagio, perché sono persone sostanzialmente sole.

2.3 La questione abitativa e del reddito

Tra le persone che si rivolgono ai Cda della Caritas vanno crescendo quelle che si trovano in affanno per la gestione della questione abitativa. In effetti Roma è una delle città più care per gli affitti, viene subito dopo Milano con un affitto medio pari a 823 euro (un monolocale 581, un bilocale 738, un trilocale 897, un quadrilocale 1.075). A queste valutazioni si aggiungono poi i picchi per zona. Sono cifre impossibili se si considera che lo stipendio medio mensile è calcolato intorno ai 1.474 euro. Ma quasi il 30 % degli over 65 dichiara un reddito inferiore a 11.000 euro. Ben si comprende come la situazione possa diventare insostenibile. Lo stesso dicasi per le famiglie con minori e con reddito sotto i 25.000 euro (a Roma 125.577), particolarmente numerose nel V, nel VI, nel VII e nel X municipio.

Presso i Cda arrivano persone che solo nel 21,4 % godono di un reddito vero e proprio; gli altri vivono di aiuti di familiari e di amici (17 %), contributi pubblici (15,4 %), assegni di aiuto (13,8) risparmi personali/familiari, assegni di mantenimento (10,9 %) o nessun reddito (15,3 %). Nei Cda diocesani (dove è più forte l’affluenza degli immigrati), la situazione risulta evidentemente ancora più drammatica. In questo caso mentre il 14,4% gode di una qualche forma di reddito, circa il 72% non beneficia di alcuna entrata.

E non a caso, gli sfratti emessi arrivano a Roma, nel 2017, a 6.700, cioè quasi il doppio di quelli di Napoli e Milano. Sfratti che nella stragrande maggioranza (6.115) vengono portati a termine per morosità e non per esigenze del locatore o finita locazione.

La povertà non è distribuita tra le varie zone: le famiglie con reddito basso (sotto i 25.00 euro) sono particolarmente presenti a Roma nel V, VI, VII, X e XIV municipio.

Tra le 1.049 persone disoccupate da meno di tre anni, il 58,9 % chiede soprattutto un lavoro, dato che è seguito a oltre 10 punti di distanza dalla richiesta di pasti/generi alimentari (47,6). Gli indumenti sono richiesti solo dal 19% degli utenti dei centri Caritas. Per loro le spese ricorrenti sono quelle per l’abitazione (61,3%) seguite da quelle alimentari (58,7 %). Sempre dai Cda parrocchiali emerge l’informazione che oltre 1.000 persone si sono rivolte alla parrocchia come ultima risorsa perché purtroppo vivono situazioni estreme; la maggior parte (673) si appoggia presso amici/parenti/datori di lavoro, 218 ricorrono ad alloggi di fortuna (parchi, androni, ponti, panchine, sottopassaggi), altri ancora (205) si rifugiano in centri d’accoglienza.

Il rapporto con la strada presenta caratteristiche psicologiche del tutto particolari, difficili da capire per noi “gente normale”. Se poi guardiamo ai Cda diocesani il 63,9 % ha una sistemazione alloggiativa “di aiuto” e solo il 32,8 % riesce ancora a pagare un affitto (e solo per un terzo di questi si tratta di affitto regolare, la maggior parte vive in subaffitto). Il Servizio Notturno itinerante della Caritas restituisce ancora una fotografia più nitida della situazione: sono baracche di fortuna nei pressi della stazione, tendaggi e travi appoggiati alle mura; vecchie tende da campeggio posizionate nei posti più inverosimili.

