Preferire il bene comune: ma qual è il bene comune? Breve nota di Giovanni Amico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /01 /2019 - 15:22 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Giovanni Amico. Per altri testi, cfr. la sezione Politica.

Il Centro culturale Gli scritti (27/1/2019)

«Ti preghiamo. Signore, perché i governanti scelgano il bene comune e non i loro interessi particolari». Ascolto la tipica e ripetitiva preghiera che viene letta dai foglietti con i testi della Messa domenicale - io ritengo ben più terribili per una vera actuosa partecipatio tali preghiere che non il mettere a disposizione i brani biblici - ed, improvvisamente, mi coglie un’ispirazione sulla grande questione soggiacente.

Il problema oggi non è anteporre il “bene comune”, ma determinarlo. Non è più chiaro, infatti, quale sia il “bene comune”. I “beni comuni” si sono scomposti e frazionati. La “relativizzazione” progressiva della morale, da quella dell’accoglienza a quella sui doveri e le responsabilità, da quella sessuale e familiare a quella economica e internazionale, ha fatto sì che ognuno scegliesse qualcosa, qualche frammento, lo assolutizzasse, convinto che quello “fosse” il bene comune.

Il cittadino che vota è convinto di esprimere con il suo voto per il PD o per la Lega o per i 5Stelle il “bene comune”, è convinto che la svolta impressa alla politica o che la contestazione di tale svolta sia il “bene comune”. Ognuno ritiene che gli altri non sappiano qual è il “bene comune” e che solo una determinata linea vada nella direzione del “bene comune”, mentre le altre precedentemente ricercate o quelle in auge abbiano fatto il “male comune”.

Nessuno pone più la questione del discernimento: e se si dovesse chiarificare cosa sia il “bene comune” e non solo metterlo in pratica, ritenendo di averlo già ben chiaro?

La complessa questione di come si combini una competenza nelle scelte ed una moralità di esse - un tempo si sarebbe parlato della “mediazione culturale” – fa sì che l’unica preoccupazione sembra essere quella dell’onestà personale, per la quale io non mi preoccupo di arricchirmi in politica.

Oggi il problema è diverso: mancando politici di razza, nessuno sa bene come determinare il “bene comune” e ci si limita a chiedere correttezza nell’uso del denaro pubblico, senza avere né un’idea di Roma, né dell’Italia, né dei mutati equilibri fra Nord e Sud del mondo, né un’idea della crisi demografica o di cosa sia la sussidiarietà o del rapporto che intercorre fra tassazione, welfare e sviluppo economico di un Paese.

Manca il più elementare discernimento su cosa sia il “bene comune”. Il cittadino - e con lui i governanti - non ha chiaro se siano importante per il bene comune l’accoglienza dei migranti, la loro integrazione, il porli per un anno intero a vivere insieme senza fare nulla, la famiglia e la natalità o il calo demografico, se si debba lavorare per accrescere il numero dei bambini o per farli diminuire ancora, se siano opportune le competenze e i test INVALSI, se abbiano valore i classici, se sia legittimo parcheggiare in seconda fila, se sia meglio credere o bestemmiare e attaccare i credenti, o ancora se appoggiare il gender o chiedere una politica per le famiglie, se fare il presepe a scuola o se cantare agli alberi della primavera e alla pace, se “celebrare” Halloween o meno, se sia bene proporre il matrimonio o sia meglio la convivenza, se basti la testimonianza o sia anche importante studiare, se sia necessario aprire nuove aziende o se sia meglio scegliere il volontariato, se si debba incoraggiare l’eutanasia o, al contrario, incoraggiare una cultura di vita, se sia meglio liberalizzare le droghe leggere e la prostituzione o al contrario opporvisi con ancora maggior forza, se sia preziosa la presenza dei missionari nei paesi del sud del mondo o se sia da scoraggiare, e quale sia un progetto di vera integrazione per migranti e profughi e di cosa abbiano bisogno l’Italia e l’Europa del domani.