2.4 La famiglia fragile

I posti di lavoro persi non sono solo materiale informativo per mettere a punto articolate statistiche lavoristiche: la perdita del lavoro è una vicenda esistenziale forte che ha un impatto psicologico molto significativo, sul nucleo familiare e sull’individuo, specie se si è capofamiglia: è l’identità, la dignità della persona che viene posta in discussione, come è stato sottolineato più volte da Papa Francesco, sia nella società sia nel nucleo familiare. Non a caso, la prima tra le difficoltà registrate dai Cda Caritas sia diocesani che parrocchiali che assillano gli assistiti fa riferimento a fragilità lavorative (48,7 % nei centri diocesani, 41,8% nei centri parrocchiali). La fragilità familiare viene in ordine d’importanza subito dopo le fragilità lavorative nei Cda parrocchiali e spesso le due problematicità di avvitano. La terza problematicità è costituita dai problemi connessi alla salute e alle dipendenze. Nei centri diocesani, più frequentati da migranti, al secondo posto compaiono vicende negative legate alla tratta, all’abuso e allo sfruttamento.

I dati raccolti dai Cda sia parrocchiali sia diocesani ci avvertono su quale “buco nero” si sia aperto con la crisi contemporanea dell’istituzione familiare. Non a caso sono molto più numerosi tra gli utenti i celibi/ nubili, conviventi, separati e divorziati (60%) rispetto ai coniugati. La crisi della famiglia ha avuto un effetto destrutturante, anzi devastante, dal punto di vista dell’equilibrio individuale e sociale. Ed è tanto più da sottolineare se si considera che in passato si è parlato di famiglia come di ammortizzatore sociale, sia rispetto alle fragilità economiche sia rispetto alla gestione di malattie e fragilità varie dei componenti.  Per molti anni si è parlato della famiglia come un alveo compensativo in grado di ammorbidire gli urti che i singoli componenti assorbono dalla vita sociale. I Cda della Caritas di Roma dicono che non è più così, o per lo meno non è più così, per un numero crescente di nuclei familiari. E tra i tanti fattori che hanno congiurato c’è certamente la crisi del lavoro. Se la crisi della famiglia (separazioni, divorzi) può portare povertà è vero anche il contrario e cioè che la povertà porta crisi familiare, è un potente disgregatore della famiglia perché è molto complesso il percorso di ridefinizione dei ruoli. In termini di status interno alla famiglia, in termini di autopercezione e di autostima, in termini di ridefinizione dei consumi e dei bisogni.   Ma questi processi non sono certo indolori e la prova degli utenti che si rivolgono alla Caritas ne è l’esempio più evidente. È interessante fermarsi ad approfondire questo aspetto. Un chiaro segno della sofferenza che oggi vive la famiglia, in cui problemi della coppia e difficoltà economiche si intrecciano: nel 2017 sono risultati in aumento a Roma crisi di coppia e genitoriali, donne che subiscono maltrattamenti e violenze in famiglia, dipendenze di uno dei componenti del nucleo.  La maggior parte sono nel VI Municipio ma le problematicità sono comunque presenti in tutti i municipi. Nei centri diocesani e parrocchiali le fragilità familiari sono al secondo posto dopo quelle lavorative con il 24,1 % di casi evidenziati dai Cda parrocchiali. Presso i Cda diocesani, nell’ambito delle fragilità familiari svettano le separazioni (69,7%) seguite da lutti (25,4%) e abbandono dei genitori (4,9%). C’è inoltre da sottolineare che sono numerosi i conflitti sommersi: molte separazioni avvengono nell’ambito di una coppia di fatto, dunque sfuggono alle statistiche sulle separazioni.

Si rivolgono ai Cda parrocchiali il 34,4% a seguito di una separazione familiare, il 32% a seguito di lutti, il 22,7% a seguito di conflitti in famiglia, il 10,9% per l’abbandono da parte del coniuge. Dunque le motivazioni connesse a criticità nella famiglia (abbandoni, violenze, separazioni) nel complesso raggiungono percentuali altissime. È molto alta tra questi utenti la bassa scolarizzazione: tale esiguità del capitale formativo familiare porta a cascata all’evasione scolastica dei figli, a non proseguire negli studi o nel training di formazione professionale. La crescita delle separazioni e dei divorzi, amplificata dalla recente normativa sul divorzio breve, riflette a livello nazionale il fenomeno che si riscontra nei centri d’ascolto della Caritas (i divorzi a livello nazionale sono raddoppiati in 10 anni).

Sembra che la famiglia stia perdendo la sua resilienza rispetto al cambiamento sociale, cambiamento tangibile: basta considerare che siamo arrivati a Roma nel 2017 a quasi un quarto dei matrimoni che vengono celebrati con uno sposo di nazionalità straniera, l’età mediana della/dello sposa/o è di 34-38 anni, al 26,1 % la percentuale di matrimoni in cui uno dei coniugi è già stato sposato; il 18,9 % le separazioni brevi in cui i coniugi hanno più di 60 anni. È comunque alta la durata matrimoniale (20-40 anni) in cui si evidenzia la massima concentrazione di divorzi: si deve dunque registrare la nuova tendenza a non lasciarsi “fermare” dalla durata delle unioni o dalla presenza dei figli.

[Elisa Manna, analizzando i fattori di povertà nella presentazione del rapporto, ha posto l’accento sui disagi delle famiglie della Capitale, nella quale «più si fanno figli e più si è poveri»[1]].

Focus tematici

L’integrazione degli stranieri a Roma e il racconto dei media sull’immigrazione

Le parole utilizzate dai media per raccontare l’immigrazione hanno una forte influenza sia sull’opinione pubblica, sia sugli stessi immigrati, in particolare sulla loro capacità di sperare e impegnarsi per un futuro d’integrazione.

Sono stati realizzati negli anni molti studi che dimostrano tali influenze, uno dei più recenti ha dimostrato che su 31.946 articoli dedicati all’immigrazione da tre testate nazionali nel corso di 4 anni, 11.426 trattano l’immigrazione in termini esclusivamente problematici. La comunicazione è caratterizzata da stereotipi e pregiudizi e tali caratteristiche si sono accentuate nel corso degli anni: immigrazione e criminalità, immigrazione e terrorismo, immigrazione e gravi malattie sono i binomi che rimbalzano dai notiziari televisivi alle pagine dei giornali. Nonostante la Carta di Roma, stipulata dalla Federazione Nazionale della stampa e dall’Ordine dei giornalisti, abbia intrapreso una vera battaglia contro l’uso degli stereotipi, ciò non ha evitato l’avvitamento del sospetto collettivo nei confronti degli immigrati.

Partendo dalla constatazione che l’allarme invasione non è supportato dai numeri ufficiali (sul piano locale negli ultimi anni la presenza dei cittadini stranieri si è mantenuta stabile, con l’unico aumento dei richiedenti asilo che comunque costituiscono solo il 10,5% dell’intera popolazione straniera a Roma) rimane tuttavia la preoccupazione per un sistema di accoglienza per i migranti forzati, i richiedenti asilo ed i rifugiati piuttosto inefficiente (e che il recente “decreto Sicurezza” sta sostanzialmente contribuendo a paralizzare).

Venendo ai numeri, nel Lazio i destinatari di misure di accoglienza (secondo i dati del Ministero dell’Interno al 30 giugno 2018) risultano essere 14.289; di questi il 29% si trova assegnato ad un centro di Roma Capitale (2.218 nei CAS e 1.990 negli SPRAR).

Il bisogno effettivo resta comunque superiore, causa la diserzione delle gare pubbliche e fino alla nuova organizzazione che si sta realizzando secondo il nuovo sistema di accoglienza disegnato dal decreto sicurezza, nella pratica la questione è stata risolta sfruttando al massimo i centri con capacità ricettiva di grandi dimensioni (tra le 100 e le 300 persone). Tuttavia la Caritas ritiene la soluzione degli assembramenti in numeri elevati assolutamente non adeguata e propone il superamento dei grandi centri a favore delle accoglienze diffuse (che dal 2015 ad oggi ha visto da parte di parrocchie, istituti religiosi e famiglie l’accoglienza di 243 persone sul territorio romano) e la moltiplicazione di luoghi di incontro interetnici.

Minori in migrazione. I minori stranieri non accompagnati (MSNA), sbarcati sulle nostre coste nel 2017, secondo il Ministero degli Interni, sono stati 15.779, quasi la metà di quelli giunti nel 2016 (25.846) e poco più di quelli arrivati nel 2015 (12.360). Al 31 luglio dell’anno in corso i minori non accompagnati arrivati via mare sono stati 2.896.

Nel sistema d’accoglienza italiano, al 30 giugno 2018, risultavano presenti 13.151 minori stranieri non accompagnati: questo dato indica non solamente i ragazzi arrivati quest’anno, ma anche quelli giunti gli anni precedenti, con una diminuzione del 26,4% rispetto allo stesso periodo di rilevazione del 2017. Sono in prevalenza di genere maschile (92,5%); rispetto all’età, il 58,7% ha 17 anni, i sedicenni costituiscono poco più di un quarto del totale, l’8,9% dei minori ha 15 anni e il 7,2% ha meno di 15 anni.

Dai dati statistici, forniti dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si evince come la presenza dei minori albanesi sia notevolmente aumentata negli ultimi anni. Nel 2018 l’Albania costituisce il primo Paese di provenienza dei MSNA (al 30 giugno 2018 risultano essere 1.517)

Per quanto riguarda i luoghi di accoglienza, la Sicilia è da diversi anni la Regione che accoglie il maggior numero di MSNA (43,3% del totale), seguita dalla Lombardia, (7,5%) e dal Lazio (921 minori, pari al 7%).

Data la particolare esposizione e fragilità dei minori desta seria preoccupazione il fenomeno di coloro che risultano irreperibili: al 30 giugno 2018 sono complessivamente 4.677. Fra questi, le cittadinanze più numerose sono rappresentate dall’Eritrea (14,6%), dalla Somalia (11,9%) e dall’Afghanistan (10%). Gli allontanamenti per i primi 6 mesi del 2018, secondo il Sistema Informativo Minori sono pari a 1.179 MSNA, dei quali il 24,9% è di cittadinanza tunisina, il 22,1% di cittadinanza eritrea e il 6,2% di cittadinanza afgana.

Poiché i minori sono coloro i quali pagano il prezzo più alto nella migrazione, esperienza che spesso mette a repentaglio il loro sviluppo armonico a causa dei traumi fisici e psicologici che ad essa di accompagnano, la giurisdizione nazionale ed internazionale prevede forme di tutela e protezione che i Paesi nei quali vengono accolti sono tenuti ad osservare ed implementare. Su questo la Caritas richiama ad una grande attenzione.

Sempre parlando di una comunicazione distorta sul fenomeno immigrazione va sottolineato che da almeno tre decenni la salute degli immigrati viene trattata in termini allarmistici e con toni stereotipati. Dal punto di vista delle patologie, accanto alle malattie infettive, sui media stanno progressivamente aumentando le notizie sulle malattie mentali (vere o supposte tali). Spesso, accanto ad alcune tracce di verità, l’attenzione viene dirottata verso dati non cogenti o parziali; altre volte si assiste alla strumentalizzazione delle stesse.

A questo proposito la Caritas, tra gli altri, ha lavorato affinché la questione della salute degli immigrati venisse trattata in maniera più consapevole: per esempio, considerando le condizioni di vita del Paese di provenienza, il percorso migratorio ed i livelli di accoglienza ed inclusione nel paese di arrivo. In particolare, ai migranti può accadere di ammalarsi di esclusione sociale, di fallimento del progetto migratorio, a volte di povertà o di difficoltà di accesso ai servizi socio-sanitari: ecco perché si può affermare che le loro malattie sono più sociali che etno-culturali. Gli operatori sanitari della Caritas osservano che i profili sanitari dei migranti si stanno caratterizzando sempre più per condizioni di sofferenza dovuta ad accoglienza inadeguata.

In definitiva si rende necessario tutelare la salute degli stranieri attraverso una visione inclusiva ed una governance adeguata. Su questo punto la Regione Lazio (proprio nella Delibera di Giunta Regionale del 16 ottobre 2018) ha recepito ed armonizzato le normative nazionali, proponendo percorsi innovativi di tutele e garantendo strumenti per una uniforme presa in carico dei richiedenti asilo nella Regione.

Anziani, disagio mentale, abuso di farmaci

La cosiddetta terza età spesso è segnata dall’esperienza della separazione, della perdita, della malattia; tutto questo richiede un lavoro sia individuale che collettivo di integrazione psicologica, emotiva e sociale che, a seconda delle storie personali, delle condizioni di salute, dei contesti in cui si è vissuti o in cui si vive, può incidere sul benessere complessivo della persona. Uno degli aspetti che sembra sempre accompagnare le situazioni di fragilità e ne costituisce per così dire la cassa di risonanza è la solitudine.

In queste condizioni di emarginazione, isolamento, indebolimento psico-fisico, povertà vecchie e nuove, l’anziano può essere esposto ad un’altra area di rischio, ben poco nota in questa fase della vita: la dipendenza piscofisica dal farmaco che può essere ricostruita a partire da stadi intermedi quali il cattivo uso e l’abuso e che, in alcuni casi e in presenza di certe sostanze, può condurre persino a situazioni di dipendenza. Si tratta di situazioni che sono influenzate da più fattori, talvolta intrecciati tra loro, come l’uso di svariati farmaci e terapie, l’assunzione di dosi superiori a quelle effettivamente prescritte o accompagnata da alcol; a tutto questo si associa anche la disgregazione delle reti in cui l’anziano è inserito (che, quando funzionanti, possono offrire un monitoraggio ed un accompagnamento).

Un servizio particolare della Caritas di Roma è Casa Wanda, specificamente dedicato alle persone malate di Alzheimer ed ai loro familiari, nato dal desiderio di contribuire a fronteggiare l’aumento dell’incidenza della malattia nelle persone anziane over 65 e la insufficiente disponibilità di risorse e servizi territoriali.

Il disagio psichico a 40 anni dalla legge 180. Come noto, sono trascorsi 40 anni dall’entrata in vigore della Legge 180 del 1978, la c.d. legge Basaglia, che ha modificato in maniera rivoluzionaria l’assistenza psichiatrica in Italia. La legge viene ricordata col nome dello psichiatra che si fece promotore, prima che di un testo normativo, di una nuova visione della persona e della cura dei pazienti psichiatrici (fin ad allora sostanzialmente internati).

Purtroppo però, nella concreta applicazione dei dettami di legge, la riforma ha subito diversi rallentamenti se non addirittura degli stalli non ancora risolti; questo in gran parte in ragione del fatto che le funzioni assistenziali sono state trasferite alle Regioni con una conseguente disomogeneità dell’offerta assistenziale nei diversi territori e il persistere della logica ambulatoriale nei Centri di Salute Mentale (CSM), il tutto aggravato dalla scarsa disponibilità di risorse umane ed economiche in linea con i principi della Legge.

Isolamento degli anziani e “barbonismo domestico”. Da qualche tempo la Caritas diocesana e quelle parrocchiali si stanno occupando di un fenomeno che riguarda gli anziani e lo stato di solitudine in cui spesso si trovano a vivere con l’avanzare dell’età. In taluni casi, non così sporadici, l’isolamento e l’abbandono della cura del sé si sono tradotti in forme e stili di vita simili al barbonismo di strada, ma vissuti negli appartamenti privati, dando vita al c.d. barbonismo domestico: le abitazioni vengono trasformate, nel tempo, in luoghi di accumulo, quasi fossero delle discariche. Le gravi condizioni igieniche diventano allarmanti e determinano il malumore o le proteste dei vicini, che a causa del disagio subito portano alla luce un fenomeno ancora poco conosciuto e monitorato. Per questo motivo la Caritas ha avviato da tempo un servizio specificamente dedicato al supporto di queste situazioni e, allo stesso tempo, sta offrendo la formazione dei Cda delle parrocchie al fine di allargare la rete di supporto sui singoli territori.

La trappola delle dipendenze

Nel 21% dei casi, il motivo per cui l’utente è arrivato alla Caritas è connesso ad una dipendenza di qualche tipo (alcol, droga, azzardo). L’incontro tra operatore e utente nel Centro d’Ascolto non è sempre facile. Il rischio di fallimento è troppo alto, anche perché spesso queste persone cercano l’ennesimo rifiuto, l’ennesima porta sbattuta in faccia, per farla finita. In questo caso ci si trova di fronte a una doppia fragilità, quella che li ha condotti ad assumere una sostanza o a giocare compulsivamente o a bere, e quella che questi comportamenti hanno poi indotto. Peraltro non è infrequente che la dipendenza nasconda una patologia psichiatrica non diagnosticata né tantomeno curata.

Le dipendenze purtroppo sono in crescita sia a livello metropolitano, sia regionale sia nazionale: l’autorevole indagine ESPAD Italia (CNR) riporta che il 34,2% degli studenti italiani (880.000 ragazzi dai 15 ai 19 anni) ha riferito di aver utilizzato nel corso della propria vita una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita. Ma, avvertono i nostri Cda, il fenomeno sta crescendo anche tra gli anziani, che finiscono con autogestire cure a base di psicofarmaci in maniera autonoma e rischiosa. È necessario prendere consapevolezza di questo fenomeno prima che diventi epidemico. È sintomatico che dalle rilevazioni più recenti la percentuale più elevata nel consumo di bevande alcoliche si riscontri tra gli adolescenti di 16-17 anni e tra gli ultra 65enni. Aumentano i consumatori occasionali e i consumatori fuori pasto.

Per quanto concerne l’azzardo il fenomeno sembra incontrollabile: secondo le rilevazioni ISPAD (CNR) nel corso del 2017 quasi 17 milioni gli italiani che hanno giocato d’azzardo almeno una volta. Il dato risulta in costante crescita negli ultimi 10 anni. Il 35,4 % ritiene di poter diventare ricco giocando d’azzardo. Risultano particolarmente fragili coloro che sono in cerca di prima occupazione e gli studenti. Secondo i dati ESPAD Italia, hanno giocato d’azzardo nel corso dell’anno 2017 580.000 minorenni. Cresce nel 2018 il gioco d’azzardo presso bar e tabaccherie, i luoghi più quotidiani. Coerentemente con i dati nazionali il Sistema Informativo Dipendenze Patologiche della regione Lazio sottolinea il crescente fenomeno delle polidipendenze, cioè delle dipendenze da diverse esperienze (per esempio azzardo e alcol). I soggetti segnalati dai servizi sono 22.000: oltre il 66% usa oppiacei, la cocaina è utilizzata dal 61% dei nuovi utenti. Le persone che riferiscono l’uso di più sostanze sono il 48,2%. Per quanto riguarda l’abuso di alcol su 2.857 persone seguite nei SERD si registra una maggiore presenza di donne in confronto ai dati sulle droghe e un’età media più alta (47 anni).

Nel Lazio sono trattate dai SERD per l’azzardo 620 persone. Gli uomini sono quasi l’80%. Rispetto all’anno precedente gli utenti sono aumentati del 25%, le persone arrivano ai SERD spinte dai familiari (cosa che non accade per alcol e droghe).

L’osservazione delle dipendenze attraverso i Cda della Caritas romana evidenzia come il capitale culturale e formativo delle persone sia uno dei più efficaci baluardi che le difende dal perdersi in qualche dipendenza: infatti tra le persone incontrate il titolo di studio è decisamente basso (oltre il 62% dei tossicodipendenti non va oltre la licenza media inferiore, il 50,7% tra gli alcolisti, il 44,5% per quanto concerne l’azzardo). Inoltre la bassa percentuale di coniugati evidenzia la funzione protettiva del matrimonio. Lo stesso vale per il lavoro: gli occupati a tempo indeterminato sono una percentuale bassa tra alcolisti e tossicodipendenti. Le dipendenze sono perciò frequentemente la spia di mancata realizzazione nelle dimensioni costitutive dell’esistenza. Una recente ricerca della Caritas di Roma ha evidenziato inoltre come l’azzardo sia entrato prepotentemente nella quotidianità dei giovanissimi romani.

In Italia nel 2018 c’è stato un aumento di quattro punti percentuali di crescita del denaro versato in scommesse, slot machine, lotterie, casinò on line.  Il record del 2017 sarà scavalcato e da 102 miliardi si passerà a 105-106. E questo in presenza di 20 piani delle regioni per le patologie dei giochi per soldi e con soldi, altrettante leggi in vigore nei singoli territori, oltre 600 provvedimenti municipali di contingentamento e di orari di vendita, mobilitazioni della società civile, campagne informative, appelli: ancora nessun segnale di arresto. Si vedrà dalla seconda metà del 2019 quale sarà l’effetto frenante del divieto di pubblicità e sponsorizzazioni del decreto dignità. L’area dei giocatori abituali si comporrebbe di 5 milioni e 100.000 di adulti e 150.000 studenti (dei ragazzi fuori del sistema scolastico non si può dire). Il fenomeno è ingravescente anche per le connessioni strette con il mondo dell’usura. A Roma il consumo lordo pro capite è 1.890 euro, con un incremento negli ultimi 10 anni del 95%. Oltre 20.000 le slot machine a Roma sia in pubblici esercizi sia in sale dedicate esclusivamente all’azzardo.

SINOTTICA DATI I CAPITOLO

(ULTIMA REV. 11/01/2018)

EUROPA

Indice di Gini (misurazione del grado di disuguaglianza di   una società)

Tra i 28 Paesi UE l’Italia è l’ottavo per maggiore   disuguaglianza

ITALIA

Incidenza povertà assoluta tra i minori

12,1%

ITALIA

Incidenza povertà assoluta tra i giovani fino a 34 anni

10,4%

ITALIA

Disuguaglianza distributiva reddituale

20% più ricco detiene il 66,4% della ricchezza nazionale

40% più povero detiene il 14,8% della ricchezza nazionale

10% della popolazione italiana detiene 6 volte la   ricchezza della metà della popolazione più povera

ITALIA

Famiglie con 3 o più figli minori

Il 20,9% è in povertà assoluta

Il 31% è in povertà relativa

ITALIA

Isolamento sociale

3 milioni di italiani dichiarano di non avere alcuna rete   di relazione esterna alla famiglia

ROMA

Reddito medio dichiarato

1,8% dei contribuenti ha un reddito oltre i 100.000euro

51,3% dei contribuenti ha un reddito fino a 15.000euro

ROMA

Reddito dichiarato anziani over 65

146.941 persone over 65 hanno un reddito fino a 11.000euro

ROMA

Stima famiglie con minori e reddito fino a 25.000euro

125.221 famiglie

ROMA

Occupati con lavori atipici

Il 51,6% sono giovani lavoratori tra i 25 e i 39 anni

ROMA CARITAS

Totale utenti dei Centri d’ascolto della Rete Caritas diocesana   anno 2017

21.149 persone di cui:

15.046 dei Centri d’ascolto diocesani

6.103 Centri d’ascolto parrocchiali

ROMA CARITAS

Richieste ai Centri d’ascolto Caritas presso 145 parrocchie romane

Quasi il 60% degli utenti chiede un lavoro

Il 61,3% chiede un sostegno per pagare la locazione   abitativa (voce di spesa di maggior peso)

ROMA CARITAS

Utenti dei 3 Centri   d’ascolto diocesani della Caritas di Roma

Il 63,9% ha una sistemazione alloggiativa “in aiuto” e   solo il 32,8% riesce a pagare l’affitto (e di questi solo il 33,3% ha un   affitto regolare)

Note al testo

[1] R. Pumpo, Roma, dove «più si fanno figli e più si è poveri», su Romasette del 15/1/2019.